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Scheletri decapitati: rito, regolamento di conti o altro?

scheletri decapitati
scheletri decapitati


Scoperta in Slovacchia una fossa comune contenente degli scheletri decapitati. Si tratta di un macabro rituale, di un regolamento di conti o cosa?

Il mistero degli scheletri decapitati

Gli scheletri rinvenuti qualche mese fa nella fossa comune di Vráble- Vèlke Lehemby in Slovacchia, uno dei più grandi insediamenti del Neolitico europeo (occupato tra la 5250 a.C. e il 4950 a.C.), sono 38. Di essi, solo uno non ha subito lo stesso trattamento e apparterrebbe a un bambino di circa sei anni.

L’interrogativo degli archeologi

Gli archeologi stanno cercando di comporre questo rebus. Non è infatti chiaro il motivo della pratica. Un rituale funebre, una sorta di avvertimento, un regolamento di conti, un modo strano per onorare i defunti?
Quel che è certo, è che il “lavoro” mostra una metodicità e una conoscenza della tecnica impressionante.
“Sui corpi conservati abbastanza bene da avere ancora ossa del collo osservabili, la prima vertebra, direttamente sotto il cranio, era intatta”.

Ad affermarlo, Katharina Fuchs, antropologa dell’Università di Kiel, in Germania, che ha lavorato allo scavo.

Una decapitazione “intenzionale” degli scheletri?

La metodologia esecutiva suggerisce che si tratterebbe di una “decapitazione intenzionale”. A mozzare, degli arnesi molto affilati, su tutti l’ossidiana.
“Nel caso di una decapitazione violenta (tipica dei secoli medievali), per mezzo di una spada o di un’ascia, vedi segni di taglio e anche vertebre schiacciate nelle regioni del collo“, ha spiegato l’antropologa.

Un atto di guerra o un sacrificio umano?

Chiarito il rebus sull’intenzionalità del gesto, un altra domanda sorge spontanea: “faceva parte di un atto di guerra o si tratterebbe di un sacrificio umano?”
Fuchs, non esclude le due ipotesi. Durante i combattimenti poteva accadere che rotolassero via delle teste. E’ altresì probabile che si mozzassero come trofei da esporre sulle palizzate, come deterrente per i nemici.

Scheletri decapitati pre o post-mortem?

Un altro quesito senza risposta riguarda le tempistiche. Le decapitazione è avvenuta prima o dopo la morte?
A sollevarlo, il leader del progetto Martin Furholt, professore di preistoria e archeologia sociale all‘Università di Kiel.
Durante il neolitico, vigeva effettivamente l’usanza di rimuovere le teste dei defunti.
I parenti delle vittime le portavano all’interno delle loro primitive abitazioni o le trasferivano altrove per tenere come “ricordo” o per via di qualche strana credenza. Di cosa parliamo?

Potere magico

Secondo Furholt, le persone neolitiche ritenevano che i corpi avessero delle proprietà magiche ed è per tali motivi che alcune parti, soprattutto i teschi, si posizionavano sopra le palizzate che circondavano gli insediamenti.

C’è ancora molto da scoprire

In passato nel sito erano stati rinvenuti altri resti di scheletri decapitati. Essi però erano posizionati in ordine sparso e intervallati da sepolture più “normali”.

La scoperta di una sepoltura di una massa così enorme di corpi decapitati “è una sorpresa”, ha commentato Fuchs.
La ricerca prevedeva un limite di cinque settimane di lavoro, ma le ossa trovate sui bordi suggeriscono che proseguendo negli scavi, si potrebbero trovare molti altri reperti interessanti.

Scheletri decapitati trovati in altri siti

La scoperta in Slovacchia non è unica nel suo genere. Un team di archeologi dell’Università di Oxford, ha scoperto 17 scheletri decapitati, risalenti al III secolo d.C. I singolari reperti avevano i teschi posizionati ai loro piedi e si trovano negli insediamenti dell’età romana e dell’era del ferro a Wintringham, città vicino a York (Inghilterra).

Perché si ricorreva alla decapitazione?

