Casale Monferrato, amianto: risarcimento INAIL alla vedova Patrucco
Con sentenza passata in giudicato n. 422/2023 pubblicata il 10 gennaio 2024 RG. 2/2021, il Tribunale di Vercelli ha condannato l’INAIL a risarcire la Signora Rita Sempio, vedova di Vincenzo Patrucco, deceduto a 67 anni per via di un mesotelioma pleurico causato dall’esposizione all’amianto sul lavoro.
La vedova, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, riceverà un risarcimento previdenziale che comprende una rendita mensile di circa 1.740 euro, oltre alle maggiorazioni previste dal Fondo Vittime Amianto. Inoltre, la signora riceverà tutti gli arretrati a partire dal giorno successivo al decesso del marito, per un totale approssimativo di 150mila euro, cifra che sarà erogata anche agli eredi di Patrucco.
Amianto a Casale Monferrato. La storia di Vincenzo Patrucco
Vincenzo Patrucco, nato e vissuto a Casale Monferrato, ha lavorato per diversi anni come operaio nel settore del trasporto e della lavorazione di cemento e amianto. Con questa mansione, fu impiegato in S.E.A. (Scavi Estrazioni Autotrasporti), dal 1 gennaio 1977 al 31 maggio 1983. Successivamente, ha lavorato per la ditta Prandi Maria Angela“Bargero Franco” dal 1 gennaio 1984 al 31 agosto 1990. Infine, per la S.p.A. Gaiero dal 1° al 26 ottobre 1990 e per la ditta Marco Vacca nel settore autotrasporti, dal 1° gennaio 1992 fino alla fine della sua carriera nel 2006.
Durante questi anni, Patrucco è stato esposto costantemente all’amianto, senza adeguate protezioni, esponendosi così a gravi rischi per la salute. Prima dell’entrata in vigore della Legge 257/92, che ne ha vietato l’uso e stabilito misure di protezione per i lavoratori, il minerale era ampiamente utilizzato per rivestire tubazioni, isolare sistemi termici e acustici, e nelle guarnizioni e componenti dei freni.
Nel mese di aprile 2016, gli è stata diagnosticata una neoplasia, nota come mesotelioma pleurico, causata dall’inalazione di fibre killer. La malattia ha progredito rapidamente e ha portato alla sua morte il 18 luglio 2016.
L’iter legale
Dopo il decesso di Vincenzo Patrucco, la vedova Rita Sempio ha presentato una domanda di riconoscimento della rendita ai superstiti e di indennizzo all’INAIL.
Il 25 ottobre 2016, l’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro ha riconosciuto la malattia professionale di Patrucco, con un grado invalidante pari all’85%. Tuttavia, il 23 novembre 2016, l’Ente ha rigettato la richiesta di rendita ai superstiti, motivando il provvedimento con il fatto che «per il decesso dell’assicurato non può essere riconosciuto il diritto alla rendita ai superstiti in quanto la morte non è riconducibile all’evento».
Il ricorso e il primo esame
In seguito al rigetto, la signora Sempio ha presentato ricorso formale per contestare la decisione dell’INAIL. Il ricorso è stato notificato all’Istituto e si è basato sulla tesi che il decesso di Patrucco fosse effettivamente legato alla malattia professionale, ossia al mesotelioma pleurico. La difesa, affidata all’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha argomentato che la malattia di Patrucco era direttamente connessa all’esposizione alle fibre killer durante il suo lungo periodo di lavoro in ambienti contaminati.
Esame delle prove: l’amianto e l’esposizione professionale
Durante il procedimento legale, il Tribunale di Vercelli ha esaminato in dettaglio le prove presentate da entrambe le parti per determinare se la morte di Vincenzo Patrucco fosse causata dalla malattia professionale legata all’esposizione al patogeno.
Particolare attenzione è rivolta alla consulenza tecnica d’ufficio (CTU), che ha analizzato le cartelle cliniche, i referti medici e altre evidenze pertinenti, concludendo che il decesso era « concausato dagli effetti disfunzionali delle lesioni di natura professionale da cui era affetto».
Posizione di INAIL
In tutto ciò, INAIL si è costituito in giudizio, contestando il riconoscimento del nesso causale tra la malattia e il decesso. L’ente ha sollevato un’eccezione di prescrizione, affermando che il diritto alle prestazioni fosse scaduto secondo gli articoli 111 e 112 del D.P.R. n. 1124/1965. Inoltre, ha insistito sul rigetto della domanda, sostenendo che il decesso era avvenuto per “emorragia cerebrale” e non direttamente a causa della malattia professionale.
Decisione del tribunale
Il 15 novembre 2023, il Tribunale di Vercelli ha discusso il caso e ha emesso la sentenza. Il giudice ha rigettato l’eccezione di prescrizione, considerando il documento del 4 novembre 2019 come valido per interrompere il termine prescrizionale. Inoltre, ha accertato che il decesso di Patrucco era effettivamente causato da malattie professionali correlate all’amianto.
In merito alla prescrizione, la sentenza ha affermato: «L’eccezione di prescrizione sollevata dall’istituto resistente è infondata. Il termine prescrizionale è stato interrotto dal documento del 4 novembre 2019, che ha confermato la contestazione contro il rigetto del 23 novembre 2016».
Conclusioni della sentenza
Il Tribunale ha accolto il ricorso e ha ordinato all’ INAIL di erogare le prestazioni previdenziali dovute. In particolare, ha condannato l’ente a costituire in favore di Rita Sempio «le prestazioni previdenziali di cui all’art. 85 del D.P.R. 1124/65, inclusi l’assegno funerario e la rendita ai superstiti con decorrenza dal 19 luglio 2016».
La sentenza ha incluso anche la maggiorazione delle prestazioni del Fondo Vittime Amianto, come previsto dalla Legge 244/07.
Il commento dell’avvocato Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto
L’avv. Ezio Bonanni, difensore dei familiari di Vincenzo Patrucco
L’avvocato Ezio Bonanni, che ha assistito i familiari di Patrucco, ha commentato: «L’INAIL continua a negare il riconoscimento del mesotelioma causato dall’amianto e costringe i familiari dei defunti a intraprendere lunghe azioni giudiziarie. La nostra battaglia non finisce qui; agiremo per ottenere anche le maggiorazioni contributive e la riliquidazione della pensione di reversibilità».
