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De Andrè: il suo “Giudice” siamo noi

de andrè, foto in bianco e nero
de andrè, foto in bianco e nero

Ricordate la celebre “poesia” di Fabrizio De Andrè, “Un giudice”? Ad analizzarla bene, non possiamo che ritrovarci in tutto e per tutto nella sua descrizione.

De Andrè canta il “ Un giudice” 

De Andrè non era solo un cantautore, per molti è tuttora un patrimonio di riflessioni, valori e ideali intramontabili.

Con lue sue liriche sottili e altamente poetiche si è occupato di temi attuali. Dalla denuncia della guerra al carcere, dall’ipocrisia piccolo-borghese alla prostituzione, dalla droga ai drammi delle maggioranze e minoranze, dagli zingari ai popoli nativi, fino alla omo/trans-sessualità. 

Oggi ci soffermeremo sulla nota canzone un giudice”, scritta nel lontano 1971, anno della mia nascita.

Il personaggio in questione, era stato descritto nella raccolta “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters e nell’opera si chiamava Selah Lively. 

“Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”

Nel testo, De Andrè parla di un nano che, per utilizzare un termine moderno, veniva costantemente “bullizzato” per via della sua statura e per il suo aspetto fisico. La canzone narra anche di come, oltre ad essere preso in giro, il nano suscitasse anche la curiosità delle donne,  per via di quella credenza secondo cui i nani sarebbero più “dotati”. Scrive per l’appunto di una ragazza impertinente che vuole scoprire “quanto si dice intorno ai nani, che siano i più forniti della virtù meno apparente, fra tutte le virtù la più indecente”. 

Covando odio per l’altrettanto odio ricevuto, non appena divenne giudice, il nano si vendicò, scatenando tutte le sue frustrazioni. 

Iniziò pertanto a sentenziare condanne a destra e a manca. “E allora la mia statura non dispensò più buonumore. A chi alla sbarra in piedi mi diceva “Vostro Onore” e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio, non conoscendo affatto la statura di Dio”. E noi?

Da De Andrè ai giudici attuali

Oggi, soprattutto con l’avvento di internet e dei social, tutti noi ci siamo trasformati in giudici, né più ne meno come il grottesco personaggio di Faber. Siamo espertissimi in ogni settore e, comodamente nascosti dietro le nostre scrivanie, non facciamo che sputare sentenze su chiunque. 

Magari non ci accorgiamo dell’inquilino del piano di sopra che sta massacrando la moglie. Quando siamo chiamati all’operatività, siamo come le tre scimmiette: non vediamo niente, non sappiamo niente, non parliamo. 

Oppure diventiamo come Giulio Andreotti nell’epico sketch di Massimo Troisi del 1990, quando diceva “Andreotti lo vorrei come padre. Perché è ingenuo, è buono. Sta da quarant’anni in Italia. Sono successi delitti, mafia servizi segreti deviati, stragi e non si è mai accorto di niente”.

In fondo, non siamo davvero giudici, non abbiamo il potere di infliggere pene reali. Giudichiamo con la tastiera, facciamo comunque del male, ma siamo anche noi ingenui e non lo facciamo con malafede.

Ci piace ergerci sulla cattedra. Niente più!

Perché godiamo a giudicare, come il nano di De Andrè?

Certo che, almeno antropologicamente, sarebbe interessante capire perché ci piace così tanto essere “giudici in terra” come il nanetto cattivo di De Andrè.

Una spiegazione?

Prendiamo in discorso alla lontana.

Se esiste Dio, non può che essere buono e non può che essere amore incondizionato. 

Non tanto perché sia interessato a noi. E non penso nemmeno che voglia metterci in fila nel giorno del “giudizio universale”, per separare buoni e cattivi.

E’ semplicemente che, avendo creato tutto, e se ci guardiamo intorno, ha generato delle belle cose, non può che amare i frutti della sua mente, il suo logos che si è materializzato. 

Avendo tutto, perché tutto è da lui generato, non soffre di invidia come il giudice di De Andrè, il quale era tormentato per il fatto di non avere qualcosa che avevano gli altri. 