Anche in questo caso, il significato delle decapitazioni non è chiaro.
I ricercatori hanno postulato che si potrebbe trattare di una forma di “pena capitale”. Pratica assai diffusa in epoca romana sia per uccidere le persone schiave, sia durante i sacrifici umani, nei rituali di fertilità e come esibizione dei trofei.

Fonti
Business Insider

Rosignano Solvay, risarcimento a operaio esposto ad amianto

costa dall'alto, rosignano solvay
costa dall'alto, rosignano solvay

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Solvay Chimica Italia s.p.a. che ha contestato ben due sentenze a favore di un operaio che ha contratto placche pleuriche e ispessimenti da amianto, per meno di 3mila euro. Ora l’azienda sarà costretta a pagare anche tutte le spese legali. È la storia di un 71enne che nel 2007 dopo aver lavorato per oltre 30 anni come operaio in officina meccanica e calderai nello stabilimento di Rosignano Solvay, si è ammalato di una patologia asbesto correlata.

Rosignano Solvay, l’indennizzo Inail non basta

L’Inail gli ha riconosciuto nel 2008 l’origine professionale della malattia. Nel 2014 le condizioni di salute dell’operaio si sono aggravate e l’INAIL gli ha riconosciuto un grado di menomazione maggiore, del 16%. L’indennizzo ottenuto “ristora unicamente il danno biologico permanente e non gli altri pregiudizi che compongono la nozione pur unitaria di danno non patrimoniale”, per questo ha chiesto il risarcimento di altri danni rivolgendosia all’Osservatorio nazionale amianto e al suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni.

Già in primo grado, il Tribunale di Livorno, contro cui la Solvey aveva presentato ricorso, aveva riconosciuto un risarcimento di 4995 euro, al quale era stato sottratto l’indennizzo Inail già ottenuto, di 2417,94 euro. “La differenza – aveva detto il giudice in primo grado – dovrà ritenersi spettante all’attore a titolo di danno differenziale”. La Corte di Appello di Firenze, nel 2018, era giunta alle stesse conclusioni. Ora arriva la condanna definitiva in Cassazione.

Rosignano Solvay, la multinazionale già condannata

“Davvero difficile da comprendere – ha dichiarato l’avvocato Bonanni, che assiste la vittima – l’accanimento dell’azienda per poche migliaia di euro che spettano ad un ex operaio esposto ad amianto senza essere stato mai informato dei rischi, né dotato di misure di protezione. Già in altri casi è stata condannata per l’uso dell’asbesto che era, è stato abbondantemente dimostrato, presente in ambienti privi di confinamento e di separazione”.

Il caso di Romano Posarelli

Come nel caso di un operaio morto per tumore al polmone, Romano Posarelli. I familiari ottennero più di 550mila euro di risarcimento, sempre grazie alla consulenza legale dell’Ona e del suo presidente. La società all’inizio negava sia la presenza dell’amianto, sia il nesso causale con le patologie asbesto correlate. Le prove però sono schiaccianti e tanto hanno influito anche le testimonianze di oltre un centinaio di operai colpiti da malattie legate all’asbesto.

“Questa sentenza in Cassazione – ha aggiunto Bonanni – è importante perché la Solvay attraverso un nutrito gruppo di legali in principio aveva avanzato una serie di dubbi, negando la presenza di amianto, sostenendo che non fosse dannoso e infine che fosse sufficiente l’indennizzo dell’Inail, e che l’azienda non dovesse risarcire nessun altro tipo di danno.

È una condanna che arriva al terzo grado di giudizio e diventa così un precedente significativo che vale sia nel caso della Solvay che di altri datori di lavoro che hanno utilizzato amianto. Tutti i lavoratori che hanno ottenuto l’indennizzo Inail possono ora più facilemnte chiedere, anche attraverso l’Ona, la tutela legale per il risarcimento del danno”.

Non solo a Rosignano l’amianto ha causato malattie e dolore. In tutte le aziende in cui è stato utilizzato ha portato mesoteliomi, tanti tipi diversi di tumore, abestosi e altre patologie che hanno distrutto intere famiglie. Questo nonostante se ne conoscesse la pericolosità dai primi anni del ‘900.

La storia e le vicende giudiziarie sono riportate ne “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“, l’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni. Qui affronta anche il problema del ritardo delle bonifiche che comporta una sempre più rischiosa esposizione. Per questo l’Ona ha realizzato anche una App attraverso la quale i cittadini possono segnalare i siti contaminati.

