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Amianto sui bus, Cotral dovrà risarcire i figli di un autista

autista Cotral Cecchini con la moglie
autista Cotral Cecchini con la moglie

Il Tribunale di Roma ha condannato l’azienda di trasporti Cotral al risarcimento dei danni nei confronti dei figli dell’autista Vincenzo Cecchini, morto per un adenocarcinoma polmonare da amianto. Ai due uomini, Stefano e Claudio, andranno 78.714 euro ciascuno.

Risarcimento di 236.142 euro per vedova e figli

Stessa somma ottenuta dalla madre e moglie di Cecchini in una sentenza del 2018, nel dicembre scorso confermata in Appello, con un procedimento distinto. Si tratta ancora di una parte del risarcimento del danno (iure hereditario, vale a dire subito dalla vittima), per la malattia causata dall’esposizione all’asbesto presente sui mezzi guidati dal 59enne.

I tre proseguiranno il procedimento giudiziario per chiedere anche il risarcimento dei danni iure proprio (subiti direttamente dai familiari per la morte del congiunto). Sempre assistiti dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto.

Manovale e autista Cotral per oltre 10 anni

Cecchini ha lavorato dal 1981 prima come operaio manovale e poi come manovale d’officina per Cotral e, dal 1993, autista di linea di autobus. Ha svolto negli anni mansioni consistenti nella manutenzione delle scale mobili delle stazioni della metropolitana di Roma. Che presentavano molte componenti in amianto. Come autista di linea di autobus ha condotto mezzi pesanti, autobus e pullman ancora con vari parti in amianto. Con esposizione ai gas di scarico dei motori diesel e a polveri e fibre di amianto. È stato esposto, quindi, all’asbesto, così come a residui della combustione, benzene e altri cancerogeni per il sistema respiratorio. Sempre in assenza di strumenti di prevenzione e di protezione individuale.

L’Ona da anni ormai assiste le vittime amianto e i loro familiari. L’avvocato Bonanni è stato uno dei primi a denunciare le conseguenze dell’esposizione alla fibra killer, come dimostrano le sue numerose pubblicazioni sul tema. L’ultima: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022” oltre a ripercorrere la storia dell’utilizzo indiscriminato di questo minerale considerato pericoloso già dai primi anni del Novecento, riporta anche i dati relativi ai decessi per patologie asbesto correlate. Tra queste la più grave è sicuramente il mesotelioma, seguito proprio dal tumore del polmone. Una strage silenziosa che va fermata. Per questo l’avvocato si batte per ottenere un piano di bonifica dei siti contaminati che vengono aggiornati anche grazie alla App Ona.

Confermato in Appello il risarcimento per vedova dell’autista

Il giudice del Lavoro, Valentina Cacace, si è attenuta alla sentenza del Tribunale di Roma del 2016 confermata in Appello, resa nel giudizio della madre dei due ricorrenti, Laura Cristofanelli, nei confronti di Cotral, che aveva ad oggetto lo stesso danno fatto valere dai figli.

Il consulente tecnico nominato nel procedimento aveva riconosciuto la sussistenza del nesso eziologico fra l’esposizione lavorativa realizzatasi tra il dicembre 1981 e il dicembre 1992 e l’insorgenza dell’adenocarcinoma polmonare diagnosticato” alla vittima. Il Dott. Cavalli in particolare scrisse: “… la letteratura scientifica … ha segnalato l’aumentata incidenza di carcinomi polmonari tra le persone esposte all’asbesto”.

E ancora, sostiene il ctu, in relazione a tutta una serie di normative richiamate che definiscono cancerogeno l’amianto e che dispongono tutta una serie di misure che il datore di lavoro deve attuare per preservare la salute dei suoi dipendenti, “… non può non dubitarsi della responsabilità della società resistente per l’omessa adozione di quelle cautele … che avrebbero ridotto il rischio…”.

Cotral, riconosciuto anche il danno di natura psichica

Il Tribunale di Roma riconosce anche per i figli, com’è stato per la madre, il danno biologico di natura psichica. Cecchini, infatti, ha percepito lucidamente l’approssimarsi della morte.