NEGLI ANNI IMMEDIATAMENTE SUCCESSIVI ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE, GLI STATI UNITI FURONO CATAPULTATI NELL’ERA NUCLEARE, SPINGENDO IL PAESE VERSO UNA CORSA SFRENATA ALL’URANIO. QUESTO MINERALE, UN TEMPO CONSIDERATO UN SOTTOPRODOTTO DELL’ESTRAZIONE DI ALTRI MINERALI COME IL RAME E L’ARGENTO, DIVENNE IMPROVVISAMENTE DI GRANDE INTERESSE STRATEGICO PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA NUCLEARE E ARMI. TUTTAVIA, IL PREZZO DI QUESTA CORSA AL MINERALE SAREBBE STATO ALTO, NON SOLO PER I LAVORATORI COINVOLTI MA ANCHE PER L’AMBIENTE E INTERE COMUNITÀ
Gli inizi della corsa all’uranio
Il Progetto Manahattan era un programma di ricerca e sviluppo in ambito militare che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale
La scoperta del potere dell’uranio avvenne nel contesto del Progetto Manhattan, un programma top-secret avviato nel 1942 dagli Stati Uniti per sviluppare le prime armi nucleari. Nel corso dello stesso, scienziati e ingegneri realizzarono che il minerale poteva subire fissione nucleare. In questo processo, il nucleo dell’atomo si divide, liberando una grande quantità di energia. Questa scoperta rese l’uranio essenziale non solo per la produzione di armi nucleari, ma anche per lo sviluppo futuro dell’energia atomica.
Negli anni ’50, il governo degli Stati Uniti lancia un programma per incentivare l’estrazione del minerale, arruolando un esercito di cercatori privati per esplorare i territori occidentali del Paese. Tuttavia, ciò che sembrava un’opportunità di guadagno per molti, si rivelò rapidamente una trappola mortale.
L’ascesa e la discesa dell’industria dell’uranio. La corsa è finita
L’estrazione del metallo radioattivo, iniziata nei primi anni del XX secolo, esplose in un vero e proprio boom economico. Nuove scoperte di grandi giacimenti, come quella di Charlie Steen nello Utah, arricchirono rapidamente molti cercatori e fecero nascere numerose miniere nel Sud-Ovest degli Stati Uniti.
Le pubblicazioni e i manuali dell’epoca promettevano che la ricerca dell’uranio fosse sicura e redditizia, minimizzando i rischi associati all’esposizione ai materiali radioattivi.
Il boom dell’uranio continuò pertanto fino al 1964, quando la domanda cominciò a declinare a causa delle pressioni per il disarmo nucleare e del crollo dei prezzi del minerale.
La crisi energetica degli anni ’70 e la crescente consapevolezza dei rischi ambientali —come la contaminazione delle falde acquifere e del suolo — e per la salute, legati al minerale, causarono un brusco calo nella produzione dello stesso. Il governo federale sciolse la Commissione per l’Energia Atomica nel 1974 e iniziò una fase di declino per il settore nucleare.
I siti Superfund
Oggi, le miniere abbandonate rappresentano una continua fonte di inquinamento e pericolo per le comunità locali e l’ecosistema. Questi siti, denominati “Superfund” sono aree contaminate, identificate dal governo degli Stati Uniti e inclusi in un programma gestito dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), che si occupa di i investigare e bonificare i terreni per proteggere la salute pubblica e l’ambiente.
La questione dei militari e l’eredità del conflitto
La corsa all’uranio non ha coinvolto solo i minatori, ma anche i militari statunitensi. Durante le loro missioni di pace, hanno subito una pesante esposizione a radiazioni, sia attraverso il contatto con materiali radioattivi sia attraverso la gestione di test nucleari.
Gli effetti sulla salute dei militari sono stati oggetto di crescente attenzione e ricerca. I soldati che lavoravano vicino ai siti nonché nelle operazioni di gestione dei processi di estrazione e stoccaggio, hanno mostrato un aumento dei tassi di cancro e altre gravi malattie.
Nonostante gli sforzi per riconoscere e compensare questi danni, molti veterani continuano a lottare con le conseguenze, a lungo termine, della loro esposizione. Entriamo nel dettaglio.
Test nucleari
Durante la Guerra Fredda (1947-1991), gli Stati Uniti condussero numerosi esperimenti nucleari, principalmente nel Nevada Test Site.
Spesso, i soldati si trovarono ad osservare gli esperimenti da vicino o per gestire le conseguenze dei test, senza adeguate protezioni contro le radiazioni.
I militari erano anche coinvolti nella sorveglianza e nella protezione delle miniere di uranio e dei magazzini. Questa esposizione avveniva in un periodo in cui le precauzioni per la protezione radiologica erano minime. I soldati si trovarono pertanto a contatto diretto con materiali radioattivi e polveri contaminanti.
Inoltre, i veterani che prestavano servizio in Paesi con attività nucleari o che avevano basi con materiali radioattivi subirono l’esposizione a radiazioni anche a causa dell’ambiente contaminato. In molti casi, le pratiche di gestione dei rifiuti nucleari erano inadeguate.
Statistiche e conseguenze
Le conseguenze per i militari sono state severe. Studi hanno dimostrato che i veterani coinvolti in attività nucleari hanno un’incidenza più alta di malattie gravi come il cancro ai polmoni, leucemie e altre patologie respiratorie.
Un rapporto del Dipartimento per gli Affari dei Veterani degli Stati Uniti ha rivelato che, tra gli anni ’50 e ’60, almeno 1.200 soldati ricevettero diagnosi di malattie legate all’esposizione a radiazioni. Molti di questi hanno ricevuto risarcimenti o assistenza sanitaria specifica.
Tuttavia, la mancanza di dati sistematici e la difficoltà nel tracciare le esposizioni hanno complicato la valutazione precisa del numero di vittime.
Quindi, il numero effettivo potrebbe essere significativamente più alto, poiché molte persone non registrarono o diagnosticarono i casi in tempo.
Impatti ambientali e sociali
Oltre ai danni alla salute dei militari e dei minatori, la corsa all’uranio ha avuto effetti devastanti anche sull’ambiente. Le miniere abbandonate e i siti contaminati hanno lasciato un’eredità di inquinamento, con radiazioni che hanno devastato il suolo e le falde acquifere. Questo ha portato a problemi di salute anche tra le popolazioni locali, amplificando le difficoltà legate alla gestione e alla bonifica dei siti.
Ad essere maggiormente colpite, le comunità native americane, in particolare i Navajo. Le miniere di uranio situate nelle loro terre hanno provocato una crisi sanitaria e ambientale, con alti tassi di cancro e altre malattie.
Insomma, la corsa all’uranio ha portato a enormi successi tecnologici e militari, ma ha anche lasciato un’eredità di malattie, inquinamento e devastazione ecologica. È un ricordo del prezzo che spesso si paga per il progresso. Un appello alla responsabilità nella gestione delle risorse naturali e nella protezione della salute umana.