(foto dal sito mondobalneare.com)

Mela: una al giorno toglie il medico di torno? 

mela sopra dei libri, mela
mela sopra dei libri

La mela è il frutto più consumato al mondo. Scopriamo tutte le sue proprietà. Sarà vero che una mela al giorno toglie il medico di torno?

Una mela al giorno…

Iniziamo rispondono alla domanda. Sì! A sostenerlo, fra gli altri, il medico americano  David Reuben, autore del testo “Everything you always wanted to know about nutrition”. Nel libro conferma il famoso detto “una mela giorno toglie il medico di torno”. 

Quante varietà esistono 

Sebbene quella gialla Fuji sia considerata la “matrice” della prima mela, oggi abbiamo a disposizione una grande varietà di questo fantastico frutto: dalla rossa dolce e succosa (Red Delicious, Gala), a quella verde (Granny Smith) croccante e aspra.

Cosa succede quando mangiamo un mela 

Una singola mela contiene ben191 sostanze chimiche conosciute.

Quando ne sgranocchiamo una, scattano 1300 reazioni chimico-enzimatiche nel corpo. Risultato?

La pectina va nell’intestino;

Il retinolo (o vitamina A) va in direzione del globo oculare (retina);

Le antocianine iniziano a rinforzare i capillari;

Il licopene viaggia in direzione dei genitali e contrasta i radicali liberi; 

L’acqua biologica irrora le mucose intestinali.

Cosa contiene il frutto miracoloso?

La mela è un frutto nutriente. Contiene, vitamina C, rame, potassio, vitamina K, E (polifenoli antiossidanti), B1 (tiamina necessaria per la crescita e lo sviluppo) e B6 (essenziale per il metabolismo delle proteine).

Benefici per la salute

Essendo ricche di fibra (solubili) e acqua, le mele sono particolarmente indicate nelle diete ipocaloriche e un aiuto per la salute.

Le fibre solubili possono inoltre aiutare ad abbassare i livelli di colesterolo nel sangue.

La pectina, una fibra che funge da prebiotico, nutre il microbiota intestinale, un batterio “buono”.  La quercetina ha effetti antinfiammatori che possono ridurre la resistenza all’insulina, uno dei fattori di rischio per l’insorgenza del diabete di tipo 2.

Una ricerca suggerisce che le mele possono ridurre significativamente l’indice di massa corporea (BMI), un fattore di rischio correlato al peso per le malattie cardiache e prevenire l’aterosclerosi, che è l’accumulo di placca nelle arterie. 

I polifenoli possono anche avere effetti anti-obesità.

Alcuni di questi, come il flavonoide epicatechina, possono abbassare la pressione sanguigna e prevenire il rischio di ictus.

Il ruolo degli antiossidanti della mela 

Gli antiossidanti presenti nelle mele sono degli ottimi anti-tumorali. In particolare possono ridurre il rischio di sviluppare il cancro del polmone, del seno e del tratto digestivo.

Ciò si deve ai sopracitati polifenoli, che impediscono alle cellule cancerose di moltiplicarsi.

Gli antiossidanti possono altresì contrastare i radicali liberi, molecole reattive che possono accumularsi e causare stress ossidativo, danneggiando le cellule.

Migliora la salute mentale

Una revisione sistematica del 2020 ha evidenziato che il consumo di frutta e verdura può avere effetti benefici sulla salute mentale.

Un precedente studio del 2019 ha correlato il consumo di una dieta a base vegetale con una sensibile riduzione di disturbi dell’umore e ansia.

Quante mele al giorno dovremmo mangiare?

Gli esperti consigliano di consumare due mele crude al giorno. Il succo invece, non contenendo fibra in maniera sufficiente, è solo un buon dissetante. 

Rischi e controindicazioni?

È improbabile che mangiare una mela inneschi effetti collaterali indesiderati.

Attenzione però ai seguenti fattori:

Tossine: i semi di mela contengono cianuro. Occhio a non ingoiarli (almeno in grande quantità).

