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Centro di gravità permanente: da Gurdjieff a Battiato

centro di gravità permanente
donna in equilibrio su un tronco d'albero

Battiato cantava “cerco un centro di gravità permanente”: cosa intendeva, da chi ha ripreso il concetto?

Cerco un “Centro di gravità permanente”

Nel 1981, Franco Battiato scrisse la celeberrima hit “Centro di gravità permanente”, un capolavoro musicale, apparentemente semplice e orecchiabile, che entrò da subito nella testa di ogni ascoltatore.

Interpretare il titolo criptico, ripreso come un mantra nel ritornello, non è facile. Per capirlo, bisogna andare indietro nel tempo e studiare il Sistema della Quarta Via”, cioè il “lavoro su di sé”, la “via dell’uomo astuto”, dell’armeno George Gurdjieff (1866-1949). Utile precisare che fu Ouspensky ad usare il nome”Quarta via” per indicare l’insegnamento del maestro.

Il centro come direzione da seguire 

Gurdjieff era un libero pensatore, un filosofo, un ballerino. Aveva studiato a fondo il sufismo (il misticismo dell’Islam), le vibranti danze dei dervisci rotanti e gli aspetti esoterici di diverse religioni.

Parlando di centro di gravità, si riferiva a quel centro interiore che ogni uomo dovrebbe trovare, al fine di perseguire il suo scopo nella vita.

Detta così, il pensiero sembrerebbe banale, scontato, ovvio. In realtà, riuscire a trovare questo centro di gravità non è così facile. 

“Accidente” o consapevolezza

Innanzitutto, bisogna operare un grande lavoro interiore, per liberarsi dalla cosiddetta “legge dell’accidente”, accennata da Battiato in “odore di polvere da sparo” (album Dieci stratagemmi-2004).

Essa infatti ci rende vittima della casualità e giammai protagonisti del nostro destino.

Come fare? Gurdjieff sosteneva che bisogna innanzitutto acquisire un certo distacco da ogni situazione contingente, bisogna avere un ideale, crearlo per sé stessi. Solo così ci si potrà liberare dagli attaccamenti “meccanici”, automatismi che condizionano ogni aspetto della nostra vita.

Direzionando il nostro pensiero, la nostra volontà e i nostri sforzi intenzionalmente, si potrà arrivare a questo benedetto centro di gravità permanente.

Operando secondo il Sistema della Quarta Via, gli “accidenti” si verificheranno sempre più raramente, fino a essere del tutto esclusi dal nostro cammino di crescita interiore.

Ovviamente, occorre molta pazienza, “madre della volontà”, anche e sopratutto perché solitamente ci lasciamo influenzare, non solo dagli accidenti, ma anche dalle persone che ci stanno intorno.

Il distacco dalla materia

Come accennato, Gurdjieff riteneva fondamentale distaccarsi da ogni meccanicismo. 

Dal momento che il mondo si poggia sui sensi esterni e sulla materia, appare difficile arrivare solo a pensare che ci sia un altro mondo con il quale si possa entrare in relazione, allo scopo di ottenere la tranquillità spirituale e il famoso “distacco”.

Appare altrettanto difficile pensare che esista un centro di gravità, un mondo interiore. Esso si può capire soltanto per mezzo dell’osservazione di sé, attraverso un organo sensoriale interno, “invisibile”, non percepibile attraverso le cinque finestre dei sensi esterni. 

Solo in questo modo si può percepire dove siamo realmente, quali pensieri ci influenzano o con quali sentimenti ci identifichiamo. Influenze che operano su di noi sia sui livelli superiori sia su quelli inferiori.

Un tale processo di autodisciplina ci aiuterà, secondo Gurdjieff, a liberarci interiormente da noi stessi e dai pensieri-sentimenti meccanici scaturiti dalle circostanze esterne. 

La relazione tra il centro di gravità e gli opposti 

Si dice che l’uomo giusto stia tra gli opposti in uno stato di equilibrio. Egli sa come trarre la forza dagli opposti, pertanto il suo centro di gravità non è mai spinto da una parte all’altra. 

Come ottenere l’equilibrio? Per il Maestro armeno, bisogna partire dalla percezione della propria “nullità. Spieghiamo meglio il concetto.