L’odio è mancanza 

Concludendo, non si può che dedurre che l’odio, l’invidia, la vendetta e il relativo gusto intrinseco di giudicare, siano “figli della mancanza”. Il giudice, definito iperbolicamente con l’epiteto di “nano” da De André, diventa una carogna per il semplice fatto che gli altri “hanno ciò che lui non ha”. Si accanisce perché gli altri sono sempre stati carogne con lui e trova nella vendetta e nel giudizio l’unica cura possibile.

Un po’ come accade a tutti noi: perché, a pensarci bene, spesso nell’altro non vediamo ciò che non ci piace di lui, ma ciò che ci manca.

Mesotelioma amianto, nuove terapie

Pasquale Montilla mesotelioma amianto
Pasquale Montilla, mesotelioma amianto

Mesotelioma amianto. Pasquale Montilla, oncologo, impegnato nella cura delle vittime dell’uranio impoverito e di altre sostanze tossiche, tra cui l’amianto, alle quali sono stati esposti i nostri militari impegnati nelle missioni di pace all’estero, ma anche in alcune zone d’Italia.

Mesotelioma amianto, intervista a Pasquale Montilla

Nonostante i suoi molteplici impegni, Montilla, che dal 2020 è membro del Comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio nazionale amianto, ci ha concesso un’intervista per Il giornale sull’amianto. Il tema che gli abbiamo chiesto di approfondire in questo caso è relativo al mesotelioma e alle nuove terapie nel 2023 per affrontare il tumore sentinella dell’amianto. Dove c’è asbesto, infatti, l’incidenza di questo tipo di cancro aumenta, purtroppo, esponenzialmente.

Mesotelioma, 2000 casi in Italia nel 2020

I dati Airtum – Aiom (Associazione italiana registri tumori – Associazione italiana di oncologia medica), forniscono una stima per il 2020 di 2000 nuovi casi di mesotelioma maligno in Italia. Sulla base dei tassi di incidenza dei registri tumori italiani proiettati sull’intera popolazione italiana Istat. La stessa valutazione dell’Ona che aggiunge anche tutte le altre vittime delle patologie asbesto correlate, tra cui anche il tumore del polmone. Secondo l’Ona e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, sono infatti oltre 7mila l’anno le vittime dell’amianto. Il numero fornito dal VII rapporto ReNaM, sempre preso in considerazione, infatti esamina la sola rilevazione osservata, escludendo quindi le aree con dati mancanti.

La frequenza è maggiore tra gli uomini (circa 2/3 dei casi), verosimilmente a causa della più frequente esposizione ad amianto. L’incidenza in Italia è maggiore nelle regioni settentrionali e in particolare nelle aree dove è stato maggiore l’uso di amianto.

Per questo chiediamo al dottor Montilla, la sorveglianza sanitaria sui lavoratori esposta ad amianto è importante? Sappiamo che non è uniforme tra le diverse regioni, anche se sono state emanate linee guida dal Ministero della Salute, approvate in Conferenza Stato Regioni nel 2018.

La sorveglianza è fondamentale. Già uno studio Atom 002 che è stato presentato a Roma nel 18esimo Congresso nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dimostrò quanto fosse necessario attivare screening nelle aree a rischio e la riduzione del 50% della mortalità grazie a questo tipo di screening specifico. In particolare si tratta di una Tac a basso dosaggio per popolazioni accuratamente selezioniate. L’approccio di questo studio ha dimostrato nuove prospettiva per la sorveglianza.

Con quali esami va diagnosticato il mesotelioma amianto? Nel paziente con sospetto mesotelioma pleurico la toracoscopia è raccomandabile rispetto ad altre tecniche diagnostiche invasive?

Il mesotelioma va diagnosticato con un approccio multimodale, con diagnostica per immagini. Si parte con un’indagine radiologica di base e tomografie computerizzate. Per chi presenta delle placche allora si prevede una Tac toracica e addome e una toracoscopia video assistita.

Quest’ultima ci dà anche la possibilità di fare esami istologici per capire di quale tipo di mesotelioma parliamo. Una volta identificato il tipo di tumore della pleura si ricerca una strategia terapeutica, con altri tipi di esami, sempre secondo le linee guida.

Una volta avuta la diagnosi forse il primo pensiero del paziente è la possibilità di un intervento. La chirurgia è un’opzione e quale tipo lei consiglia?

