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Shilajit: benefici della resina “dono miracoloso di Dio” 

Shilajit
Shilajit

Lo Shilajit, sostanza resinosa utilizzata dalla medicina ayurvedica

Lo shilajit è una resina nerastra-brunastro, ricca di minerali, che si trova principalmente nelle montagne dell‘Himalaya, Tibet e Altai. Qui è conosciuta anche con i nomi: mumie, mumio (moomiyo) o asphaltum.

Composta da più di 85 minerali e oligomenti, principi attivi antiossidanti, antinfiammatori e adattogeni, viene considerata un vero e proprio “nettare vitale”. Contiene inoltre il 60-80% di composti umici (componenti dell’humus) come umina, acido umico e acido fulvico.

Fuoriesce da strati di roccia e si forma a seguito di una lentissima decomposizione delle piante e delle pressione delle placche rocciose. Una volta raccolta, viene purificata. Poi è pronta per l’uso.

Origine del nome 

Per le sue sorprendenti caratteristiche, lo shilajit è stato chiamato anche “Antica panacea” e “Dono miracoloso di Dio”. La traduzione della parola Shilajit significa “Conquistatore di montagne e distruttore di debolezza”. Fra poco capirete perché.

Chi ha scoperto lo Shilajit?

Le prime notizie sullo shilajit risalgono a circa 3000 anni fa. A parlarne, un antico testo sanscrito, il Charak Sahinta, che lo descrive come una “misteriosa e miracolosa sostanza, capace di annientare ogni debolezza”. 

Sulla scoperta dello Shilajit si tramanda una curiosa leggenda. 

Alcuni abitanti di un villaggio ai piedi dell’Himalaya, notarono che delle scimmie si recavano ogni estate sui pendii delle montagne. Qui si mettevano a leccare delle sostanze secrete dalle rocce. Questi animali erano noti per la loro forza, longevità e intelligenza. Allora, gli uomini imitarono le scimmie e in breve tempo sperimentarono le straordinarie proprietà della resina.

La medicina ayurvedica si impossessa della resina 

La medicina ayurvedica considera da sempre questa resina, un Rasayana. Parola che letteralmente significa “sentiero dell’essenza” , ma che in questo caso rimanda alle sue proprietà rinvigorenti.

Gli ayurvedici impiegano lo shilajit nel trattamento di svariate patologie: anemia, dolore cronico, diabete, colite ulcerosa, disturbi digestivi, eczema, osteoartrosi, fratture ossee fino all’impotenza.

In India è anche usato come “yogavaha”, cioè come potenziatore sinergico di altri farmaci. 

Adottato anche dalla medicina “allopatica” 

  1. Diversi studi preliminari suggeriscono che lo shilajit potrebbe offrire determinati benefici per la salute, tra cui: aumento del colesterolo HDL, riduzione dell’infiammazione generale, protezione dai danni di radio e chemioterapia;
  2. Altri usi tradizionali comuni includono la sua azione nei disturbi genitourinari, ittero, ingrossamento della milza, epilessia, disturbi nervosi, bronchite cronica e anemia. Lo shilajit è anche indicato per il trattamento di calcoli renali, edema ed emorroidi, come antisettico interno e per ridurre l’anoressia;
  3. I suoi componenti organici svolgono anche un ruolo nel trasporto di diverse sostanze minerali verso i loro obiettivi cellulari;
  4. Può agire come un “adattogeno”, un gruppo di sostanze note per migliorare la resistenza del corpo allo stress, aumentare la libido e aumentare l’energia.