Sentirsi “qualcosa”, asseriva Gurdjeff, impedisce di raggiungere una posizione tra gli “opposti chiusi” e ci porta a identificarci in un ruolo o in qualcosa che in realtà ci imprigiona.

Arrivare a realizzare la propria nullità, porta invece a rinascere in un livello spirituale più alto, in cui non oscilliamo più come un pendolo, non ondeggiamo avanti e indietro, proprio perché avremo capito che nell’equilibrio tra gli opposti sono situate tutte le possibilità di crescita.

Questo processo ci libera dalle contraddizioni dei nostri livelli inferiori.

Nessun giudizio nella “nullità”

Non considerandosi buoni o cattivi, non essendo orgogliosi di essere giusti oppure il contrario, non pensando di essere vittime o vincitori, arriviamo in questa posizione intermedia, dove tutti i centri sono in perfetto assetto e carichi della giusta energia.

Tutto è subordinato al centro di gravità

Grazie al lavoro interiore indicato da Gurdjieff, quando riusciamo a trovare il nostro centro di gravità permanente, tutto il resto sarà subordinato a esso. 

Ed è questa capacita a distingue l’uomo dominato dai livelli bassi, (chiamato uomo numero quattro), quello che non si accorge nemmeno di esistere e perché, dall’uomo “numero uno”. Quest’ultimo sente infatti il bisogno di conoscere la propria realtà, comincia a separare le cose al suo interno, il reale dall’immaginario, il cosciente dall’automatismo. Egli vede con estrema chiarezza, ha un’attenzione consapevole, conosce ogni situazione e sarà in grado di direzionale le sue forze interiori verso il centro di gravità.

Conclusioni: Battiato e il centro di gravità

Torniamo a Battiato e al significato del suo “centro di gravità”. In un susseguirsi di immagini sensoriali e caledoiscopiche, la canzone riecheggia il giocoso ritornello “cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente..”

Esso si impone quale punto fermo del testo, come per riportare al comando il sé e non le influenze esterne, proprio come anelava Gurdjieff.

Fonti

La Quarta via- Gurgjieff

Shinkasen: i velocissimi treni del Giappone

Shinkasen, treni altissima velocità
Shinkasen, treni altissima velocità

Gli Shinkasen sono i velocissimi treni del Giappone,  “the land of the rising sun”. Come si viaggia e quanto costa un biglietto. Scopriamo questa ed altre curiosità sui “bullet train”.

Shinkasen: ma quanto corrono!

Shinkasen. Nel 1964 l’imperatore Hiroito inaugurò la cosiddetta “nuova linea principale”. Da allora, la fama dei bullet train ha rapidamente catturato l’immaginario collettivo, grazie alle sue innovazioni tecnologiche. 

Con una velocità di oltre 320 chilometri all’ora, ogni anno trasporta 300 milioni di passeggeri.

Ma la cosa più sorprendente, è che in oltre mezzo secolo di servizio, nessun passeggero si è ferito o è rimasto vittima a causa di un incidente ferroviario.

Le tre classi dello Shinkasen

Il treno super veloce ha tre classi: 

  • Ordinaria o “classe economica”. Nonostante la sua definizione, è molto spaziosa e lussuosa rispetto ai normali standard;
  • Green class o “classe verde”, una sorta di business class, con poltrone molto grandi e reclinabili (non si arriva a toccare il posto di chi sta davanti, né con le mani, né con i piedi);
  • Gran class o “prima classe”. Inaugurata nel 2011 è dotata di tutti i comfort di lusso e, come per gli aerei di linea, dei galanti assistenti di cabina si rendono sempre disponibili per soddisfare le esigenze dei facoltosi viaggiatori. I bagagli si possono collocare nell’apposita cappelliera, la stessa che si trova a bordo dei velivoli. Se in seconda classe i sedili sono comodi e larghi, in Gran class sono addirittura basculanti. Sul bracciolo, si trova persino una consolle che ricorda quella della cabina dei piloti e una lampada allungabile per leggere in tutta tranquillità.

Tutti a bordo del bullet train

Iniziamo il nostro viaggio “ciclico” da Morioka, due ore a nord di Tokyo

Questa è l’unica stazione in cui due treni diversi (uno rosso e uno verde) si uniscono, grazie a dei bracci robotici nascosti nella parte anteriore: maschio e femmina.