Nel momento in cui diagnostichiamo un mesotelioma pleurico maligno abbiamo degli algoritmi clinici per valutare la possibilità di un approccio chirurgico o clinico. Oppure per valutare un intervento integrato non chirurgico, con trattamenti alternativi alla chirurgia. Che include i farmaci antiblastici integrati a radioterapia precauzionale o post chirurgica o in combinazione con altri farmaci.

I candidati alla chirurgia toracica sono da valutare attentamente. In particolare si deve prima comprendere la comorbidità del paziente e la sua riserva funzionale cardio -respiratoria. È importante, inoltre, rivolgersi a centri specializzati ed essere seguiti da un team dedicato.

Ci sono due strade che è possibile seguire, l’intervento di pleuro-pneumonectomia che prevede l’eliminazione del polmone, e quello di pleurectomia/decorticazione eventualmente estesa.

Non ci sono studi clinici che confrontino direttamente i due diversi approcci chirurgici. Però i centri internazionali stanno optando per la pleurectomia/decorticazione perché ha meno complicanze e le aspettative di sopravvivenza sono identiche.

Buoni risultati ha dato anche l’uso della chemioipertermia loco-regionale: un trattamento antitumorale basato sull’effetto combinato dei farmaci chemioterapici ad alta temperatura.

Dopo la chirurgia, poi è ipotizzabile una radioterapia adiuvante?

Sicuramente si, data anche la limitata tossicità del trattamento e la difficile gestione farmacologica del dolore da infiltrazione della parete toracica. Con diversi approcci, sempre a seconda dello stadio della malattia e delle condizioni cliniche del paziente. Le nuove opportunità terapeutiche per il mesotelioma pleurico maligno con natura istologica aggressiva e con assetto genomico eterogeneo prevedono una strategia terapeutica di precisione con approccio molecolare. Ogni paziente ha una sua approccio di valutazione genetica.

Per i pazienti, invece, per i quali non è consigliato un intervento chirurgico si può intervenire con la chemioterapia?

In pazienti affetti da mesotelioma pleurico maligno in stadio avanzato non operabile bisogna chiaramente optare un approccio chemioterapico. Esisteno approcci combinati con la chemioterapia a base di pemetrexed e platino. Farmaci utilizzati per il trattamento di prima linea non operabile, localmante avanzato o metastatico.

Quali sono, infine, i risultati delle ultime ricerche sul mesotelioma amianto?

Il salto di qualità nei trattamenti, che raddoppia la sopravvivenza mediana dei malati di mesotelioma, è stato l’ingresso dell’immunoterapia combinata. L’Aifa ha approvato nel 2022 per pazienti con la forma non epitelioide, la più aggressiva e insensibile alla chemioterapia, di due farmaci immunologici: nivolumab e ipilimumab. I ricercatori sono arrivati ad un risultato impensabile: l’aumento della sopravvivenza è di oltre il 20% a 5 anni dalla diagnosi.

È molto interessante perché è una combinazione di due checkpoint immunitari che hanno un meccanismo di azione sinergico per distruggere le cellule tumorali. L’ipilimumab favorisce l’attivazione e proliferazione delle cellule immunitarie, mentre il nivolumab aiuta le cellule T a scoprire il tumore amplificando la risposta immunitaria a lungo termine. Il futuro della cura è l’immunoterapia e la terapia genica.

Ci sono poi nuovi studi molto promettenti. Un approccio, per esempio, realizzato dal National cancer institute, che potrebbe ottenere risultati nelle persone con mesotelioma è l’uso di un idrogel applicato sulla superficie degli organi e sui rivestimenti delle cavità del corpo durante l’intervento chirurgico. Il gel contiene infatti microRNA (miRNA) – minuscoli tipi di RNA che possono bloccare la produzione di proteine – che vengono impacchettati come nanoparticelle e rilasciati per entrare nelle cellule tumorali, che rallentano la malattia. La ricerca è stata pubblicata su Nature.

incontro bonanni- melpignano-montilla

L’Avv. Bonanni ha approfondito il protocollo del Dott. Montilla, insieme alla psicologa clinica e appartenete al comitato tecnico-scientifica dell’ONA, la Dott.essa Melpignano.