Allergie: alcune persone possono avere una reazione allergica dopo aver mangiato mele. Tra i sintomi che potrebbero manifestarsi: orticaria, gonfiore o difficoltà respiratorie.

Denti: fino a qualche tempo fa si riteneva che mangiare mele potesse aiutare a  rimuovere la placca dai denti. Tuttavia, gli studi non hanno trovato prove evidenti sulla questione.

Inoltre, il contenuto acido delle mele può contribuire a un accumulo di placca.

“Consigli per l’uso”

Per ottenere il massimo dei benefici, bisognerebbe consumare la mela con la buccia. Essa ha un alto contenuto di fibra, pectina e la maggior parte dei polifenoli. Ovviamente è opportuno lavarla bene per rimuovere l’eventuale presenza di pesticidi.

Melariani: cosa dicono sulla mela?

I “melariani” , vegan “fruttartiani”, crudisti, che si nutrono essenzialmente di mele e frutta non acida priva di semi, sostengono che questo frutto sia il cibo “specie-specifico della specie umana”. 

Cosa significa? Che ogni animale sulla terra ha un solo cibo elettivo, con il quale si è evoluto e ogni animale dovrebbe consumare solo quello per mantenersi in piena salute.

La loro dieta MDA (mela, frutta dolce non acida, cena alcalinizzante) prevede di iniziare e terminare la giornata mangiando una mela rossa Stark. Un’altra si deve invece assumere a metà mattina o prima del pranzo.

Questi processi servirebbero per innescare un processo di disintossicazione.

Ma questa è un’altra storia e ne parleremo magari in un prossimo approfondimento. 

Fonti 

Medicalnewstoday.con

Valdo Vaccaro

Amianto, Cardillo: “L’Ona non è nemica delle istituzioni”

timore-dell-amianto
Da sinistra l'avvocato Ezio Bonanni, il giornalista Massimo Lucidi e il generale dei carabinieri Giampiero Cardillo

Sono per l’ONA e nell’ONA dalla sua nascita, come membro del Comitato Scientifico e responsabile di un Dipartimento.

Ho girato l’Italia, partecipato a incontri, conferenze e Commissioni ministeriali al seguito dell’Avv. Ezio Bonanni e dei suoi collaboratori. L’ho fatto convinto fosse indispensabile suscitare l’attenzione, il consenso e la collaborazione pubblica e privata sulla necessità di assistere, curare, sviluppare metodiche mediche nuove per evitare i seimila morti l’anno per asbesto e le migliaia di ammalati che resistono con sintomi più o meno gravi.

Uno degli obiettivi dell’ONA è quello di favorire il giusto riconoscimento economico e normativo per chi si ammala e per le famiglie di coloro che muoiono fra atroci sofferenze. Un incarico svolto con straordinaria sapienza e acuta perizia da un un grande Avvocato specialista, quale è Ezio Bonanni.

Ora l’attività giudiziaria dell’ONA sta interessando anche gli ambiti militari e delle Forze di Polizia.

Ci sono morti e ammalati da riconoscere e risarcire anche lì.

Istituzioni, in molti mezzi c’era amianto

In molti mezzi costruiti in passato, in parte ancora in servizio (navi, aerei, elicotteri, trasporti su strada e posti di manutenzione) c’era l’amianto e i 40 anni di latenza del rischio di ammalarsi producono ancora oggi danni mortali.

È giusto riconoscere a chi si ammala e alle famiglie dei militari deceduti ogni provvidenza e risarcimento, al pari di cure adeguate e sostegno economico agli ammalati.

Detto questo, da ex militare, in coscienza mi sento in dovere di spiegare che i vertici militari e delle Forze di Polizia sono alcune volte individuati dai Tribunali come coloro che devono rispondere dell’accaduto.

Ma, nella realtà e nella verità non giudiziaria, le cose stanno molte volte diversamente.

Sarebbe giusto caricarli di colpe per i danni e le morti o, addirittura, dell’intenzione di nuocere tutte le volte che non avessero ordinato e controllato l’applicazione di tutte le misure contenute nei Documenti di Sicurezza obbligatori per i posti di lavoro.

