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domenica, Agosto 9, 2026
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Amianto nella Marina, mega risarcimento a vedova di un nocchiere

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Nocchiere Antonio e Marco Ballini e Delfina Lucignani

Il Tribunale di Grosseto ha condannato i ministeri della Difesa e dell’Interno a risarcire la vedova del nocchiere Antonio Ballini, deceduto per mesotelioma per l’esposizione alla fibra killer nelle unità navali della Marina Militare Italiana. La donna riceverà circa 400mila euro (comprensivi degli arretrati), e l’erogazione proseguirà per tutta la vita con un vitalizio di 1.900 euro mensili.

Ballini è morto nel 2014 a soli 69 anni per essere stato a contatto, tra il 1965 e il 1967, con l’amianto utilizzato nelle navi della Marina. In particolare nei motori, essendo stato adibito alla manutenzione dei mezzi, nonché impiegato in attività di pulizia di cucine e impianti di riscaldamento e caldaie.

Antonio Ballini

Quando ha ricevuto la diagnosi una grande sofferenza si è abbattuta sul militare e sulla sua famiglia. Soltanto pochi mesi dopo è deceduto e la moglie, Delfina Lucignani, ha portato avanti, per lei e per suo figlio Marco, la battaglia legale contro uno Stato che fatica a riconoscere i diritti delle vittime dell’amianto e, in questo caso, delle vittime del dovere.

Riconosciuto al nocchiere lo status di vittima del dovere

Il Tribunale ha pure dovuto riconoscere al 69enne lo status di vittima del dovere che in un primo momento gli era stato negato. Durante il processo la consulenza tecnica ha ricondotto la malattia, e il conseguente decesso, all’attività svolta da Ballini durante i 2 anni in cui ha prestato servizio nella Marina Militare.

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Secondo il Tribunale deve “ritenersi che l’esposizione ad amianto del Ballini sia avvenuta in occasione dello svolgimento di attività di servizio e nell’espletamento delle funzioni d’istituto” e che “la patologia contratta e il decesso derivatone siano riconoscibili come dipendenti da causa di servizio per le particolari condizioni ambientali in cui il ricorrente ha operato”. In base a questa motivazione ha riconosciuto al nocchiere la qualità di soggetto equiparato alle vittime del dovere.

Bonanni: “Sanzianato l’operato della Marina Militare”

“Ancora un’altra pronuncia della Magistratura – ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni, legale della famiglia e presidente dell’Osservatorio nazionale amianto – che sanziona l’operato della Marina Militare. Nel nostro caso il Tribunale ha sì riconosciuto i diritti del nocchiere e della vedova, ma non quelli dell’orfano, perché al momento della morte del padre, questi avevano già iniziato a lavorare.

“Si tratta di una chiara ingiustizia – ha continuato Bonanni – contro la quale faremo appello. Intanto promuoveremo anche l’azione di risarcimento del danno a carico del ministero. Sarà utile la recente sentenza della Corte di Appello di Venezia, che ha condannato gli alti Ammiragli e Comandanti, per la morte di questi marinai. Trovo veramente stucchevole e francamente inaccettabile che il Ministero si ostini a negare i diritti delle vittime dell’amianto. La nostra battaglia proseguirà nelle aule dei Tribunali, fino a quando non ci sarà la presa d’atto da parte della Marina della lesività dell’amianto e dei danni che ha provocato ai suoi uomini”.

L’Ona da sempre è al fianco delle vittime dell’amianto e del dovere, con una assistenza legale gratuita, in primo luogo. Si batte però anche per le bonifiche dei siti contaminati per la mappatura dei quali ha realizzato una apposita App. L’avvocato Bonanni ha delineato nel “Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“, i rischi legati all’asbesto. Questo minerale causa, infatti, oltre al mesotelioma tutta una serie di patologie asbesto correlate.

