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Amianto alla ex Colonia Torino di Massa Marina

Amianto alla ex Colonia Torino di Massa Marina: stop alle bonifiche?
Amianto alla ex Colonia Torino di Massa Marina: stop alle bonifiche?

L’AMIANTO CONTINUA A RAPPRESENTARE UNA MINACCIA SIGNIFICATIVA PER LA SALUTE PUBBLICA E L’AMBIENTE. NONOSTANTE LA SUA MESSA AL BANDO NEL 1992, IL PROBLEMA DELLA BONIFICA DEI SITI CONTAMINATI È TUTT’ALTRO CHE RISOLTO. UN ESEMPIO EMBLEMATICO DI QUESTA SITUAZIONE IRRISOLTA SI TROVA A MASSA MARINA, IN PROVINCIA DI MASSA CARRARA, NELLA ZONA DEL TERRAPIENO DAVANTI ALLA EX COLONIA TORINO: CITTADINI E AMBIENTALISTI ESPRIMONO PROFONDA PREOCCUPAZIONE PER LA MANCATA BONIFICA DELL’AREA CONTAMINATA

La situazione amianto in Italia 

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
L’avv. Bonanni, presidente ONA. « La bonifica dell’amianto non è solo una priorità, ma l’unico strumento realmente efficace per prevenire le patologie causate da questo killer silenzioso»

Secondo l’Osservatorio Nazionale Amianto, nel nostro Paese ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di manufatti che contengono amianto in un milione di siti contaminati. Sono tuttora contaminate 2.400 scuole, un migliaio di biblioteche e 350 ospedali (dati ONA 2022, in assenza di una mappatura sistematica ministeriale).

La mancata bonifica e il degrado dei materiali contenenti asbesto rappresentano un rischio serio, poiché le sue sottilissime fibre, quando inalate o ingerite, possono depositarsi nei polmoni e causare infiammazioni e cicatrizzazioni che, nel tempo, possono evolvere in malattie gravi.

Tra le patologie più gravi causate dall’esposizione c’è il mesotelioma, una forma di cancro che colpisce il rivestimento dei polmoni e di altri organi. Nel 2023, sono stati registrati oltre 7mila decessi e 10mila nuovi casi di questa neoplasia, un numero che continua a crescere a causa del lungo periodo di latenza della malattia.

Di fronte a questa emergenza sanitaria e ambientale, il presidente dell’ONA, lavvocato Ezio Bonanni, lancia un appello deciso e inequivocabile: «Bonificare, bonificare, bonificare! La bonifica dell’amianto non è solo una priorità, ma l’unico strumento realmente efficace per prevenire le patologie causate da questo killer silenzioso, malattie che, purtroppo, si rivelano spesso fatali».

Oltre ai rischi per la salute, questa sostanza tossica può contaminare il suolo e l’acqua, creando pericoli non solo per gli esseri umani, ma anche per la fauna selvatica. Inoltre, il processo di rimozione e smaltimento è complicato e richiede misure speciali per prevenire la dispersione delle fibre durante le operazioni di bonifica. Ma passiamo a un caso lampante di cattiva gestione dell’emergenza.

L’ex Colonia Torino a Massa Marina

La bonifica della ex Colonia ha subito ritardi a causa di blocchi del cantiere, problemi logistici e carenza di fondi

L’ex Colonia Torino di Massa Marina è particolarmente emblematica delle difficoltà che l’Italia incontra nella gestione del pericoloso minerale. L’imponente complesso architettonico, progettato dall’architetto Mario Loreti e inaugurato nel 1934, durante il periodo fascista, faceva parte di un più ampio programma del regime volto alla realizzazione di colonie estive per ospitare i figli dei lavoratori italiani durante le vacanze. 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la caduta della dittatura fascista, la struttura cessò la sua funzione originaria. Con il passare dei decenni, l’edificio fu progressivamente abbandonato e cadde in stato di degrado.

Durante il periodo di utilizzo, l’area aveva subito vari interventi e modifiche, ma solo successivamente è emerso un problema significativo legato alla presenza dell’amianto. Questo materiale, che era stato ampiamente utilizzato, fu trovato nei materiali da costruzione utilizzati all’epoca della sua edificazione, tra cui pannelli isolanti, tettoie e tubature e persino nel terreno circostante, sia in superficie sia a una profondità di 15 cm.

Per tali motivi, nel 2008 la Guardia di Finanza aveva posto il sito sotto sequestro. 