La scena ricorda i cartoon giapponesi tipo Mazinga o Goldrake ed è alquanto suggestiva.

La vettura rossa va in direzione Akita e si chiama Komachi (nome del famoso poeta nipponico Ono no Komachi).

Quello verde va a Hayabusa e si chiama Falcon.

Hayabusa è lo Shinkasen più veloce del Giappone, ma grazie alla comodità delle sue carrozze, si ha l’impressione di stare fermi.

Si mangia. E che spuntini sullo Shinkasen!

Ogni classe prevede degli spuntini inclusi nel prezzo.

Chi viaggia nella economy, si dovrà accontentare di consumare delle caramelle alla prugna.

In prima classe, oltre alle caramelle, i viaggiatori hanno diritto a delle salviette umidificate calde e un menù. Bevande e drink sono inclusi nel biglietto.

Idem per la Gran class, ma con qualche differenza.

Dopo aver effettuato la scelta, arriva un bel “complementary box” contenente del cibo.

Non parliamo di sandwich e Coca-Cola, ma di pietanze raffinate e drink di alta gamma.

Con quello che costa? 

Il prezzo di un biglietto da Tokyo a Hokodate, Regione dell’ Hokkaido, la più lunga distanza che si può percorrere con il treno, è di 750 dollari per la Gran class. 

Da Tokyo a Sendai, andata e ritorno in economy si spendono 200 dollari.

I turisti possono acquistare il JRE’s Rail Pass.

Con 19 mila yen (circa 130 euro), si può visitare in lungo e in largo tutta la Regione di Tohoku per cinque giorni.

Il prezzo include anche una mappa dei luoghi di interesse.

I turisti possono anche comprare la Welcome Sulca card, una sorta di carta di credito accettata da quasi tutti i negozi giapponesi e con la quale si possono acquistare i prodotti dalle macchinette self service.

Distanze azzerate 

Vista la conformazione geografica del Giappone, con tutte le sue montagne, se non ci fossero questi treni, ci vorrebbero intere giornate per attraversare distanze minime. 

Ad esempio da Senday a Tokio ci vorrebbero 5 ore, con il bullet train, in soli 90 minuti si arriva a destinazione.

I guardoni di Fukushima station

Alla stazione di Fukushima è possibile assistere a un singolare spettacolo: moltissime persone si radunano per vedere il passaggio delle velocissime vetture, che sfrecciano ogni dieci minuti, rombando come tuoni. 

In attesa di prendere un altro treno, si può restare in stazione per uno spuntino nei vari fast food. Una delle specialità: i noodles express.

Il piatto viene servito in 15 secondi. Più fast di così!

A voi la scelta fra salsa soba o hubo 

La velocità è essenziale perché chi si ferma tra una coincidenza e l’altra non ha molto tempo. 

Underwater bullet train 

Ma facciamo un’altra esperienza. Stavolta sperimentiamo la tratta Hokkaido Shinkasen- Hayabusa. 

Il treno ha dieci carrozze. Anche in questo caso si può scegliere fra economy, prima classe o gran class.

Costo base per la economy è di 124 dollari.

Si parte da Shin-Hakodate-Hokuto 

Le poltrone sono spaziose, tutto è molto rilassante, c’è il wi-fi, poi si entra nel lunghissimo tunnel sotto lo Stretto di Tsugaru.

Il tunnel si chiama Seikan. E’ lungo circa 54 km e connette Honshu (l’isola principale) e Hokkaido (isola del nord). Ci vogliono ventidue minuti per attraversarlo.

Completato nel 1988, all’epoca della sua realizzazione era il tunnel ferroviario più lungo del mondo. Oggi il primato appartiene alla Galleria di Base del San Gottardo in Svizzera (completata nel 2016, lunga 57 km) .

La voce di uno speaker descrive ciò che ci aspetta: un’immersione in acqua per 23,3 km

Anche in questo caso, il primato da record spetta all’Europa. Il Tunnel del Canale della Manica ha una lunghezza di 50,5 km, di cui 38 km sott’acqua.

Uscendo dal tunnel, la prima tappa è Shin- Aomori- station

Da qui il treno continua a correre ad alta velocità, arrivando a toccare i 256 km orari. 