L'Avv. Ezio Bonanni e la Dott.ssa Paola Vegliantei
Amianto, uranio impoverito, criminalità organizzata, ma anche delinquenza comune: queste le emergenze che debbono essere affrontate. Oltre all’appello al Premier Meloni, lanciato nel corso del convegno che si è tenuto in Campidoglio lo scorso 9 luglio, ora un protocollo d’intesa.
Sì, perché di amianto, di uranio e di criminalità si continua a morire ed è inaccettabile. Così, il Nuovo Sindacato Carabinieri si aggiunge all’azione sinergica promossa dall’Osservatorio Nazionale Amianto, OsservatorioVittime del Dovere e l’Accademia della Legalità.
Ezio Bonanni e Paola Vegliantei: ONA e Accademia della Legalità
L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA e l’Osservatorio Vittime del Dovere sono, infatti, presieduti dall’Avv. Ezio Bonanni; l’Accademia della Legalità è, invece, presieduta dalla Dott.ssa Paola Vegliantei. Un mix e una sinergia esplosiva tra queste organizzazioni, non solo per il carattere forte dei loro rappresentanti, ma anche per il team, e per coloro che ne fanno parte.
Nuovo Sindacato Carabinieri: rappresentanza dei Carabinieri
Il Nuovo Sindacato Carabinieri è ormai un’istituzione tra i nostri Carabinieri. La Forza Armata che ha tra le sue finalità quella di tutelare ogni singolo cittadino e con esso le istituzioni democratiche e presidiare i valori della nostra Costituzione.
Infatti, la più recente iniziativa, quella di tener conto anche del rischio amianto e uranio impoverito, è lodevole per i nostri Carabinieri. Questi ultimi, in ogni caso, sono già in prima linea nella tutela dell’ambiente e della salute. Infatti, oltre agli stretti legami tra le mafie, i rifiuti e gli inquinamenti, i nostri uomini in divisa intervengono in casi di calamità ed emergenza. Tra le emergenze anche quella dei rifiuti, compresi quelli di amianto e quelli radioattivi.
Il Nuovo Sindacato Carabinieri nasce proprio con lo scopo di tutelare la salute degli uomini in divisa, attraverso iniziative di prevenzione, nel pieno rispetto di tutti i diritti spettanti. È motivo di orgoglio, quindi, l’impegno dei segretari del sindacato Nicola Magno, Vincenzo Incampo e Michele Fiore, che hanno esteso il servizio in tutta Italia, garantendo una sede per ogni regione.
Protocollo d’intesa ONA, Vittime del Dovere, AdL, NSC
Unire le forze, agire tutti insieme per il bene comune, per la legalità e la giustizia: questo il motto che si propongono le quattro organizzazioni. Questo l’incipit delle dichiarazioni della Dott.ssa Paola Vegliantei, Presidente dell’Accademia della Legalità, prestigiosa accademia di studio della giurisprudenza e del diritto. Non solo, ma si è costituito uno staff legale, a supporto dei cittadini, dei nostri uomini in divisa, che loro stessi spesso sono vittime, in qualche caso anche delle stesse istituzioni che rappresentano e tutelano.
“Conosciamo tutti la storia di Carlo Calcagni, Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano, che dopo aver servito la patria si è visto negare i propri diritti. Che dire del fatto che non è stato riconfermato nel Ruolo d’Onore? Perché costringerlo a tanti anni di attesa prima del riconoscimento del suo status di vittima del dovere?“, così si chiede l’Avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Vittime del Dovere.
Il protocollo d’intesa permetterà una sinergia tra le diverse organizzazioni, anche per tutelare i nostri uomini in divisa. Ci riferiamo non solo ai Carabinieri, ma a tutti gli esponenti delle Forze dell’Ordine. Questi ultimi hanno pagato un caro prezzo alla loro dedizione al dovere. Così, Carlo Calcagni, impegnato nelle missioni balcaniche, ma anche tutti gli altri.
Antonio Dal Cin, finanziere con asbestosi vittima del dovere
In questo momento, non possiamo dimenticare Antonio Dal Cin, Appuntato scelto della Guardia di Finanza, riconosciuto vittima del dovere. Svolgente servizio in luoghi contaminati, comandato di vigilare sui locomotori FS in amianto, perché i cittadini non si avvicinassero e non fossero colpiti dalle fibre, ne è stato egli stesso attinto. Riformato per asbestosi e riconosciuto vittima del dovere al 5%.
“Ma come è possibile che la mia invalidità valeva il 100% quando sono stato riformato e collocato a riposo, mentre invece vale il 5%, quando lo Stato deve riconoscere i miei diritti?“, così dichiara Antonio Dal Cin, storico esponente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.
Finalmente, la Corte di Appello di Roma ha rigettato l’appello del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Così, è stata confermata la sentenza del Tribunale di Latina, che ha riconosciuto Antonio Dal Cin vittima dell’amianto. Una storia, quella di Antonio, che è incredibile e paradossale. Ricorda quella del Col. Carlo Calcagni e quella di tanti altri.
Paola Santospirito, la storia di una moglie che lavava le tute di amianto
Che dire di Paola Santospirito, essa stessa malata di asbestosi, dopo un cancro alla mammella, per aver lavato le tute e le uniformi del marito, Luogotenente della Marina Militare, anche lui riconosciuto vittima del dovere.
Paola combatte perché tutte le donne che nel tempo hanno svolto un ruolo di “lavanderia”, in questo caso per la Marina Militare, siano tutelate. Non le basta e non ci basta sentirci rappresentare dall’Avvocatura dello Stato che la moglie si è ammalata perché ha lavato le tute al marito, perché era un suo “dovere”. Un dovere, secondo l’Avvocatura, che deriva dal contratto di matrimonio, e quindi dal Codice Civile, e che non può essere oggetto di riconoscimento.
Nicola Panei: ali di amianto. Storie di amianto e aviazione
Anche Nicola Panei, maresciallo dell’Aeronautica Militare, vittima dell’asbestosi. Infatti, l’amianto era presente in Aeronautica Militare. Nelle installazioni a terra, così come negli aeromobili e negli elicotteri. Grazie all’impegno dell’Osservatorio Nazionale Amianto, la presenza di asbesto negli aeromobili è venuta alla luce.
Quindi, i nostri militari hanno diritto al riconoscimento dello status di vittima del dovere e/o di equiparati a vittime del dovere, oltre al risarcimento dei danni.
Le finalità del protocollo d’intesa ONA, OVdD, AdL e NSC
Le quattro associazioni si propongono, quindi, di agire tutte insieme secondo i valori propri della Costituzione Italiana. Tra le emergenze, la necessità di una più coerente organizzazione del contrasto alla criminalità.