Dopo la diagnosi, poi, ha visto notevolmente compromessa la sua integrità psico-fisica. Intanto, ha percepito la gravità del quadro patologico. Ha dovuto poi subire innumerevoli controlli ed esami diagnostici.

La nota di Cotral: “Nessun lavoratore è esposto ad amianto”

Cotral ha risposto con una nota spiegando che si tratta di “fatti risalenti a vent’anni fa”. Purtroppo, com’è noto, il tempo di latenza tra l’esposizione all’amianto e la comparsa della malattia può essere anche di 40 – 50 anni e si tratta quindi di fatti comunque attuali. “Nel rispetto della normativa – ha aggiunto Cotral – nessun lavoratore impiegato presso gli impianti di Cotral Spa, è attualmente esposto al contatto con componenti che contengono polveri e fibre di amianto”.

Pinguini allo specchio: come reagiscono?

famiglia di pinguini
famiglia di pinguini

Come reagiscono i pinguini guardandosi allo specchio? Un test svela il comportamento di questi simpatici animali.

Pinguini vanitosi o consapevoli?

I pinguini selvatici di Adélie (Pygoscelis adeliae), si riconoscono allo specchio? Forse!

A supporlo è uno studio preliminare in attesa di revisione, guidato dall’etologo cognitivo Prabir Ghosh Dastidar del Ministero delle Scienze della Terra indiano. A coadiuvarlo nella ricerca, Azizuddin Khan dell’Indian Institute of Technology di Bombay e Anindya Sinha del National Institute of Advanced Studies di Karnataka, sempre in India.

Un viaggio in Antartide 

Per scoprire se effettivamente i pinguini si riconoscono, i tre studiosi si sono recati nell’isola di Svenner, nell’Antartide orientale.

La scelta è caduta su questi uccelli, dal momento che sono animali altamente sociali e relativamente facili da testare.

Pinguini sottoposti al mirror test di Gordon Gallup

Gli scienziati hanno sottoposto dodici pinguini al “mirror self-recognition (MSR)”, un metodo di valutazione della consapevolezza del sé degli animali, ideato negli anni Settanta dallo psicologo americano Gordon Gallup.

Piccola curiosità: anziché testare gli animali in cattività, come nella maggior parte degli studi MSR, il team ha lavorato con pinguini selvatici, non avvezzi alla presenza di esseri umani.

Per allentare lo stress, gli studiosi hanno dunque apportato qualche modifica al test originale.

Come hanno reagito i pinguini? Le fasi del test

I ricercatori hanno condotto quattro esperimenti.

  • Primo test: sono stati posizionati alcuni specchi a terra, nelle vicinanze dei pinguini, per osservare il loro comportamento;
  • Secondo test: gli scienziati hanno usato strutture di cartone come recinzione per isolare ogni pinguino. Hanno poi indirizzato la loro attenzione verso uno dei due specchi posizionati alle estremità; 
  • Terzo esperimento: il team ha mostrato ai pinguini uno specchio su cui era apposto un adesivo circolare a livello della testa. Il test serviva a far credere agli animali che l’immagine appartenesse a un altro uccello;
  • Quarto esperimento: i ricercatori hanno messo un bavaglino rosso sul petto di ogni pinguino, prima di lasciarlo guardare di nuovo allo specchio.

Risultati del test 

  • Quando sono stati esposti in gruppo davanti allo specchio, i pinguini non hanno reagito;
  • Se isolati gli uni dagli altri, alcuni esemplari hanno iniziato a studiare i loro riflessi senza tuttavia toccarli. Davanti alla loro immagine, i pinguini non hanno reagito in maniera aggressiva, come se non temessero il misterioso individuo davanti ai loro occhi;
  • Gli uccelli si sono agitati osservando gli adesivi. Hanno provato a beccarli con insistenza, come se cercassero di rimuoverli;
  • Nessuno di essi ha fatto caso al bavaglino rosso. «La mancanza di interesse dei pinguini per i bavaglini- spiega Sinha, può essere spiegata dalle loro abitudini acquatiche. I pinguini sono molto più sensibili al blu. Sono piuttosto insensibili ai colori arancione e rosso». Di conseguenza, il test del bavaglino non deve essere visto necessariamente come un fallimento dell’esperimento.

