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Aviazione civile, Cassazione conferma esposizione ad amianto

aviazione civile
aereo in aeroporto, aviazione civile

Aviazione civile e amianto. “Con la più recente sentenza della corte di Cassazione n. 35228 del 2022, si pone la parola fine in ordine alla conferma della elevata esposizione amianto anche in questo settore. Questa esposizione naturalmente riguarda anche l’Aeronautica militare. Infatti, nella componentistica degli aeromobili l’amianto ha avuto un ruolo decisivo, non solo per le sue qualità antincendio, ma anche per la sua forte resistenza e il poco peso”. Così ha commentato il pronunciamento degli Ermellini il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, che assiste la famiglia di Aldo Converso. L’uomo è stato tecnico aeronautico nelle aziende Ati e Atitec tra il 1966 e il 2004, presso l’officina di Napoli Capodichino. Nel 2006 morì per un mesotelioma causato dall’asbesto.

Aviazione civile, Ona prova la presenza di amianto

Già all’inizio degli anni 2000 l’avvocato Ezio Bonanni ha iniziato a svolgere la sua azione di tutela per i lavoratori e cittadini esposti ad amianto in aviazione civile, così come negli altri comparti.

Prima di questa storica sentenza della Cassazione, infatti, ne sono arrivate altre. Tra tutte ricordiamo quella del Tribunale di Nola relativa al caso di Pasquale Quattromani, manutentore degli aerei che è venuto a mancare nel 2009, sempre a causa di un mesotelioma.

Gli aeroplani sono stati, infatti, pieni di amianto fino a quando – dopo il sopralluogo a Fiumicino dell’avvocato Ezio Bonanni – non è stato più possibile nasconderlo.

In quell’occasione fu sotto gli occhi di tutti che anche nell’aviazione civile vi era un’alta esposizione al minerale killer. Causa non solo di mesotelioma, ma anche di tumore del polmone, della faringe, della laringe, delle ovaie e del colon. Come pure dell’asbestosi. Così come spiega bene l’avvocato Bonanni nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“.

Pasquale Quattromani morì subito dopo il suo collega Aldo Converso. La Cassazione, con la sentenza prima citata (n. 35228/2022), è intervenuta proprio su questo caso, rinviando alla Corte di Appello di Napoli, in una nuova composizione.

Responsabilità contrattuale anche per colpa e nesso causale

Nel dispositivo sancisce un importante principio: “L’accertamento incidentale in sede civile del fatto costituente reato (e quindi della responsabilità penale del datore di lavoro, ndr), sia nel caso di azione proposta dal lavoratore per la condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno cd. differenziale, sia nel caso della azione di regresso proposta dall’Inail, deve essere condotto secondo le regole comuni della responsabilità contrattuale, anche in ordine all’elemento soggettivo della colpa e del nesso causale tra fatto ed evento”.

Significa che l’accertamento del reato in sede civile risponde non alle regole del diritto penale, ma a quelle del civile. In questo secondo caso per la prova vige il principio del “più probabile che non” e non, come in sede penale, dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”.

E’ una differenza fondamentale perchè dimostrare qualcosa oltre ogni ragionevole dubbio è molto più difficile. Nelle cause civili sul lavoro, quindi, è ora sufficiente dimostrare la violazione delle norme cautelari non solo per provare la colpa, ma anche il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e la patologia asbesto correlata.

Primo censimento mesoteliomi in Campania

A pensare e realizzare un primo censimento di casi di mesotelioma nel settore dell’aviazione civile fu il Dott. Menegozzo, responsabile dell’ufficio mesoteliomi della Regione Campania. I numeri diedero ragione al presidente Ona.

Numeri che sono confermati anche nel VII rapporto ReNaM dell’Inail che ha registrato dal 1993 al 2018, anche sei i dati non sono completi, 852 casi di mesotelioma nel settore “trasporti terrestri e aerei”. Tra questi 6 erano meccanici e riparatori di motori di aerei.

Sempre secondo il VII rapporto ReNaM, “vi sono notizie certe circa l’utilizzazione dell’asbesto in aerei civili e militari. Le segnalazioni riguardano: materiali da attrito usati nei freni; l’uso di cartoni negli stipetti per la conservazione dei cibi caldi; l’uso di tele durante la saldatura di parti metalliche e l’uso di guarnizioni.