Rilevante, intanto, il deficit di organico. E che dire quando delinquenti incalliti a bordo di potenti auto mettono a rischio l’incolumità dei militari dell’Arma durante gli inseguimenti?
A volte si assiste anche a veri e propri speronamenti delle macchine di servizio, e conseguenti lesioni fisiche, oltre che morale. Molte volte questi diritti non vengono riconosciuti, specialmente lo status di vittima del dovere. Si dice che queste attività rientrino nell’ordinario dell’Arma dei Carabinieri, ma non è così. Intanto, questi diritti sussistono sulla base dell’art. 1, co. 563 della L. 266/05.
Sussiste un enorme contenzioso giudiziario e la condizione paradossale è che i nostri militari hanno necessità di tutela legale. In questo, l’intervento dell’Accademia della Legalità, guidata dalla Dott.ssa Vegliantei, con lo staff legale che ha promosso decine e decine di cause. È nato così l’incontro con l’Avv. Ezio Bonanni, che ha rappresentato e difeso centinaia di vittime. Si chiamano vittime del dovere, ma molte volte sono vittime dell’incuria.
Tutela dei nostri uomini in divisa: no alla discriminazione
Una delle finalità più importanti dell’Accademia della Legalità e dell’Osservatorio Vittime del Dovere e dell’Osservatorio Nazionale Amianto (quest’ultimo perché le vittime dell’amianto sono considerate vittime del dovere) è quello di superare la discriminazione.
Sì, perché di discriminazione intendiamo parlare. Vogliamo, infatti, informare i cittadini del fatto che se cade un nostro Carabiniere, e molti purtroppo sono uccisi dai delinquenti, se hanno dei figli maggiorenni, questi ultimi rischiano di rimanere senza tutela. Infatti, secondo un’interpretazione capziosa della normativa, applicando un vecchio cavillo del 1980, se l’orfano non è nel carico fiscale al momento della morte del genitore, non ha diritto alle prestazioni previdenziali di diritto ai superstiti di vittima del dovere.
Non così per le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, che hanno sempre la tutela. Anche per coloro che sopravvivono, occorre andare alla ricerca della pallottola perduta. Così, infatti, l’Avv. Ezio Bonanni, nel corso della sua audizione al Senato della Repubblica nel 2019. Infatti, se la pallottola che ferisce e uccide è quella di un c.d. delinquente organizzato, allora c’è un diritto pieno. Se la pallottola è di un delinquente non considerato organizzato (criminalità organizzata), allora meno diritti e in caso di decesso niente diritti per gli orfani non a carico. Questo è inammissibile, così dichiarano i rappresentanti delle quattro associazioni.
Il dato epidemiologico tra le Forze dei Carabinieri
In tutti questi anni di impegno per la tutela delle vittime del dovere e dell’amianto, oltreché dell’uranio impoverito, l’Osservatorio Nazionale Amianto ha censito il numero dei casi di mesotelioma nelle Forze Armate, tra cui anche tra i Carabinieri, che costituiscono una delle quattro Forze Armate, con l’Esercito, l’Aeronautica e la Marina. Solo nel 2018, l’incidenza era di 982 casi, con un considerevole incremento negli ultimi sei anni di ulteriori 300 casi, che sommati portano a un’incidenza complessiva a circa 1300 mesoteliomi. Questa è solo la punta dell’iceberg di tutte le malattie asbesto correlate insorte nel comparto delle Forze Armate. Se si tiene, infatti, conto delle altre patologie, tra cui asbestosi, tumore del polmone, etc. si giunge a una stima di oltre 5 mila decessi complessivi nelle quattro Forze Armate.
Le nanoparticelle di metalli pesanti, anche radioattivi e radiazioni, per l’uso di proiettili all’uranio impoverito, non hanno interessato solamente i militari dell’Esercito ma anche i Carabinieri, che sono stati impiegati nelle missioni, tra cui quelle balcaniche. Ma che, allo stesso tempo, fanno sempre più fatica a far valere i propri diritti a seguito dell’insorgenza di patologie di origine professionale.
Una missione per la tutela delle vittime dell’arma
Il protocollo d’intesa sottoscritto dalle quattro organizzazioni ha l’obiettivo di facilitare gli iter burocratici e giuridici, dando sostegno a tutte le vittime e, in caso di decesso, ai loro eredi. Tra gli intenti espressi dalla nuova alleanza tra le quattro associazioni vi è anche la volontà di sottoporre tutti i militari iscritti al rientro dalle missioni all’estero ad accertamenti finalizzati a valutare il proprio stato di salute. Spesso, infatti, nemmeno nel Documento di Valutazione Rischi (DVR) vi è conoscenza concreta e consapevolezza del rischio di esposizione a sostanze tossiche come uranio impoverito o amianto.
“Grazie a questo protocollo d’intesa, tutti gli uomini e donne che durante le missioni in Italia e all’estero sono il core business del Dicastero e possono essere state contaminate, avranno la giusta tutela che è, per noi, una chiara missione da portare avanti con grande sentimento di rispetto”, dichiara la Dott.ssa Paola Vegliantei, Presidentessa dell’Accademia della Legalità.
Purtroppo, ancora oggi non esiste una vera azione preventiva e una concreta tutela all’insorgere delle particolari patologie correlate. Quindi, la nascita di questa nuova collaborazione rappresenta un passo importante verso la tutela della salute degli uomini e donne in divisa, ma anche di tutti gli eredi di quelle vittime che non ce l’hanno fatta, o di chi è rimasto affetto da patologie anche gravi, a causa della contaminazione da questi potenti cancerogeni.
Johnson & Johnson a gennaio 2025 il verdetto finale
JOHNSON & JOHNSON STA NEGOZIANDO UN ACCORDO FINANZIARIO SIGNIFICATIVO CON CYPRUS MINES CORPORATION E IMERYS TALC AMERICA, DUE SUOI IMPORTANTI EX FORNITORI DI TALCO. SE IL PIANO SARÀ APPROVATO, L’AZIENDA PREVEDE DI CORRISPONDERE UN PAGAMENTO INIZIALE DI 225 MILIONI DI DOLLARI, CON UN ULTERIORE VERSAMENTO DI 280 MILIONI DI DOLLARI PREVISTO ENTRO LA FINE DEL 2025. QUESTA “TERRIBILE INTESA” RAPPRESENTA UNA PARTE FONDAMENTALE NELLA RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE LEGATE AL TALCO
Johnson & Johnson le tenta tutte
Johnson & Johnson propone un accordo da 505 milioni di dollari con i fornitori di talco
Le controversie legali contro J&J sono cominciate anni fa, con accuse che il talco utilizzato nei suoi prodotti contenesse amianto, noto cancerogeno. Imerys Talc America, un tempo sussidiaria di Cyprus Mines Corporation, era l’unico fornitore di talco per i prodotti di borotalco di J&J. Entrambe le società erano state citate in giudizio insieme a J&J.