Peccato solo che sia una resina rara e molto costosa…

I benefici dello Shilajit

  • Alzheimer: secondo un rapporto 2012 pubblicato nel Journal International, la composizione molecolare dello shilajit, potrebbe aiutare a prevenire o rallentare la progressione dell’Alzheimer. Ciò si deve alla presenza dell’acido fulvico, un potente antiossidante che contribuisce alla salute cognitiva, prevenendo l’accumulo di proteine TAU; 
  • Livelli bassi di testosterone: alcuni uomini hanno un livello particolarmente basso dell’ ormone sessuale. I disturbi più frequenti sono: perdita di capelli e aumento del grasso corporeo. Uno studio clinico ha effettuato dei test su due gruppi di volontari maschi di età compresa tra i 45 e i 55 anni. Chi aveva assunto 250 milligrammi di shilajit purificato (due volte al dì), dopo 90 giorni aveva un livello di testosterone significativamente più elevato rispetto al gruppo trattato con del placebo;
  • Infertilità: può altresì contrastare l’infertilità maschile. A suggerirlo  è uno studio del 2010 condotto su un gruppo di 60 uomini infertili (pubblicato sulla rivista Andrologia). La cura a base di shilajit ha aumentato del 12% la motilità dello sperma;
  • Potenziatore del primo e secondo Chakra: ciò si deve alla sua azione sulle ghiandole surrenali e gonadi (ghiandole genitali);
  • Sindrome da fatica cronica (CFS): in uno studio condotto sui topi (pubblicato nel Journal of Etnofarmacologia nel 2012), i ricercatori hanno riscontrato che l’integratore aumenta naturalmente la funzione mitocondriale del corpo. In sostanza, lo shilajit sembra in grado di agire positivamente sull’asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene).

Ancora benefici 

  • Invecchiamento: ricco di acido fulvico, lo shilajit ha un notevole potere antiossidante e antinfiammatorio; può proteggere contro i radicali liberi e il danno cellulare);
  • Anemia: la carenza di ferro può causare anemia. I suoi sintomi includono: debolezza e battito cardiaco irregolare;
  • Sindrome d’alta quota: usato dagli Sherpa, gli scalatori himalayani che guidano le spedizioni sulla vetta più alta del mondo, lo shilajit ha dei composti che potenziano l’assorbimento e il trasporto dell’ossigeno (e del ferro) alle cellule, avendo come effetto una maggiore forza fisica, chiarezza mentale e anche permette di sopportare le elevate altitudini;
  • Colesterolo alto: uno studio pubblicato nel 2003 ha riscontrato dei miglioramenti nei livelli di colesterolo in 30 individui (da 16 a 30 anni), che avevano assunto l’integratore.

Effetti collaterali dello Shilajit 

Sebbene sia un alimento naturale, lo shilajit non si dovrebbe consumare crudo. Può contenere infatti: ioni metallici pesanti, radicali liberi e funghi. 

Anche se può avere effetti benefici in caso di lieve anemia, l’integratore non assunto in caso di anemia falciforme, emocromatosi (troppo ferro nel sangue), o talassemia. 

Attenzione alle reazioni allergiche. In caso di eruzioni cutanee, aumento della frequenza cardiaca o vertigini, bisogna sospendere l’assunzione dell’integratore.

Shilajit può aumentare la produzione del corpo di acido urico e, a sua volta, peggiorare condizioni come la gotta.

In certi casi, potrebbe alterare i livelli ormonali del corpo, compreso un significativo aumento dei livelli di testosterone totale e deidroepiandrosterone (DHEA-S) .

Le donne, i bambini e i neonati allattati al seno non dovrebbero prendere lo shilajit in alcuna forma. 

Dove si trova e come si usa?

Questo integratore si trova sia in polvere sia in capsule, sia in formulazione liquida. Quest’ultima è consigliabile.

Poiché lo shilajit è una materia prima rara e costosa, sul mercato si potrebbero trovare dei prodotti di scarsa qualità, che contengono poco shilajit e tanti additivi. In certi casi, la resina non è opportunamente purificata.

Per essere certi di acquistare un prodotto di qualità, bisognerebbe verificare che sia: 

  1. Purificato seguendo la procedura standard usata da millenni (coadiuvata dalle moderne tecnologie);
  2. Certificato con analisi di laboratorio che ne garantiscano la purezza e assenza di metalli pesanti;
  3. Avere un aspetto liquido e resinoso; 
  4. Confezionato in bottiglie di vetro viola “Miron” per mantenere inalterate le caratteristiche benefiche.

Riguardo al dosaggio, è consigliabile consumare al massimo 150 mg una o due volte al giorno. 

