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Vaccinazioni per i militari: “obbligo illegittimo”

vaccinazioni militari
vaccinazioni militari

Le vaccinazioni per i militari sono un tema controverso. Nulla quaestio per quanto riguarda il presidio terapeutico. Tuttavia, l’obbligo vaccinale si deve misurare sul diritto alla autodeterminazione del paziente, in questo caso non ancora tale.

Obbligo vaccinale, che cos’è e in che cosa consiste

L’obbligo vaccinale consiste nell’imporre, per legge, la somministrazione di un farmaco. Nel caso dei militari un gruppo di farmaci. Questa pratica medica non è condivisibile così come attuata dalle nostre Forze Armate. Le ragioni sono quelle messe in evidenza dalla relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta della Camera dei Deputati del 07.02.2018.

Infatti, è stato registrato e dimostrato che questi vaccini furono somministrati in dosi multiple, spesso senza tener conto delle condizioni del paziente. Nella maggior parte delle circostanze, poco prima della partenza in missione.

In più, è stata rilevata la presenza di nanoparticelle di metalli pesanti e additivi. Questo è fuori di dubbio, e per fortuna questa problematica è stata risolta.

La pronuncia della Corte Costituzionale sulle vaccinazioni

La Corte Costituzionale si è pronunciata su una questione che è stata sollevata dal Tribunale militare di Napoli, per militari.

Questi ultimi erano stati impiegati in particolari condizioni operative, in Italia e all’estero. Secondo la Corte, quest’obbligo non poteva essere imposto.

Illegittimo l’art. 206 bis Codice dell’ordinamento militare

Queste norme, e le relative sanzioni, sono illegittime. Va osservato prima di tutto che in ambito militare trovano applicazione comunque le norme di cui all’art. 2087 c.c., e le tutele. Non solo quelle del lavoro, ma anche quelle costituzionali (art. 32 Cost.).

Infatti, a pag. 9 della sentenza Tar Lazio, sentenza n. 80/2022 si legge: “Al dovere del militare di esporsi al pericolo stricto sensu bellico (…) si contrappone lo speculare dovere dell’Amministrazione di proteggere il cittadino-soldato da altre forme prevedibili e prevenibili di pericoli non strettamente dipendenti da azioni belliche. In primis apprestando i necessari presidi sanitari di prevenzione e cura e dotandolo di equipaggiamento adeguato o, quanto meno, non del tutto incongruo rispetto al contesto” (Cons. Stato, Sez. IV, 30 novembre 2020, n. 7560 e n. 7564).

Obbligo vaccinale illegittimo e art. 32 Cost.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 25 del 2023, redattore Nicolò Zanon, ha richiamato l’obbligo di precisione del Legislatore, con il significato dell’aggettivo “determinato”. Ciò con riferimento ad un obbligo vaccinale.

Questo deve essere legato anche all’epidemia che si è verificata tra coloro che sono stati impiegati nelle missioni all’estero. La loro condizione, infatti, si è legata alle condizioni operative, con l’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito, e l’assenza di misure di prevenzione e protezione.

Tant’è vero che, proprio il Consiglio di Stato, ancora con la sentenza n. 5816/2021, ha chiarito questi aspetti, rilevanti e decisivi. Tutti coloro che hanno subito delle infermità, hanno diritto al riconoscimento, sia della causa di servizio [militari], che dello status di vittima del dovere.

Quest’ultimo va riconosciuto anche ai civili e cooperanti.

Segui l’intervento dell’avvocato Ezio Bonanni sul tema qui sotto.

Danni vaccinazioni: causa di servizio e vittime del dovere

In molti casi (vedi quello di Lorenzo Motta e di Carlo Calcagni), al rientro dalle missioni, sono state diagnosticate intossicazioni anche da metalli pesanti. Si tratta di residui di proiettili all’uranio impoverito. In altri di nanoparticelle generate dalle esplosioni e distruzioni.

Il colonnello Carlo Calcagni

In base alla giurisprudenza e a numerosi studi, ma anche a quanto precisato dal Consiglio di Stato, sentenza 837/2016, l’uranio impoverito agisce in sinergia con i vaccini. Perché i vaccini dei militari, come detto, erano contaminati, e comunque perché somministrati poco prima della partenza.