Il viaggio termina a Morioka Station e, come nel gioco dell’oca, ci ritroviamo al punto di congiunzione dei due treni. 

Giappone: i “tesori nazionali viventi”

tempio Giappone
tempio Giappone

In Giappone il titolo di “tesori nazionali viventi” (人間国宝 Ningen Kokuhō) spetta a degli artigiani che mantengono intatte antiche tradizioni, tecniche e abilità del patrimonio nazionale.

Giappone e i “tesori nazionali viventi

Giappone. I “tesori nazionali viventi” sono depositari non solo di un patrimonio artistico e culturale inestimabile, ma anche di valori di vita tipicamente nipponici. 

Nell’antichità, i primi a salvaguardare queste importanti figure furono gli Imperatori. Dal 1950 il Governo giapponese ha nominato alcune persone o gruppi quali “portatori di importanti beni culturali intangibili”. 

Attualmente possiedono questo titolo solo una decina di persone. Pagate (poco, a dire il vero) dalle Istituzioni, hanno la responsabilità di mantenere intatte e vive le arti antiche che risalgono all’età della pietra.

Comprendiamo la storia del Giappone 

Prima di entrare nel dettaglio, utile soffermarci, seppur velocemente, sulla storia del Giappone.

In epoca preistorica, il mare turbolento intorno all’arcipelago costituiva una frontiera naturare e invalicabile verso il continente asiatico. 

Quando tuttavia giunsero i primi bastimenti dalla Cina e dalla Corea, gli avventurieri trasferirono ai giapponesi una serie di arti, tradizioni e dottrine legate al buddismo e confucianesimo.

Il popolo nipponico assimilò bene queste novità e cercò di adattarle, in maniera assolutamente personale, alla propria realtà nazionale.

L’isolamento protezionistico

Inizialmente, a detenere il potere politico era l’imperatore, ma dal 1336 al 1867, il comando passò agli Shogun, militari che avevano i poteri di un sovrano.

Nel 1639, lo shogunato feudale Tokugawa, detto anche Edo, (1603-1868) diede via a un periodo di isolamento (sakoku), che durò due secoli.

Immerso in un contesto di pace e armonia, in una dimensione “senza tempo”, in tutto il Giappone si andò a consolidare un grande senso estetico.

L’isolamento cessò nel 1853, quando alcun fregate americane, guidate dal commodoro Matthew Perry entrarono nella baia di Tokyo

Per proteggere la Nazione dagli invasori, i samurai schierarono i loro cannoni (ridicoli in confronto agli armamenti americani) per tutta la costa. 

Gli intrusi tuttavia non si fermarono e Perry consegnò una lettera in cui si chiedeva di riaprire tutti i porti nipponici.

Da allora, finì il periodo “sakokufeudale e iniziò il “bakumatsu”, che trasformò il Paese in una delle potenze industriali e finanziare più potenti al mondo. 

Ciononostante, il Giappone ha continuato a mantenere vive le sue tradizioni più antiche.

La salvaguardia del patrimonio del Giappone 

Come accennato, la salvaguardia del patrimonio culturale e artistico del Giappone è affidata a pochi eletti. A seguire, alcune delle perle degne di nota.

Le Ceramiche di Arakawa

Nel 1930 Arakawa Toyozō trovò i resti di un forno (risaliva a oltre trecento anni fa), in cui si producevano ceramiche secondo una tradizione ormai perduta. Arakawa costruì un forno all’”antica” e cercò di recuperare le antiche tecniche di incisione, modellando oggetti in ceramica, seto e schino.

Piccola curiosità: le imperfezioni non si correggono mai, perché, secondo il buddismo zen, se ci si preoccupa troppo della tecnica pedante si perde l’essenza, l’anima del manufatto.

Per realizzare questi gioielli rispettando gli antichi criteri, si lascia girare l’argilla nel tornio, fino a quando non prende forma in modo spontaneo. 

Prima però, gli artisti contemplano la bellezza della Natura, fonte di ispirazione che va assolutamente trasmessa e impressa nel lavoro.

L’impasto di argilla bianca e smalto trasparente e un sapiente dosaggio di fuoco e acqua, sono gli unici ingredienti di questi autentici capolavori.