Mesotelioma: scoperta terapia più efficace, ma investimenti fermi

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Da sinistra l'avvocato Ezio Bonanni, il professore Marcello Migliore e il giornalista Massimo Lucidi

Mesotelioma terapia, intervista al luminare Marcello Migliore

“Non dobbiamo occuparci solo del mesotelioma, ma del paziente a 360 gradi”. In questa frase è racchiusa la missione del dott. Marcello Migliore, professore ordinario e chirurgo toracico, oncologo e luminare nel trattamento del mesotelioma pleurico. Migliore è intervenuto al convegno “Amianto, ambiente, salute: per Roma Capitale d’Europa”, organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto e dal suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni.

Il professore, che è anche responsabile del Programma infradipartimentale di chirurgia toracica mini-invasiva e nuove tecnologie realizzato da una collaborazione tra il Policlinico e l’Università di Catania, ha spiegato subito come la sua collaborazione con l’Ona è dettata dalla volontà di dare un contributo, anche ai pazienti seguiti dall’organizzazione. Pazienti che si sono ammalati, purtroppo, di malattie che sono devastanti per loro e per le loro famiglie.

Al centro il paziente, non il mesotelioma

L’empatia e la cura che il professor Migliore ha per chi soffre sono emerse con tutta la loro forza durante il suo intervento: “Dopo la diagnosi i pazienti vanno su internet e leggono che il mesotelioma lascia loro pochi mesi di vita. Allora cosa fare? Non si può dire loro che guariranno, ma bisogna dare maggiore speranza possibile e provare sempre cose nuove”.

L’oncologo, che viene da un’esperienza come primario di chirurgia toracica in un ospedale prestigioso come Papworth Hospital di Cambridge, in Inghilterra e di Cardiff, nel Regno Unito, è entrato poi nello specifico: “Operare è possibile. Prima venivano effettuati interventi molto pesanti, con l’asportazione di gran parte del polmone, la pleura, il diaframma e il pericardio. I risultati non erano però ottimali, il paziente doveva sopportare un lungo decorso per riuscire a strappare soltanto qualche mese in più di vita. Non ci sono ancora oggi soddisfacenti evidenze scientifiche sulla validità di questo intervento”.

Mesotelioma terapia personalizzata

E allora è necessario pensare a una chirurgia e ad una terapia personalizzata. Qui entra in gioco la capacità del medico di ascoltare il paziente, di comprendere le sue esigenze, di conoscere la sua vita e le sue relazioni sociali: “Un paziente depresso – ci ha spiegato Migliore facendo un esempio – reagisce diversamente alle terapie rispetto a chi, invece, affronta la malattia diversamente. Un paziente che è a casa con la sua famiglia, coccolato e circondato di attenzioni, reagisce sicuramente meglio rispetto a chi vive solo. Chi vuole tentare la via della chirurgia sarà più forte nel decorso operatorio rispetto a chi è stato, invece, magari spinto dai familiari ad operarsi”.

“La chirurgia da sola non funziona, perché non riesce a guarire il paziente. Anche quando l’intervento sembra riuscito, è facile che dopo qualche mese la patologia si ripresenti. Bisogna attendere 5 anni per capire se abbia funzionato, ma nel mesotelioma questa attesa è ridotta, perchè sono pochissimi coloro che sopravvivono addirittura a 3 anni.

Mesotelioma terapia, chirurgia citoriduttiva e chemioterapia ipertermica
Allora qual è il giusto approccio?

Per questo noi abbiamo tentato, con ottimi risultati, confermati anche da studi inglesi, accanto alla chirurgia citoriduttiva eseguita con approccio mini-invasivo, la chemioterapia ipertermica intratoracica. Nell’articolo di Alan G. Dawson, Kudzayi, Seid B. Mohammed, Dean A. Fennell, Apostolos Nakas, pubblicato sulla rivista scientifica Thorax, dell’aprile 2022, viene riconosciuta e supportata la visione di Migliore e si chiede l’inserimento della terapia nelle linee guida del trattamento del mesotelioma pleurico maligno.

Nelle conclusioni dello studio si può leggere che questo metodo è sicuro ed efficace e apporta un miglioramento dell’intervallo libero dalla malattia e in generale della sopravvivenza. Lo studio ha dimostrato, infatti, una sopravvivenza che è salita da 11 a 75 mesi e un intervallo libero dalla malattia che è passato da 7,2 a 57 mesi.