Nel 2019, Imerys Talc America ha dichiarato bancarotta come parte di una strategia di risoluzione per affrontare le richieste di risarcimento derivanti dalle accuse di cancro causato dal talco contaminato. Cyprus Mines Corporation ha seguito l’esempio nel 2021, dichiarando bancarotta anch’essa in risposta alle stesse controversie legali, come risposta alle richieste di risarcimento per lesioni personali.
L’accordo per il fondo fiduciario: si brancola nel buio
Nel febbraio 2024, Imerys e Cyprus Mines hanno quindi istituito un fondo fiduciario di 862 milioni di dollari per risolvere le richieste di risarcimento per danni da amianto. Parte dell’accordo da 505 milioni di dollari proposto da J&J sarà destinato a questo fondo, così da coprire le richieste di risarcimento della multinazionale circa le dispute legate al talco.
La controversia legale si è incentrata anche sulle intese di indennizzo che Imerys e Cyprus Mines sostengono di avere con J&J, i quali, secondo loro, dovrebbero esonerarli da responsabilità per i danni causati dal talco. Johnson & Johnson, tuttavia, ha contestato l’esistenza degli stessi o i loro termini, complicando ulteriormente la risoluzione della questione.
L’offerta arriva in concomitanza con una scadenza imminente per un altro accordo proposto da J&J.
Strategie recenti e sfide legali
Negli ultimi mesi, J&J ha cercato in tutti i modi di risolvere le controversie legali. A maggio 2024, la sussidiaria LTL Management di J&J aveva proposto di pagare 6,475 miliardi di dollari per risolvere tutte le cause legali attuali e future relative al cancro alle ovaie, sostenendo che i suoi prodotti a base di talco ne fossero la causa. Il 26 luglio 2024, è arrivata una svolta importante nel caso legale.
L’accordo proposto da LTL Management è stato approvato.
Questo pagamento sarà quindi distribuito su un periodo di 25 anni.
Johnson & Johnson fra protezione legale e tentativi di fallimento
Questa intesa arriva in un contesto di tentativi precedenti del colosso americano di proteggersi dalla bancarotta, che i tribunali respingono. I giudici avevano stabilito che LTL Management, creata appositamente per gestire le responsabilità legali del talco, non era in difficoltà finanziaria sufficiente per giustificare una dichiarazione di fallimento sotto il Capitolo 11.
Nonostante i precedenti tentativi falliti di utilizzare la bancarotta come strumento di protezione, l’azienda continua a cercare soluzioni legali e finanziarie per affrontare le accuse.
Inoltre, continua a sostenere che la “Baby Powder” non poteva essere pericolosa per la salute.
Sta di fatto che, mentre il pagamento sarà distribuito su un lungo periodo, il focus rimane sulla risoluzione delle controversie e sulla gestione dei rischi associati al talco e all’asbesto.
Carlo Calcagni al convegno in Campidoglio dell'ONA
IL COLONNELLO DEL RUOLO D’ONORE DELL’ESERCITO ITALIANO CARLO CALCAGNI, FIGURA DI SPICCO E COORDINATORE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA), SI DISTINGUE PER IL SUO INCESSANTE IMPEGNO NELLA DIFESA DELLE VITTIME DELL’AMIANTO E DELL’URANIO IMPOVERITO NON SOLTANTO NELL’ESERCITO, MA IN TUTTE LE FORZE ARMATE ITALIANE.
EROE MODERNO, RICONOSCIUTO COME VITTIMA DEL DOVERE A CAUSA DELLE GRAVI MALATTIE CONTRATTE DURANTE LA MISSIONE IN BOSNIA-HERZEGOVINA, CALCAGNI RICORDA COME I MILITARI, DOVENDO OBBEDIRE AGLI ORDINI, AVREBBERO AVUTO DIRITTO A ESSERE INFORMATI DELLA PRESENZA DI QUESTE SOSTANZE E, SOPRATTUTTO, PROTETTI E TUTELATI
Il Colonnello Calcagni si racconta
Il Colonnello Carlo Calcagni: un esempio di coraggio e abgnegazione
Colonnello Calcagni, può raccontarci la sua esperienza personale con l’uranio impoverito e come questa ha influenzato la sua vita e carriera?
Sono entrato in contatto con le nanoparticelle di uranio impoveritoe tutto ciò che viene generato nell’esplosione, nel 1996, durante la missione internazionale di pace della NATO denominata “IFOR”, nei Balcani, sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Sono stato impiegato come unico pilota del primo Contingente Italiano e tra le numerose missioni di trasporto e ricognizione, ho effettuato anche missioni MEDEVAC, evacuazioni medico-sanitarie, di soccorso umanitario, il più nobile dei servizi per la collettività, salvare vite umane.
In realtà, di fatto, ho sacrificato la mia.
Un nemico invisibile, subdolo, silente per anni, con un nome ed un cognome, ma tutt’oggi “innominabile” mi ha tagliato le ali nel momento più folgorante della mia carriera.
Il tutto, quando ero proiettato ai più alti traguardi e successi, rispettato dai vertici italiani e stranieri, elogiato ed encomiato per gli indiscussi ed innumerevoli meriti conquistati sul campo e per aver dato “lustro” all’Esercito e all’Italia intera in contesto internazionale.
Per il Colonnello “un’esperienza da ripetere”
Eppure, nonostante tutto, rifarei esattamente quello che ho fatto e risponderei senza esitazione alcuna: “Comandi, Signor sì!”.
Un soldato rimane tale per sempre, nell’animo e nel cuore.
Benché la mia carriera e la mia vita siano state irrimediabilmente distrutte dall’insorgere della malattia, una lunga serie di patologie croniche, degenerative, irreversibili, io sarei pronto ancora oggi a rispondere agli ordini superiori per l’alto senso del dovere e della responsabilità, per rispetto del Tricolore e per amor di Patria.
Nonostante io oggi sia stato privato dell’uniforme, che rimane cucita in maniera indelebile sulla mia pelle, nella mia anima, nel mio cuore, continuo a svolgere il mio dovere di “motivatore seriale” .