Sarebbe giusto incolparli ed esporli al pubblico ludibrio se avessero il potere, e perciò il dovere, di fermare con immediatezza tutti i mezzi militari con amianto e chiudere subito gli ambiti pericolosi, anche quando questi siano continuamente impegnati in zone d’operazione bellica, di sorveglianza, o di soccorso civile.

Ma queste decisioni molte volte sono impossibili da prendere.

Marina, prima della pandemia fondi insufficienti

Per la Marina, ad esempio, prima della pandemia, il Governo aveva stanziato 20 dei 50 milioni necessari per bonificare parte di un centinaio di navi ancora con amianto.

Sommando teoricamente la quota di navi da fermare in cantiere per bonificarle con quelle da fermare perché pericolose, in attesa di altri fondi e arsenali liberi per lavorarle, il dispositivo di difesa si ridurrebbe drasticamente e i pericoli e danni che ne nascerebbero sarebbero altri, di non poca entità.

Da molti decenni, infatti, tutte le nostre FFAA e di Polizia con i loro uomini e mezzi garantiscono il rispetto di alleanze, accordi e trattati internazionali ineludibili partecipando a operazioni militari e di soccorso civile in patria e in mezzo mondo. Si consideri solo il naviglio, i mezzi aerei e di trasporto terrestre impegnati con i migranti.

I vertici militari hanno il dovere di segnalare l’esigenza al Governo, ma non tutto il potere di imporre una (impossibile) immediata sostituzione dei mezzi o la loro bonifica istantanea. Per sostituirli non ci vuole solo il denaro, ma anche il tempo per produrne di nuovi e acquistarli, con le lunghe procedure amministrative obbligatorie.

E ci vuole pure il tempo se si dovessero demolirle in sicurezza, quando non sia conveniente bonificarle e riutilizzarle. Intanto valgano le misure di salvaguardia previste nei documenti di sicurezza, per mitigare al massimo il rischio.

Un caso analogo, la Legge 818 su misure antincendi

Una cosa analoga accadde con la prima Legge 818 sulle misure obbligatorie antincendi.

In prima applicazione i vertici militari e civili (dai comandanti di Reparto, ai direttori di ospedali, carceri o ai presidi di scuole) si trovarono in tribunale al banco degli imputati per non aver ottemperato, senza avere i soldi, il potere e l’organizzazione dipendente per farlo.

La norma fu corretta successivamente interpretandola (partecipai alla stesura della Circolare ministeriale) limitando l’incolpazione possibile dei vertici e delle direzioni operative solo quando non avessero segnalato, senza ritardo, l’esigenza a chi, superiormente, aveva il potere di stanziare fondi sufficienti per procedere agli adeguamenti necessari per mezzo degli organi tecnici preposti.

Si consideri che dal dopo guerra, con varie giustificazioni, il bilancio delle FFAA e di Polizia, VV del Fuoco compresi, è stato limitato al minimo indispensabile, salvo accorgersi della sua insufficienza di fronte a gravi sfide, come terrorismo, mafia stragista, guerre, impegni internazionali, migrazioni bibliche, ripetute calamità naturali.

Per un’azione radicale, modernizzatrice dei mezzi militari, da concludersi in pochi anni, occorrono non i milioni, ma i miliardi e ne occorrono in notevole quantità.

Occorre una buona porzione di manovra finanziaria che le casse dello Stato dovrebbero sopportare. Non sempre si trova il giusto consenso nel Governo o in Parlamento.

L’Ona stimola le istituzioni per risolvere il problema amianto

L’ONA non deve cessare e non cesserà di stimolare l’interesse delle Istituzioni anche per il settore militare per giungere all’obiettivo “Amianto Zero nelle FF AA e di P.”

Può darsi che, se da un lato il particolare e turbolento momento storico pieno di guerre, tensioni profonde, dissesto grave del territorio impedisce il fermo istantaneo dei tanti mezzi impiegati in teatri turbolenti, dall’altro può favorirne un più rapido ricambio per migliorare le prestazioni dei dispositivi in campo.

Per questo l’Ona da una parte giustamente manifesta soddisfazione per i successi giudiziari conquistati a favore delle famiglie dei deceduti e degli ammalati. Dall’altra non è nemica delle istituzioni, anzi, aiuta da sempre nella ricerca di fondi, mezzi e sistemi per eliminare i milioni di tonnellate di amianto che ancora infestano la vita degli italiani in centinaia di migliaia di giacimenti.