Estate 2022, la più calda della storia in Europa

donna seduta in un prato fiorito, estate
donna seduta in un prato fiorito, estate

Estate 2022: otre all’allarme amianto anche quello del cambiamento climatico. L’estate del 2022 è stata la più calda della storia in Europa. Già lo scorso anno era stato definito il secondo più torrido dal 1800 in Europa e il quinto nel mondo, ma le temperature registrate nei mesi tra giugno e agosto hanno superato ogni record. I dati arrivano dal rapporto Global Climate Highlights 2022 di Copernicus.

Estate più calda di sempre, ridurre emissioni di carbonio

Tantissime le città bollino rosso e ondate di calore prolungate hanno messo a dura prova soprattutto i più fragili. Gli incendi hanno devastato diversi Paesi e gli eventi estremi sono stati evidenti e numerosi. “Stiamo già sperimentando – ha commentato Samantha Burgess, vicedirettore del Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus – le conseguenze devastanti del surriscaldamento del nostro pianeta. L’ultimo Climate Highlights 2022 dimostra chiaramente che per evitare conseguenze peggiori la società dovrà ridurre urgentemente le emissioni di carbonio e adattarsi rapidamente ai cambiamenti climatici“.

Nello specifico la temperatura media nel mondo nel 2022 è stata di 1,2 gradi superiore rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900).

Estate più calda e tutti i dati del Global Climate Highlights

L’estate dell’anno scorso in Europa ha battuto il record di caldo, che era dell’estate 2021. L’autunno 2022 è stato il terzo più caldo mai registrato in Europa, superato solo dal 2020 e dal 2006. Le temperature invernali europee l’anno scorso sono state di circa 1 gradi superiori alla media, piazzando l’inverno fra i 10 più caldi.

Secondo il rapporto di Copernicus, la temperatura dell’Europa è aumentata più del doppio della media globale degli ultimi 30 anni, con il tasso di aumento più alto di qualsiasi altro continente del mondo. Gli ultimi 8 anni sono stati i più caldi mai registrati.

L’obiettivo della Cop 26 di Glasgow

Già l’Accordo di Parigi sul clima prevedeva di restare sotto i 2 gradi dalla media 1850-1900. La Cop26 di Glasgow ha abbassato questa soglia a 1,5 gradi, perché numerosi studi hanno evidenziato quanto superarla possa essere comunque gravissimo per la salute del pianeta e di tutti gli esseri umani.

La scorsa estate nell’Unione europea e Regno Unito, inoltre, si sono verificate le più alte emissioni totali causate da incendi boschivi estivi degli ultimi 15 anni. Le più alte in Francia, Spagna, Germania e Slovenia.

Eventi estremi nel resto del mondo

Nel resto del mondo, lunghe ondate di calore hanno interessato il Pakistan e l’India settentrionale in primavera e la Cina centrale e orientale durante l’estate. In Pakistan si sono verificate estese alluvioni in agosto a causa delle estreme precipitazioni. A febbraio il ghiaccio marino antartico ha raggiunto l’estensione minima degli ultimi 44 anni di registrazioni satellitari. Per sei mesi l’estensione dei ghiacci del Mare Antartico ha raggiunto valori record o quasi.

Non solo: per il terzo anno consecutivo nel 2022 si è verificato il fenomeno de La Nina. Si tratta del raffreddamento della temperatura delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale ed orientale. Tra le conseguenze anche le basse temperature e precipitazioni elevate in Australia orientale.

Concentrazione CO2 mai così alta da 2 milioni anni

Anche la concentrazione media dell’anidride carbonica nell’atmosfera nel 2022 è salita in modo preoccupante. Lo scorso anno è stata, infatti, di 417 ppm (parti per milione): 2,1 ppm in più rispetto all’anno precedente. Così come è aumentata la concentrazione media del metano. Per entrambi i gas, sempre secondo i dati del rapporto Global Climate Highlights 2022 di Copernicus – si tratta dei numeri più alti mai registrati dai satelliti, e dei livelli più alti da oltre 2 milioni di anni per l’anidride carbonica, e da oltre 800.000 anni per il metano.

“I gas serra, tra cui l’anidride carbonica e il metano, sono i principali responsabili del cambiamento climatico – ha concluso Vincent-Henri Peuch, Direttore del Servizio di Monitoraggio dell’Atmosfera di Copernicus -, e dalle nostre attività di monitoraggio possiamo constatare che le concentrazioni atmosferiche continuano ad aumentare, senza segni di rallentamento”.