Nel 2011, era quindi iniziato un piano di bonifica affidato alla Sogesit, una società collegata al ministero dell’Ambiente. Tuttavia, le operazioni avevano subito rallentamenti dopo che la ditta incaricata aveva trovato ulteriori tracce di eternit nella parte superficiale della spiaggia. Poi, il nulla…

La bonifica non s’ha da fare…

La bonifica ha subito continui ritardi a causa di blocchi del cantiere, problemi logistici e, soprattutto per la carenza di fondi. 

Con circa 600mila euro disponibili, che non sono sufficienti per un intervento totale, si è optato per una messa in sicurezza temporanea attraverso uno strato di confinamento. Questa prevede la copertura dell’area con materiali protettivi, come teli in polietilene e strati di inerti, per ridurre al minimo l’esposizione alle fibre di amianto presenti.

Una soluzione che secondo Legambiente, equivale a “coprire i rifiuti sotto la sabbia”, senza risolvere la questione in modo definitivo.

La decisione di limitarsi a una semplice copertura protettiva ha sollevato preoccupazioni tra cittadini e ambientalisti, che temono che questa misura temporanea non sia sufficiente a garantire la sicurezza a lungo termine.

Politiche e strategie per affrontare il problema amianto

Affrontare il problema dell’amianto richiede un impegno politico e finanziario significativo. In Italia, le risorse per la bonifica sono gestite principalmente a livello regionale, il che ha portato a una disomogeneità nelle azioni e nei risultati.

A introdurre i nuovi incentivi del governo italiano per la rimozione dell’eternit, che includono contributi a fondo perduto per interventi di bonifica in edifici pubblici e privati, il Decreto Aiuti Ter del 9 novembre 2022. Questo decreto ha previsto, tra le altre misure, l’assegnazione di finanziamenti specifici per la rimozione del minerale e il miglioramento della sicurezza ambientale.

A Massa, ad esempio, l’amministrazione comunale ha pubblicato un bando per l’assegnazione di questi contributi, con scadenza fissata al 31 dicembre 2024. Tuttavia, le associazioni ambientaliste e i cittadini sostengono che questi sforzi siano insufficienti e richiedono un piano nazionale più coordinato e ben finanziato.

COTRAL condannata: 500mila euro ai familiari di un operaio esposto

COTRAL condannata per la morte di Luigi Pennacchietti: l'uomo aveva respirato amianto
COTRAL condannata per la morte di Luigi Pennacchietti: l'uomo aveva respirato amianto

LA CORTE D’APPELLO DI ROMA HA CONDANNATO COTRAL A RISARCIRE CON 500MILA EURO LA FAMIGLIA DI LUIGI PENNACCHIETTI. OPERAIO MORTO A 37 ANNI PER UN TUMORE AI POLMONI CAUSATO DALL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO. L’UOMO AVEVA LAVORATO NELLE OFFICINE DELLA SOCIETÀ DI TRASPORTO PUBBLICO DEL LAZIO A ROMA CENTOCELLE DAL 1988 AL 1994. I FAMILIARI, ASSISTITI DALL’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO, HANNO OTTENUTO GIUSTIZIA DOPO UN LUNGO ITER LEGALE

La Storia di Luigi Pennacchietti, operaio COTRAL

Luigi Pennacchietti, nato a Genazzano, in provincia di Roma il 30 maggio 1957, aveva lavorato come operaio elettromeccanico e manutentore di mezzi rotabili nelle officine della Compagnia Trasporti Laziali – COTRAL dal 1988 al 1994. 

Durante quegli anni, era stato esposto all’amianto, un minerale altamente tossico presente nei materiali con cui operava quotidianamente. L’asbesto era ampiamente utilizzato nelle officine, in particolare nei cassoni e contenitori di apparati elettrici, nei sottocassa dei veicoli e nei rivestimenti delle carrozze. Le attività di manutenzione, che prevedevano un frequente contatto con le sottilissime fibre disperse nell’aria, comportavano quindi rischi elevati.

Nel 1992, Pennacchietti iniziò a manifestare i primi sintomi di tumore polmonare. Nonostante le cure, la malattia progredì rapidamente e lo portò alla morte il 24 agosto 1994, a soli 37 anni.

Nonostante il riconoscimento del legame tra la malattia e l’esposizione al “killer silenzioso” , la vicenda ha dato luogo a un lungo contenzioso giudiziario.