Può essere applicato localmente sulla pelle e mescolato ad impacchi e unguenti, che hanno risultati eccellenti grazie alla sua elevata efficacia.

L’Ona per la tutela dell’ambiente e della salute

Oltre all’amianto, contro la quale da oltre 20 anni si batte l’Ona, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, si aggiungono anche altre forme di inquinamento. L’avvocato Bonanni spiega da sempre come è necessario tutelare l’ambiente e la salute in ogni modo e che non si possono considerare le soglie minime sotto le quali elementi cancerogeni possono non causare danni. Perché vanno considerate le esposizioni ad altri cancerogeni e ad altri inquinanti.

Covid 19, Crisanti: “Bisogna capire come proteggere i fragili”

covid 19
due anziani camminano a braccetto in un bosco

Cambia la battaglia contro il Covid 19. Secondo il microbiologo dell’università di Padova, Andrea Crisanti: “Non si deve evitare la trasmissione del virus, ma dobbiamo capire come proteggere i fragili”.

Da ieri, 1 maggio, l’obbligo di indossare la mascherina è rimasto soltanto in alcuni contesti e per il personale delle strutture sanitarie, mentre viene messo da parte quasi ovunque il Green pass. Non bisogna però pensare che la pandemia sia passata. Il fatto è che le chiusure potevano servire all’inizio, quando la trasmissione del virus era bassa e non c’erano vaccini a disposizione. Oggi, con la variante Omicron ad altissima diffusione e grazie soprattutto alla campagna vaccinale, è possibile mettere da parte le prime misure prese per contrastarlo.

Crisanti non esclude che l’obbligo mascherina torni in autunno. Tutto dipenderà “da cosa accadrà a settembre e ottobre e dalla protezione dei vaccini”. Anche dopo l’abolizione dell’obbligo, nella maggior parte delle attività al chiuso, secondo il microbiologo, “dovrebbero continuare a utilizzarla i fragili, che sono una fascia di persone abbastanza numerosa, basti pensare agli oltre 5 milioni di over 80, a cui aggiungere i pazienti oncologici, gli immunodepresssi e tutti quelli in trattamento con cortisone: arriviamo facilmente a 8-9 milioni di persone”.

Le nuove regole dal 1 maggio

Intanto ieri sono scattate le nuove regole sui dispositivi di protezione delle vie respiratorie. Fino al 15 giugno è ancora obbligatorio indossare le FFP2 per l’accesso ai mezzi di trasporto, per gli spettacoli aperti al pubblico che si svolgono al chiuso a teatro, al cinema e ai concerti, come pure nei locali di intrattenimento e musica dal vivo, nonché per gli eventi e le competizioni sportive che si svolgono al chiuso.

Devono inoltre continuare ad indossare le mascherine i lavoratori, gli utenti e i visitatori delle strutture sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali, incluse le strutture di ospitalità e lungodegenza, le residenze sanitarie assistite (RSA), gli hospice, le strutture riabilitative, le strutture residenziali per anziani, anche non autosufficienti.

Covid 19, mascherine ancora obbligatorie a scuola

Negli altri luoghi di lavoro, pubblici e privati, l’utilizzo delle mascherine non è più obbligatorio, ma “fortemente raccomandato”. Il datore di lavoro può mantenere protocolli più stringenti. Mascherine solo consigliate anche nei luoghi dove possono esserci assembramenti: ad esempio ristoranti, centri commerciali e negozi.

Gli studenti porteranno la mascherina fino alla fine dell’anno scolastico, anche se qualche politico aveva insistito per eliminarla a scuola.

L’Ona raccomandò da subito maggiori precauzioni

L’Ona e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, hanno da subito consigliato alle vittime di amianto, che hanno contratto una patologia asbesto correlata, di utilizzare precauzioni maggiori rispetto al resto della popolazione.

Il Covid 19 è infatti ancora più pericoloso per chi ha patologie pregresse. L’amianto causa il mesotelioma e altri tumori e i lavoratori e i cittadini colpiti devo fare ancora più attenzione. Ora che le limitazioni si allentano le persone fragili non devono abbassare la guardia.