Emanuela Orlandi, il Vaticano decide di riaprire il caso 

Emanuela Orlandi
Emanuela Orlandi

A quasi quarant’anni dal rapimento di Emanuela Orlandi, il Vaticano ha deciso di riaprire le indagini. Siamo vicini alla soluzione dell’enigma? 

Emanuela Orlandi: le novità sul caso

Caso Emanuela Orlandi. Lo scorso 20 dicembre, durante una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, era arrivata la proposta di istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare, per riaprire il caso di uno dei misteri irrisolti del nostro Paese: il rapimento di Emanuela Orlandi, avvenuto il 22 giugno 1983. Oggi, la notizia della riapertura delle indagini, fa ben sperare in un cambio di rotta. 

A prendere la decisione, il promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi insieme alla Gendarmeria.

Emanuela Orlandi, si riapre un caso chiuso

Nell’ottobre del 2015 il GIP, su richiesta della Procura e per mancanza di prove consistenti, aveva archiviato l’inchiesta sui rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. 

Nel 2016 la Corte di Cassazione si era espressa negativamente sul ricorso presentato da Maria Pezzano, madre di Emanuela, dichiarandolo inamissibile e confermando l’archiviazione dell’inchiesta giudiziaria chiesta dal GIP.

Qualche nesso con la morte di Bendetto XVI? 

L’iniziativa della magistratura vaticana, sembrerebbe rispondere a quella “ricerca della verità e della trasparenza” voluta fortemente da Papa Francesco.

E’ altresì vero che sin dalla sua elezione, Bergoglio non ha mai ricevuto i familiari della cittadina vaticana. 

Incontrando Pietro Orlandi, nella chiesa di Sant’Anna, si era limitato ad asserire “Emanuela è in cielo”, senza dare però ulteriori risposte sulla frase sibillina.

La morte di Benedetto XVI ha qualcosa a che fare con questa improvvisa apertura o la decisione è scaturita esclusivamente dalle continue istanze presentate da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela? Bella domanda!

Il dubbio è legittimo, considerato che secondo indiscrezioni, mons. Georg Gaenswein, segretario particolare del Papa emerito Benedetto XVI, sarebbe in possesso di uno scottante dossier sulla cittadina vaticana.

Mons. Gaenswein e il libro su Emanuela Orlandi

E proprio di Emanuela parla il mons. Georg Gaenswein, nel suo libro scritto a quattro mani con Saverio Gaeta “Nient’altro che la verità”.

Il prelato, prendendo le distanze dalla notizia, scrive «Io non ho mai compilato alcunché sul caso Orlandi. Per cui questo fantomatico dossier non è mai stato reso noto unicamente perché non esiste». 

«Ovviamente, nel contesto del Vatileaks – prosegue l’arcivescovo tedesco – non poteva mancare l’aggancio con la terribile vicenda del sequestro di Emanuela Orlandi, che da decenni riemerge periodicamente sulla stampa, con rivelazioni più o meno attendibili e significative»

«Mi fu garantito – scrive ancora Ganswein – che era stato fatto quanto possibile per aiutare la famiglia Orlandi e di tutte queste informazioni feci dovuta comunicazione a Papa Benedetto».

Ancora qualche commento del monsignore su Emanuela

Ganswein parla pure dell’ex capo della Gendarmeria: «Pure Giani consultò la documentazione dell’epoca e concluse che non c’era stata alcuna notizia tenuta nascosta alla magistratura italiana e che nel frattempo non erano maturate ulteriori ipotesi riguardo alle quali potere approfondire le indagini in Vaticano».

E ancora «le diverse e contrastanti piste – dalla connessione con l’attentato a Giovanni Paolo II al tentativo di avviare uno scambio con Ali Agca, dagli scontri fra servizi segreti dell’Est e dell’Ovest alle vicende criminali della banda della Magliana, dalle questioni connesse allo Ior del tempo di Marcinkus ai presunti finanziamenti al movimento polacco Solidarnosc – hanno avuto ciascuna indizi a favore e contro, senza che fossero mai raggiunte definitive prove».