Le tazze si utilizzano per la cerimonia del tè”, un rituale “sacro”.

Per i monaci rappresentava un momento di contemplazione, ma oggi ha una funzione prevalentemente sociale, pur mantenendo la sua essenza spirituale.

Utile precisare che, nel caso in cui una tazza si sbecchi, essa si riparara con l’oro.

Le bambole poetiche di Juzō Kagoshima 

La tradizione delle bambole, riprese da Kagoshima, risale a 4000 anni fa.

La tecnica si ottiene modellando bambole con carta e argilla. 

Prima del procedimento, si stendono dei fogli di carta all’aperto. Poi i minuscoli pezzi vengono sovrapposti e incollati strato per strato, con grande pazienza. Per realizzare ogni bambola si possono impiegare diversi anni, ma alla fine si ottengono delle eleganti figure, uniche nel loro genere. 

Per Kagoshima (1898-1982), le bambole non erano solo degli oggetti d’arte, ma delle creature poetiche “dall’anima gentile e gaia” .

Le bambole si possono ammirare nei musei più famosi del Giappone e nelle collezioni private di personaggi facoltosi.

Teatro Bunraku di Osaka

Nel periodo di isolamento giapponese, si formò una classe di ricchi mercanti che si riuniva nei quartieri del “divertimento”, per rilassarsi.

Una delle mete preferite era il quartiere Dōtonbori di Osaka.

Qui, trecento anni fa nacque il Bunraku, una forma di teatro in cui burattini di legno e tessuto ripropongono scene di vita quotidiana del passato.

Tamao Yoshida (1919-2006) è stato l’unico burattinaio a ottenere il titolo di “tesoro nazionale vivente”.

Amato da imperatori e shogun, oggi questo genere teatrale sopravvive grazie a una compagnia di Osaka.

Durante le rappresentazioni, tre burattinai muovono i burattini, ma solo il viso del primo può essere visto. Gli altri sono incappucciati e vestiti di nero.

La caratteristica principale del bunraku è la straordinaria capacità espressiva dei burattini, che nessun attore può eguagliare. 

Questa deriva dal un lungo lavoro effettuato dal burattinaio, chiamato a ripristinare l’hara (corrisponde al ventre), cioè il centro interiore dello spirito.

Yoshida diceva che lo spirito del burattino deve entrare nel burattino stesso.

Un sistema di snodi e tiranti, permette di azionare le funzionalità motorie dei burattini, riuscendo a far esprimere loro qualsiasi emozione umana.

La carta vegetale 

A Yakumo, cittadina della prefettura di Hokkaidō, si realizza (a mano) una carta assai pregiata.

Per millenni si utilizzò per la corrispondenza imperiale, per scrivere preghiere e poesie. Pare che Rembrandt eseguisse i suoi schizzi su questa carta.

La storia della lavorazione risale al 1610.

Secondo una leggenda, un principe giapponese aveva appreso l’esistenza di questo procedimento da un sacerdote coreano. Da quel momento, chiese che anche i suoi sudditi imparassero la tecnica.

La lavorazione inizia prelevando la corteccia interna da alberi giovani. Dopo averla messa a bagno in un lago, si mette a bollire nella soda al fine di ottenere una carta bianca e morbida. Al termine della procedura, si immerge nell’acqua del pozzo. 

Per lo sfibramento, si mescola un amido vegetale con acqua e pasta di legno. Questo permette la distribuzione delle fibre e impedisce ai fogli di incollarsi tra loro. 

Dopo averli fatti sgocciolare, i fogli vengono spazzolati per completare l’asciugamento, stesi su apposite tavole e messi ed asciugare tra fiori e vegetazione.

Oggi le creazioni in carta si possono ammirare in diverse mostre internazionali.

Koto del Giappone

Oltre mille anni fa il koto, uno strumento cordofono dal suono simile all’arpa, giunse dalla Cina al Giappone. Per le ragazzi nobili e benestanti, saperlo usare era una dote apprezzata in vista di un matrimonio fortunato.

Fukimo Ionekawa (1894-1995) nata da una famiglia samurai, iniziò a studiare il koto a tre anni. Da allora, ogni estate le sue allieve si esibiscono a Tokio, tramandando in questo modo un suono antico che risveglia il passato. 