L’Ona getta un ponte alle istituzioni

“Getto un ponte – mi ha detto l’Avv. Bonanni, discutendo di questo – tant’è che abbiamo sempre riconosciuto l’alto valore delle Forze Armate e il senso dell’onore. L’imprudenza di alcuni non può e non deve far disconoscere il sacrificio di tanti. Alle azioni giudiziarie ci si arriva perché spesso le domande non vengono accolte e allora la parola passa al giudice”.

“Siamo, però, sempre aperti al dialogo – ha aggiunto Bonanni – anche grazie al Generale dei Carabinieri Cardillo, ben più di un volto onesto della politica: professionalità e capacità al servizio della collettività”.

L’Ona ha tentato più volte di portare la propria esperienza all’interno delle Istituzioni per liberare il territorio dall’amianto.

(Sto tentando di farlo in questi giorni presentandomi in una lista civica a Roma e provincia: “Rocca Presidente” alle prossime Elezioni Regionali nel Lazio del 12 e 13 febbraio.

istituzioni

E, come è noto, la Regione è un punto amministrativo eccellente per migliorare la lotta all’Amianto).

L’unico, vero nemico dell’ONA è l’Amianto!

Arch. Giampiero Cardillo

       Gen.B. CC (cong.)

Fate, misteri ed esoterismo nel Quartiere Coppedè

quartiere Coppedè, Fate
quartiere Coppedè


Il Quartiere Coppedè, conosciuto anche come “Quartiere delle Fate”, nasconde misteri e simboli esoterici in ogni angolo.

Fate e misteri al Quartiere Coppedè

Fate. Il Quartiere Coppedè progettato dall’architetto fiorentino Gino Coppedè fu costruito tra il 1913 e il 1926.
Il complesso comprende 17 villini e 26 palazzine ed è noto come il “Quartiere delle Fate”.
Si trova tra Via Tagliamento e Corso Trieste con epicentro in Piazza Mincio.
Sul pavimento dell’ingresso da Piazza Mincio si trova un mosaico rotondo che raffigura tre fanciulle suonatrici (lira, voce e chitarrino) in abiti romani antichi.
Esse rappresentano le metafore dei tre villini. Ad attestarlo, la scritta: “I villini delle fate, Neme, Melete, Aede”.
La sua realizzazione avvenne a singhiozzo per via dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Ciò che salta subito all’occhio è il suo stile bizzarro, unico nel suo genere e, non sono pochi i misteri e i simboli esoterici nascosti in ogni angolo.
L’intero complesso è circondato da un giardinetto secondo il modello della città giardino.

La fantasia stilistica di Coppedè

Volendo definire lo stile, potremmo dire che è un mix di Liberty e sopratutto Art Decò (con la stilizzazione e l’esaltazione degli elementi naturali: animali e floreali).
Troviamo altresì dei chiari rimandi all’arte classica, barocca, greco antica, romana, assiro-babilonese e infine forme, fregi ed immagini neo-medievali, come quelle di fate e cavalieri. E’ realizzato con la fusione di diversi materiali, come il marmo, il laterizio, il travertino, la terracotta, il vetro.
Nel complesso, questo mix eterogeneo di stili bene armonizzati fra di loro, ricrea un’atmosfera surreale, fantastica che ci catapulta in un mondo sospeso fra passato e presente.

I Villini delle Fate: la vera chicca

La vera chicca del quartiere sono i villini delle Fate, che si innalzano su tre piani.
Essi sono caratterizzati dalla presenza di archi finemente decorati con motivi geometrici asimmetrici, loggiati e finestre ricche di colonne, che formano spesso trifore e quadrifore (due e tre colonne).
Le volte sono dipinte con tinte alternate mattone e beige, mentre le pareti sono affrescate con scene di processioni, graffiti con angioletti, motivi floreali, putti, monache e frati. I colori uniformi (non è usata la tecnica del chiaroscuro), danno l’impressione di trovarsi davanti a delle litografie anni 20-30, piuttosto che un dipinto.