L’amianto nell’aviazione militare, la testimonianza di Panei

L’amianto è stato presente per decenni anche nei mezzi dell’Aviazione militare. “In tutti i settori lavorativi – ha specificato l’ex luogotenente dell’Aeronautica Nicola Panei, ora in pensione – Negli aerei, elicotteri, automezzi, nelle tute di amianto che indossavo per salvare i piloti”. Tute di amianto che sono state ritirate soltanto nel 1993 (dopo l’entrata in vigore della Legge 257/1992 che ha messo al bamdo l’asbesto), per essere finalmente sostituite.

“Sugli automezzi l’aminato persisteva sia nella cabina di coperture dei motori, sia nei freni degli automzzi e degli aerei. Nell’ambito militare – ha voluto sottolienare ancora Panei, che purtroppo si è ammalato di asbestosi – non siamo mai avvisati della pericolosità del minerale nè di altri cancerogeni e non sono mai state previste le dovute sorveglianze sanitarie”. Soltanto grazie all’Ona dal 2010 è stata firmata la convenzione con l’ospedale di Siena e dopo lo screening ha scoperto di avere nei polmoni 372 fibre di amianto per cm cubo.

E’ possibile ascoltare la sua testimonianza a questo link.

Arca dell’Alleanza: dove si trova realmente?

arca dell'alleanza
arca dell'alleanza

L’Arca dell’Alleanza è da sempre considerata uno dei misteri irrisolti dell’umanità. Dove si trova? Tesi, prove e conclusioni.

Arca dell’Alleanza: il patto con Dio

L’Arca dell’Alleanza. Secondo la Bibbia Dio strinse un patto con l’uomo.

Il simbolo di questo accordo sarebbe una reliquia, andata perduta: l’Arca dell’Alleanza. Essa ha da sempre catturato l’immaginario collettivo e l’interesse di studiosi di ogni parte del mondo, intenzionati a trovarla. Purtroppo tutti i tentativi sono stati vani e il mistero è diventato leggenda.

L’Arca e le tavole consegnate a Mosè

Farai una tavola di legno di acacia: avrà due cubiti di lunghezza, un cubito di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestirai d’oro puro e le farai intorno un bordo d’oro”.

Questa è la descrizione dell’Arca che troviamo nella Bibbia (Esodo 25-27).

Essa avrebbe dovuto conservare le tavole di pietra contenenti i Dieci comandamenti che dio Dio aveva affidato a Mosè.

Dove si trova l’Arca?

Le ipotesi sono davvero tantissime. Impossibile analizzarle tutte. Cercheremo di percorrere quella che al momento sembra la pista più accreditata.

Una tesi suggerisce che l’Arca si troverebbe in una chiesetta di Axum o Aksum, nella Regione del Tigrè (Etiopia). 

In questi luoghi aridi si nasconde un mistero archeologico e teologico, che affonda le sue radici in una tradizione ebraica antecedente alla venuta di Cristo

La preziosa reliquia sarebbe nascosta all’interno della Cappella del Tabot” , nel complesso della cattedrale “Santa Maria di Sion”. A farla costruire nel 1950 fu il Negus Hailé Selassié.

Accedere al suo interno è vietato! L’unica persona che può vederla è un sacerdote “guardiano”, addestrato a uccidere a mani nude. Il guardiano non si separa mai da essa fino alla sua morte. 

Importanti quesiti sull’Arca 

Riguardo al manufatto, qualche domanda sorge spontanea.

E’ mai esistita?

Come e chi l’ha portata in Etiopia?

Che nesso c’è con la regina di Saba?

L’Arca, il ricettacolo dei dieci comandamenti 

L’Arca conteneva i Dieci comandamenti. Le tavole della legge erano state toccate dalla mano di Dio e per tali motivi, avrebbe dei poteri enormi. Stando alla leggenda, chi la tocca andrebbe incontro a morte certa, dunque va tenuta nascosta. 

Questo spiegherebbe come mai l’Arca sia stata trasferita in Etiopia, in un paese sperduto dell’Africa orientale.

Perché gli ebrei andarono in Etiopia prima di Cristo?

A Gondar, antica capitale imperiale dell’Etiopia e della provincia del Begemde, detta “la Camelot d’Africa”, c’è una fortezza medioevale in cui per secoli hanno dimorato i sovrani etiopi. A testimoniarlo, una incisione della stella di David, sulle mura della costruzione.