Perciò, anche per la questione vaccinale, c’è da riconoscere i diritti dei militari. La causa di servizio in missioni: tutte le attività che hanno comportato comunque una violazione di regole cautelari. In particolari condizioni ambientali ed operative eccedenti l’ordinarietà, (ai sensi dell’art. 1, co. 564, L. 266/2005, e art. 1 del d.p.r. 243/2006 – con conseguente equiparazione a vittima del dovere – e applicabilità dell’art. 603 del D.L.vo 66/2010 e artt. 1078 e 1079 del DPR 90/2010).

La specificità come condizione dell’obbligo vaccinazioni

La Costituzione ha chiarito che quando intenda imporre un obbligo vaccinale, la legge non può limitarsi all’indicazione generica della tipologia di trattamento richiesta, ma deve specificare anche le patologie che si intendano contrastare attraverso la profilassi vaccinale.

L’articolo 206-bis del codice dell’ordinamento militare, è quindi illegittimo nella parte in cui autorizza la sanità militare a imporre a tale personale “profilassi vaccinali” non previamente individuate in via legislativa, bensì rimesse a fonti secondarie ovvero ad atti amministrativi.

Quando il trattamento sanitario è “determinato”

La sentenza sottolinea che è proprio attraverso l’individuazione del trattamento vaccinale relativo alla patologia da contrastare che la legge può operare il bilanciamento tra libera determinazione individuale e tutela della salute collettiva. Correlativamente, questa stessa indicazione è essenziale per consentire, alla Corte costituzionale, il sindacato di non irragionevolezza della scelta legislativa di imporre la vaccinazione.

Invece, non contenendo, quanto meno, l’elenco delle profilassi vaccinali che possono essere imposte al militare in base alle variabili condizioni di impiego, la disposizione del codice dell’ordinamento militare non adempie alla necessità che sia “determinato” il trattamento sanitario, come esige l’articolo 32, secondo comma, della Costituzione.

Perché l’obbligo vaccinazioni dei militari è illegittimo?

Le ragioni specificate dalla Corte Costituzionale, v. sentenza n. 25 del 2023, sono chiare e condivisibili. Infatti, la Corte lo spiega. Nella sentenza si legge che “fino a quando il legislatore non avrà provveduto al compito di fornire determinatezza al trattamento sanitario imposto nei termini qui indicati, resta dunque inteso che, all’esito della presente pronuncia, il comma 1 dell’art. 206-bis cod. ordinamento militare non può fondare un obbligo vaccinale per il militare”.

Le tutele previdenziali e risarcitorie

Si deve osservare è necessario praticare con prudenza e precauzione le vaccinazioni. In questo modo si evitano i danni. Mi riferisco a vaccinazioni scellerate, con tanti farmaci, poco prima della partenza per le missioni.

Fermo l’insegnamento della Corte costituzionale il punto chiave è il fatto che in casi di danni occorre assicurare le tutele. Quella previdenziale, per i militari, per il riconoscimento della causa di servizio. Per quest’ultimo, infatti, non c’è ancora il passaggio all’Inail, come fondo assicurativo. Ovviamente i civili dovranno rivolgersi all’INAIL per i danni causati dalle vaccinazioni.

In più e comunque per tutti i dipendenti, ma anche i non dipendenti che avessero subito un danno da vaccinazione c’è anche il riconoscimento delle status di equiparato a vittima del dovere. L’Osservatorio nazionale amianto ha realizzato un particolare dipartimento per assistere le vittime dei vaccini. Inoltre collabora con un oncologo, il Dott. Pasquale Montilla, che ha predisposto un protocollo per la cura dei militari (e non solo), contaminati da uranio impoverito e metalli pesanti.

Il Dott. Pasquale Montilla

Il convegno Ona a Roma “Guerra e pace: vittime del dovere”

Grazie all’impegno del presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, di vittime del dovere, uranio impoverito, metalli pesanti e vaccini multipli si è parlato durante il convegno a Roma, soltanto qualche giorno fa. Il titolo dell’evento è stato: “Guerra e pace: vittime del dovere”. Ha partecipato anche il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego con un importante intervento.

 

L’avvocato Ezio Bonanni con il Sottosegretario di Stato alla Difesa Matteo Perego

Il colonnello Calcagni chiede indietro la sua divisa

colonnello Carlo Calcagni
Il Colonnello Carlo Calcagni: un esempio di coraggio e abgnegazione

Dopo 11 anni durante i quali il colonnello Carlo Calcagni è stato richiamato in servizio nel Ruolo d’onore, dal gennaio 2010 al dicembre 2021, all’improvviso il ministero della Difesa ha “revocato” ed annullato il decreto, negandogli la possibilità di indossare la divisa.