In Sicilia bloccata la cosiddetta “visione di Migliore”

Eppure, nonostante gli ottimi risultati raggiunti, il professore in Sicilia non riesce ad operare. E l’attività clinica di ricerca sul mesotelioma, che potrebbe ancora migliorare le condizioni e le aspettative di vita dei pazienti, sono bloccati al 2019. Migliore ha trovato gravi ostacoli a livello regionale, che gli hanno impedito di continuare la sua attività e che lo hanno costretto addirittuta a trasferirsi per l’ennesima volta all’estero.

“Vorrei togliere il disturbo in Sicilia – ci ha detto fortemente amareggiato – dove non c’è la possibilità di poter fare il proprio mestiere, e trovare un luogo dove possa concentrarmi unicamente sui pazienti, sulla ricerca e sull’insegnamento”.

Mesotelioma terapia: attività clinica innovativa sospesa, a chi giova?

Davanti a risultati così importanti, riconosciuti anche a livello internazionale, resta da chiedersi soltanto: a chi giova contrastare l’attività del professore che riesce ad applicare un metodo che viene eseguito soltanto in altre tre città italiane?

Anche all’estero sono stati avviati alcuni progetti, in particolare a Boston, Miami, in USA, in Germania, Barcellona in Spagna, a Budapest in Ungheria da poco e in pochi casi in Cina e in Giappone. “Ho cominciato a collaborare – ha aggiunto il professore – anche con un gruppo degli Emirati Arabi”. Questo ultimo studio sarà presto pubblicato, sperando che la politica lo prenda questa volta in considerazione.

L’amianto causa oltre al mesotelioma tutta una serie di patologie asbesto correlate. L’avvocato Ezio Bonanni ha ben spiegato il fenomeno nel “Libro bianco per le morti di amianto in Italia – ed. 2022“. L’Ona continua la sua battaglia al fianco delle vittime e dei loro familiari e ha creato una App per la mappatura dei siti contaminati.

Cardillo (ONA): “Non abbiamo sufficiente timore dell’amianto”

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Da sinistra l'avvocato Ezio Bonanni, il giornalista Massimo Lucidi e il generale dei carabinieri Giampiero Cardillo

“Abbiamo sufficiente timore dell’amianto?”. È stata questa la domanda con cui il Generale dei Carabinieri e Architetto, ora in pensione, Giampiero Cardillo, ha iniziato il suo intervento nel convegno dello scorso 28 luglio: “Amianto, ambiente e salute: per Roma Capitale d’Europa”, organizzato dall’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), presso la Sala Laudato del Campidoglio.   

L’evento, fortemente voluto dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA, ha riportato l’attenzione sui numerosissimi siti contaminati dall’asbesto nella Città eterna. 
Siti che non vengono bonificati da decenni per un coacervo di ragioni tecniche, burocratiche, istituzionali, finanziarie e legislative che riguardano tutta la Penisola, come ha tentato di riassumere nel suo breve intervento il Generale Cardillo, componente della Commissione Amianto del Ministero dellAmbiente e del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Ona.

Determinante la coscienza del pericolo

“Il mio interesse per la guerra all’amianto è duplice: come persona e come cittadino impegnato nell’ONA”. Così ha esordito poi al telefono mentre approfondiva il suo ragionamento. “ Infatti anche io sono stato a contatto con l’amianto per oltre 20 anni, come tecnico di impiantistica anche termica, dove l’amianto prima del ’92 era considerato finanche essenziale per la sicurezza sia dell’impianto, che degli operatori. Soltanto entrando per ispezionare una grande centrale termica si era esposti alla fibra killer: tutte le coibentazioni, ad esempio, ne erano colme”.

E soggiunge: “La coscienza diffusa del pericolo legato a questo minerale, usato in centinaia di vari prodotti anche domestici, è determinante per poterlo combattere.