Sempre in Etiopia si trova la città di Lalibela (dal nome del suo fondatore), chiamata “La seconda Gerusalemme” .

Tutte le sue chiese sono pregne di riferimenti simbolici. Quella di San Giorgio, scavata tra le colline della città, non solo ha la forma di croce greca, ha addirittura la stessa forma dell’Arca di Noè.

Il termine Tevàh, che in ebraico indica l’Arca di Noè, è lo stesso che indica l’Arca dell’Alleanza.

La costruzione simbolica potrebbe pertanto essere stata costruita per ospitare l’Arca con le tavole. 

Falasha: gli ebrei di colore

In Etiopia viveva una comunità che professava l’ebraismo: i “Falasha”.

Chiamati dalla gente del posto gli “ebrei neri” o la “tribù perduta di Israele”, essi si fanno chiamare “Beta Israel” cioè “la casa di Israele” e sostengono di essere i discendenti di Menlelik.

I Falasha praticavano dei riti che prevedevano sacrifici animali da offrire a Dio. Consuetudini abbandonate dagli ebrei fin dal VII sec. A.c

Questo importante riferimento cronologico fa intendere che gli “ebrei neri” sarebbero arrivati in Etiopia almeno sei/ settecento anni prima di Cristo.

Chi portò l’Arca a Gerusalemme?

Gerusalemme è la città santa di tre religioni: cristianesimo, islam, ebraismo.

Nel Monte del Tempio, nota come “Spianata delle moschee”, si trova la Cupola della Roccia, il terzo luogo islamico più sacro dopo Mecca e Medina

Al suo interno è custodita la Pietra della Fondazione e da qui, stando alla religione islamica, il profeta Maometto sarebbe asceso al cielo. 

Prima della sua edificazione, 2500 anni fa, al suo posto sorgeva l’antico Tempio del Re Salomone. 

Tale dettaglio ha destato la curiosità degli archeologi, i quali si sono concentrati su altri importanti reperti. Nel corso degli scavi hanno trovato ad esempio il Sancta Sanctorum, il recesso più remoto del tempio, il cui interno ospitava con ogni probabilità l’Arca perduta.

Nel 70 d.C. il tempio venne distrutto dai romani, ma l’Arca non fu mai trovata. 

Nessun testo ha mai parlato del prezioso reperto (il più importante secondo l’Antico Testamento), nemmeno al momento della distruzione del primo tempio, avvenuta nel 587 a.C per mano dei babilonesi.

Per trovarne tracce scritte dovranno passare 1700 anni, quando un manoscrivo etiope, il Kebra Nagast, svela dei particolari molto intriganti. Il testo asserisce che a portarla sarebbe stato Ebna la-Hakim, detto Menelik, figlio di Re Salomone e di Bilqis, la Regina di Saba

Come è arrivata l’Arca da Gerusalemme in Etiopia?

Settant’anni prima dell’invasione babilonese, Manasse (709 a.C-643 a.C) divenne Re di Giudea (regnò dal 687 a.C. al 642 a.C.).

La Bibbia lo descriveva come un eretico, perché aveva osato portare degli idoli pagani all’interno del Sancta Sanctorum

Ovviamente, lasciare l’Arca accanto ai simboli pagani era considerato un’eresia. Il Kebra Nagast riporta che l’Arca sarebbe stata portata da Israele in Egitto, proprio per evitare una tale “contaminazione”

Qui, sull’Isola Elefantina (nei pressi di Hassuan), si trova un antico tempio ebraico risalente al VII a.C., le cui dimensioni corrispondono perfettamente a quelle del Tempio di re Salomone.

Nel 450 a.C., il tempio venne distrutto e l’Arca fu ancora una volta spostata. Passando lungo le rive del Nilo, questa volta trovò rifugio nel Sancta Sanctorum del monastero Tana Kirkos sul Lago Tana in Etiopia.

Qui, sarebbe rimasta per circa cinquecento anni.

Il nesso con la regina di Saba 

Sotto a quello che doveva essere il palazzo della Regina di Saba ad Axum, sono emerse tracce di un altro palazzo preesistente.

L’edificio risale probabilmente al IV o V sec d.C.: un tempo diverso da quello in cui visse la regina di Saba (intono al X sec a.C.)

