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venerdì, Agosto 6, 2021

Lagunare morto per amianto: condannato il Ministero della Difesa

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Risarcimento per amianto a un orfana di vittima del dovere

“Quello che mi ha sconvolto di più è stato scoprire in quel modo che mio padre era affetto da mesotelioma pleurico da amianto”.

Il Tribunale di Milano ha condannato il Ministero della Difesa e ha riconosciuto lo status di Vittima del Dovere al Signor R. M., morto di mesotelioma nel 2017.

Un tumore legato esclusivamente all’esposizione e inalazione alle fibre di amianto con cui è stato a contatto durante il periodo di servizio militare nei Lagunari a Venezia dal marzo del 1963 all’aprile del 1964.

Condannato il ministero a risarcire la figlia, orfana, con le prestazioni previdenziali dovute in qualità di superstite di vittima del dovere, accogliendo le tesi sostenute dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatore Nazionale Amianto e suo difensore in questa causa.

Una sentenza storica, l’orfana ha ottenuto una speciale elargizione di 200.000,00 euro oltre perequazioni e la costituzione di due assegni vitalizi mensili di 1033,00 e 500 euro che percepirà per tutta la vita. Inoltre, spetteranno a lei anche gli arretrati dalla data della morte del padre.

La donna ha subito un enorme shock emotivo che ha causato sofferenze fisiche e morali cambiando radicalmente la sua vita.

La storia del Sig. R.M. e sua figlia

Lagunare deceduto per msotelioma

Una storia straziante, quella della scoperta di L., riguardante la malattia del padre. Il coraggio di una figlia che cerca la verità e si batte contro tutto e tutti per capire le motivazioni della sua morte. Il suo più grande amore.

L’uomo che ha accompagnato la sua vita fin da bambina, che la abbracciava, la portava sulle spalle, si occupava di lei.

Un amore che supera le paure, i limiti, le difficoltà. Come quando i genitori si separarono. E la piccola donna, a soli sedici anni, decise di andare a vivere con lui per stargli vicino e per il bellissimo rapporto che avevano.

Scelse il padre e, anche in seguito, nonostante la distanza che li separava per motivi di studio e lavorativi, erano sempre vicini. L’uno con l’altro. E per l’altro. Un dare e avere incondizionato.

Un bisogno di vicinanza da entrambe le parti che li ha portati a non staccarsi mai se non per un momento, quello in cui lei voleva esserci, la sua morte improvvisa.

La storia del Sig. R. M. deceduto per amianto

Era il 31 luglio del 2017 quando M. morì in ospedale a Genova. Aveva svolto servizio come militare di leva un solo anno e fu letale. Solo in seguito all’autopsia si scoprì che era affetto da mesotelioma pleurico.

La figlia, decise di contattare l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e, grazie al suo sostegno e alla collaborazione dei medici specialisti che analizzarono il caso di suo padre, riuscì a capire che questo terribile male era legato all’esposizione alle fibre di amianto durante il periodo di leva.

Secondo quanto riporta la documentazione: “Il reparto si addestrava nella laguna di Venezia e lungo il litorale Adriatico. Insieme alla Brigata marina “San Marco” della Marina Militare.

Le attività del militare sono proseguite presso la Caserma Bafile di Malcontenta (Ve) con presenza di amianto nelle strutture e negli impianti e nei sistemi d’arma, in particolare, il fucile mitragliatore (mitragliatrice MG 42/59 cal. mm 7,62 NATO), e nella dotazione di assaltatore/sommozzatore/palombaro.

Successivamente, dopo un primo periodo di addestramento, il Sig. R.M. giunse nel reparto di assegnazione presso il Battaglione Costiero Lagunare ‘Marghera’.

Il 25 ottobre 1964 venne costituito il Reggimento Lagunari “Serenissima” composto dal Comando Reggimento, compagnia Reggimentale e quella Trasmissioni.

I battaglioni “Marghera”, “Piave” e “Isonzo” vennero ciascuno equipaggiati con VTT M113 e in alternativa un plotone mezzi anfibi e battelli.

Questi, erano coibentati in amianto, le tubature e le tubolature e con componentistica in amianto, e il militare ha svolto l’attività di assaltatore, con elevata esposizione professionale a polveri e fibre di amianto”.

L’inizio della storia: un amore senza limiti di distanza

Io e papà avevamo un rapporto molto simbiotico – racconta L. – sono figlia unica e, come tutte le bambine, ero innamorata di lui. Quando i miei si separarono avevo sedici anni e scelsi di vivere con papà.

Avevamo un legame molto forte. Vivevamo insieme fino a quando traslocai a Milano per motivi di studio e lavoro. Nonostante la distanza, nel fine settimana andavo sempre a trovarlo.

Quando ero in attesa di mio figlio, per starmi vicino, papà si trasferì da me. È stato con me fino a quando non sono diventata mamma.

Ho lavorato fino all’ottavo mese di gravidanza a Milano. Il mio compagno continuava a vivere a Genova per motivi di lavoro e papà rimase vicino a me durante questo importantissimo e delicato periodo della mia vita, anche momento del parto. Era contentissimo di diventare nonno.

Dal primo malore all’inizio del calvario

Nel 2014 ci fu il primo problema di salute, iniziato con febbre alta. Il Sig. M. chiamò sua figlia e lei, pur avendo la febbre, alle undici di sera decise di partire per Genova e di portare suo padre a Milano per farlo ricoverare nell’ospedale più vicino in modo da potersi prendere cura di lui.