Se manca il giusto timore tra i cittadini, vuol dire che oltre 7000 morti l’anno non raggiungono la soglia necessaria perché si formi un movimento di opinione efficace a indurre Istituzioni, organizzazioni private e pubbliche a produrre risultati concreti. Si pensi, poi, che se, per incanto, dovesse sparire oggi tutto l’amianto dal mondo, per altri 40 anni ci sarebbero morti per essere stati in passato esposti alle sue fibre. Così lungo è il ‘tempo di latenza’ dei devastati effetti dell’esposizione a quelle fibre invisibili.

Ma sanno tutti che investire nel lungo e lunghissimo periodo è diventato un fantasma sia in ambito pubblico, che privato, ma soprattutto in politica”.

Lo stimolo popolare è ancora troppo debole

“In sostanza – argomenta Cardillo – se lo stimolo popolare è ancora troppo debole sulla questione, le istituzioni non sono stimolate a organizzarsi a sufficienza. Poi, se non c’è timore, non c’è interesse per la conoscenza del fenomeno: perciò siamo stati capaci di accantonare manufatti contenenti amianto persino nelle nostre cantine (vecchi apparecchi, fili elettrici, scatoloni, tessuti protettivi, vecchi giocattoli, etc). Per non parlare dei condomini”. E avverte: “I micro-giacimenti di amianto sono molte centinaia di migliaia. Senza l’interesse  di ciascuno di noi è impossibile distruggerlo, ovunque, in sicurezza. Ho il sospetto che, ma spero di sbagliare, si abbia più paura delle conseguenze burocratiche e finanziarie di un micro-ritrovamento da rendere noto alle autoritá, che del danno che si potrebbe subire dall’inalazione/ingestione dell’amianto!”. 

Il Generale ha poi affrontato la questione da un altro punto di vista: “Lo Stato non può limitarsi a disporre il divieto di utilizzo dell’amianto, ma deve dare al cittadino la possibilità, gli strumenti facilmente praticabili e agevolazioni adeguate per rimuoverlo. 
Negli incontri con le Istituzioni che abbiamo avuto come ONA, non si rileva l’interesse o la possibilità concreta istituzionale a costituire una costosissima efficace filiera certa e trasparente per distruggerlo, non solo per accantonarlo o a trattarlo sul posto in modeste quantità, rispetto ai “giacimenti” grandi, medi, piccoli e micro che incombono sulle nostre vite”.

E allora che cosa si può fare?

“Quello che hanno fatto i tedeschi nella Ruhr. Non c’è altra strada per i grandi territori inquinati anche dall’Amianto. Hanno bonificato in dieci anni un territorio grande come una nostra media regione, senza esborso sostanziale di denaro pubblico, ma producendo progetti privati che hanno trascinato verso la Rigenerazione e lo Sviluppo una terra disastrata da cento anni. Istituzioni funzionanti e superbe!

Timore dell’amianto, associare l’obiettivo con altri più specifici

Associare l’obiettivo amianto all’obiettivo bonifica è perciò una prima idea necessaria. E associare  l’obiettivo bonifica alla rigenerazione territoriale di vaste aree (i nostri SIN e SIR) è l’idea conseguente di più alto profilo, certo la più ardua per noi italiani.

Potremmo però almeno saper associare l’obiettivo amianto ad altri obiettivi più specifici, come avvenne per incentivare il fotovoltaico sui tetti privati. Laddove ci fosse stato amianto, la bonifica veniva assistita e premiata sia dal punto di vista burocratico che sostanziale. Abbiamo avuto l’occasione (perlopiú persa) del PNRR per eliminare le perdite colossali dei nostri impianti idrici. Moltissime condotte che perdono un mare d’acqua sono in cemento-amianto. Con le provvidenze EU e di bilancio previste avremmo potuto eliminare surrettiziamente due problemi: le perdite e l’amianto che ingeriamo pericolosamente.

Ma per fare anche solo questo occorrono forze pubbliche e private che sappiano e possano progettare e amministrare bene e con celerità.

Per concludere, se i cittadini non hanno un giusto timore dell’amianto tanto da scendere in piazza e reclamare una soluzione, non resta che associare la liberazione dall’amianto ad altri obiettivi finanziati abbondantemente. Come lo Sviluppo di terre compromesse, o, più in piccolo, bonifiche per migliorare solidarmente il funzionamento di alcuni specifici beni e servizi. E se le nostre Istituzioni non sono capaci, in un virtuoso moto sussidiario verso l’alto, dovremmo almeno saper suscitare Grandi Progetti Federali Europei che sappiano fare ciò che a noi italiani non è dato, sic rebus stantibus, rispetto all’efficacia e all’efficienza delle nostre istituzioni pubbliche e private”.