Pinguini allo specchio, il parere degli studiosi 

Secondo gli autori dello studio, i risultati sarebbero “un po’ ambigui”, ma nell’insieme suggeriscono che i pinguini abbiano effettivamente un certo grado di auto-consapevolezza.

Il parere di Gallup

Gallup, ideatore del test, ha manifestato il suo scetticismo in merito all’esperimento sui pinguini.

Secondo lui, sarebbero necessari studi più approfonditi e ulteriori esperimenti per sondare questo aspetto della coscienza.

Consapevolezza animale  

Ricerche precedenti avevano dimostrato che l’autoconsapevolezza è rara nel regno animale.

Finora, a superare il test, sono stati alcuni mammiferi, soprattutto elefanti, pochi uccelli e alcuni pesci. Ad ogni modo, l’esperimento in questione ha portato a quattro il numero di uccelli che hanno mostrato una certa consapevolezza dei loro riflessi.

Gli altri sono: le gazze eurasiache, i corvi domestici indiani e i piccioni.

Un test importante 

Sinha pensa che lo studio potrebbe avere implicazioni significative per la nostra comprensione della cognizione degli uccelli.

«I pinguini sono un gruppo molto antico di uccelli» afferma. In effetti, i loro primi antenati risalgono a sessanta milioni di anni fa. «Le nostre idee sull’evoluzione del sé, sono state finora limitate alle specie di mammiferi».

Non ci resta che attendere nuovi studi!

Fonti 

Prabir Ghosh Dastidar et al, Possible Self-awareness in Wild Adélie PenguinsPygoscelis adeliae,bioRxiv (2022).DOI: 10.1101/2022.11.04.515260

Fantasmi romani: un viaggio nel mistero capitolino

Ritratto di Beatrice Cenci
Ritratto di Beatrice Cenci

Secondo la leggenda, molti fantasmi si aggirano per le vie di Roma. Molti di essi hanno nomi altisonanti. Scopriamo qualche storia.

Quanti fantasmi! Le più illustri entità romane

Fantasmi. Beatrice Cenci, Cagliostro e signora, Donna Olimpia, Alessandro VI Borgia, Mastro Titta, Nerone e Messalina, fino ai poeti Mary Shelley e John Keats, sono alcuni dei nomi che, secondo la leggenda, vagano senza riposo nella città eterna. Oggi parleremo delle loro storie di alcuni di essi.

I fantasmi romani: la tragica storia di Beatrice Cenci

Secondo la leggenda, ogni anno, la notte dell’11 settembre il fantasma di Beatrice Cenci (1577-1599) si aggirerebbe nei pressi di Castel Sant’Angelo, tenendo la sua testa sotto il braccio.

La giovane era figlia del Conte Francesco Cenci e di Ersilia Santacroce. Quest’ultima morì quando Beatrice aveva appena sette anni.

Da quel momento, la bimba visse presso le suore di Santa Croce di Montecitorio e fece ritorno a casa all’età di quindici anni, allorché il padre si sposò in seconde nozze con Lucrezia Petroni.

Il padre tuttavia iniziò ad abusare di lei, della seconda moglie e dei fratelli. Cosa che lo fece finire in prigione per sodomia.

Il processo a Francesco Cenci

Grazie alle sue origini aristocratiche e a quella che definiremmo oggi una lauta “mazzetta”, elargita a Papa Clemente VIII, Francesco ottenne la libertà.

Ritornato all’ovile, finì nuovamente sotto accusa, per i soliti reati di violenza e di abusi sessuali.

Per mettere tutto a tacere, Francesco rinchiuse la figlia e la seconda moglie in una rocca dei Colonna a Petrella Salto, in Abruzzo.

Segregate all’interno di una torre, le due donne continuarono a subire violenze e torture di ogni genere.

La vendetta liberatoria 

Nel tentativo di liberarsi dalla prigionia, le donne pianificarono l’omicidio del “padre padrone”. Ad aiutarle nell’impresa, i fratelli di Beatrice, Giacomo e Bernardo, oltre a un castellano e un maniscalco. 