Poi conclude «Le dichiarazioni di padre Lombardi rappresentarono la ricostruzione più autorevole sulla quale basare qualsiasi presa di posizione: la sostanza della questione è che purtroppo non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso da fornire agli inquirenti».

Riapertura del caso Emanuela Orlandi: il commento del fratello

Ma torniamo alla notizia principale: la tanto sperata riapertura del caso.

«Voglio andarci con i piedi di piombo, ma il fatto che l’autorità vaticana abbia aperto un’indagine è per me una bella notizia. Non vedo l’ora di essere convocato dai magistrati assieme al legale della famiglia.

Confido in una collaborazione tra lo Stato italiano e il Vaticano perché si arrivi finalmente alla soluzione del caso. La verità c’è, sta da qualche parte e molte persone in Vaticano la conoscono. Ne sono convinto. Ci sono situazioni che volutamente non sono mai state approfondite. Forse per la prima volta il Vaticano ha deciso di mettere un punto chiave, di arrivare a una soluzione»- commenta Pietro Orlandi.

Sarà fatta giustizia per Emanuela solo se si lavora bene

«L’apertura di un’inchiesta in Vaticano sul rapimento di Emanuela , dopo 40 anni, se fatta veramente con la volontà e l’onestà di fare chiarezza una volta per tutte e dare finalmente giustizia ad Emanuela, potrebbe durare pochissimo. Non sarebbe necessario fare lunghissime indagini perché la Verità già la conoscono, basta raccontarla. Altrimenti spero mi convochino prima possibile per poter verbalizzare.

Comunque non posso non essere contento e come sempre, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare positivo»- aggiunge il fratello.

Ho molte cose da dire

Pietro continua «Sono disponibile e spero di essere ascoltato quanto prima perché nel tempo avrei voluto parlare con loro per i tanti elementi emersi in questi ultimi anni»

E ancora «ci sono cose importanti come i messaggi whatsapp del 2014 che mi sono arrivati tra due persone molto vicine a Papa Francesco che parlano di documenti di Emanuela, di cose di Emanuela».

Il sit-in annuale in ricordo di Emanuela

«Mi colpisce la riapertura delle indagini, una riapertura improvvisa. Se è su impulso di Papa Francesco, ben venga»– conclude Pietro Orlandi. Poi l’invito al sit-in annuale in ricordo della sorella. 

«Ci vediamo, con chi vorrà e potrà, sabato alle 16.30 a Largo Giovanni XXIII , per ricordare Emanuela e per ricordare che noi non cederemo mai di un passo fino alla Verità» .

“Da un anno chiedevamo essere ascoltati”

Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi afferma: «Noi ne siamo all’oscuro, lo apprendiamo dagli organi di stampa ma certo è da un anno che attendevamo di essere ascoltati».

Si ascolterà anche Ali Agca?

Non è dato di sapere se le indagini seguiranno le ultime indicazioni di Ali Agca, l’ex “lupo grigio” autore dell’attentato a Papa Wojtyla del 13 maggio 1981. 

La sua storia è fortemente legata al caso Orlandi e di recente, aveva denunciato la presenza del famoso dossier segreto in Vaticano relativo proprio alla giovane donna. Peccato che negli ultimi anni la sua credibilità sia scesa notevolmente per via delle sue dichiarazioni “ballerine”.

Cosa succederà adesso?

Le indagini ripartiranno dai dati acquisiti durante il processo e si seguiranno nuove piste, oltre a vecchie indicazioni che non erano state prese debitamente in considerazione.

Oltre al caso Orlandi, le indagini potrebbero fare luce anche sulla vicenda della coetanea Mirella Gregori, scomparsa poco prima di Emanuela, il 7 maggio 1983. 

Pitagora “dietro la tenda”: alla ricerca dell’armonia

Pitagora, dipinto
Pitagora, dipinto

La filosofia di Pitagora fu assolutamente rivoluzionaria. L’insegnamento “dietro la tenda”, aveva quale scopo finale la concretizzazione di una vita armonica.

Chi era Pitagora? 

Pitagora. Nato a Samo (tra il 580 a.C. e il 570 a.C.Metaponto, 495 a.C. circa), grazie ai suoi viaggi in oriente assimilò una serie di tradizioni che per i greci del suo tempo costituivano le fondamenta del sapere. Nel 530 a. C giunse a Crotone, dove fondò l’omonima scuola. 