L’ONA e Fare Rete insieme per un progetto sperimentale

E aggiunge: “E poi lavorare su piccoli territori, uno alla volta, per ottenere risultati concreti. Come ha ben fatto il Commissario alle piccole bonifiche, il Gen. Giuseppe Vadalá, mio illustre collega. L’Ona e Fare Rete Bene Comune di Rosapia Farese, a Roma, sta pensando a un progetto sperimentale che partirà, per il momento, in un solo municipio. Insieme andremo anche all’interno dei condomini per sensibilizzare le persone. Vogliamo prima di tutto informare. E poi, con una serie di assemblee, speriamo assai partecipate, vogliamo dare ai cittadini la possibilità di entrare a contatto con le amministrazioni e capire come muoversi. Quali siano i costi e quali le opportunità e poi discutere con le Autoritá preposte circa le criticità che emergeranno. Forse il sistema è anche questo: partire da un piccolo progetto, raggiungere risultati tangibili e magari poi, con l’interesse della stampa, ampliarlo a territori sempre più vasti”. 

Timore dell’amianto: sensibilizzare i condomini e gli esercenti

“E poi lavorare su piccoli territori alla volta, per ottenere risultati concreti. L’Ona e l’associazione Fare Rete Bene Comune di Rosa Pia Farese, a Roma sta pensando a un progetto che partirà, per il momento, in un solo municipio contro il timore dell’amianto. Insieme andremo all’interno dei condomini per sensibilizzare le persone. Vogliamo prima di tutto far passare il messaggio che non bisogna aver paura che qualcuno scopra l’amianto nei nostri edifici, bisogna avere paura dell’amianto. E poi, con una serie di assemblee, vogliamo dare ai cittadini la possibilità di entrare a contatto con le amministrazioni e capire come muoversi. Quali sono i costi e quali le opportunità e poi discutere con le autorità delle criticità che emergono. Forse il sistema è questo: partire da un piccolo progetto, raggiungere risultati tangibili e magari poi, con l’interesse della stampa, ampliarlo a territori sempre più vasti”.

“Purtroppo – ha concluso Cardillo – all’interno delle istituzioni i progettisti sono pochi e difficilmente riescono a lavorare a nuovi progetti e a seguirli in modo adeguato, per i problemi che l’amministrazione pubblica si porta dietro da tempo, come mancanza di personale e di meritocrazia. Allora forse partire dal basso può essere una possibilità e uno stimolo”.

L’amianto, come da oltre 20 anni denuncia l’Ona, causa il mesotelioma, ma anche tutta una serie di patologie asbesto correlate. Tra queste il tumore del polmone, della laringe, della faringe, delle ovaie e altre ancora. Il tempo di latenza pò raggiungere anche i 40 – 50 anni e quindi ci si ammala oggi per esposizioni all’amianto di decenni prima. L’avvocato Bonanni ha ben delineato il fenomeno nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. I casi di mesotelioma nella Penisola sono invece registrati nel VII Rapporto ReNaM dell’Inail.

Long Covid: raddoppiano i casi di depressione, ansia e stress

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uomo guarda immagine del virus

Il lockdown e il covid in generale hanno cambiato radicalmente le nostre abitudini e hanno messo a dura prova e in qualche caso minato la nostra salute mentale. Il long covid si fa sentire. L’Unicusano ha realizzato un’infografica sulla salute mentale degli italiani analizzando alcuni studi sul tema.

Non è solo una percezione quella che la pandemia ha influito sulle nostre relazioni sociali, anche dopo le restrizioni, e ha reso tutte le nostre incombenze e compiti lavorativi e familiari ancora più pesanti. I dati sono allarmanti e la dimostrazione è nel fatto che il governo sta già cercando di arginarli, ad esempio con il bonus psicologo.