I congiurati infilzarono un gancio dentro un occhio e uno nella gola del bruto Francesco. Poi gettarono il cadavere da una balaustra, facendo credere che si trattasse di una morte accidentale. 

I giudici tuttavia non credettero all’alibi dei membri della famiglia e per i tre scattò la pena capitale. 

Il popolo, che conosceva la fama di Francesco, si ribellò alla decisione dei giudici e cercò di difendere Beatrice.

La giovane ottenne pertanto una proroga di venticinque giorni, prima di essere decapitata a Castel Sant’Angelo l’11 Settembre 1577.

L’unico a salvarsi fu Bernardo, che all’epoca dei fatti era appena diciottenne.

Sterminati gli eredi, l’ingente capitale dei Cenci finì nelle tasche di un nipote del Papa, Gianfrancesco Aldobrandini.

La morte e lo spettro sconsolato di Beatrice 

Purtroppo, nemmeno la morte pose fine alle tribolazioni di Beatrice.

Uccisa dal boia papale, la giovane fu sepolta nella chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo.

Qui la sua tomba fu violata dai soldati francesi durante l’occupazione napoleonica di Roma del 1798.

I soldati irruppero nel luogo di culto, distruggendo la tomba di Beatrice.

Dopodiché si misero a giocare a palla con la sua testa mozzata.

Da quel momento, la giovane donna, simbolo dell’opposizione all’arroganza dell’aristocrazia, tornerebbe ogni anno nel luogo della sua esecuzione.

Fantasmi dei Cenci e arte 

La storia di Beatrice ha ispirato molti artisti. Ad omaggiarla, alcuni dipinti di Guido Reni e Caravaggio. Riferimenti sulla sua triste storia si trovano negli scritti di Mary Shelly, Sthendal, Dumas padre e Alberto Moravia, per citare qualche nome.

Anche alcuni musicisti hanno cantato il dramma della sventurata ventiduenne. 

All’inizio del Novecento, i romani proposero di dedicarle una via, ma i cattolici si opposero.

Pur essendo stata maltrattata, violentata e torturata, per loro, Beatrice era pur sempre una “parricida”.

Fantasmi: lo spettro di Cagliostro e signora

Passiamo alla storia del palermitano Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo, meglio noto come Conte di Cagliostro (1743-1795).

Esoterista, massone, falsario, negromante e alchimista, a lui fu addebitata, tra le altre cose, la responsabilità di essere tra gli ideatori dello “scandalo della collana” in cui fu coinvolta la regina Maria Antonietta.

Sposato con la prostituta Lorenza Serafina Feliciani, insieme a lei mise a segno delle colossali truffe in giro per l’Europa.

L’ambiguo personaggio fu condannato a morte (per eresia) dalla Chiesa cattolica, ma la sua pena fu tramutata in ergastolo.

L’arresto avvenne in piazza di Spagna. Poi da lì, fu condotto nella prigione di Castel Sant’Angelo, dove morì quattro anni dopo. 

Fantasmi che ridono e piangon

Secondo la leggenda, i fantasmi dei due coniugi si aggirano in inverno e in autunno tra Vicolo delle Grotte, dietro piazza Farnese, un tratto che collega Via dei Giubbonari a Via Capodiferro, Piazza di Spagna e Piazza Sant’Apollonia. 

In quest’ultimo luogo, un tempo sorgeva il convento dell’Oliva, dimora in cui Feliciana finì gli ultimi giorni della sua avventurosa vita. 

Lo spettro di Lorenza ripercorre la stessa strada che fece quel fatidico giorno del 1789 in cui tradì lo sposo.

Pentita, arriverebbe fino a Piazza di Spagna, per poi scomparire all’alba dentro le acque della “Barcaccia” la fontana posta al centro della piazza.

La donna appare con il volto coperto da un velo, mentre si lamenta e piange. 

Si sentirebbero inoltre le risate macabre del marito, alternate da urla e pianti “Lorenza, perché…” grida Cagliostro.

Perché Cagliostro ride e piange contemporaneamente?

Ciò si deve al fatto che, in vita, la relazione fra i due era piuttosto burrascosa. 

Fu proprio la donna, stanca delle continue violenze del marito, a denunciarlo di magia ed eresia.