Una lunga battaglia legale

La domanda di risarcimento era stata inizialmente rigettata sia dal Tribunale sia dalla Corte di Appello di Roma, che avevano ritenuto prevalente il danno da fumo di sigarette rispetto all’amianto. Dopo il ricorso dell’avv. Bonanni, la Cassazione ha accolto la richiesta dei familiari di Pennacchietti. Esaminando le testimonianze dei colleghi dell’operaio e la relazione del CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), il giudice ha quindi ribadito il principio dell’“equivalenza delle cause”, secondo cui ogni fattore che contribuisce alla malattia deve essere preso in considerazione. In particolare, la sentenza ha sottolineato che, sebbene l’esposizione al minerale tossico in COTRAL fosse meno intensa rispetto ad altre precedenti esperienze lavorative di Pennacchietti, essa ha comunque accelerato il decorso della sua patologia.

Un aspetto cruciale del verdetto è stato l’accertamento che il fumo di sigaretta, pur essendo un fattore aggravante, non può essere considerato l’unica causa del tumore. Il CTU ha infatti evidenziato come “l’esposizione all’asbesto e il fumo abbiano concorso in egual misura alla produzione dellevento morte”. «Questa sentenza è molto importante, perché afferma il principio della concausa, in ogni caso ove insorga il cancro del polmone dovuto allesposizione allamianto, il datore di lavoro è responsabile anche se il lavoratore era un fumatore», dichiara Bonanni.

La conclusione del processo e gli aspetti risarcitori

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L’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA dichiara: «Continueremo a lottare affinché nessuno debba più subire queste ingiustizie»

La conclusione del processo ha pertanto stabilito un risarcimento di 500mila € in favore dei familiari di Luigi Pennacchietti. «Questa decisione rappresenta una vittoria fondamentale nella lotta per il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’amianto –dichiara il presidente ONA – Il caso Pennacchietti dimostra ancora una volta quanto sia devastante l’esposizione a questo materiale pericoloso, e quanto sia cruciale ottenere giustizia per i lavoratori che ne sono stati vittime. Continueremo a lottare affinché nessuno debba più subire queste ingiustizie».

L’Osservatorio Nazionale Amianto tutela da anni le vittime di questo pericoloso cancerogeno. Queste possono richiedere assistenza tramite attraverso il sito o tramite il numero verde gratuito 800 034 294

Esposto ad amianto: Tenente Cabigiosu riconosciuto vittima del dovere

Esposto a uranio impoverito e amianto durante le missioni, Esposizione
Esposto a uranio impoverito e amianto durante le missioni: Il Tribunale di Verona condanna i ministeri Difesa e interno e riconosce il tenente Sergio Cabigiosu vittima del dovere

IIL TRIBUNALE DI VERONA HA RICONOSCIUTO IL TENENTE SERGIO CABIGIOSU, 50 ANNI, COME VITTIMA DEL DOVERE. CONDANNANDO I MINISTERI DELLA DIFESA E DELL’INTERNO A RISARCIRLO PER L’ESPOSIZIONE A SOSTANZE CANCEROGENE DURANTE LE SUE MISSIONI MILITARI. CABIGIOSU, COLPITO DA LEUCEMIA MIELOIDE CRONICA, HA OTTENUTO PRIMA DI TUTTO UNA LIQUIDAZIONE DI 285MILA EURO E UN ASSEGNO VITALIZIO MENSILE DI 2.100 EURO. AD ASSISTERE IL MILITARE, L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO

Vita e carriera del Ten. Cabigiosu: esposto a pericolosi patogeni 

Esposto a uranio impoverito e amianto: il tenente Cabigiosu (a destra nella foto) riconosciuto vittima del dovere

L’ex tenente Sergio Cabigiosu, originario di Verona, dove vive ancora oggi, ha intrapreso la sua carriera militare nel gennaio 2000. Dopo un periodo di formazione al Centro di Addestramento Alpino, è stato assegnato al VI Reggimento Alpini di Dobbiaco (Bolzano), dove ha iniziato a consolidare la sua esperienza professionale. 

Tra febbraio e luglio 2001, il militare ha ricoperto il ruolo di Vice Comandante di Plotone nell’ambito dell’operazione Joint Forge in Bosnia, con base a Sarajevo. Durante questa missione, che si svolgeva in un contesto di conflitto nei Balcani, lui e gli altri commilitoni si sono esposti a sostanze estremamente pericolose.