Calcagni contaminato da uranio e metalli pesanti

Una storia, quella del colonnello, che ripercorriamo per chi non lo conoscesse e che inizia negli anni ’90 quando era elicotterista nei Balcani. In particolare nel teatro di guerra della Bosnia Erzegovina. Qui, mentre portava a termine tutte le missioni di volo, è stato purtroppo contaminato dall’uranio impoverito e da 28 metalli pesanti ancora presenti, dopo oltre 20 anni dall’inizio della malattia, nel suo corpo. Una contaminazione che gli ha causato ben 24 patologie e diversi interventi chirurgici. Quando racconta il suo calvario parla di oltre 300 punti di sutura e di quotidiane terapie che è costretto a subire ogni giorno.

La sua è una doppia battaglia: per la vita in primis e per far capire quanto sia pericolosa la contaminazione da amianto, uranio, metalli pesanti, sui teatri di guerra. Il colonnello è, infatti, la dimostrazione vivente del nesso causale tra contaminazione e patologie che hanno colpito lui, ma anche i suoi figli.

Uranio, il colonnello al convegno Ona su vittime del dovere

Dopo il convegno organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto, “Guerra e pace: vittime del dovere”, durante il quale ha preso la parola con un intervento chiaro e appassionante, ma al tempo stesso struggente, lo abbiamo raggiunto al telefono.

Perché, gli abbiamo chiesto, dopo 11 anni in cui è stato richiamato in servizio, ora non avrebbe più i requisiti?

“Le motivazioni – ci ha spiegato – anche in questo caso come per il resto, sono state diverse e sono arrivate sempre dopo l’ennesimo ricorso al Tar. Prima il Ministero della Difesa ha dichiarato che il provvedimento di revoca fosse solo una protezione nei miei riguardi. Proprio per le mie gravi e delicate condizioni di salute che sarebbe stata a rischio a causa dell’emergenza Covid (che era già arrivata in Italia da due anni!) se rientrassi in servizio. Successivamente, il ministero ha spiegato che la revoca era motivata dalla mancanza dei requisiti. Requisiti che, però, ho avuto per gli 11 anni precedenti. Requisiti che, improvvisamente, dopo la mia denuncia nell’intervista realizzata da Luigi Pelazza della nota trasmissione televisiva Le Iene, mandata in onda il 25 maggio 2021, sono spariti”.

“Uno di questi, previsti dalla normativa vigente, è avere una invalidità permanente pari o superiore all’80% di natura traumatica. Ma i responsabili dello Stato Maggiore Esercito, ufficio impiego del personale, hanno dichiarato che il sottoscritto non arriva a questa percentuale, poiché il mio non è un trauma, ma una (semplice) malattia, e che la legge non prevede, quindi, di essere richiamato in servizio nel Ruolo d’Onore con assegni. Su loro richiesta, di cui conservo copia, ho rifatto la richiesta di richiamo in servizio senza assegni, ma hanno rigettato comunque la mia domanda”.

Colonnello, commissioni militari riconoscono invalidità 100%

Il Ruolo d’Onore, invece, viene concesso per mutilazioni o invalidità riportate in guerra. “Le commissioni mediche militari mi hanno riconosciuto un’invalidità del 100% a vita, con super invalidità che, ovviamente, è permanente. Inoltre, proprio la massiccia contaminazione da metalli pesanti, riportata testualmente nel decreto di causa di servizio, è stata considerata dal Ministero della Difesa alla pari delle schegge di bomba, poiché seppur infinitamente piccole, derivano dall’esplosione di ordigni bellici e, per questo, mi è stato conferito il distintivo d‘Onore di MUTILATO in servizio”.

Il Colonnello è un atleta paralimpico e deve sottoporsi a dialisi e a trattamenti specifici per i quali è costretto a spostarsi in Inghilterra 3 volte l’anno per i ricoveri del caso.

Colonnello Calcagni: “Il Covid usato come scusa”

“La causa Covid è stata solo una scusa. Ci sono altri casi simili al mio e loro ancora lavorano, continuano con lo smart working. Io, invece, da 1 anno e 2 mesi sono fuori”.