Fantasmi: la storia di Pimpaccia

Un altro fantasma leggendario è quello di Donna Olimpia Maidalchini Pamphili (1591-1657), nota con il soprannome di “Pimpaccia”.

Ogni anno, il sette gennaio, la donna si aggira su di una carrozza nera guidata da un cocchiere senza testa, trainata da quattro cavalli che sputano fuoco.

Si dice che esca da Villa Pamphili con tutto l’oro trafugato al Papa e che, dopo aver attraversato Ponte Sisto scompaia nel Tevere, dove i diavoli vengono a prenderla per portarla all’inferno.

Il fantasma della donna ride in modo agghiacciante, quasi a mostrare lo sdegno per il popolino romano, che provava in vita. 

Una vita all’insegna dello sfarzo

La Pimpaccia era una donna avida di ricchezze e potere, una vera e propria manipolatrice. 

Originaria di Viterbo e proveniente da una famiglia modesta, Olimpia si sposò, giovanissima, con il ricco Paolo Nini.

Rimasta vedova, dopo soli tre anni sposò Pamphilio Pamphili, fratello del cardinale Giovanni Battista Pamphili, che in seguito venne eletto Papa con il nome di Innocenzo X.

Grazie al fortunato matrimonio, la vita di questa donna cambiò radicalmente . 

Nel 1639 anche Pamphilio morì (voci di corridoio dicevano che lo avesse avvelenato). 

Nel 1645, ricevette dal cognato il titolo di principessa di San Martino al Cimino e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona.

Visse a Piazza Navona e si fece costruire un palazzo sfarzoso sul lungotevere che costeggia Trastevere.

Oltre al lusso, era nota per la sua sete di potere, che di fatto esercitava manovrando l’illustre cognato.

Si narra che prima di essere ammessi al cospetto papale, ambasciatori, artisti, mercanti e politici dovessero avere il benestare di Olimpia.

Dalle stelle alle stalle

La sua fortuna finì alla morte di Innocenzo X, avvenuta il 7 gennaio 1655.

Consapevole dell’imminente cambio di rotta che avrebbe preso la sua vita, poche ore prima che morisse il cognato, riempì due casse di monete d’oro, le caricò sulla sua carrozza e fuggì attraverso ponte Sisto. 

La leggenda narra che, a quanti le chiedessero di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: “Che cosa può fare una povera vedova?”.

Esiliata nel viterbese, non torno mai più a Roma.

Morì di peste nel 1657, lasciando in eredità 2 milioni di scudi. Il suo corpo riposa sotto la navata centrale della Basilica di San Martino al Cimino, ma il suo fantasma ripercorrerebbe ogni anno alla fatidica data il tragitto a vertiginosa velocità.

Qualche curiosità

  • Fino al 1914 esisteva, fuori Porta San Pancrazio nei pressi di Villa Pamphili, Via Tiradiavoli, così denominata per via della leggenda del carro che la porterebbe all’Inferno;
  • Il soprannome di Pimpaccia deriva da una pasquinata, uno scritto satirico lasciato sulla più celebre “statua parlante” di Roma: Pasquino.
    In questo scritto Olimpia è definita “Olim-pia, nunc impia”.
    Si tratta in pratica di un gioco di parole: in latino olim = una volta e pia =religiosa; nunc = adesso e impia (empia, piena di peccati!).
    Tradotto significa: “una volta era brava e religiosa, ma adesso è corrotta e peccatrice!”.
  • Altre pasquinate sul suo conto sono “Fu un maschio vestito da donna per la città di Roma e una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana”;
  • E ancora “Chi dice donna, dice danno – chi dice femmina, dice malanno – chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina. Chi è persona accorta – corre da donna Olimpia a mani piene – e ciò che vuole ottiene. – È la strada più larga la più corta;
  • Olimpia era anche nota con l’appellativo “la papessa”, cosa che lasciava intendere una relazione nascosta con il Papa.