Le spade delle montagne sacre del Gassan

Secondo la mitologia giapponese, le leggi imperiali scaturiscono da tre oggetti sacri: lo specchio della saggezza, il gioiello dell’abilità e la spada della forza

In una fonderia di Nara, la prima capitale del Giappone, si forgiano ancora le spade, secondo un rituale che risale a ottocento anni fa.

Inizialmente, a commissionare gli oggetti erano principi e imperatori. 

Oggi, gli allievi della scuola di Gassan, assistono alle fasi che permettono di trasformare il metallo grezzo in una lama affilata. 

Con la stratificazione si crea un oggetto di acciaio flessibile ma anche forte. Il procedimento di battitura e ripiegamento è segreto. Si sa solo che vengo forgiati oltre 30.000 strati prima di realizzare la spada. 

Dopo che la lama ha preso forma e sono state eliminate le imperfezioni, viene temperata con argilla e carbone in modo da indurire l’acciaio. Alla fine, si incide un disegno di foglie di cedro ripiegate, che rappresenta l’antico marchio di garanzia degli artigiani.

Un tempo la spada era l’anima dei samurai e in essa erano fusi i principi giapponesi: lo spirito scintoista, la lezione intuitiva ispirata dal buddismo zen e la dispionibilità al servizio e al sacrificio, richiesta dall’etica di Confucio.

Sendai: le stoffe in canapa blu

Nella valle del Sendai, capoluogo della prefettura di Miyagila, la vita si svolge seguendo ancora i ritmi della natura.

Qui, una donna di nome Ochiba ha mantenuto viva la tradizione della tessitura della canapa per realizzare preziose stoffe blu.

Dalla crescita delle piante fino alla tessitura e tintura, ogni passaggio viene ancora eseguito nel pieno rispetto della tradizione.

Ogni aprile si pianta l’indaco (Indigofera tinctoria) e si protegge con la paglia.

Quando semi e foglie sono pronti, si mettono ad asciugare al sole per ottenere il colorante blu.

In agosto si pulisce la canapa da cui si estrae il filamento.

La tintura si esegue solo l’estate. Dopo aver immerso varie volte il tessuto nell’indaco, le tessitrici si recano al fiume per lavarlo. Dopodiché la tinta è indelebile e con il tempo diventa sempre più intensa.

Con la canapa blu si realizzano quattro o cinque kimono l’anno. 

Il teatro Kabuki 

Durante i duecento anni di isolamento, il teatro Kabuki diventò molto popolare in Giappone. 

Le prime rappresentazioni risalgono alla fine del XVII secolo e furono tenute da una sacerdotessa.

Le autorità temevano tuttavia che le donne, per via della loro sensualità, potessero avere un effetto negativo sulla morale del pubblico.

Di conseguenza, nel 1629 fu proibito alle donne di recitare nei teatri. Da allora, gli uomini interpretano anche i ruoli femminili. 

La femminilità è rappresentata in forma stilizzata. Ricoprire ruoli femminili deve sottolineare la natura essenziale e la bellezza du cui spesso le donne non sono consapevoli.

Nelle rappresentazioni, le vicenda si svolgono con danze e dialoghi, accompagnati da narratori e musicisti. 

All’inizio, il kabuki avrebbe dovuto rappresentare i personaggi bunraku e infatti gli attori imitano le movenze dei burattini.

Oggi gli attori, mantengono inalterato lo stile delle origini. 

Piccola curiosità: la loro giornata lavorativa inizia rendendo omaggio al tempio del teatro. Cosa che attesta la profonda inclinazione spirituale dei giapponesi.

La campana della pace di Buddha 

A Katori (50 km da Tokyio), nel giorno buddista della prosperità, i fedeli si riuniscono nel tempio dopo la benedizione. 

Qui, ogni anno viene portata una nuova campana che il monaco offre al tempio. 

La campana è fusa a Takaoka, città della prefettura di Toyama, dove in metallo si lavora ancora a mano. 

La campana ha un proprio spirito e personalità. 

Su di essa si incidono le immagini del Buddha. Il calco ha diverse sezioni in argilla che si uniscono fra loro e si sovrappongono nello stampo interno. 

Mentre si fa colare il bronzo fra i due stampi, i sacerdoti, presenti durante le fasi della lavorazione, pregano perché la campana sia foriera di pace. 