“Sono una persona forte, determinata, almeno quando intervengo agli incontri. Quando parlo ai ragazzi cerco di trasmettere loro il mio senso del dovere, l’attaccamento alle istituzioni che rispetto e continuo a servire con umiltà, anche se mi hanno strappato da dosso la divisa. Perché come dico sempre agli studenti, si può fare il proprio dovere anche senza l’uniforme. Eppure – ci svela – quando resto solo, quando vengo attaccato, quando vengo screditato e persino diffamato, sento il peso della grande ingiustizia perpetrata nei miei confronti”.

“L’ho dimostrato, non chiedo denaro, tranne l’euro simbolico di risarcimento e le scuse pubbliche per aver dovuto subire anche l’umiliazione delle carte FALSE, proprio da parte del Ministero della Difesa che, nel 2007, aveva dichiarato che il sottoscritto non avesse effettuato alcuna attività di volo nei Balcani. Non faccio tutto questo per me, ma per un ideale di giustizia e verità. Perché il mio calvario non debba riviverlo nessun altro. Affinchè non ci siano più vittime del dovere per cancerogeni, quali uranio impoverito, metalli pesanti e amianto. Perché i militari vengano informati dei rischi e forniti delle attrezzature e protezioni necessarie per arginare questi rischi”.

Le pressioni a ritirarsi e gli attestati di stima

Eppure c’è ancora qualcuno che, davanti alle sue tante trasferte in giro per l’Italia, gli dice di starsene a casa “a godersi la pensione” e di “smetterla di dare fastidio”. Le pressioni per mollare sono tante – ci ha raccontato – ma molti di più sono i messaggi di incoraggiamento. Di chi lo ha conosciuto sul campo e conosce il suo valore e il suo buon cuore e di chi, invece, lo ha conosciuto e ha cominciato ad apprezzarlo per la sua stessa forza d’animo, per la sua caparbietà, per la battaglia che porta avanti anche a nome di chi non ha la sua forza e il suo coraggio e per chi non ce l’ha fatta. Per la sua gentilezza e determinazione.

“Andrò avanti – ha concluso Calcagni – per me, per la mia famiglia e per tutti coloro che hanno subito la stessa indifferenza da parte delle Istituzioni. Lo devo a tutti loro”.

Agricoltura verticale: i campi si spostano in città?

agricoltura verticale, braccio meccanico
agricoltura vertocale, braccio meccanico

L’agricoltura verticale è un sistema alternativo di coltivazione che consente di sviluppare la stessa direttamente nei centri abitati. Di cosa parliamo? 

Agricoltura verticale: le fattorie urbane

L’inquinamento, l’innalzamento delle temperature, l’incremento demografico e molti altri fattori, hanno influito negativamente sulla qualità dell’agricoltura.

Gli esperti in materia hanno pertanto studiato dei sistemi “alternativi” per ottimizzare il settore agricolo. Da qui è nata l’idea dell’agricoltura verticale”, che consente di coltivare “fuori suolo” grazie alla tecnologia. 

Cosa significa? 

In pratica si tratta di costruire delle serre all’interno di edifici a più piani, con l’obiettivo di aumentare la produttività, utilizzando meno acqua e suolo.

Insomma una via di mezzo fra l’agricoltura e l’architettura, tanto che uno dei sinonimi di questa tecnica èAgritecture”. Entriamo nel dettaglio.

Quando è nato il concetto di agricoltura verticale 

L’idea di costruire delle fattorie urbane “verticali” era già balenata ai primi del Novecento. Basti pensare ai celebri fumetti di A.B. Walker pubblicati su Life Magazine nel 1909.

A parlarne per la prima volta in termini dettagliati fu tuttavia il professore emerito di microbiologia e salute pubblica Dickson Despommier,  nel libro “The Vertical Farm: Feeding the World in the 21st Century” del 2008.

Dopo di lui, il biologo canadese John Todd, fautore della “fattoria integrata”, riprese il concetto nel suo libro “Progettare la natura(1984), in cui proponeva l’idea di un edificio ecosistemico creato artificialmente.

Le prime vere vertical farm, tuttavia, sono state realizzate solo agli inizi del 2000, in Giappone e nel Sud-Est Asiatico, anche se più che altro avevano un carattere sperimentale. Scopriamo alcune tecniche.