Era davvero il palazzo della regina? L’età della costruzione suggerisce di no. L’unica certezza è che si tratta sicuramente di una dimora imperiale.

Perché nessuno ha cercato l’Arca in questo edificio?

Al tempo delle Crociate, i Cavalieri Templari stabilirono il loro quartier generale a Gerusalemme, nei luoghi in cui sorgeva il Tempio di Re Salomone. 

I Cavalieri erano convinti che l’Arca si trovasse al suo interno e scavarono dei tunnel lunghissimi nel vano tentativo di recuperarla.

Avendo avuto notizia che si trovava in Etiopia, partirono alla sua ricerca. E in effetti, ci sono numerose tracce della loro presenza, tra cui l’emblema della croce templare disseminato un po’ ovunque. 

A caccia di Templari 

Il sovrano cristiano Prete Gianni (figura probabilmente leggendaria), intentò un processo contro i Cavalieri Templari. Li fece torturare e uccidere accusandoli di sodomia, tradimento, avidità e idolatria. 

Costretti a fuggire, i Templari non fecero in tempo a trafugare l’Arca. 

Oggi ogni chiesa etiope conserva una copia del prezioso manufatto. I preti di Axum hanno addirittura un “protocollo” per la sua difesa in caso di pericolo.

Esso prevede l’utilizzo di una serie di tunnel segreti che portano verso le montagne più sperdute e inaccessibili. 

Conclusioni: l’Arca è in Etiopia?

Bella domanda! 

Nessuno può dare una risposta certa.

L’esistenza di “ebrei neri”, di percorsi segreti, di una società incentrata interamente sul culto dell’Arca e di una cappella circondata da un cancello chiuso, dove vive un guardiano “killer”, farebbero supporre di sì. 

Riferimenti bibliografici

L’Arca dell’Alleanza oltre la Bibbia. Sulle tracce del sacro tabernacolo, dal Sinai all’Etiopia di Fabrizio Felici Ridolfi 

L’ arca dell’alleanza è davero da 3000 anni in Etiopia? Di Marina Ricci e Riccardo Piol

Infortuni sul lavoro e sostenibilità al centro del convegno Ona

Da sinistra il professor Fabrizio Proietti, il consigliere di Cassazione Nicola De Marinis e il presidente Ona, l'avvocato Ezio Bonanni
Da sinistra il professor Fabrizio Proietti, il consigliere di Cassazione Nicola De Marinis e il presidente Ona, l'avvocato Ezio Bonanni

“La Corte di Cassazione ha recentemente accolto in una sentenza quanto da me sostenuto, decretando il principio della tutela anche per coloro che non hanno un contratto di lavoro vero e proprio ampliandole anche a coloro che per qualsiasi motivo svolgono le loro attività nei cantieri, compresi i precari e quelli non regolarizzati e i dipendenti di ditte terze”, lo ha detto il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, l’avvocato Ezio Bonanni in occasione del convegno: “Infortuni sul lavoro, malattie professionali, amianto: emergenza a Roma e in Italia”. Durante l’incontro l’Ona e la Fondazione E- Novation hanno presentato gli Stati generali della sostenibilità. L’evento si è tenuto questa mattina presso la sala Laudato si’ del Campidoglio, nella Capitale.

Molto chiaro l’intervento del giudice di Cassazione, Nicola De Marinis, che ha sottolineato come prima il risarcimento era legato alla rilevanza penale del danno. Ora con la sentenza della Cassazione n. 35228 2022, “laddove si dovesse rilevare che il datore di lavoro non abbia predisposto misure di sicurezza è tenuto al risarcimento del danno. Non solo biologico. La recente sentenza considera il danno sotto tutti gli aspetti”, anche quello temporaneo e relativo al pregiudizio esistenziale.

Ha poi evidenziato come la società post moderna è la società del rischio, rischi che non sono quelli che conosciamo, legati all’ambiente e alla salute. Un esempio è sotto gli occhi di tutti: quello del Covid 19. Un altro, che ora preoccupa, quello della carne sintetica. Può essere una soluzione in questo contesto globale, ma comporta dei rischi.