Oltre ad essere noto per aver formulato il “Teorema di Pitagora”, al “saggio di Samo” si attribuisce anche la paternità del termine filosofia.

Pitagora fu l’inventore della parola filosofia? 

La filosofia (ϕιλο– «amico-» e σοϕία «sapienza») è nata all’incirca 2500 anni fa. Essa significa amore del sapere, della sapienza, della saggezza. 

Cosa intendeva Pitagora quando usava la parola “filosofia”?

Nella sua concezione filosofica, egli cercava di conciliare sapienza e scienza. 

E in effetti il suo nome è legato all’aritmetica, alla matematica, alla storia della musica, della filosofia e a tutte quelle tradizioni che hanno caratterizzato l’uomo occidentale. Esaminiamo le caratteristiche peculiari della sua rivoluzionaria filosofia.

La trasmigrazione delle anime 

Dall’oriente, in special modo dall’India, Pitagora attinse alla dottrina della “trasmigrazione delle anime”. Essa sostiene che l’anima dell’uomo rinasca dopo la morte, passando per una trasmigrazione continua, fino a incarnarsi in un altro corpo fisico in base alla sua condotta nella vita precedente. Di conseguenza, occorre operare con rettitudine al fine di elevarsi. In che modo? 

La scuola offriva gli strumenti idonei a formare una classe di uomini giusti.

La “tenda di Pitagora”

L’immagine che più ci riporta allo stile di insegnamento di Pitagora è quella della “tenda” (che è in pratica una “soglia fra i mondi”), all’interno della quale il Maestro svolgeva le sue lezioni. 

Spighiamo le dinamiche.

Egli aveva impostato la dottrina su un insegnamento dogmatico, fondato su proposizioni e asserzioni oracolari brevi e sintetiche. 

Questi dogmata, racchiusi in una serie di proposizioni assertorie, erano sì pronunciati dal Maestro, ma egli si nascondeva dietro a una tenda, in modo che gli allievi non potessero vederlo.

Ai discepoli era chiesto di stare in religioso silenzio. Nel corso dei cinque anni “accademici” previsti dalla scuola, non potevano mai intervenire, né fare domande.

L’unica cosa che dovevano fare era imparare a memoria i Versi Aurei”, un capolavoro assoluto straordinariamente attuale. Noti anche come “I 34 comandamenti Pitagorici“, erano una sorta di decalogo morale su cui lavorare e da applicare pragmaticamente nella vita quotidiana.

Ipse dixit Pitagora

I Versi Aurei erano considerati “sacri”, inconfutabili e, come detto, dovevano essere applicati nella vita di tutti i giorni. Questo perché l’insegnamento di Pitagora era al tempo stesso morale, scientifico e filosofico. Sicuramente vi starete chiedendo a cosa servisse la tenda?

Ebbene, essa separava i due mondi: quello della rivelazione e della profezia, cioè il mondo del Maestro che offre la sapienza ai mortali, dal mondo mortale, quello dei discepoli, degli iniziandi”.

La novità dell’insegnamento 

In realtà, questo modus operandi, non rappresentava una novità per l’epoca.

L’originalità era data da ciò che avveniva dopo i famosi cinque anni.

Trascorso quel tempo, la tenda infatti si alzava, i discepoli passavano dall’altra parte e venivano accolti nella casa del Maestro, che era anche la sede della “setta” dei pitagorici.

Da quel momento, essi diventavano “amici”.

Filosofi e amici: cosa significa?

L’amicizia è un concetto tipicamente greco e tipicamente filosofico e vuol dire “essere accomunati dal medesimo amore per la sapienza”.

Questo dettaglio ci riporta alle origini del termine “filosofia”, cioè “amico della sapienza”. Un’amicizia fra persone amiche e uguali gerarchicamente, nell’amore che li accomuna.

Dal principio gerarchico all’uguaglianza 

L’insegnamento pitagorico, iniziava attraverso un percorso in cui vigeva il principio gerarchico.

Era il Maestro l’unico a parlare, mentre i discepoli venivano indottrinati fino a quando non sviluppavano un pensiero “corretto”, cioè la sapienza filosofica. Quando essa era raggiunta, vigeva il principio di uguaglianza, perché di fronte alla Verità nessuno è più maestro dell’altro. 