Agricoltura fuori suolo: il sistema idroponico

Il cosiddetto “sistema idroponico”, prevede la coltivazione delle piante in strutture ipogee verticali, a partire dalla ricostruzione del loro habitat naturale. L’intero processo di coltivazione avviene in un ambiente chiuso, completamente controllato ed indipendente da quello esterno, nel quale vengono controllati tutti i parametri ambientali (temperatura, umidità, CO2, luce, ecc..)

Le piante non hanno bisogno di fertilizzanti, ma solo di pochissima terra e acqua, quest’ultima ricca di sostanze nutritive. 

Inoltre, l’uso dell’illuminazione a LED consente agli agricoltori di coltivare tutto l’anno in qualsiasi clima, fornendo dei prodotti sempre freschi ai consumatori. 

Dulcis in fundo, anche i costi della logistica e dei trasporti sono notevolmente ridotti.

Dettagli sulla tecnica

Le piante si mettono inizialmente in un terreno di coltura. Qui, una pompa ad aria spruzza la soluzione ricca di acqua e sostanze nutritive, iniziando dai filari più alti. La forza di gravità la fa poi defluire verso il basso, fino a raggiungere le radici.

Infine, l’acqua utilizzata torna al serbatoio e il ciclo continua.

Agricoltura e sistema acquaponico 

Un altro sistema è quello “acquaponico”. Esso utilizza l’acqua contenuta in una vasca per pesci. In questo modo, anche gli animali acquatici possono godere dei vantaggi di un’acqua energizzante.

Su verticalfarmitalia si legge “Il principio di funzionamento di un impianto acquaponico è molto simile a quello idroponico con due sostanziali differenze: la prima la sostituzione del serbatoio della soluzione nutritiva con una o più vasche per l’allevamento ittico; mentre la seconda è l’aggiunta di un filtro biologico (in parte costituito anche dal substrato di coltivazione) in cui si formerà la colonia di batteri nitrificatori che decomporranno in nitrato le secrezioni dei pesci.

Pur funzionando come un sistema senza suolo e dipendente dall’acqua, offre vantaggi nel consumo di risorse rispetto all’agricoltura tradizionale”. 

Conclusioni

Meno spreco di acqua e di terra, prodotti freschi tutto l’anno e meno costi per il trasporto e lo stoccaggio. Sembra tutto bello.

Peccato che i costi siano più elevati rispetto a quelli del contadino o del supermercato. Considerato che la realizzazione di una serra impiega quasi due anni ad entrare in attività tra progettazione, permessi, terreno ecc. Hardware e software, per gestire il tutto non sono certo economici. 

Il dilemma è dietro l’angolo. Meglio l’orticello casalingo o la nuova sfida tecnologica?

Sacro Bosco di Bomarzo: viaggio nel Parco dei mostri

Sacro Bosco di Bomarzo
Sacro bosco di Bomarzo

Il Sacro Bosco di Bomarzo, anche noto come il “Parco dei Mostri”, è un luogo carico di riferimenti ermetici e alchemici. Iniziamo questo viaggio nel mondo metafisico.

Sacro Bosco di Bomarzo: committente e realizzatore

Il Sacro Bosco di Bomarzo, si trova nell’omonima località in provincia di Viterbo (Tuscia), alle pendici dei monti Cimini.

A idearlo, l’architetto Pirro Ligorio (1513- 1583), un nobile napoletano appassionato d’arte. Per intenderci, è lo stesso personaggio che portò a termine i lavori di Michelangelo nella “Fabrica di San Pietro”, alla morte del genio.

Riguardo al Sacro Bosco, il committente fu il Principe Pier Francesco Orsini, detto “Vicino” (Signore di Bomarzo dal 1542 al 1586), in memoria della moglie Giulia Farnese.

Il Signore, si era ritirato nel palazzo di famiglia dopo la carriera militare al seguito delle truppe papali. Da quel momento decise di dedicarsi alla realizzazione del bosco, per “sfogare il core”, a seguito del grave lutto.

Un Principe “esoterista”

Orsini era un amante dell’esoterismo, dell’ermetismo, dell’alchimia, nonché seguace della corrente neoplatonica cara a Cosimo de Medici, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino.

Ebbene, durante i cenacoli rinascimentali, gli intellettuali discutevano di argomenti di altissima filosofia, incluso il viaggio metafisico oltre le “Colonne d’Ercole”.

Parliamo del viaggio della “mente illuminata” verso la conoscenza in generale, ma anche e soprattutto della conoscenza di sé stessi.

