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giovedì, Maggio 23, 2024

De Andrè: il suo “Giudice” siamo noi

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Ricordate la celebre “poesia” di Fabrizio De Andrè, “Un giudice”? Ad analizzarla bene, non possiamo che ritrovarci in tutto e per tutto nella sua descrizione.

De Andrè canta il “ Un giudice” 

De Andrè non era solo un cantautore, per molti è tuttora un patrimonio di riflessioni, valori e ideali intramontabili.

Con lue sue liriche sottili e altamente poetiche si è occupato di temi attuali. Dalla denuncia della guerra al carcere, dall’ipocrisia piccolo-borghese alla prostituzione, dalla droga ai drammi delle maggioranze e minoranze, dagli zingari ai popoli nativi, fino alla omo/trans-sessualità. 

Oggi ci soffermeremo sulla nota canzone un giudice”, scritta nel lontano 1971, anno della mia nascita.

Il personaggio in questione, era stato descritto nella raccolta “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters e nell’opera si chiamava Selah Lively. 

“Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”

Nel testo, De Andrè parla di un nano che, per utilizzare un termine moderno, veniva costantemente “bullizzato” per via della sua statura e per il suo aspetto fisico. La canzone narra anche di come, oltre ad essere preso in giro, il nano suscitasse anche la curiosità delle donne,  per via di quella credenza secondo cui i nani sarebbero più “dotati”. Scrive per l’appunto di una ragazza impertinente che vuole scoprire “quanto si dice intorno ai nani, che siano i più forniti della virtù meno apparente, fra tutte le virtù la più indecente”. 

Covando odio per l’altrettanto odio ricevuto, non appena divenne giudice, il nano si vendicò, scatenando tutte le sue frustrazioni. 

Iniziò pertanto a sentenziare condanne a destra e a manca. “E allora la mia statura non dispensò più buonumore. A chi alla sbarra in piedi mi diceva “Vostro Onore” e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio, non conoscendo affatto la statura di Dio”. E noi?

Da De Andrè ai giudici attuali

Oggi, soprattutto con l’avvento di internet e dei social, tutti noi ci siamo trasformati in giudici, né più ne meno come il grottesco personaggio di Faber. Siamo espertissimi in ogni settore e, comodamente nascosti dietro le nostre scrivanie, non facciamo che sputare sentenze su chiunque. 

Magari non ci accorgiamo dell’inquilino del piano di sopra che sta massacrando la moglie. Quando siamo chiamati all’operatività, siamo come le tre scimmiette: non vediamo niente, non sappiamo niente, non parliamo. 

Oppure diventiamo come Giulio Andreotti nell’epico sketch di Massimo Troisi del 1990, quando diceva “Andreotti lo vorrei come padre. Perché è ingenuo, è buono. Sta da quarant’anni in Italia. Sono successi delitti, mafia servizi segreti deviati, stragi e non si è mai accorto di niente”.

In fondo, non siamo davvero giudici, non abbiamo il potere di infliggere pene reali. Giudichiamo con la tastiera, facciamo comunque del male, ma siamo anche noi ingenui e non lo facciamo con malafede.

Ci piace ergerci sulla cattedra. Niente più!

Perché godiamo a giudicare, come il nano di De Andrè?

Certo che, almeno antropologicamente, sarebbe interessante capire perché ci piace così tanto essere “giudici in terra” come il nanetto cattivo di De Andrè.

Una spiegazione?

Prendiamo in discorso alla lontana.

Se esiste Dio, non può che essere buono e non può che essere amore incondizionato. 

Non tanto perché sia interessato a noi. E non penso nemmeno che voglia metterci in fila nel giorno del “giudizio universale”, per separare buoni e cattivi.

E’ semplicemente che, avendo creato tutto, e se ci guardiamo intorno, ha generato delle belle cose, non può che amare i frutti della sua mente, il suo logos che si è materializzato. 

Avendo tutto, perché tutto è da lui generato, non soffre di invidia come il giudice di De Andrè, il quale era tormentato per il fatto di non avere qualcosa che avevano gli altri. 

L’odio è mancanza 

Concludendo, non si può che dedurre che l’odio, l’invidia, la vendetta e il relativo gusto intrinseco di giudicare, siano “figli della mancanza”. Il giudice, definito iperbolicamente con l’epiteto di “nano” da De André, diventa una carogna per il semplice fatto che gli altri “hanno ciò che lui non ha”. Si accanisce perché gli altri sono sempre stati carogne con lui e trova nella vendetta e nel giudizio l’unica cura possibile.

Un po’ come accade a tutti noi: perché, a pensarci bene, spesso nell’altro non vediamo ciò che non ci piace di lui, ma ciò che ci manca.

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