Tra queste vi erano radiazioni ionizzanti e non ionizzanti provenienti da uranio impoverito, oltre a benzene, benzidina, amianto e metalli pesanti. 

Le condizioni ambientali nella zona erano ulteriormente compromesse dalla contaminazione dovuta ai bombardamenti precedenti, che avevano disperso nanoparticelle e altri inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo. La situazione era aggravata dalla mancanza di adeguate misure di protezione e dalla scarsa informazione sui pericoli reali associati a tali esposizioni. 

Al termine dell’esperienza in Bosnia, Cabigiosu, trasferito all’VIII Reggimento Alpino a Cividale del Friuli (UD), ha continuato a servire la patria fino al suo congedo, avvenuto il 19 maggio 2002. 

L’esordio della malattia e la scoperta dell’esposizione

Nel 2017, Sergio Cabigiosu ha iniziato a manifestare sintomi preoccupanti, come stanchezza intensa e dolori ossei, che hanno spinto i medici a eseguire accertamenti approfonditi. Nello stesso anno, i risultati hanno confermato la diagnosi di leucemia mieloide cronica, una grave forma di cancro del sangue. 

Le indagini mediche hanno attribuito questa malattia all’esposizione prolungata a sostanze nocive, quali uranio impoverito e amianto, durante la missione “Joint Forge”. 

Nello specifico, i proiettili all’uranio, utilizzati per penetrare i veicoli e le strutture nemiche, sgretolavano edifici già degradati, rilasciando particelle di asbesto nell’ambiente circostante. 

Questa combinazione di esposizione a radiazioni e amianto ha avuto quindi un impatto devastante sulla salute del tenente. 

Per questi motivi, l’ex militare ha cercato di ottenere il riconoscimento come vittima del dovere e i benefici correlati previsti dalla legge italiana. 

L’iter legale e la sentenza del Tribunale di Verona

Deciso a ottenere giustizia per i danni subiti, Cabigiosu si era rivolto all’avvocato Ezio Bonanni. Il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) aveva quindi presentato un ricorso al Tribunale di Verona, sostenendo che la malattia del tenente fosse direttamente collegata alle esposizioni subite durante il servizio militare. 

Il ministero della Difesa e il ministero dell’Interno si erano tuttavia costituiti in giudizio, contestando il nesso causale tra il servizio svolto e la malattia contratta. Inoltre, i ministeri avevano eccepito il difetto di legittimazione passiva e invocato la prescrizione della domanda, poiché il militare l’aveva presentata molti anni dopo il termine del servizio. 

La sentenza del Tribunale di Verona 

Il Tribunale di Verona, sezione lavoro, sotto la presidenza del Giudice dott. Marco Cucchetto, ha emesso la sentenza n. 463/2024 il 10 luglio 2024, accogliendo il ricorso del tenente Sergio Cabigiosu. Di seguito i punti salienti della decisione: 

Giurisdizione e competenza: la Corte ha confermato la giurisdizione del giudice ordinario, stabilendo che le prestazioni per le vittime del dovere non dipendono da scelte discrezionali dell’amministrazione, ma da un accertamento oggettivo dei requisiti previsti dalla normativa. Pertanto, i benefici richiesti sono stati considerati diritti soggettivi piuttosto che interessi legittimi; 

Legittimazione passiva del ministero della Difesa: il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità del ministero della Difesa nel rispondere alle richieste di benefici speciali per gli appartenenti alle Forze Armate, in linea con le disposizioni del DPR 243/2006;

Esposizione a fattori di rischio e nesso tra servizio e malattia: le prove presentate hanno dimostrato che Sergio Cabigiosu era stato esposto a un ambiente contaminato da uranio impoverito e altre sostanze nocive durante la missione “Joint Forge” in Bosnia. Questi fattori di rischio hanno contribuito allo sviluppo della leucemia mieloide cronica. Il Tribunale ha basato la sua conclusione su evidenze documentali, relazioni mediche e i risultati della Commissione parlamentare di indagine sull’uranio impoverito.

Rigetto delle contestazioni del ministero della Difesa

Le obiezioni avanzate dal Ministero della Difesa sono state respinte. Il Tribunale ha stabilito che non esisteva documentazione o prova sufficiente per negare il riconoscimento dello status di vittima del dovere a Cabigiosu. 