Fonti

www.turismoroma.it

https://www.latitudinex.com/italia/piazza-del-popolo-a-roma-tra-storia-arte-e-mistero.html
https://www.latitudinex.com/italia/campo-de-fiori-giordano-bruno-e-il-mercato-di-roma.html
https://www.latitudinex.com/rubriche/curiosita/befana-di-piazza-navona-la-tradizione-delle-feste-a-roma.html
https://www.latitudinex.com/italia/cimitero-acattolico.html

Vaccino contro il cancro, promettenti i risultati studio Moderna

dna, vaccino contro il cancro
dna, vaccino contro il cancro

Sono disponibili i primi risultati del vaccino contro il cancro di Moderna e Msd, anzi della fase 2 della sperimentazione. E lasciano ben sperare. È basato sulla stessa tecnologia di quelli contro il Covid 19, è infatti a mRna, e secondo questi primi risultati ridurrebbe la recidiva del 44%.

Una speranza anche per chi ha contratto alcuni tipi di tumore, perché non agisce come prevenzione, ma come terapia. In questo studio sono stati monitorati soltanto pazienti con melanoma, ma il vaccino potrà essere utilizzato anche per altre neoplasie.

Vaccino contro il cancro associato a un monoclonale

Il vaccino contro il cancro è stato associato, in questa ricerca, ad un trattamento con Keytruda, un anticorpo monoclonale in uso negli Stati Uniti dal 2017.

“In sostanza, abbiamo ridotto della metà il rischio di decesso”, ha detto a Wired l’amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, dopo aver diffuso la notizia. Ora questi risultati dovranno trovare conferma nella fase 3 dello studio, che partirà presumibilmente quest’anno.

Bancel ha spiegato che si tratta di una tecnologia che crediamo sia in grado di insegnare ai linfociti T a riconoscere le cellule cancerose e a distruggerle. Quindi è un’immunoterapia.

Il vaccino viene realizzato partendo dalla biopsia e dal sequenziamento del dna sia delle cellule malate che di quelle sane. È quindi un trattamento personalizzato. Un algoritmo analizza le differenze delle due sequenze e un software individua le 34 mutazioni più importanti. Infine l’mRna insegna ai linfociti ad attaccarle.

Ritardi a causa della pandemia

Se il sistema alla base del vaccino conto il cancro è lo stesso di quello contro il Covid, la pandemia ha, però, ostacolato la sperimentazione. Il coronavirus ha rallentato lo studio che è stato sospeso per proteggere i pazienti oncologici dal contagio. In caso contrario Moderna sarebbe arrivata a questi risultati almeno un anno prima.

Un aiuto fondamentale è arrivato, invece, dalle tecnologie digitali. Per questo studio Moderna ha utilizzato il cloud e l’intelligenza artificiale. Tanto che 10 anni fa sarebbe stato impossibile.

Vaccino contro il cancro, presto la fase 3 della sperimentazione

Il 2023 potrebbe partire la fase 3 della sperimentazione del vaccino contro il cancro 4157/V940 combinato con Keytruda. Moderna e Msd valuteranno i tempi con le autorità regolatorie. In questa ultima verifica saranno migliaia i pazienti coinvolti e si valuterà anche l’efficacia per neoplasie diverse dal melanoma.

L’idea è quella di lanciare la sperimentazione in fase 3 anche per altri tipi di cancro. Non è dato sapere, al momento, per quali. Però negli Stati Uniti Keytruda è autorizzato anche per il trattamento di altre patologie oncologiche. Tra queste il cancro del polmone non a piccole cellule, il carcinoma a cellule squamose della testa e del collo, il linfoma di Hodgkin e quello diffuso a grandi cellule B. E ancora tumori dell’apparato digerente, dell’esofago, della cervice uterina e del rene. Ma anche del tumore della mammella triplo negativo. Qualcuna di queste potrebbe, quindi, essere inclusa in questa terza fase dello studio.

Rune scandinave: intervista all’esperto Ernesto Fazioli 

rune scandinave
rune scandinave

Le rune scandinave sono un alfabeto epigrafico e fonetico, su cui si basa un sistema di divinazione. Parliamo dell’argomento con Ernesto Fazioli, esperto in materia.

Ernesto Fazioli spiega le Rune scandinave

Ernesto Fazioli è un esperto di rune scandinave. Dal 2007 coordina il Museo Internazionale dei Tarocchi a Riola di Vergato (Bo).