In fase di fusione, si aggiungono fogli di carta su cui sono scritte delle preghiere e fogli di rame che riportano i nomi delle persone che hanno elargito fondi per la realizzazione della campana. 

Essa si fa poi raffreddare per circa dodici ore, tempo necessario per capire se la colata è perfetta. 

La forma è essenziale! Si ritiene infatti che una bella forma produca un bel suono e che il suono sia la voce del Buddha.

All’alba si torna alla fonderia. 

Secondo la trazione, la campana deve suonare una volta, prima di essere posta in cima al tempio, ma prima deve esser ripulita dai residui della fusione.

Quando tutto è pronto, si procede alla messa in posa, preceduta da una cerimonia in cui vengono fatte delle offerte a Buddha: cachi, sale, calamari, fiori. 

Respira amianto in ufficio e muore, Telecom condannata

uomo che scrive, Telecom
uomo che scrive

Il Tribunale di Napoli ha condannato Telecom Italia (ex Sip) a risarcire gli eredi di un avvocato del suo studio legale di Napoli. L’uomo ha lavorato per dieci anni – tra il 1970 e il 1980 – nella sede dell’azienda della città partenopea, in via Arenaccia.

Avvocato della Telecom muore per mesotelioma, la condanna

Il professionista, A.R. sono le sue iniziali, è morto il 12 agosto 2012, a 75 anni, per un mesotelioma pleurico maligno. Aveva respirato le fibre di amianto nell’ufficio legale della Direzione regionale Campania Basilicata, seduto alla sua scrivania del secondo piano. L’ambiente era, infatti, munito di elementi di condizionamento dell’aria, accesi sia in estate che in inverno, che favorivano la dispersione dell’elemento cancerogeno.

Il mesotelioma e le altre patologie asbesto correlate

Il mesotelioma è la malattia sentinella dell’amianto. Si tratta, infatti, di un tumore causato soltanto dall’asbesto edove i casi aumentano è praticamente certa la presenza del minerale killer. I casi di questa patologia sono registrati dall’Inail che ha pubblicato da poco il VII Rapporto ReNaM.

Non è però l’unica malattia causata dall’amianto. Oltre a questa, infatti, c’è l’asbestosi, come pure il tumore del polmone, della laringe, della faringe, delle ovaie e del colon. Soltanto per citarne alcune. le vittime legate a queste patologie sono, secondo una stima Ona, circa 7mila l’anno. L’avvocato Bonanni lo spiega bene nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“.

Nonostante la cancerogenicità dell’amianto fosse dimostrata già negli anni ’40 le aziende hanno, purtroppo continuato ad utilizzarlo. In Italia è stato vietato soltanto nel 1992 con un’apposita legge.

L’Ona: “L’amianto presente sulle pareti del palazzo Telecom”

Gli eredi si erano rivolti all’Osservatorio nazionale amianto e al suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni. Il legale ha così dimostrato la presenza di amianto nell’edificio, in particolare sulle pareti.

Grazie alla relazione di alcuni lavori di demolizione e bonifica effettuati nel 2007 è risultata la presenza di amianto utilizzato per la coibentazione “tale da superare di gran lunga i limiti di tolleranza previsti dalla legge per l’esposizione”.

Nessuna informazione o dispositivo di protezione

Non solo: un collega della vittima ha dichiarato che “c’era amianto nelle pareti dell’intero edificio”, che è poi stato risanato solo molti anni più tardi. E ha aggiunto che l’avvocato che lavorava nel palazzo Sip “non aveva alcun tipo di dispositivo di protezione individuale”, così come gli altri dipendenti.

Infine non sarebbe stata posta in essere alcuna attività di informazione preventiva e di vigilanza, né i dipendenti sono mai stati sottoposti a controlli medici che avrebbero potuto prevenire la comparsa della patologia o comunque garantire una tempestiva diagnosi.

Avvocato della Telecom, enorme sofferenza dopo la diagnosi

La consulenza tecnica d’ufficio ha provato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e la malattia che ha portato il professionista al decesso. Ha inoltre stabilito che dal momento della diagnosi, nel gennaio del 2011, alla morte, l’uomo per ben 19 mesi è “sopravvissuto tra la piena consapevolezza della gravità della malattia ed il decesso”.