In conclusione, il Tribunale di Verona ha riconosciuto la gravità dell’esposizione a sostanze pericolose subita dal ricorrente durante il servizio e ha stabilito il suo diritto a essere riconosciuto come vittima del dovere, ordinando al Ministero della Difesa di concedergli i benefici previsti dalla legge 3 agosto 2004, nr. 206. 

La sentenza ha quindi condannato i ministeri a versare una speciale elargizione di 285mila euro a Cabigiosu, oltre a un assegno vitalizio mensile di 2.100 euro. 

Un caso analogo: il giornalista Di Mare e l’esposizione ai patogeni

La vicenda di Sergio Cabigiosu richiama alla memoria un altro importante episodio: quello del giornalista Rai Franco Di Mare.

Anche Di Mare, inviato di guerra durante i conflitti nei Balcani, è stato esposto a uranio impoverito e amianto nelle stesse aree in cui operava Cabigiosu. Come il tenente, Di Mare non ricevette informazioni sui pericoli delle nanoparticelle di metalli pesanti radioattivi e non ebbe a disposizione adeguate misure di protezione.

Il parallelismo evidenzia un pattern preoccupante di negligenza da parte delle autorità militari e di governo nei confronti della salute e della sicurezza dei propri militari e dei civili inviati nelle zone di conflitto. L’Osservatorio Nazionale Amianto ha seguito entrambi i casi.

In questo modo ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di tutelare maggiormente gli esposti a queste sostanze pericolose.

Le implicazioni della sentenza e il commento dell’avv. Bonanni 

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
L’avv. Bonanni, presidente ONA. «La sentenza riconosce la gravità delle esposizioni subite dai nostri militari e pone le basi per un risarcimento adeguato per i danni alla salute sofferti»

La sentenza del Tribunale di Verona rappresenta un’importante svolta giuridica. Non solo inverte l’onere della prova per l’esposizione a radiazioni e nanoparticelle di metalli pesanti, ma stabilisce un precedente. Esso potrà essere utilizzato da altre vittime al fine di ottenere riconoscimento e risarcimento.

«Si tratta di una decisione molto importante perché riconosce la gravità delle esposizioni subite dai nostri militari. Pone le basi per un risarcimento adeguato per i danni alla salute sofferti. Questa sentenza apre la strada a una maggiore consapevolezza e protezione per tutti i nostri militari esposti a sostanze pericolose sia in patria che all’estero», commenta Bonanni. 

Sono più di 8mila i malati e più di 400 i morti, solo per l’uso di proiettili all’uranio impoverito.

L’Osservatorio Amianto, unitamente al quello delle Vittime del Dovere, ha costituito un dipartimento che si occupa della tutela dei nostri militari che hanno subito gravi danni alla salute tramite uno sportello di assistenza al numero verde 800 034 294, oppure tramite il sito ufficiale.

Terra dei Fuochi. Un caso clinico legato all’inquinamento ambientale 

terra dei fuochi
Dalla Terra dei Fuochi un caso clinico seguito in Calabria dall'oncologo Pasquale Montilla, consulente ONA

LA TERRA DEI FUOCHI, UN’AREA DELLA CAMPANIA TRISTEMENTE FAMOSA PER L’ALTO TASSO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE, È TEATRO DI NUMEROSI CASI DI PERSONE CONTAMINATE DA SOSTANZE CHIMICHE TOSSICHE. IL CASO DI UNA PAZIENTE PROVENIENTE DALLA TERRA DEI FUOCHI, ORA SOTTO LA CURA DEL DOTT. PASQUALE MONTILLA, ONCOLOGO E CONSULENTE SPECIALISTA DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA).

La Terra dei Fuochi e le conseguenze per la salute 

«Da Sin a Sin. I siti di interesse nazionale rappresentano una drammatica e devastante porta d’ingresso per patologie e patogenesi ambientale. Si diventa contaminati e deportati nel desolato mondo della malattia», dichiara l’oncologo Pasquale Montilla.

Il nome Terra dei Fuochi deriva dai numerosi roghi appiccati per bruciare questi rifiuti, che generano colonne di fumo visibili anche a distanza

La “Terra dei Fuochi” indica un’ampia area situata tra le province di Napoli e Caserta, in Campania, tristemente conosciuta per il massiccio inquinamento ambientale dovuto allo smaltimento illegale di materiali tossici. Il nome deriva appunto dai numerosi roghi appiccati per bruciare questi rifiuti, che generano colonne di fumo visibili anche a distanza. La questione è emersa all’inizio degli anni 2000 grazie a diverse inchieste giornalistiche che hanno svelato il disastro in corso. 