Il Sacro viaggio alla ricerca della Verità

In questo contesto, lo stesso Bosco, doveva rappresentare in maniera allegorica, il viaggio dell’uomo oltre i “veli della Maya”, cioè di quell’illusione che impedisce all’uomo di fare esperienza della Verità. 

E in effetti, addentrandosi nel Parco, si ha la sensazione di perdersi in una dimensione surreale, onirica, densa di misteri non facili da decifrare.

Un viaggio in cui, passando attraverso le “selve oscure”, della passione e del vizio, ci si può finalmente elevare.

Per farlo occorre tuttavia morire e rinascere,  passando attraverso un percorso iniziatico che porta a ricongiungersi con l’armonia dell’Universo.

Solo così è possibile raggiungere la vera felicità,  l’atarassia, che per gli epicurei coincideva con la liberazione da ogni turbamento.

Il Parco sembra la traduzione, in chiave architettonica, della Hypnerotomachia Poliphili, un romanzo allegorico del 1499, che ha per tema centrale la ricerca della donna amata (metafora di una trasformazione interiore alla ricerca dell’amore platonico).

Richiama altresì alla memoria le descrizioni surreali presenti nei racconti mitologici. Iniziamo l’avventura.

La casa pendente nel Sacro Bosco di Bomarzo

All’ingresso si incontra come prima cosa un arco merlato e lo stemma degli Orsini. 

Poi una serie di statue risalenti alla seconda metà del XX secolo.

Vicino all’ingresso antico c’è la “casa pendente”, una struttura che sfida, volutamente, la forza di gravità.

Su un lato della costruzione campeggia la scritta enigmatica: «Quiescendo Animus Fit Prudentior Ergo» cioè “riposando l’anima diventa migliore”.

La frase si riferisce alla “quiete” alchemica, a quella stabilità elementale che si può ottenere solo quando ci si ricongiunge con l’Uno, con il principio Creatore. 

Le sfingi guardiane 

Superata la soglia d’ingresso, due sfingi accolgono i visitatori. Anche in questo caso, troviamo due scritte sibilline. 

«Chi con ciglia inarcate et labbra strette non va per questo loco manco ammira le famose del mondo moli sette».

E «Tu ch’ entri qua, pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien  fatte per l’inganno o pur per l’arte».

Significato?

L’uomo ordinario che guarda solo con l’organo della vita, senza usare la mente, non  comprende il valore della vera arte “regia”, cioè l’alchimia.  

Il profeta Proteo Glauco nel Sacro Bosco di Bomarzo

Fra la vegetazione scorgiamo la statua del profeta Proteo Glauco, l’oracolo marino.

Si tratta di una divinità minore della mitologia greca, che oltre al dono della profezia, aveva anche quello di assumere diverse sembianze per sottrarsi a chi lo interrogava. Si poteva trasformare in animali ma anche in elemento naturale (fuoco, vento o acqua).

La scultura ovviamente non è messa a caso, quale semplice elemento scenografico, ma cela un significato nascosto.

Indica infatti la natura dell’uomo, persa nella vanità di apparire o atteggiarsi in qualcosa che non è.

Morale? 

Solo annullando l’Ego, l’uomo potrà riunirsi con l’Uno e approdare a una vita felice, priva di malizia.

Ercole e Caco

Dopo la scalinata del mausoleo appaiono due giganti:  Ercole e Caco.

A fianco si legge «Se Rodi altier fu già del suo colosso pur di questo il mio bosco anco si gloria ed è per più non poter fo quanto posso».

Il riferimento non è solo alla città di Rodi, nota per il suo colosso, ma al superamento delle “Colonne d’Ercole”, un invito a ridestare il dio interiore, a ritrovare sé stessi, superando i limiti della mente ordinaria.

A cavallo della testuggine 

Addentrandosi tra la folta vegetazione si incontra poi la statua gigantesca di una testuggine, sormontata dalla figura di una donna in forma di colonna. 

L’animale “sacro” alla tradizione orientale, rappresenta  la “Madre primordiale”, la stabilità e la protezione, la saggezza, la lentezza, la longevità, l’immortalità.

La sua corazza rappresenta, a livello simbolico, l’intera struttura cosmica.

Nello specifico, il guscio tondo è un riferimento al cielo, il piastrone quadrato alla terra.  

Insomma è l’emblema del microcosmo (l’uomo) e del macrocosmo (l’Universo).