Ad essere maggiormente colpiti da depressione, ansia e stress sono il personale medico, le donne e i minori. Quasi la metà di questi ultimi (il 46%), sono stati colpiti da ideazione suicidaria, autolesionismo e ritiro sociale.

Long Covid: “pandemia emozionale”

Altre conseguenze sono insonnia e disturbi dell’umore. In Italia soffre di questi problemi un italiano su 5, ovvero il 40% in più rispetto al periodo prepandemico. Gli esperti lo hanno chiamato “pandemia emozionale”: un vero e proprio stato psichico invalidante, figlio di paure, preoccupazioni, angosce e incertezze.

Rispetto al 2019, quando è esplosa la pandemia, oggi più del 31% di italiani soffre di depressione, il 32% di ansia e ben il 41% di distress, ovvero stress molto accentuato. Più dura la condizione per chi ha vissuto il Covid in prima linea, come personale medico e paramedico, degenti e familiari: il 42% in più soffre di ansia, il 40% in più di insonnia e il 28% in più di disturbo post-traumatico da stress.

Long Covid: i più colpiti donne, adolescenti e bambini

A pagarne le conseguenze – secondo i dati raccolti da Unicusano – sono donne, bambini, adolescenti, operatori sanitari e guariti dal virus. Ma anche i familiari di chi ha contratto la malattia ed è deceduto a causa di questa, chi ha perso il lavoro o chi ha incassato il colpo dei danni subìti alla propria attività. Il Covid-19 non ha trovato ostacoli sul suo cammino, ripresentandosi, di ondata in ondata, con un carico sempre maggiore di conseguenze psicologiche con cui oggi più del 31% degli italiani si trova a fare i conti.

Molte donne hanno lasciato il lavoro

A livello psicologico, il coronavirus ha esacerbato disuguaglianze già presenti nel nostro Paese, come quello tra uomo e donna. Molte di loro hanno douto abbandonare il lavoro, anche perché tra le mura di casa, con i bambini e tutte le incombenze, non riuscivano a lavorare. Chi ha resistito lo ha fatto con grande fatica, sobbarcandosi ancora più lavoro domestico e non, di quello che già svolgevano in precedenza in quantità maggiore rispetto agli uomini. Le donne italiane del Sud o Centro Italia di età compresa tra i 35 e i 64 anni con difficoltà economiche, ma un alto livello di educazione sono tra le prime vittime della Pandemia mentale.

Aumentato l’uso degli psicofarmaci

Anche l’uso degli psicofarmaci è aumentato esponenzialmente dopo il primo lockdown con effetti di rimbalzo importanti durante le varie ondate. Secondo quanto analizzato nella ricerca di Unicusano, il 14% degli italiani intervistati ha iniziato ad assumere, ex novo, ansiolitici e/o sonniferi e il 10% antidepressivi. Chi già faceva uso di questi farmaci si è trovato costretto ad aumentarne il dosaggio.

Si stima che il 10% della popolazione abbia avuto almeno un attacco di panico per la prima volta nella vita.

Se iperallerta, ipocondria, perdita del desiderio di contatto con il mondo esterno, disattivazione dello stimolo del “cervello sociale” (quello, cioè, che induce un individuo a socializzare) e attacchi di panico sono i sintomi più comuni tra gli adulti, gli adolescenti e i pre-adolescenti soffrono per il 48% di disturbi post-traumatici quali, tra i tanti, stanchezza (31%), irritabilità (16%), disorientamento (14%), apatia (13%) ed esaurimento (12%).

Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto e da loro arriva la richiesta d’aiuto più preoccupante. Adesso non bisogna lasciarli soli, come invece è stato fatto durante l’emergenza.

 

De Marinis: “Il lavoro come lo conosciamo non esisterà più”

Il lavoro
Il professor Nicola De Marinis

Il lavoro come lo conosciamo oggi tra qualche anno non esisterà più e anche la sicurezza correlata dovrà adeguarsi. Uno sguardo al futuro è stato lanciato dal professor Nicola De Marinis, consigliere della Corte di Cassazione, durante il convegno “Amianto, ambiente, salute: per Roma Capitale d’Europa”, organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto e dall’avvocato Ezio Bonanni, suo presidente.