Questa fu la vera innovazione del suo insegnamento. 

L’aristocrazia pitagorica

Una volta diventati “amici”, i pitagorici costituivano una sorta di élite aristocratica all’interno della città e potevano accedere attivamente alla vita politica.

Pitagora trasferì questa visione che univa politica e filosofia, sapere e governo, anche nell’Italia meridionale e qui fu tramandata per diversi secoli.

Anche in questo caso siamo di fronte a una novità assoluta, peculiare solo della filosofia occidentale. Nessun altra filosofia era mai passata da una soglia oracolare, da una “tenda iniziatica” che separa il mondo divino da quello mortale. 

Pitagora offriva la sapienza e insegnava a passare la soglia, per consentire anche ai discepoli di diventare Maestri della Verità.

Ammesse anche le donne

Un’altra caratteristica straordinaria era che la scuola ammetteva anche le donne. Cosa assolutamente innovativa, visto che all’epoca, soprattutto in Grecia, esse erano escluse da ogni attività. 

Una filosofia “aristocratica e popolare”

La filosofia pitagorica era dunque una dottrina esoterica, iniziatica, selettiva, fatta per quei pochi che erano in grado di varcare la soglia. Per coloro che avevano la pazienza, la costanza, la fiducia nel Maestro e l’amore per la verità che li rendeva idonei all’ascolto.

E’ altresì vero che questo sapere raffinato, esoterico, aristocratico, che prevedeva la virtù dell’umiltà, del tacere, del saper ascoltare, il senso del limite, non escludeva nessuno.

Si può pertanto parlare di una filosofia “inclusiva”, aristocratica e popolare al tempo stesso.

Come diceva Nietzsche in Così parlò Zarathustra, è “Un libro per tutti e per nessuno”.

Cosa insegnava Pitagora?

Come abbiamo accennato, una parte cospicua della filosofia di Pitagora era di natura morale. Parlava del destino dell’uomo e dell’anima, ψυχή,psyche”, base della psicologia trascendentale occidentale. 

Insegnava la dottrina della trasmigrazione delle anime affinché, attraverso la pratica di purificazione, gli uomini potessero elevarsi e incarnarsi in individui sempre migliori.

Insegnava anche una particolare dieta a base vegetale, che per usare un termine moderno potremmo definire “igienista”. Tutte caratteristiche prese in prestito dall’oriente, che servivano a stabilire una certa armonia fra mondo interiore e vita esteriore.

Il fulcro della dottrina: armonia, il bíos pythagorikós

La “parola chiave” della dottrina pitagorica, che riassume al meglio la sua intuizione è “armonia”, “bíos pythagorikós”.

Essa prevedeva un equilibrio globale dato da una serie di fattori convergenti: etica, scienza, matematica, musica. 

Quest’ultima, μουσική (musikè) è la parola che più si avvicina al termine armonia

In effetti Pitagora insegnava anche la musica. 

Aveva concepito la musica come elemento che, assieme alla matematica e alla geometria della corda, coinvolge tutto l’Universo.

A lui è attribuita la costruzione della scala musicale detta impropriamente “temperamento pitagorico”.

Il filosofo aveva scoperto che i suoni della scala stanno fra di loro secondo dei rapporti aritmetici. 

A cosa serviva l’armonia? 

L’armonia pitagorica insegnava a vivere una vita giusta all’interno della società. 

Essa era alla base del parlare bene e del cantare bene, ma non secondo i canoni moderni: era arte della parola, della poesia, del gesto, della danza, del suono. Insomma dentro la parole musikè, era racchiusa tutta la pedagogia pitagorica, cioè “trovare l’armonia alla fine della vita”. Concetto espresso tra l’altro da Socrate poco prima di bere la cicuta.

L’armonia pitagorica è dunque al tempo stesso l’inizio della scienza aritmetica, della scienza, dell’ordine, del numero e la nascita della politiche, di quell’arte di fare politica etica. 

Conclusioni 

Cos’è dunque la filosofia? Forse l’arte dell’armonia fra vita e morte?

Fonti 

“La tenda di Pitagora” lectio magistralis di Carlo Sini