Di conseguenza, ho sostituito le missioni di pace con altre missioni, quelle di evangelizzazione, rivolte alle comunità scolastiche e civili in genere, perché io possa essere di esempio e di aiuto a chi lotta o è in difficoltà. Solo così la mia malattia, da ostacolo diventa opportunità e io posso ancora dare un senso profondo alla mia esistenza.
I primi segnali della malattia
Quali sono stati i sintomi iniziali che l’hanno portata a scoprire la sua esposizione all’uranio impoverito? Quanto tempo è passato prima che fosse fatta una diagnosi corretta?
Nel 2002 ho iniziato ad accusare i primi sintomi di cedimento strutturale, come se il mio corpo di atleta, forgiato dagli allenamenti costanti sin dalla tenera età di tre anni, facesse fatica a mantenere gli standard altamente performanti ai quali era abituato e che mi permettevano di mietere successi e vittorie nelle numerose competizioni sportive, nazionali ed internazionali, alle quali partecipavo.
Da lì è iniziato quello che i più definiscono il mio calvario, ma che per me è stato a tutti gli effetti un rinascere a nuova vita.
La malattia mi ha distrutto, ma non mi ha sconfitto o annientato. Ha paradossalmente messo in luce la (r)esistenza di un uomo capace di portare sempre il cuore oltre l’ostacolo e di guardare con ottimismo e fiducia al futuro, nonostante questo sia tracciato in una scia di decadimento fisico e psicologico che è sempre più delineata.
Ho preso in mano il mio cuore, fatto a pezzi dalle ingiustizie della vita ed il mio corpo, ridotto a brandelli dalla malattia, costellato di cicatrici e punti di sutura. Poi ho ripreso in mano la mia vita, dopo un iniziale comprensibile momento di disorientamento e sbandamento. Infine ho ricucito cuore e corpo e mi sono adattato alla nuova condizione, accettando limiti, privazioni, restrizioni. Senza mai voltarmi indietro, nonostante i non pochi momenti di umana comprensibile fragilità.
Un muro di gomma: il Colonnello di Ruolo Calcagni e il senso del dovere
Ha riscontrato resistenza o indifferenza da parte delle istituzioni militari o governative nel riconoscere e affrontare questo problema? Se sì, in che modo?
Di uranio impoverito non si poteva e non se ne può parlare ancora oggi. Da soldato sono stato addestrato ai massimi livelli a riconoscere le situazioni di difficoltà.
Ho imparato altresì a prevenirle e affrontarle nel migliore dei modi, a portare in salvo vite umane, anche a scapito della mia.
Un soldato, soprattutto un uomo della Folgore come me, sa perfettamente sin dall’inizio cosa significhi mettere la propria vita al servizio dello Stato e degli altri.
Conosco i rischi e li accetto grazie al costante addestramento e alla spiccata professionalità. So bene che potrebbe esistere un angolo di cielo ad attendermi e che ogni missione potrebbe essere l’ultima.
Essere un soldato, un pilota di elicotteri nello specifico, un istruttore di volo, significa mettere ogni giorno in secondo piano sé stesso e la propria vita.
Ma non nel senso di disprezzarne il dono, ma di essere pronto, sempre, a privilegiare quella altrui, quella in pericolo, da salvare e tutelare. Ecco, nessuno mi aveva addestrato a riconoscere un nemico invisibile e subdolo, che mi ha colpito alle spalle. La prima resistenza è stata proprio quella di far riconoscere il problema, la causa scatenante della mia serie di patologie croniche, irreversibili e degenerative. Ho lottato per dimostrare il nesso causale, efficiente e determinante, tra la missione espletata nei Balcani e l’insorgere della malattia riconosciuta, poi, dipendente da cause e fatti di servizio.
Gli accertamenti della patologia
La Commissione Medica dell’ospedale militare di Bari, nel 2005, ha accertato, verificato e riconosciuto: “una massiccia contaminazione da metalli pesanti e verosimilmente esposto a uranio impoverito”.
Ho lottato per dimostrare la vera verità, e ci sono riuscito dopo ben 17 anni di battaglie, dopo aver eliminato il segreto di Stato che mi impediva l’accesso alla mia personale documentazione, nella quale in un documento “erroneamente” compilato dal Ministero della Difesa, nel 2007, era stato attestato che il sottoscritto non aveva effettuato alcuna attività di volo nei Balcani: falso!
Per ammissione dello stesso Ministero della Difesa, nel 2019, in autotutela, il documento erroneamente compilato in cui era stato dichiarato che il sottoscritto, benché destinatario di elogi ed encomi a livello nazionale ed internazionale, non avesse mai volato nei Balcani, è stato annullato ed integralmente sostituito con la dichiarazione della reale e dettagliata attività svolta nei Balcani.
Un documento corretto, perché il mio stato di servizio attestava la vera verità, ma la “erroneamente” compilata dichiarazione, di fatto, è servita per negare al sottoscritto il risarcimento del danno spettante per l’insorgere della malattia per causa di servizio e per non essere stato informato sui rischi, già noti, e la mancata tutela della salute. Risarcimento simbolico, per quanto mi riguarda, come ho più volte ribadito e dichiarato, anche di un solo euro, ma accompagnato dalle scuse pubbliche di chi non ha tutelato e ha esposto i suoi uomini a morte certa o a malattie invalidanti e permanenti, nel migliore dei casi.
L’intervista alle Iene
Il 25 maggio 2021 anche la trasmissione televisiva Le Ieneha trattato la mia storia, mandando in onda l’intervista realizzata da Luigi Pelazza.
Ad oggi, la mia vita è fatta di giorni uguali ai giorni, di pesanti terapie che mi permettono di sopravvivere, di ricoveri programmati in Inghilterra con cadenza trimestrale, sempre con il rischio di setticemie mortali dietro l’angolo, come già più volte è accaduto.
Ma ciò che fa più male è il silenzio assordante sulla mia situazione, l’indifferenza che percepisco da parte di chi dovrebbe mettersi al mio fianco per affermare la vera verità, perché ciò che è accaduto a me e a tanti miei colleghi meno fortunati non accada più. Ma non mi arrendo, sono fiducioso che il futuro possa regalarmi ciò per cui, fino ad oggi, ho resistito e lottato, non per me, ma per chi come me ha sofferto e soffre o ha addirittura pagato il prezzo altissimo della vita, per le nostre famiglie, costrette ad assistere impotenti ed inermi al nostro decadimento fisico e ai nostri momenti di sconforto psicologico.