Ergo, ogni essere umano, attraverso un cammino di perfezionamento, può evolversi, elevarsi dal materiale allo spirituale, fino a divenire il mediatore del cielo e della terra, l’uomo vetruviano per eccellenza.

L’elefante sormontato da una torre

Più oltre appare la statua di un elefante, sormontato questa volta da una torre militare. 

A cavallo del pachiderma, il conduttore cattura un legionario romano. 

Il primo significato, quello più apparente, ci riporta alla vittoria di Annibale su Roma, durante la seconda guerra punica (211 a.C)

Guardando bene la torre, si nota tuttavia la presenza dei merli ghibellini.

Cosa vuol dire?

Come accennato, Orsini era un uomo del Papa, ma se ne era allontanato sia a seguito della strage del 1557, perpetuata da Papa Paolo IV contro il paese di Montefortino, sia per via del decadimento morale della Chiesa.

Analizzando la statua sotto questa prospettiva, si potrebbe ipotizzare che il nobile volesse bacchettare l’intera istituzione religiosa.

Il legionario potrebbe essere quindi il simbolo della romanità papale, mentre l’elefante rappresenterebbe il potere regale.

Dante e Bomarzo: la stessa idea del sacro 

Poco distante, la statua di un drago attaccato da tre bestie, ci fa pensare a Dante nell’Inferno, assalito da una lonza, un leone ed un lupo (lussuria, superbia e cupidigia).

Anche l’idea del viaggio ctonio, della risalita dal basso verso l’alto “al dilettoso monte”, a nuova vita, mostrano delle evidenti analogie con le descrizioni del Sommo Poeta.

Ma non finisce qui.

Il drago era presente nell’iconografia mitologica occidentale precristiana e cristiana, quale incarnazione delle potenze demoniache.

Di contro, nelle scienze alchemiche ed ermetiche e in oriente, ben prima del cristianesimo, l’animale era collegato a Dio. Rappresentava l’idea della trasformazione, dell’evoluzione, della Grande Opera Alchemica applicata sia alla materia bruta sia all’Individuo.

Di conseguenza, la sua duplice natura, benefica e malefica, suggerisce una chiave di lettura ben più profonda: bisogna andare oltre all’apparenza perché ciò che appare “negativo” potrebbe in realtà essere “positivo”. 

Ancora Dante 

Nel mascherone raffigurante un Orco, su cui oggi si legge l’epigrafe «Ogni pensiero vola», originariamente vi era inciso: «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». 

L’Orco insomma corrisponderebbe al mostruoso cane Cerbero, il custode del III Cerchio (golosi) (Inf., Canto VI) descritto da Dante. Esso rappresenta il custode che impedisce ai vivi di entrare e ai morti di uscire.

Echidna 

Ancora più avanti incontriamo l’Echidna.

Si tratta di una figura della mitologia greca, che aveva il corpo di donna, ma al posto delle gambe terminava con una coda di serpente e aveva la vulva a bella vista.

Evidente il riferimento alla Dea Madre, la cui vulva rappresenterebbe la “caverna primordiale”, il “luogo delle origini”.

Tanto altro nel Sacro bosco di Bomarzo

Non elencheremo ogni statua, perché sono davvero tante e ognuna ha un significato simbolico nascosto.

Arriviamo direttamente alla fine del percorso, nei pressi del tempio eretto per raccogliere le spoglie mortali di Giulia Farnese.

Iniziamo dalle colonne e dalla cella. Il loro numero  varia da otto (quelle libere) a sedici (quelle accorpate alla cella). 

In numero otto rovesciato è il simbolo dell’infinito. 

La costruzione inoltre ha dei riferimenti astrologici molto evidenti.

Si lega all’ottava casa astrologica, che indica i distacchi e le perdite.

In aggiunta, un disegno del tempio eseguito dal pittore Giovanni Guerra, mostra che il basamento originario era  decorato da dodici medaglioni araldici e da dodici segni zodiacali. 

Il tamburo della cupola ha invece degli oculi orientati verso i punti cardinali. 

Conclusione 

Orsini, attraverso il suo giardino ermetico ci suggeriva insomma di superare la mente, attraverso una ragione illuminata, che lavora in sinergia con l’anima.

«Chi tenta di entrare nel Rosario dei Filosofi senza chiave è pari a un uomo che vuol camminare senza piedi».