De Marinis, dopo aver affrontato il tema dei risarcimenti per le vittime di amianto, ancora bloccate da una eccessiva burocratizzazione e da altri problemi, ha ampliato l’argomento affrontando la questione dell’ambiente di lavoro e degli infortuni.

Il lavoro e la sicurezza in questo momento storico

Lo ha fatto contestualizzando l’intervento al momento storico che stiamo vivendo, con una crisi economica dovuta alla pandemia e al conflitto in Ucraina, che il governo (con il bonus del 110%) e l’Europa (con il Pnrr), stanno cercando di arginare. Questo significa ampliare in modo sostanziale l’attività delle imprese ed è necessario prevederne anche le conseguenze.

“Nell’edilizia abbiamo – ha detto il giudice al convegno – almeno 1600 nuove aziende costituite senza attrezzature e senza personale: soggetti imprenditoriali che non hanno nessuna esperienza di mercato o di lavoro. È necessario anche consentire loro di provvedere alla sicurezza. Come è necessario pensare ai lavoratori stagionali, che vanno formati e informati dei rischi a cui vanno incontro.

Ha parlato anche di smart working e di intelligenza artificiale e lo abbiamo raggiunto al telefono per approfondire gli interessanti spunti emersi durante l’incontro.

Perché le politiche sulla sicurezza evidentemente in Italia non funzionano e ci sono ancora così tanti incidenti?

Ci sono situazioni diverse: molto dipende da un capitalismo di bassa qualità. Per esempio grandi problemi ci sono nelle campagne e nelle costruzioni, dove ci sono piccoli imprenditori che non hanno quelle capacità tecniche e non si conformano alle regole soprattutto per quanto riguarda la formazione.

Dall’altra parte si riscontra anche una resistenza dei lavoratori nell’utilizzo degli strumenti di prevenzione, perché c’è la necessità di lavorare sentendosi liberi e di contare sulle proprie forze, comportamento che porta purtroppo agli infortuni.

Un altro discorso da fare è quello del decentramento: oggi si lavora molto in appalto. Per questo dicevo durante il convegno che con il bonus 110% che permette ristrutturazioni edilizie a costo zero se votate all’efficientamento energetico, sono nate 1600 aziende senza macchinari e personale, tutte imprese formali che si affidano ad altri soggetti imprenditoriali, subappaltando i lavori. Contando su regole al ribasso. Possiamo quindi dire che le responsabilità sono anche dei committenti che risparmiano sulla sicurezza, ma anche delle stesse amministrazioni che non dovrebbero consentirlo.

Infine c’è il fortuito ovviamente, disattenzioni e obsolescenza degli strumenti.

Diverso è, invece, il discorso delle situazioni ambientali, classico l’esempio dell’Ilva, o dell’amianto. Situazioni che derivano da scarse conoscenze tecniche, come all’inizio per l’amianto, oppure scontano questa componente di inquinamento che sta alla base della necessità odierna di una transizione ecologica che metta da parte il carbone o altro. Purtroppo non siamo pronti ed è bastata una guerra per tornare indietro. Solo una cooperazione internazionale diffusa potrà consentire questo passaggio.

Per tante professioni, a maggior ragione con lo smart working, il confine tra vita lavorativa e vita privata si fa meno netto. Il peso della responsabilità della sicurezza si sta spostando verso il lavoratore?

In questo senso ci sono diversi problemi legati alla sicurezza. Il primo su questioni che conosciamo, sull’utilizzo del pc, posizioni ergonomiche, sforzo degli occhi.

Nello smart work si aggiunge il discorso della iperconnessione: l’incapacità del soggetto che organizza il proprio lavoro di riuscire a staccarsi, ad avere giuste soste. Questo ovviamente pregiudica la propria condizione di vita personale, a causa della mancanza di un orario.

C’è la questione poi della ripartizione degli oneri di sicurezza, che è riconosciuto anche sul lavoratore. Il protocollo nel 2021 (Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile), dice, infatti, in un passaggio, che il dipendente non deve mettersi in condizioni di operare in ambiti che non rispondono ai giusti requisiti di sicurezza. Si danno indicazioni generiche, ma non si identificano chiare responsabilità.