Sono un uomo di Stato e nello Stato e nelle istituzioni continuo a credere, perché un giorno la vera verità posa trionfare. Prima o poi incontrerò lungo il mio cammino chi vorrà farsi carico e risolvere in maniera definitiva la questione, a dir poco bollente, dell’uranio impoverito e delle conseguenze dell’esposizione alle nanoparticelle da metalli pesanti. Sarebbe stato sufficiente informare per tutelare e proteggere, invece di esporre a pericoli certi, noti ai vertici ma non trasmessi ai soldati operativi in prima linea. Sarebbe stato sufficiente parlare.
Un impegno per le vittime di amianto e uranio impoverito
Quali sono le principali difficoltà che ha incontrato nel promuovere la consapevolezza e la giustizia per le vittime dell’amianto e dell’uranio impoverito all’interno delle Forze Armate?
La difficoltà nel pronunciare le parole “uranio impoverito”, nel far conoscere e riconoscere il problema, nel promuovere la consapevolezza sull’esistenza di un nesso causale, dimostrato, provato scientificamente e senza ombra di dubbio alcuno. Ad oggi, numerosi casi hanno ottenuto sentenze di condanna nei confronti del ministero della Difesa con conseguente risarcimento del danno. La mia battaglia, per me ancora in salita, ha almeno permesso ai tanti colleghi che si sono rivolti a me, direttamente o per il tramite delle loro famiglie, di veder riconosciuti i propri diritti. È una magra consolazione, soprattutto se si è pagato un servizio reso con orgoglio e onore con il prezzo altissimo della propria vita. Ma almeno è stata fatta giustizia.
I rischi per la salute
Può spiegare quali sono i rischi specifici legati all’uranio impoverito e come influisce sulla salute dei militari esposti?
Quando un penetratore all’uranio impoverito impatta su un obiettivo, o quando un carro armato con corazzatura all’uranio prende fuoco, parte dell’uranio impoverito brucia e si frammenta in piccole particelle: micro e nanoparticelle. I penetratori all’uranio impoverito che non colpiscono l’obiettivo possono rimanere sul suolo, essere sepolti o rimanere sommersi nell’acqua, ossidandosi e disgregandosi nel corso del tempo. La dimensione ridottissima delle particelle, generate dall’uranio impoverito, la facilità con cui esse possono essere inalate o ingerite e la loro capacità di muoversi attraverso l’aria, la terra, l’acqua o nel corpo di una persona, dipendono dalla maniera in cui si è polverizzato l’uranio impoverito metallico.
Un pericolo dimostrato
I test effettuati dall’esercito statunitense hanno dimostrato che quando un penetratore all’uranio impoverito colpisce un obiettivo, dal 20 al 70% del penetratore brucia e si frammenta in piccole particelle.
Ciò significa che a seguito dell’impatto di un penetratore all’uranio impoverito da 120 mm contro un bersaglio corazzato si liberano da 1 a 3 kg di polvere di uranio, radioattiva e altamente tossica. Un carro armato colpito da tre di queste munizioni e l’area attorno ad esso potrebbero essere contaminati da 3 a 9 kg di particolato di uranio.
Naturalmente la polvere prodotta da un impatto iniziale potrebbe essere rimessa in sospensione da impatti successivi. Le esplosioni durante i test e gli studi sul campo hanno mostrato che la maggior parte della polvere prodotta dagli impatti (costituita dal proiettile stesso ed in maggior proporzione dal bersaglio stesso) finisce per depositarsi entro un raggio di 50 metri dal bersaglio.
Tuttavia, considerando le particelle più fini (tra il miliardesimo ed il milionesimo di metro), pur costituendo una parte relativamente ridotta della massa totale, queste saranno disperse in atmosfera sotto forma di aerosol su distanze di centinaia di chilometri. L’uranio impoverito è un metallo pesante radioattivo. Un contatto diretto e prolungato con munizioni o corazzature all’uranio impoverito può causare effetti clinici nefasti. Tuttavia, l’uranio impoverito giunge al suo massimo potenziale di danno quando suoi frammenti o polveri penetrano nel corpo. La tossicità chimica dell’uranio impoverito rappresenta la fonte di rischio più alta a breve termine, ma anche la sua radioattività può causare problemi clinici nel lungo periodo (anni o decenni dopo l’esposizione).
Troppe vittime
Una stima delle vittime?
Non è il numero delle vittime, tante, troppe, a rendere la problematica importante e da affrontare con urgenza, perché credo che fosse soltanto “una” vittima dovrebbe avere la stessa attenzione! Ma per farvi capire quanto grave sia quanto accaduto, ad oggi, sappiate che siamo oltre diecimila i malati e circa mille “contaminati” sono deceduti.
Misure concrete per arginare il rischio e tutelare i militari
Ha menzionato l’importanza di informare i militari sui rischi delle sostanze pericolose. E in effetti, molti militari, come lei, non sono stati adeguatamente informati dei pericoli dell’uranio impoverito.Quali misure concrete suggerisce che il ministero della Difesa dovrebbe adottare per migliorare la sicurezza e l’informazione tra i militari per evitare simili tragedie in futuro?
Banalmente sarebbe sufficiente formare e soprattutto informare, senza pensare ad azioni eclatanti. Ciò che fino ad oggi è mancato è l’ammissione delle responsabilità ed il pieno riconoscimento del problema, che si è invece insabbiato, sottovalutato, nascosto. Ancora oggi si spara con proiettili all’uranio impoverito, ad esempio in Ucraina.
Non è certo un mistero, né il loro utilizzo, né la loro provenienza.
Ci sono evidenti interessi economici, politici, governativi che, a vari livelli di scelte e responsabilità, consentono tutto ciò. Dico sarebbe sufficiente, perché sono un sognatore ma non certo credo nell’utopia, per questo è fondamentale informare e proteggere adeguatamente. L’ideale sarebbe non usare più proiettili all’uranio impoverito, ma almeno sarebbe auspicabile rendere il più possibile sicuro per i militari il loro utilizzo. Certo, fa male constatare che poi rimanga il problema gravissimo delle malformazioni, delle patologie, dei rischi ai quali si espone la popolazione civile che vive in prossimità dei poligoni o nei territori bellici dove se ne fa ancora uso.
Il Colonnello Calcagni e il ruolo di coordinatore ONA
il Colonnello Carlo Calcagni al convegno ONA insieme con L’Avv Ezio Bonanni, presidente ONA e gli altri relatori
Com’è iniziato il suo impegno con l’ONA e qual è stato il momento decisivo che l’ha portata a diventare coordinatore?
Sono fermamente convinto che occorra unire le forze per affrontare grandi battaglie. Per questo, insieme al presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, avv. Ezio Bonanni, abbiamo deciso di fare fronte comune, con l’obiettivo di: informare, aiutare, assistere e tutelare chi ha soltanto la “colpa” di aver fatto il proprio dovere, eseguendo un ordine, e si ritrova “solo” proprio nel momento del bisogno. Questo si amplifica, ancor di più, per chi perde un familiare e si ritrova a vivere il dolore nel silenzio più assordante, nell’assenza delle Istituzioni.