Da allora, la Terra dei Fuochi è diventata un emblema della devastazione ambientale e delle attività illecite legate alla malavita organizzata e alla corruzione politica ed economica. In questa area, infatti, migliaia di discariche abusive smaltiscono rifiuti industriali pericolosi e rifiuti urbani senza seguire le normative ambientali.

I roghi rilasciano nell’atmosfera sostanze chimiche tossiche, come diossine e metalli pesanti, che contaminano il suolo e le falde acquifere, con conseguenze gravi per la salute dei residenti. 

A documentare le conseguenze sanitarie di questo disastro ambientale, diversi studi epidemiologici, che hanno rilevato un aumento significativo di varie malattie tra i residenti dell’area. Tra le patologie più comuni si registrano tumori, come quelli al seno e al polmone, leucemie, malformazioni congenite e malattie respiratorie croniche come l’asma. Queste condizioni sono spesso il risultato dell’esposizione prolungata a inquinanti chimici e radioattivi, che interagiscono con il biochimismo umano provocando danni cellulari e aumentando il rischio di sviluppare malattie gravi. 

Un caso clinico emblematico della Terra dei Fuochi 

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L’oncologo Pasquale Montilla ha seguito tempestivamente il caso clinico di una paziente proveniente dalla Terra dei Fuochi. La donna presentava una pleurite essudativa criptogenica

In questo contesto di emergenza ambientale e sanitaria, un caso clinico particolarmente significativo riguarda una giovane paziente proveniente dalla Terra dei Fuochi, che è stata trasferita in Calabria per ricevere cure mediche. Seguita dal dott. Pasquale Montilla, Oncologo Medico e Consultant Specialist in Oncology dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), la donna presentava una pleurite essudativa criptogenica resistente, una condizione caratterizzata da un’infiammazione della pleura, la membrana che riveste i polmoni. 

Gli esami condotti con immediatezza hanno rivelato la presenza di alte concentrazioni di metalli pesanti e altre sostanze chimiche tossiche nei tessuti polmonari e pleurici della paziente. 

In particolare, sono state riscontrate elevate concentrazioni di zinco, tallio, alluminio, arsenico, rame, cromo, ferro, manganese, cadmio, stagno, tungsteno, piombo, titanio e litio.

Questi contaminanti, classificati come “sostanze chimiche inorganiche ad alto peso molecolare”, possiedono configurazioni elettroniche incompatibili con il biochimismo umano (l’insieme dei processi chimici e biologici che avvengono all’interno degli organismi viventi), alterandolo gravemente.

Le valutazioni diagnostiche precedenti non avevano considerato tali sostanze chimiche tossiche, impedendo così una diagnosi molecolare precisa e tempestiva.

Malattie “idiopatiche” e influenza ambientale 

Questo caso clinico evidenzia come un’esposizione prolungata a contaminanti ambientali di origine umana possa scatenare malattie che inizialmente sembrano idiopatiche, cioè condizioni mediche per le quali non è nota una causa specifica, ma che in realtà hanno una chiara connessione con l’ambiente.

I contaminanti chimici e radiochimici, che cambiano costantemente, interagiscono con il nostro biochimismo, rappresentando un serio pericolo per la salute umana. Le malattie causate da questi “esposomi amplificati“, cioè l’insieme delle esposizioni ambientali cui una persona è stata sottoposta nel corso della vita, comprese sostanze chimiche tossiche, inquinanti e altri agenti ambientali, subiscono danni tossici a causa di un effetto sinergico devastante.

Questo significa che l’interazione tra questi vari fattori ambientali amplificati produce danni alla salute molto più gravi rispetto alla somma dei singoli effetti di ciascun contaminante. 

Le patologie legate a questi fattori ambientali devono quindi essere considerate come nuove categorie nelle diagnosi differenziali e riconosciute come una nuova classe di malattie, i cui meccanismi fisiopatologici sono ancora da comprendere appieno. Gli esami effettuati sulla paziente hanno escluso la presenza di infezioni virali, batteriche o fungine, così come di anomalie citologiche indicative di neoplasie, confermando che la causa della malattia non era attribuibile a queste condizioni comuni. 