Questo ha comportato un grave danno psicologico che, come sostiene sempre l’avvocato Bonanni, va risarcito. “La paura di morire è per se stessa sofferenza”. Per il danno iure proprio (il danno derivante dalla recisione grave e irreparabile del legame familiare costituzionalmente tutelato, che avviene con il decesso del congiunto) è, invece, intervenuta la prescrizione. Gli eredi non ne potranno, quindi, usufruire.

Per tutti questi motivi il Tribunale di Napoli ha accolto in parte il ricorso dei due figli della vittima e della vedova, condannando Telecom al pagamento di 146.910 euro.

L’amianto è ancora presente in Italia in oltre un milione di siti e micro siti. Per questo l’Ona ha realizzato un App per le segnalazioni, per contribuire alla mappatura sul territorio.

Obesità, in Italia 25 milioni di persone sovrappeso

obesità, pancia misurata con il metro
pancia misurata con il metro

Tante, troppe persone sono ancora in Italia in sovrappeso. Tra queste tanti bambini e ragazzi con il problema dell’obesità. I dati, sempre più preoccupanti emergono dall’ultimo rapporto, il quarto, Italian Barometer Obesity Report. La ricerca è stata effettuata da IBDO Foundation in collaborazione con Istat, Coresearch e Bhave e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Molti italiani non ne sono consapevoli

Nella Penisola più di 25 milioni di persone sono obese o in sovrappeso. Il 46% degli adulti (oltre 23 milioni) e il 26,3% dei bambini e adolescenti tra i 3 e i 17 anni (2,2 milioni).

Il dato che più preoccupa e che rende vani gli sforzi per far capire quanto sia un grave problema di salute e costi in termini di malattie e sanità pubblica è che gli italiani non ne sono consapevoli. In tanti ancora non riconoscono di avere un problema di peso. L’11,1% degli adulti con obesità e il 54,6% degli adulti in sovrappeso ritiene di essere normo peso. Ancora peggiore è il fatto che il 40,3% dei genitori di bambini in sovrappeso o obesi considera i propri figli sotto-normo peso.

Obesità, differenze tra regioni

Ci sono poi differenze importanti tra regioni e zone d’Italia. Nel sud e nelle isole il 31,9% e il 26,1% dei bambini e degli adolescenti è in eccesso di peso rispetto al 18,9% al Nord-Ovest, al 22,1% al Nord-Est e al 22% al Centro.

Differenze si trovano anche tra uomini e donne. Negli adulti l’11,1% delle donne è obeso contro il 12,9% degli uomini; tra i bambini e gli adolescenti il 23,2% delle femmine in eccesso di peso contro il 29,2% dei maschi.

Obesità, i rischi per la salute

L’obesità comporta rischi molto gravi per la salute. Può causare problemi di salute mentale, disturbi cardiaci, diabete di tipo 2, come anche alcuni tumori e problemi a scheletro e articolazioni.

“Si stima – ha detto Paolo Sbraccia, vicepresidente IBDO Foundation e professore ordinario di Medicina Interna dell’Università di Roma Tor Vergata – che questa malattia causi il 58% dei casi di diabete tipo 2, il 21% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 42% di alcuni tumori e porta a circa 57mila morti annuali solo nel nostro Paese”.

Obesità, come curarla

Il sovrappeso e l’obesità sono provocati da un eccessivo accumulo di grasso corporeo. A causarli spesso stili di vita scorretti. Un’alimentazione scorretta e nello stesso tempo poca o inesistente attività fisica. Si può quindi prevenire. Quando però si arriva a un certo peso mangiare meno non basta più. E’ necessario farsi aiutare da medici specialisti e psicologi e trattarla come una malattia cronica.

L’indice di massa corporea

L’obesità o il sovrappeso si misurano con il BMI (Body Mass Index), cioè l’Indice di Massa Corporea (IMC). Calcola la percentuale di massa grassa del corpo in relazione all’altezza dell’individuo. Si ottiene dividendo il peso (espresso in Kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri).

L’IMC è un indice ampiamente utilizzato, anche se fornisce informazioni incomplete. Non dà, infatti, informazioni sulla distribuzione del grasso nell’organismo e non distingue tra massa grassa e massa magra.