Ha al suo attivo numerosi saggi, dove la cultura ermetica si unisce alla scoperta dei misteri delle città e dei più celebri personaggi del passato.

Un viaggio alla scoperta delle Rune

D. Com’è è nato l’interesse per l’ermetismo e in particolare per le rune celtiche?

R. Dal 1980 mi sono dedicato alla ricerca ermetica – antropologica, con particolare interesse alla storia, l’origine, la cultura e lo sviluppo dell’ermetismo. L’interesse si è esteso alle rune, astrologia, tarocchi, magia del giardino, nonché al simbolismo dell’arte. Queste ricerche sono state trasferite in corsi; seminari, libri, mostre, conferenze e incontri in Italia e all’estero.

Il mio interesse per le rune nasce dagli anni Novanta del secolo scorso, quando lessi un libro che ne descriveva la tecnica divinatoria. Il fascino di questo mondo mi ha poi condotto ad approfondire l’argomento, corredando i miei studi con ricerche di tipo storico. Approfondendo le ricerche è nato anche l’interesse per la mitologia e la cultura norrena, trasformando un semplice interessamento in una passione vera e propria.  

Etimologia della parola

D. Ci può spiegare l’etimologia della parola “runa”?

R. La parola nordica run parla di “mistero” o “segreto”. Il legame tra questa parola e il mistero traspare dai molti significati riportati e ricorre anche nella forma runo che, in finlandese, indica un verso poetico di natura eroica o cosmogonica, ma anche un incantesimo.

Storia delle rune 

D. Cosa sono le rune: cenni storici, mitologici, chi le ha scoperte, a cosa servono? 

R. Le rune sono un alfabeto epigrafico e fonetico (chiamato Fuþark dalle prime sei lettere che lo compongono), conosciuto a tutte le popolazioni germaniche. E’ composto da pochi segni, così da potere essere inciso su materiali molto resistenti come il legno, il metallo, la pietra o ancora pelli di animali. Le origini storiche delle rune continuano a rimanere un mistero. Il reperto archeologico più antico con iscrizioni runiche risale al II secolo d.C.

Le teorie principali sulle loro origini formulate nel corso dei secoli sono state molteplici. Tra le varie tesi si è ipotizzato un adattamento dell’alfabeto latino da parte del popolo germanico, venuto a contatto con la cultura romana; oppure un adattamento dell’alfabeto corsivo greco, attraverso l’intermediazione dei Goti. Oggi si ritiene più probabile la nascita attraverso una frammistione dell’alfabeto latino con gli alfabeti nord italici, anche se non risulta ancora chiaro il confine tra le due sequenze alfabetiche. 

Mitologicamente, invece, fu il dio Odino che, desideroso di apprendere ogni forma di saggezza, accettò di appendersi all’albero del mondo e di rimanere sospeso per nove notti, ferito dalla propria lancia, senza mangiare né bere. Al termine di questo sacrificio iniziatico autoimposto, egli poté evocare le rune. 

Diversi tipi di rune 

D. Quanti tipi di rune esistono? 

R. Quando si parla di rune si vuole intendere il sistema di scrittura nordico, che ha subito diverse trasformazioni nel corso del tempo. Il Fuþark Antico (in uso dal II/VIII secolo d.C. circa) è la più antica forma di alfabeto runico conosciuto, composto da ventiquattro lettere. Il FuÞark Recente a sedici segni (in uso dal IX-XI secolo d.C. circa) presenta diverse varianti epigrafiche, mentre nel Medioevo furono aggiunte altre lettere in quello che viene chiamato il FuÞark Medievale (in uso dal XI-XVI secolo d.C. circa): il loro numero è aumentato fino a raggiungere circa trenta caratteri.

Poemi runici 

D. I poemi runici: cosa sono e di cosa parlano? 

R. Esistono tre principali poemi che descrivono ogni singola lettera collegata a una stanza poetica che ne colora le caratteristiche, secondo il principio dell’acrofonia. Ad esempio la prima runa F è connessa al termine Fehu, che descrive – attraverso la connessione etimologica con il ‘bestiame’ –  la ricchezza esteriorizzata mobile.