«Si conferma pertanto che agenti chimici tossici in ancoraggio fenotipico nei tessuti polmonari e pleurici determinano attivazione di processi infiammatori a futuro rischi di processi neoplastici», dichiara il dottor Montilla. 

Versamento pleurico migliora dopo corretta diagnosi e terapia

Il consulente dell’Osservatorio, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, spiega che grazie al supporto dell’associazione è stato possibile stabilire «un importante collegamento fra un approccio descrittivo e clinico della malattia a quello meccanicistico della causa». 

Questo significa che si è riusciti a mettere in relazione i dettagli clinici della malattia con le sue cause ambientali. Attualmente, questo caso clinico, che ha una patogenesi ambientale, è stato inserito nel database dell’ONA. Il team di specialisti, guidato da Montilla, esaminerà ancora il caso per fare ulteriori riflessioni e precisazioni medico-legali. 

L’impegno del’ONA

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
L’avv. Bonanni, presidente ONA, insiste sulla necessita di “bonificare, bonificare, bonificare”

«L’Osservatorio Nazionale Amianto, attraverso il “Dipartimento per la tutela, la prevenzione e la cura del mesotelioma”, prosegue il suo impegno per assistere i pazienti che hanno ricevuto questa diagnosi e per coloro che presentano sintomi correlati, indipendentemente dal quadro clinico – afferma l’avv. Ezio Bonanni -. In alcuni casi, fortunatamente, le condizioni infiammatorie non evolvono in forme cancerogene come il mesotelioma della pleura, il tumore del polmone o altre malattie asbesto correlate.  Naturalmente – conclude il presidente ONA – i progressi in campo medico non fanno venir meno la necessità di bonificare, bonificare, bonificare per evitare ora e in futuro altre esposizioni all’amianto e quindi il danno potenziale della trasformazione del rischio in un vero e proprio trauma costituito dalla malattia e, in molti casi, purtroppo dalla morte».

L’ONA APS, prosegue il suo impegno nel supporto alle vittime e ai familiari attraverso il sito e con il numero verde 800 034 294. 

Esposizione uranio e amianto: ministero della Difesa condannato 

Esposizione a uranio e amianto: il ministero della Difesa condannato a risarcire l'orfano di un colonnello
Esposizione a uranio e amianto: il ministero della Difesa condannato a risarcire l'orfano di un colonnello

LA CORTE D’APPELLO DI L’AQUILA, HA CONDANNATO IL MINISTERO DELLA DIFESA A RISARCIRE CON 250MILA EURO IL FIGLIO DEL COLONNELLO RAFFAELE ACQUAFREDDA, MORTO A 50 ANNI PER UN CANCRO AL RENE. LA MALATTIA È STATA CAUSATA DALL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO E ALL’URANIO IMPOVERITO DURANTE IL SERVIZIO MILITARE.  LA DECISIONE È ARRIVATA DOPO CHE L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO, AVEVA PRESENTATO UN RICORSO PER OTTENERE IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI DEL GIOVANE ORFANO, NEGATI IN PRIMO GRADO 

Raffaele Acquafredda, la storia dell’esposizione ad uranio ed asbesto 

Il Colonnello Raffaele Acquafredda, vittima dell’esposizione all’uranio e all’amianto, aveva prestato servizio servizio in teatri di guerra ad alto rischio, come nell’ambito dell’operazione “Joint Guardian”

Raffaele Acquafredda, originario di Montesilvano, un comune della provincia di Pescara in Abruzzo, ha mostrato sin da giovane un forte senso del dovere e una vocazione per la carriera militare, che lo hanno spinto a intraprendere un lungo percorso nelle forze armate italiane. Nel 1985, a soli 21 anni, si è arruolato nell’Esercito Italiano, servendo la Patria con dedizione e impegno fino al 2006. 

Durante la sua carriera, ha partecipato a numerose missioni all’estero, spesso in contesti estremamente pericolosi. Come Ufficiale Superiore di Artiglieria della Brigata Multinazionale Nord a Sarajevo e, in seguito, come addetto all’artiglieria terrestre ha prestato servizio in teatri di guerra ad alto rischio, come nell’ambito dell’operazione “Joint Guardian“. Durante queste missioni, è stato esposto al fuoco dei cecchini e a contaminazioni ambientali, tra cui nano particelle di uranio impoverito e altri metalli pesanti. 