Lo operarono al cuore. Dopo un mese e mezzo di ricovero si riprese bene. Passavo tutto il tempo in ospedale anche se era in rianimazione. Ero preoccupata e non riuscivo ad immaginare la mia vita senza di lui.
È stato in coma farmacologico per giorni.

Non poter sentire la sua voce è stata la sensazione più brutta della mia vita. Era lì e non potevo parlargli e non sapevo se ne sarebbe uscito. Già sentivo la sua mancanza. Fortunatamente uscì da questo periodo benissimo senza ripercussioni.

Questa cosa ci ha unito anche di più. È come se la vita ci avesse dato una seconda possibilità. Stavamo davanti alla televisione e ci prendevamo per mano. Ogni momento passato con lui per me era prezioso. Lui era il mio papà”.

La supposizione dei medici

Ma, purtroppo, dopo la grande ripresa, in seguito ad una TAC di controllo all’addome i medici notarono un versamento importante sul polmone sinistro e L. portò subito il padre in ospedale a Genova.

Da lì iniziò il calvario. Rimase in ospedale un mese e non capirono cosa avesse. Dopo i primi accertamenti hanno escluso che si trattasse di un problema cardiaco. Successivamente, lo hanno sottoposto a esami invasivi come la broncoscopia e la toracentesi.

In particolare, a giorni alterni, gli prelevavano litri e litri di liquido dal polmone che continuava a formarsi velocemente. Lo facevano per ricercare cellule tumorali da piccoli campioni che prendevano, ma senza successo.

Ero molto in ansia perché non riuscivano a capire cosa avesse. Cercavo sempre di parlare con i medici. Ad un certo punto il primario mi disse che non aveva un tumore ma un’infezione. Gli somministrarono per più di una settimana attraverso delle flebo un fortissimo antibiotico”.

Il primario disse che aveva deciso di dimetterlo perché in ospedale rischiava di prendere un’altra infezione. Avrebbe continuato la cura antibiotica a casa. “Mio padre sudava freddo. Gli dissi di alzarsi ma non ce la faceva. Era un uomo forte e mi sembrava strano che non riuscisse neanche a reggersi in piedi e non mangiava. I medici lo chiamavano il “malato immaginario”.

Lo rimproverai perché non si alzava, mi toccò la punta del naso e mi disse che appena arrivato a casa lo avrebbe fatto. Ancora adesso penso sempre a quel gesto, è stato il suo ultimo contatto con me”.

La terribile scoperta della morte causata dall’esposizione all’amianto

La figlia partì per la Toscana pensando di portarlo in campagna. Provò a chiamare suo padre che era ancora in ospedale ma non rispondeva. Così chiamò il reparto. “Mi risposero che non potevano dirmi niente. 

Decisi di chiamare mia madre dicendogli di andare subito in ospedale, dato che si trovava a Genova. Una volta arrivata mi passò la dottoressa di turno. Lei non lo aveva mai visto, era la prima volta che lo visitava.

Mi disse di andare subito lì perché papà non avrebbe passato la notte. Corsi disperatamente in ospedale.

Mia madre mi passò i medici della rianimazione che sono corsi in camera sua, chiesi a loro disperatamente di intubarlo ma mi dissero che era inutile, li supplicai di farlo, di tentare.

Stava morendo soffocato. Non riuscii ad arrivare in tempo. Era già morto. La dottoressa ha disposto l’autopsia. La causa della morte sulla cartella clinica era polmonite bilaterale. Solo dopo l’autopsia scoprii che aveva il mesotelioma pleurico”.

Una morte che ha portato rabbia e dolore

Penso che sarebbe stato diverso se avesse saputo di avere il mesotelioma. Avrebbe deciso dove morire, come morire, mi avrebbe detto quello che voleva succedesse dopo la sua morte. Non puoi decidere per gli altri. Magari sarebbe morto in casa con i suoi cari. Con me.

È sconvolgente essere consapevole che un anno a contatto con l’asbesto può portarti alla morte e che i medici non si siano accorti di quello che aveva, come se i malati di mesotelioma fossero invisibili o, data la gravità della patologia, meno importanti di altri”.

Se L. non avesse combattuto con determinazione per capire perché suo padre era morto in quel modo non l’avrebbe mai scoperto. Invece, grazie alla sua forza, ha avuto delle risposte.

E la sua battaglia ha portato alla vittoria. Non si può morire così perché la sicurezza sul lavoro è un diritto. Lottare contro le ingiustizie è l’unico modo per spronare coloro che si rassegnano davanti all’indifferenza.

“Voglio solo capire se quello che hanno iniettato a mio padre ha peggiorato la situazione e ha aumentato i suoi dolori. Non sono riuscita a parlare neanche con il primario del reparto. È sparito.

Così senza una spiegazione. Neanche dopo la sua morte mi ha fatto una telefonata. Avere questo riconoscimento è una grande vittoria ma ho ancora tanta rabbia”.

La cecità a volte è il doppio volto della paura e dell’indifferenza

Questo è solo l’inizio di una battaglia che porterà giustizia per la morte di suo padre. Permetterà ad altri di aprire gli occhi. La cecità, a volte, è il doppio volto della paura e dell’indifferenza.

“Prima piangevo ogni giorno. Ora ho imparato a conviverci o a controllarmi di più ma nonostante tutto resta sempre un vuoto dentro, una mancanza. Combattere per avere giustizia mi dà la sensazione di fare ancora qualcosa per lui”.

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