Il più antico è il Poema Runico Anglosassone, è composto da ventinove stanze, ognuna delle quali ha un numero variabile di righe (da due a cinque). Ogni stanza è preceduta dal carattere runico cui la stessa è dedicata. 

Il Poema runico norvegese viene attribuito a un autore norvegese del XIII secolo, e ogni runa è collegata a una strofa di due versi, in cui la prima riporta il nome del carattere grafico, mentre la seconda fornisce informazioni, spesso enigmatiche, collegate al soggetto. 

Il Poema Runico Islandese dovrebbe risalire al XV secolo. Esso consiste in sedici brevi strofe, più elaborate rispetto al modello norvegese, per descrivere le rune del Futhark scandinavo. Nonostante l’alfabeto runico islandese contenesse più lettere, nel poema ne sono riportate solo sedici, forse basandosi su di un precedente testo originale perduto.

Questi tre poemi sono tra le fonti principali cui attingere per comprendere il senso di ogni graffito.

Un sistema divinatorio o un alfabeto?

D. Alfabeto o divinazione: parliamo dei due aspetti legati alla rune

R. Sin dai primi studi su questo alfabeto nacquero due scuole di pensiero. Chi afferma che sono solo un alfabeto, le cui lettere possono essere state usate – come per ogni altro alfabeto – per iscrizioni magiche; e invece chi afferma il contrario, ovvero che ogni runa sia l’espressione di un potere divino per cui ritenute entità viventi aventi proprietà magiche. Tale capacità traspare anche dall’iscrizione Noleby scoperta nel 1894 e datata da Sophus Bugge (filologo norvegese e linguista) al VII secolo d.C. L’iscrizione sulla pietra significa “rune di origine divina” o ‘“rune dipingo, che derivano dagli déi”.  

In ogni epoca sono comunque stati ritrovati reperti archeologici che possono essere considerati amuleti o iscrizioni magiche.

Il potere magico delle rune 

D. Alcune scuole di pensiero (legate alla magia) ritengono che le rune abbiano poteri molto forti. Che siano addirittura lo strumento magico più potente in assoluto e che sia pericoloso utilizzare alcune di esse, per creare amuleti o tatuaggi. Secondo lei è vero? 

R. No.

Rune, amuleti e tatuaggi

D. Ha senso creare amuleti e tatuaggi raffiguranti le rune? E’ solo una moda? 

R. Partiamo dal presupposto che non amo particolarmente i tatuaggi, anche perché da un punto di vista storico non esiste la certezza che fossero in uso, almeno nel modo in cui vengono utilizzati oggi. Molti dei tatuaggi, infatti, rappresentano simboli che non appartenevano al mondo vichingo o pre-vichingo e probabilmente non riproducono neppure elementi runici. La moda di questi tatuaggi è stata molto incentivata da fiction e film, che a volte – per motivi narrativi – hanno un po’ deviato dalla realtà storica, reinterpretandola. 

Come specificato molti degli amuleti risalgono all’epoca medievale, tranne pochissimi esempi, per cui occorre avere la consapevolezza che sono elaborazioni tarde che risentono dell’influenza che l’ermetismo ebbe verso il XV/XVI secolo che raggiunse anche l’ambito nordico.

L’interesse per le rune ai nostri giorni

D. Oggi si sente parlare sempre più spesso delle rune. A cosa si deve questo crescente interesse?

R. Oggi le rune – dopo molti anni di oblio – sono state sdoganate e spogliate dai tristi collegamenti che le legavano a un certo periodo storico. Cominciano così a occupare un posto di rilievo anche da un punto di vista culturale.

Molti libri storici, archeologici interessanti sono in commercio, e molte sono le derivazioni divinatorie che è possibile trovare sul mercato. Spesso questi ultimi sono rielaborazioni personali degli autori che li hanno prodotti.

Da questo punto di vista, il mio consiglio è sempre quello di affidarsi a fonti certe, considerato il fatto che nulla o quasi nulla sappiamo del modo in cui eventualmente potevano essere usate a questo scopo. Mentre nel grande patrimonio delle saghe islandesi e nei reperti archeologici (oltre che nella storia) si trovano riferimenti a quello che potrebbe rappresentare il mondo magico cui le rune sottendono.