Crescono gli infortuni sul lavoro

Bonanni ha ricordato i dati delle malattie professionali registrate in Italia in questo 2022 a quota 43.933 (+ 8,6%) e degli infortuni sul lavoro che, fino al settembre 2022, sono stati 536.002 (+ 35,2%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’incremento ha riguardato sia i casi avvenuti sul lavoro (+37,5%), sia quelli in itinere, avvenuti nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (+20,5%). Industria e servizi + 33,3%; agricoltura -3,2%; conto Stato + 74,2%; sanità e assistenza sociale +132,3%; trasporto e magazzinaggio +112,8%; amministrazione pubblica +67,6%; attività dei servizi di alloggio e di ristorazione +65,4%. Bandiera nera alle regioni Campania, Liguria e Lazio.

Nel Lazio, al netto Covid, infortuni sul lavoro aumentati del 20%

Più nello specifico, nel Lazio, fino al maggio 2022, al netto dei contagi da Covid 19, registrano un aumento degli infortuni del 20% e quelli mortali del 10%. In totale 25.266, di cui 19.521 nella sola Capitale, mentre le malattie professionali registrate (sempre fino a maggio), sono 1.814. Di queste 630 a Roma

Bonanni: “Sistema di produzione non deve consumare ambiente”

È necessario superare, intanto, il falso dilemma: morire di lavoro o morire di fame – spiega ancora Bonanni – le conseguenze dei problemi climatici sono sotto gli occhi di tutti come l’aumento delle temperature ormai quasi irreversibili, e quello delle neoplasie che diminuiscono le aspettative di vita sana. Per risolvere queste criticità è necessario pensare ad un nuovo sistema di produzione che non consumi l’ambiente”.

Oltre al presidente Ona, sono intervenuti il consigliere di Cassazione Nicola De Marinis, il professore di Diritto del Lavoro, Fabrizio Proietti, il primo dirigente medico della Polizia di Stato, Fabrizio Ciprani, Ruggero Alcanterini.

Il consigliere dell’Assemblea Capitolina, capogruppo della Lega in Campidoglio, Fabrizio Santori, ha fatto il punto anche sula situazione amianto nel Lazio e nella Capitale: “Negli ultimi mesi abbiamo segnalato gravi situazioni di lastre di amianto ancora non rimosse in numerosi edifici pubblici a Roma. L’impegno contro l’amianto dovrebbe essere prioritario. È inaccettabile che nel 2022 queste situazioni siano così diffuse e che il problema sia ancora sottovalutato. Abbiamo chiesto un provvedimento concreto, con l’istituzione di un Osservatorio dedicato a Roma, ma gli interventi non sono sufficienti e ancora non si conoscono i risultati. A breve presenterò un’interrogazione per ricevere risposte chiare per la tutela della salute di noi romani”.

Lucidi: “La sostenibilità realizzata dal basso”

Le ragioni dell’intesa Ona e Fondazione E-Novation e degli Stati Generali della Sostenibilità, argomento della seconda parte e dell’incontro, le ha spiegate Massimo Lucidi, ideatore dell’evento: “Vuole essere il luogo di proposta fattiva in cui raccontare e condividere le cose che funzionano per affrontare i problemi con soluzioni che promanano dalle esperienze dal basso di chi opera sul campo che merita di essere sostenuto”.

infortuni sul lavoro

Sono intervenuti il professore Vincenzo Pepe (direttore del Master in Turismo sostenibile dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli), con una lezione sul significato di ambiente e sviluppo sostenibile. 

“Lo sviluppo – ha detto Pepe – non lo puoi negare, non lo puoi fermare. La tecnologia migliora la qualità della vita, allora come si può sostenere il rischio?

Come possiamo utilizzare le risorse senza creare danni irreversibili? Sono nati così i principi di Rio de Janeiro, ma non sono state definite le sanzioni. Ancora oggi ci chiediamo: come rendere sostenibile il rischio? Questo è il programma della sostenibilità, collegata all’altro principio, quello della responsabilità”.

Complessi, ma interessanti, gli spunti forniti da Angela Pietrantoni (World Protection Forum Chairman e CEO di Kelony – First Risk-Rating Agency, la prima Agenzia di quotazione del Rischio al mondo), che ha spiegato come non si possa prevedere il rischio ed elaborare strategie soltanto attravesro la statistica, ormai superata dalla matematica moderna che è molto più precisa. “Prevediamo con sistemi matematici – ha detto – i rischi di questa rivoluzione permanente. L’umanità, e ce ne rendiamo conto da come stanno i giovani, ha subito cambiamenti importanti e recentissimi. È necessario rifondare strumenti della scienza del rischio”. Presente anche il presidente di Kelony e uno dei fondatori del World Protection Forum, Genséric Cantournet.