Obiettivi nel breve e lungo termine
La sua esperienza personale come vittima del dovere ha certamente influenzato il suo lavoro di coordinatore ONA, in difesa delle vittime dell’uranio impoverito e dell’amianto, sia nell’Esercito sia nelle altre Forze Armate. Quali sono i principali obiettivi e sfide che affronta in questo ruolo?
Metto a disposizione la mia esperienza, anche se negativa, perché so quanto sia necessario e utile. La mia competenza e la mia professionalità mi hanno permesso di far ottenere il riconoscimento della causa di servizio e lo status di vittima del dovere o soggetto equiparato, per molti colleghi e familiari, con i relativi benefici. Ho fatto parte, in qualità di consulente esperto, della Commissione Parlamentare d’inchiesta. Come componente, dell’unico tavolo tecnico sull’uranio impoverito, istituito nel 2019 con decreto ministeriale dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta che mi ha nominato suo consulente e consigliere.
Obiettivi raggiunti
Può condividere un esempio concreto di un successo ottenuto dall’ONA sotto la sua guida nella difesa delle vittime dell’uranio impoverito?
Proprio grazie al mio vissuto ed alla profonda conoscenza della normativa e della legislazione vigente, degli studi scientifici effettuati su di me e numerose pubblicazioni scientifiche, sono riuscito a documentare gli effetti della “contaminazione” sull’uomo. Ed ottenere sentenze a favore di vittime o familiari delle stesse, nei procedimenti di ONA contro i provvedimenti di diniego da parte del Ministero della Difesa.
Una goccia nel mare…
Come possono i cittadini e le famiglie dei militari supportare le vittime dell’uranio impoverito e contribuire alla loro causa?
Le famiglie possono fare ben poco, se non stare accanto ai propri cari, fornendo supporto e sostegno per la causa. E questo già sarebbe tanto.
Se penso alle numerose vittime che non hanno più voce, le famiglie possono invece continuare a lottare per fare valere i diritti negati.
Questo perché si possa affermare senza ombra di dubbio la vera verità. Anche per questo io sono a disposizione di chiunque richieda il mio aiuto. Sono pronto a tendere una mano a chi è in difficoltà nel disbrigo delle procedure burocratiche e legali.
Ho addirittura studiato, mi sono specializzato in diritto. Ho approfondito la giurisprudenza sul tema, conseguendo una laurea, per poter affiancare con competenza e serietà le situazioni che mi venivano sottoposte.
Ogni giorno, lavoro per gli altri, trascurando il mio.
Tuttavia lo faccio per senso del dovere e della responsabilità. Con spirito di abnegazione e sacrificio, le stesse qualità per le quali e con le quali ho espletato il mio servizio militare, sempre e comunque.
Progetti futuri
Quali sono i progetti futuri dell’ONA per rafforzare la tutela delle vittime dell’amianto e dell’uranio impoverito? Ci sono nuove iniziative in programma?
Oggi sono a disposizione dell’altro. Non volo più, non indosso l’uniforme, benché sogni ancora di poterlo fare e di essere nuovamente richiamato in servizio, non posso più salvare vite umane nelle missioni.
Posso però dare un senso alla mia vita ed alla mia sofferenza ed è il senso del servizio, del donarmi in maniera disinteressata e gratuita.
Il tutto, senza chiedere nulla in cambio, per il piacere di aiutare. Chi è in difficoltà o ha bisogno, anche solo di una persona che possa raccogliere uno sfogo o aiutare a districarsi nei meandri della burocrazia. Insieme all’ONA continueremo nella nostra attività di assistenza e tutela delle vittime, sempre al fianco delle famiglie: “nessuno resta indietro!”
Il Colonnello Calcagni lancia un messaggio ai militari
Infine, quale messaggio vorrebbe dare ai militari che potrebbero attualmente essere esposti a sostanze pericolose e alle loro famiglie?
Una persona, nel momento in cui decide con consapevolezza e coscienza di abbracciare la carriera militare, mette in conto rischi e pericoli. È una missione, a tutti gli effetti. I rischi sono altissimi, indipendentemente dalle munizioni con uranio impoverito.
La vita è appesa ogni giorno a un filo invisibile, la vita di ognuno di noi esseri umani che siamo di passaggio su questa Terra. L’unica certezza, al momento della nascita, è la morte, insita nella stessa condizione umana.
Certo, un soldato rischia di più e più spesso. La precarietà della vita umana è percepita come amplificata. Oggi posso solo sperare che i miei colleghi, che vivono quotidianamente al servizio dello Stato, per onorare il Tricolore ed agiscono spinti dall’amor di Patria, abbiamo la tutela dell’informazione ed abbiano le protezioni adeguate. Ecco perché non dobbiamo mai stancarci di parlare, di divulgare informazioni, di tenere accesi i riflettori sulla questione dell’uranio impoverito. Si deve diffondere la consapevolezza e la conoscenza del problema e dei rischi, ormai scientificamente accertati ed acclarati. Solo così, si potrà sperare che in futuro ci siano meno vittime. Alle famiglie, posso solo dire di essere sempre al fianco dei propri cari, che hanno compiuto una scelta difficile, ma consapevole e responsabile. L’importante è far percepire la propria vicinanza e il proprio sostegno, senza criticare o giudicare.
Sostenere e mai arrendersi: il Colonnello insegna
La parola chiave è “sostenere”. Io mi impegno, con l’esempio, ad esortare tutti a “Mai arrendersi”. La vita è un percorso a ostacoli, ma ciò che conta è come uno di noi reagisce alle piccole grandi difficoltà quotidiane.
Il libro della vita si scrive ogni giorno. Ecco perché io ringrazio il Signore Dio per ogni nuova alba che mi permette di vedere. Valorizzo al massimo ogni giorno che mi concede di vivere. La vita è un dono meraviglioso, sempre e comunque, nonostante tutto e tutti. Il nostro compito, per onorare il dono che abbiamo ricevuto gratuitamente, è non sprecare neppure un istante.
Bisogna cercare di trovare sempre, in ogni accadimento della vita, il senso profondo e le giuste motivazioni che ci possano dare la forza di andare avanti. “La forza può mancare, il coraggio no!”.
Per dare forza e supporto, ci sono anche io. Per il coraggio, ognuno deve sforzarsi di trovarlo dentro di sé, perché esiste, basta crederci. Niente è impossibile per chi ci crede veramente.
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