Questi gli strumenti di un vero uomo sapiente?

La tavola sul portale del giardino non sembra lasciare spazio, in questo caso, a duplici interpretazioni.

Fonti 

Axismundi

bomarzo.net

Vittime del dovere, il Sottosegretario Perego al convegno Ona

Vittime dovere
Da sinistra il giudice di Cassazione Nicola De Marinis, il presidente Ona Ezio Bonanni e il Sottosegretario di Stato alla Difesa Matteo Perego

Vittime del dovere, siamo alla svolta. Roma, sala Laudato si’ del Campidoglio. È intervenuto il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego.

Sottosegretario Difesa Perego: Governo ha a cuore la questione

Condivido il principio di equiparazione tra le vittime del dovere e le vittime del terrorismo. Quando si tratta di servitori dello Stato che hanno perso la vita o contratto invalidità e delle loro famiglie, e di tutti i servitori dello Stato che comunque compiono dei grandi sacrifici, l’attenzione deve essere alta. La mia presenza qui oggi sta a significare quanto questo governo abbia a cuore la questione”. 

Il Sottosegretario ha poi sottolineato: “Siamo stati eletti circa 3 mesi fa, ci sono valutazioni da fare e iniziative da prendere, ma c’è già oggi da parte del ministero della Difesa un supporto alle vittime del dovere. Inoltre posso dire che le distinzioni tra vittime del dovere e del terrorismo, che ora riguardano soltanto gli orfani non a carico, non sono corrette. Si tratta di persone che in un caso o nell’altro sono decedute in servizio. Come facciamo nei fatti a risolvere la questione? Nel 2015 si è riunito un Tavolo tecnico ministeriale, il nostro impegno è quello di riprenderne gli esiti e lavorare sulla base di questo. È necessario ci sia da parte di tutti i Ministeri la stessa volontà, ma non mancherà l’impegno”.

Bonanni: “Valorizzare il sacrificio delle forze dell’ordine”

Amianto, uranio, nano particelle di metalli pesanti, agenti chimici e non solo. I proiettili dei delinquenti, non solo dei mafiosi, camorristi e andranghetisti. Combattono spesso a mano nude carabinieri, polizia e guardia di finanza.

Quando cadono, segue l’encomio dello Stato ma nulla più. Il nostro impegno rappresenta un interesse collettivo per la salute e per la tutela dei diritti e delle nostre istituzioni. Polizia, carabinieri, forse dell’ordine, uomini dell’esercito della Marina e dell’Aviazione rappresentano e tutelano le nostre istituzioni. Il loro sacrificio deve essere valorizzato in chiave democratica e collettiva e non nella trincea giudiziaria nel quale spesso è relegato per il mancato riconoscimento dei loro diritti.

Grande successo del convegno dell’Ona

Di tutto questo si è ragionato questa mattina, 17 febbraio 2023, durante il convegno “Guerra e pace: vittime del dovere”, promosso dall’Osservatorio Nazionale Amianto e presieduto dal suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, che si è tenuto oggi in Campidoglio.

Oltre al presidente dell’Ona, sono intervenuti anche il giudice di Cassazione, Nicola De Marinis, il professore Marcello Migliore, il professore Fabrizio Proietti, il colonnello Carlo Calcagni contaminato da uranio impoverito e metalli pesanti, il dott. Pasquale Montilla che lo tiene in cura, l’architetto e generale dei carabinieri Giampiero Cardillo e il presidente del Comitato nazionale fair play, Ruggero Alcanterini.

Gli orfani delle vittime del dovere ringraziano Salvini

Durante l’incontro Bonanni ha voluto ringraziare l’onorevole Matteo Salvini per aver sostenuto, in sede di legge di bilancio, una iniziativa normativa in favore degli orfani delle vittime del dovere: “Pur non avendo ottenuto il risultato sperato, consideriamo molto importante l’attenzione che l’onorevole e il gruppo parlamentare della Lega hanno offerto alle nostre istanze – ha spiegato, e ha evidenziato – da molti anni siamo impegnati nel tentativo di sanare l’irragionevole disparità di trattamento tra vittime del dovere e vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.

È infatti nostra convinzione che chi, per ragioni diverse e in contesti diversi abbia perso la vita servendo il nostro Paese, debba essere egualmente tutelato dallo Stato: una convinzione che le istituzioni hanno sancito in via di principio ma mai del tutto applicato”.