E ancora Massimo Vernetti (presidente di Airpark) che ha rivoluzionato l’idea di parcheggio realizzando il più moderno e ricco di eventi culturali a Napoli. Poi Luca De Marco (imprenditore e co-fondatore Dilc srl), e Romano Solai (imprenditore Sovean Group).

stati generali della sostenibilità-video

Dicotomia: essere e apparire; tempo e bellezza

Uomo anziano sorregge un orologio da taschino, bellezza
Uomo anziano sorregge un orologio da taschino, bellezza

Dicotomia: essereapparire; tempo e bellezza. Come conciliare i due binomi? La cultura orientale ci fornisce una chiave di lettura interessante.

Dicotomia: essere – apparire 

Partiamo dal binomio dicotomico “essere e apparire”. Come diceva Antonio Lubrano, una domanda sorge spontanea: “Io sono in quanto appaio o io appaio in quanto sono?” 

In una società che punta tutto sull’apparenza, sull’omologazione, la domanda evidenzia una sostanziale frattura tra l’essere e l’apparire. Frattura che quasi ogni persona cerca di ricucire indossando una maschera sia interiore, per apparire ciò che non è, sia esteriore. In quest’ultimo caso, basti pensare al ricorso alla chirurgia estetica con tutti i suoi abomini.

In effetti, la parola “persona”, dall’etrusco “phersu”, significa proprio maschera. Da ciò si deduce che il dilemma fra essere e apparire è molto più antico di quanto si pensi. 

Dicotomia: tempo e bellezza 

Una seconda dicotomia si riscontra nel binomio “tempo – bellezza”.

Per convenzione, il tempo è universalmente riconosciuto come unità di misura “lineare”, in cui il ciclo vitale dell’uomo ha un inizio e una fine: nascita, maturità, morte.

Il tempo lineare è scandito dalle impietose lancette della Natura, che non si fermano mai.

Si tratta di un processo inevitabile di “naturale” trasformazione, che a dire il vero non piace oggi così come non è mai piaciuto in passato a nessuno.

Se oggi ricorriamo alla chirurgia estetica, la letteratura è piena di riferimenti relativi al vano tentativo di fermare il tempo. Il patto con il diavolo di Dorian Gray, la ricerca dell’elisir di giovinezza o la ricerca della pietra filosofare degli alchimisti, sono alcuni degli esempi più famosi. 

La bellezza: un archetipo universale

La bellezza è un archetipo universale, una “matrice” con delle caratteristiche diverse a seconda delle varie culture. Ciò che per noi occidentali è bello, non è detto che corrisponda ai canoni di bellezza di altri popoli. Fin qui, nulla di nuovo.

Platone e l’idea della bellezza

Il filosofo Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.), collocava la bellezza nel mondo metafisico delle Idee, nell’Iperuraranio e la faceva coincidere con la Virtù.

Concetto che anche all’epoca non era poi così tanto condiviso. Basti pensare al culto della bellezza degli spartani, che di metafisico non aveva nulla. Le agoghé (in greco antico: ἀγωγή, agōghḕ) erano un rigoroso regime di educazione e allenamento basato su disciplina e obbedienza, cui era sottoposto ogni cittadino spartano fin dall’età di 7 anni. I giovani si allenavano nudi anche quando nevicava, affinché fossero forti, sani e belli. Anche in altre epoche storiche, in ogni angolo del Pianeta, la bellezza fisica è stata anteposta a quella metafisica.

Attuale dicotomia bellezza tempo 

E oggi? Tornando al binomio bellezza e tempo, come nel caso dell’essere e apparire, non riusciamo a risanare la frattura fra due cose. Esse sembrano andare in direzioni diverse!

Ciò accade perché il mondo ha sostituito le leggi della bellezza naturale con quelle della morale utilitaristica, che ci vuole tutti uguali, degli omologhi impersonali.

Da qui il dramma della trasformazione del bello, che non è percepito come una evoluzione naturale, ma come un processo da fermare ad ogni costo.