I disegni: un omaggio alle città d’arte italiane

I dipinti sono un chiaro omaggio alle città d’arte del nostro Paese: Firenze (città natale di Coppedè), Venezia e Roma.
A destra, un dipinto raffigura Firenze con la cupola della Chiesa di S.Maria del Fiore e il Palazzo della Signoria. Sotto si legge la scritta “Fiorenza Bella”.
Si vedono inoltre le figure di Dante e Petrarca e il panorama della città, su cui svetta cupola del Duomo realizzata dal Brunelleschi, ma anche divinità romane e animali come api e leoni alati.
Dall’altro lato del villino, sopra il parapetto sono rappresentati la lupa di Roma con Romolo e Remo e il Leone di Venezia che affronta un veliero.

Il Quartiere delle Fate nel cinema

Il Quartiere Coppedè ha ospitato diversi set cinematografici, soprattutto per la realizzazione di film di suspense.
Secondo una leggenda, lo stesso Gino Coppedè, fu ispirato dalla pellicola del 1914, Cabiria, diretta da Giovanni Pastrone per partorire il suo capolavoro architettonico. Negli anni ’70 il regista Dario Argento girò proprio in questo quartiere alcune scene dei suoi cult-horror: “Inferno” e “L’uccello dalle piume di cristallo”. Nel quartiere sono state girate tante altre scene di film, tra cui: “Il profumo della signora in nero” di Francesco Barilli, “Ultimo tango a Zagarolo” di Nando Cicero e “Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy con Vittorio Gassman.

L’ambasciata del Marocco

Sempre nel quartiere si trova un altro suggestivo edificio: l’Ambasciata del Marocco. Costruito tra il 1918 e il 1926, ha le pareti rivestite di mattoncini e travertino, un piccolo loggiato all’ingresso e un caratteristico lampadario in ferro battuto che pende de un arco ornato con grandi maschere, efebi e decorazioni floreali.

La fontana delle rane nel quartiere delle fate

Oltrepassando l’arco del Palazzo degli Ambasciatori si arriva a Piazza Mincio, al cui centro si trova la Fontana delle Rane. Qui zampillano delle simpatiche ranocchie. Piccola curiosità: per la sua realizzazione si dice che l’architetto Gino Coppedè prese spunto dalla fontana delle tartarughe del Bernini, presente nel ghetto. La fontana è anche famosa per via del bagno che i Beatles vi fecero, completamente vestiti, dopo un concerto tenuto al Piper.

Il palazzo del ragno

Poco distante sorge il Palazzo del Ragno, in Piazza Mincio 4. L’edificio, costruito nel 1920, deve il suo nome ad un mosaico in bianco e nero posto sopra all’entrata, che raffigura l’aracnide simbolo di laboriosità. La sua facciata principale si erge come una torretta. Ai lati dell’ingresso ci sono delle colonne ondulate e sulla chiave di volta dell’arco, Coppedè posizionò un altro volto, simile a quello posizionato all’ingresso del quartiere. Al terzo piano c’è un balconcino con loggia, sopra il quale si trova un dipinto ocra e nero. L’opera immortala un cavallo sormontato da un incudine tra due grifoni e a fianco si può leggere la scritta “labor”.

Camminando si scorge la Nike alata, circondata da aquile e la Madonnella. Nel cuore del quartiere c’è inoltre l’albero della vita.

Quartiere Coppedè: fate ed esoterismo

Coppedè era un massone e di conseguenza ha disseminato il quartiere di simboli esoterici.
Il lampadario posizionato sotto l’arco d’ingresso sarebbe un simbolo del “viaggio iniziatico” alla ricerca della luce. E in effetti, i massoni sono anche soprannominati i “figli della luce” (della conoscenza), chiave per accedere alle verità nascoste. Basti pensare che durante il rito dell’iniziazione, il profano fa appunto richiesta di entrare il loggia per “trovare la luce”.
Sull’arco si può notare una coppa che ricorda quella del Santo Graal, mentre colonne, torrette e figure apotropaiche (contro il maligno), rimandano alla Torre di Babele e al Tempio di Salomone.

Sul Palazzo Hospes Salve si legge infine “Entra in questa casa chiunque tu sia; Sarai un amico. Io proteggo l’ospite”.


Fonte
sotterraneidiroma.it

viaggiesapori.net