Inoltre, ha subito l’esposizione a vari agenti chimici e cancerogeni, compresi polveri e fibre di amianto che contaminavano l’aria, l’acqua e il suolo nelle zone di conflitto. 

La malattia e il decesso 

Dopo dieci anni di diffide e solleciti da parte dell’ONA, il ministero della Difesa ha riconosciuto la causa di servizio per l’esposizione e ha dichiarato Acquafredda vittima del dovere

Nel 2010, dopo anni di contatto con queste sostanze pericolose, i medici hanno diagnosticato ad Acquafredda un cancro al rene. Una patologia spesso legata all’esposizione all’uranio impoverito e ad altre sostanze chimiche tossiche. La diagnosi è stata un duro colpo per il militare e la sua famiglia, segnando l’inizio di una lunga battaglia contro la malattia. Nonostante gli sforzi e le cure ricevute, il tumore è avanzato inesorabilmente e, il 1° ottobre 2012, Acquafredda è morto a soli 50 anni, lasciando la moglie e due figli ancora molto giovani 

L’iter legale e il ruolo dell’ONA 

Grazie all’impegno dell’Avv. Ezio Bonanni, Presidente ONA, l’orfano del colonnello riceverà circa 250mila euro per i ratei arretrati e un vitalizio mensile di 2100 euro

Alla morte di Acquafredda, l’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, ha preso in carico la causa della famiglia del colonnello. L’avv. Bonanni, noto per il suo impegno nella tutela dei diritti dei lavoratori esposti all’amianto e ad altre sostanze tossiche, ha deciso di avviare una battaglia legale per ottenere il riconoscimento della causa di servizio per Acquafredda e i relativi benefici per i suoi familiari. 

Dopo dieci anni di diffide e solleciti da parte dell’ONA, il ministero della Difesa ha riconosciuto la causa di servizio per l’esposizione. Ha dichiarato Acquafredda vittima del dovere. Di conseguenza, ha erogato le relative prestazioni previdenziali alla vedova e a una delle figlie. Tuttavia, ha negato i diritti del figlio orfano, ritenendo che non fosse a carico fiscale del padre al momento della sua morte. Questa decisione è stata confermata in primo grado dal Tribunale di Pescara il 20 gennaio 2023. 

Il presidente dell’ONA ha quindi impugnato questa decisione ha portato il caso in secondo grado. In questa sede, la Corte d’Appello di L’Aquila ha riformato la sentenza del Tribunale di Pescara. Dopo aver esaminato attentamente i dettagli del reddito del figlio di Acquafredda, la Corte ha stabilito che «al momento del decesso del padre, il figlio era fiscalmente a carico. Considerando che il reddito prodotto nel 2012 era in gran parte successivo alla morte del genitore». Questa interpretazione ha riconosciuto il diritto del giovane orfano ai benefici economici previsti per i figli a carico di vittime del dovere, come specificato dall’art. 6 della legge n. 466/1980. 

L’orfano riceverà circa 250mila euro per i ratei arretrati e un vitalizio mensile di 2100 euro. 

Ma la battaglia non finisce qui: no all’esposizione a uranio e amianto

Attualmente, il caso del colonnello Acquafredda è al centro di ulteriori procedimenti legali. I familiari del militare hanno promosso una causa al TAR. Per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Un altro giudizio è in corso al Tribunale di L’Aquila per affrontare il danno da lutto subito dalla vedova e dai due orfani. 

Il commento del presidente ONA, avv. Ezio Bonanni La recente sentenza della Corte d’Appello ha rappresentato un importante passo avanti nel riconoscimento dei diritti dei militari. Stabilendo un precedente significativo per future richieste di giustizia. «Prosegue l’epidemia dei nostri uomini in divisa impegnati nelle missioni per effetto dell’uso di proiettili all’uranio impoverito: più di 400 i deceduti e 8.000 i malati – denuncia l’avv. Ezio Bonanni – come Osservatorio Nazionale Amianto proseguiamo il nostro impegno in rappresentanza e tutela dei nostri militari e di tutte le vittime che hanno subito l’esposizione alla fibra killer». 

L’auspicio è che il ministero della Difesa, ora condannato, non solo risarcisca adeguatamente la famiglia di Acquafredda, ma riveda anche le proprie politiche per prevenire casi simili in futuro. 

L’ONA APS continua a sostenere le vittime e i loro familiari attraverso il suo sito ufficiale e il numero verde 800 034 294. Offrendo assistenza e consulenza legale.