Soluzioni? Nessuno può fermare il tempo o il decadimento fisico, però possiamo cambiare la nostra narrazione. Una chiave di lettura interessante ci viene dall’oriente.

La leggenda di Thonban La

Thonban La era la dea della bellezza della Birmania, oggi Myanmar. Il suo nome significa “la dea tre volte bella”. Era in pratica diversamente bella tre volte al giorno: al mattino, al pomeriggio e alla sera. Oltre al significato letterale, riferito ai tre momenti del giorno, in senso più ampio, il mito si riferisce all’arco temporale della vita dell’uomo: nascita (mattina), maturità (pomeriggio), vecchiaia (sera).

Cosa ci vuole insegnare la leggenda? Che si può essere belli in ogni momento e che la trasformazione, inaccettabile per la maggior parte delle persone, è in realtà una forma diversa di bellezza. Quest’ultima è pertanto riportata nel mondo metafisico o non solo nel piano terreno.

L’estetica giapponese

Altra bella narrazione ci viene dal Giappone, che fonda la sua estetica interamente sull’impermanenza, sulla fragilità, sull’effimero, sull’evanescenza. 

Tutti valori che per noi occidentali hanno una connotazione “negativa”, in Giappone sono valorizzati per il loro valore intrinseco. Esso si piò esemplificare in un concetto quale: “un fiore vero, soggetto alla morte, è più bello di un fiore di plastica, immortale”.

La cerimonia del tè

Altro esempio viene dalla famosa cerimonia del tè, o “via del tè”, in giapponese “sadō” o “cha no yu”. Il rito dei monaci buddisti zen, oggi divenuto un “momento sociale” prevede l’utilizzo di tazze non coordinate, vecchie. Quando si sbeccano o si rompono non vengono mai sostituite, bensì riparate con la filigrana d’oro.

Spostando la questione in un piano metaforico, la ferita riparata con l’oro consente ai raggi del sole (il Divino) di penetrare e guarire l’animo.

Ancora una volta, la fragilità non è vista come qualcosa da demonizzare. Ma veniamo alla soluzione del binomio dicotomico.

Il tempo “circolare”

Il buddismo inquadra il tempo in una dimensione circolare, non lineare. Cosa significa? Vuol dire che il ciclo: nascita-maturità-morte è sostituito dal ciclo: nascita-maturità-morte-rinascita. 

Questo pone l’individuo in una posizione di immortalità, in cui la trasformazione non implica una morte nichilista, ma una rinascita in un altro piano di coscienza (in base a come abbiamo operato in vita) o sotto altre forme. 

Soluzione della dicotomia 

L’insegnamento dell’oriente ci apre a una soluzione della dicotomia attraverso l’equazione: “io sono e non ho paura di apparire, io sono bello in quanto effimero, io non temo il tempo perché il tempo è ciclico“.

Al termine della nostra vita, se avremo riposto l’essenza della nostra bellezza (virtù platonica), all’interno di un tempo circolare, possiamo ritenerci davvero immortali. Perché ciò che avremo lasciato resterà per sempre al di là di ogni apparente decadenza fisica.

Trovants: le pietre che si muovono e crescono

Trovants, le pietre che crescono da sole
Trovants, le pietre che crescono da sole

In un sito della Romania è possibile assistere an curioso enigma. Parliamo dei Trovants: pietre che si muovono e crescono da sole. Si tratta di un fenomeno paranormale o cosa?

Trovants: le “rolling stones” rumene

Trovants. Nei pressi di Costesti (38 chilometri da Valcea, Romania), ci si può imbattere nei trovants.

Si tratta di misteriose pietre che da sempre incuriosiscono gli abitanti locali e non solo. Le loro forme hanno dato via a ogni genere di speculazioni. C’è chi ritiene si tratti di uova di dinosauro, fossili vegetali o persino di detriti alieni.

Quello che a prima vista può sembrare un enigma del paranormale è in realtà un fenomeno geologico abbastanza raro e antico.

Secondo il Congresso geologico internazionale condotto a Oslo nel 2008, i trovants, sarebbero solo delle “concrezioni arenarie”.

Origini del nome e primi studi

Il nome “trovants” deriva dal tedesco “Sandsteinkonkretionen”, che significa “sabbia cementata”. Si pensava infatti che fossero una sorta di cemento di arenaria in grado di secernere appunto cemento.