Resta poi anche da delineare norme chiare sugli infortuni in itinere, quelli che avvengono durante gli spostamenti. Ora è garantito un percorso fisso. Avendo, invece, la possibilità di muoversi, come si estende questa normativa?

L’ultima questione è invece legata alla sicurezza dei dati. Chi ne risponde? Il lavoratore che ha lavorato in un luogo non idoneo o il datore di lavoro?

Tanto si può decidere anche con gli accordi individuali, ma non sono sufficienti.

Abbiamo letto tutti la notizia dell’ingegnere di Google che crede che l’interfaccia di intelligenza artificiale LaMDA provi sentimenti e abbia coscienza di sé. Indipendentemente da questo aspetto più fantascientifico, cosa potranno fare in futuro i lavoratori per non restare senza impiego perché soppiantati dalle nuove modalità di lavoro?

È una questione di non conoscenza degli strumenti. Se un ingegnere di Google ci dice che la macchina può essere senziente e Google reagisce licenziandolo vuol dire che non è tutto chiaro e che non conosciamo gli strumenti con cui metterci in linea. Questo è già un problema. Se questo è il nuovo modo di produrre si tratta di avere una conoscenza di questi strumenti.

“La sopraffazione non è insita nella tecnologia”

Si parla tanto degli algoritmi “sbagliati”, che se impiegati in situazioni delicate, come quelle del lavoro o dell’istruzione, possono creare storture. Ma, se l’algoritmo non va bene, la colpa non è dell’algoritmo, vuol dire piuttosto che è stato scritto da una parte sola. Invece tutti dovrebbero essere coinvolti: il datore di lavoro, il lavoratore, il cliente, il fornitore, chiunque sia coinvolto. Questo presuppone una formazione che non tutti possono raggiungere, e una partecipazione che non tutti vogliono concedere. La sopraffazione non è insita nella tecnologia, ma siamo noi a crearla in quei termini.

Nella società industriale, con le catene di montaggio conoscevamo quanti lavoratori servivano. Oggi nessuno, salve alcune imprese, sa qual è la proporzione tra tecnologia e lavoro e ci si può strutturare in maniera tale che un fattore possa andare avanti in assenza dell’altro, con la sostituzione dell’uomo con la macchina, che arriva dal fatto stesso che non c’è la capacità di trattare questi strumenti. Invece dovremmo lavorare in modo tale che ci sia un equilibrio tra uomo e macchina. Lavorare non a favore del profitto, ma di un’organizzazione del lavoro adeguata: non credo che si possa fare a meno della presenza dell’uomo.

“Necessario riallineare lavoro e impresa”

È necessario riallineare lavoro e impresa in vista di questa nuova visione produttiva. Noi non possiamo tutelare il lavoratore nella condizione attuale, nella sua condizione di non conoscenza. Negli anni ’60 si conosceva come aiutarlo ed è stato possibile attuare un sistema che lo ha tutelato. E anche se quei diritti sono stati via via cancellati ora stanno tornando: basti pensare alle ultime sentenze della Cassazione, ultima la 183 del 2022, che fa un passo indietro sulla disciplina dei licenziamenti.

Oggi dobbiamo consentire ai lavoratori di professionalizzarsi nel nuovo. Quello che si trova ora è un “lavoro povero”, perché offre una professionalità che non vale sul mercato. Se non si riesce ad entrare nel sistema produttivo, perché non si ha una professionalità utile, non sarà più possibile trovare lavoro. Bisogna formare un “lavoratore d’attacco“. Oggi un esperto di E-commerce guadagna quello che vuole, un cameriere poche centinaia di euro al mese. Non abbiamo professionalità rilevanti da utilizzare. A causa di chi non ha saputo guardare avanti.

Oggi non sappiamo cos’è l’economia digitale e non sappiamo l’uomo che posto possa ricoprire al suo interno. Le istituzioni e la politica sono bloccate sulla difesa del passato, sono indietro, invece il mercato è andato avanti.