Il primo studio sulle pietre fu condotto nel 1883 nella zona dei Carpazi a Cobalcescu (Bucarest).

Nel 1900, il medico, batteriologo e microbiologo tedesco Heinrich Hermann Robert Koch (1843-1910), diede una prima spiegazione riguardo alle origini. Secondo il “fondatore della moderna batteriologia e microbiologia”, le pietre erano costituite da un nucleo di pietra con un guscio esterno di sabbia. 

In realtà si è scoperto che non c’è alcuna differenza mineralogica tra queste pseudo oncrezioni e le sabbie circostanti e che il loro “cemento” è di tipo carbonato. Prima di arrivare alle conclusioni, divertiamoci scoprendo le misteriose caratteristiche delle rocce.

Una prima osservazione empirica sui Trovants

Entriamo nel dettaglio!

A prima vista, i trovants sembrano delle normalissime pietre, ma in realtà sono molto più speciali di quanto si pensi. 

Queste rocce sembrano effettivamente crescere come qualsiasi essere umano. 

Minuscole pietre, arrivano a raggiungere un diametro che va dai sei ai dieci metri. Il processo avviene molto lentamente: mille anni circa!

Sono inoltre in grado si spostarsi di circa 2,5 millimetri nell’arco di due settimane, per raggiungere delle sorgenti d’acqua.

Per spiegare l’origine e il motivo del fenomeno, sono state formulate diverse teorie: alcune prettamente scientifiche, altre più fantasiose.

Come e dove si sono formati i trovants?

Ricercatori di ogni angolo della terra hanno cercato di capire l’enigma dei trovants. 

C’è chi ritiene che abbiano avuto origine da un bacino di sedimentazioni della terra, circa sei milioni di anni fa. 

Altri sostengono che la loro struttura rifletti condizioni paleodinamiche o paleocosmiche ben precise.

O ancora, che corrispondono a compattazioni di sedimenti sabbiosi (contenenti soluzioni di carbonato), accumulati nella sabbia.

Esse sarebbero emerse dal sottosuolo a seguito di un violento terremoto.

Quest’ultima tesi sembrerebbe la più accreditata.

Per stabilire l’età di ogni singola pietra, gli scienziati si sono basati su alcuni disegni incisi sul guscio.

Dal momento che esse hanno degli anelli concentrici ed ellissoidali, proprio come i tronchi degli alberi, contando ogni anello sarebbe possibile risalire alla loro età anagrafica. 

Composizione dei trovants

Analizzando le pietre, gli scienziati hanno scoperto che contengono sali minerali. La parte esterna, il “guscio”, è rigido come qualsiasi altra roccia. 

Quando vengono a contatto con l’acqua, sia piovana, sia delle sorgenti, si innesca una reazione chimica per cui i minerali presenti nell’acqua, si combinano con le altre sostanze chimiche presenti nella pietra. 

La pressione fa crescere spontaneamente la roccia dal centro ai margini e questa si moltiplica, con una velocità di deposizione di circa 4-5 centimetri in mille anni.

Grazie alla forma sferica, il movimento di espansione fa sì che si “muovano”. Ma, come avrete capito, si tratta esclusivamente di un fenomeno fisico.

Una miscellanea di teorie

Alcuni studiosi suggeriscono che i trovants possano riprodursi, respirare e che abbiano una “coscienza” individuale. Peccato che queste intuizioni non siano supportate da alcuna evidenza scientifica, ma siano solo relegate nel sottobosco delle teorie della fisica quantistica o della leggenda.

Altri luoghi in cui si trovano le pietre

Oltre che in Romania, altre rocce simili si possono incontrare in Russia, Kazakistan e nella Repubblica Ceca.

Dal 2004, le pietre si trovano a Valcea, all’interno del “Muzeul Trovantilor”, la “Riserva Naturale del Museo Trovants”, una zona archeologica protetta dall’UNESCO e gestita dall’Associazione Kogayon.

Ovviamente, i visitatori non possono portarle via o danneggiarle, ma possono acquistare dei souvenir che le riproducono, nelle botteghe artigianali disseminate in tutta l’area.

In alternativa, si possono ammirare in altri venti siti sparsi in tutta la Regione o nei pressi del fiume Gresarea Brook di Valcea.

Fonti 

Associazione Kogayon

www.kogayon.ro