Cremona, morto per amianto: 300 mila euro alle figlie

Cremona
cremona corte di Cassazione

Il Comune di Cremona dovrà risarcire le figlie di un operaio della Centrale del latte morto a causa dell’esposizione all’amianto. Lo ha deciso, in via definitiva, la Corte di Cassazione, con sentenza 13512 del 29 aprile scorso.

Erano state le figlie di Ottorino Cervi ad intraprendere la lunga battaglia legale. Sono state assistite dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, dopo che il padre si era ammalato di mesotelioma pleurico. L’uomo – che aveva lavorato alla Centrale di Cremona dal 1947 al 1981 – è poi, purtroppo, morto, il 29 maggio 2004.

A ciascuna andranno 165.000 euro, così come stabilito il 4 marzo del 2019 dal giudice di Brescia Daniela Fedele, della seconda sezione civile della Corte d’Appello. La Cassazione ha riconosciuto il nesso causale tra l’esposizione all’amianto alla malattia che ha poi portato al decesso.

L’amianto presente nelle guarnizione delle caldaie

Cervi infatti, almeno due volte l’anno, era incaricato di sostituire la guarnizione delle caldaie (che contenevano asbesto). Secondo i “giudici ermellini” l’esposizione si protrasse per 10 anni e fu, “sì intermittente, ma di lunga durata e non meramente ‘occasionale e di breve durata’ come ritenuto dal primo giudice”.

La Corte di Cassazione ha anche concluso che “pur in assenza di dati certi sull’insorgenza della patologia, una riduzione all’esposizione ad amianto avrebbe evitato l’insorgere della stessa o ne avrebbe ritardato l’insorgenza”.

La difesa del Comune di Cremona

Il Comune di Cremona ha tentato di opporsi, ma senza successo. Nel ricorso, tra i vari motivi a supporto della sua innocenza, ha spiegato che l’amianto fu vietato in Italia soltanto con la Legge 257/1992. E che quindi, prima di quella data “non era possibile formulare alcun giudizio di responsabilità”.

In realtà, come spiegato dall’avvocato Bonanni anche nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti da amianto in Italia – ed. 2022”, già dagli inizi del ’900 era nota la pericolosità di questi minerali con caratteristiche importanti ed economici. Negli anni ’40 ben due studi scientifici lo dimostrarono e poi ancora negli anni ’60 non vi furono più dubbi. Le aziende però non smisero di utilizzarlo e le esposizioni provocarono mesotelioma, asbestosi. Come pure tumore al polmone e tante altre patologie asbesto correlate.

Nonostante l’amianto sia stato messo al bando soltanto nel 1992 i datori di lavoro hanno sempre il dovere di garantire la salute dei propri dipendenti, anche utilizzando dispositivi di protezione ed evitando situazioni di rischio. La sicurezza sul lavoro è una delle missioni dell’Ona, per cui si batte da sempre il suo presidente che continua ad insistere senza sosta sull’importanza della prevenzione primaria e delle bonifiche. I morti da amianto, infatti, continuano ad aumentare, come si può desumere anche dai dati del VII Rapporto ReNaM dell’Inail.

Primo maggio: un omaggio a tutti lavoratori, a rischio e non

Primo maggio
caschetto protettivo del lavoratore

Il 1 maggio si celebra la festa dei lavoratori, conosciuto anche come “labor day“. Nata nel corso della rivoluzione industriale, l’iniziativa del primo maggio rende omaggio ai sacrifici e alla lunga lotta, che gli operai delle fabbriche hanno svolto per difendere i propri diritti.

Nonostante le apparenze e il fatto che sia trascorso un secolo, la situazione per i lavoratori continua ad essere difficile da sostenere. Soprattutto per coloro che hanno lavorato esposti a rischi, proprio come l’amianto.

Il tempo scorre, ma i nostri uomini e le nostre donne vengono ancora esposti a rischi nei luoghi di lavoro. Parliamo di quei luoghi come i cantieri navali, le grandi industrie come la Solvay, siti in cui oltre l’amianto vi sono altri cancerogeni ad attentare alla salute dell’uomo.

E da allora poco è cambiato. Gli uomini all’epoca impugnavano il coraggio e manifestavano per i propri diritti. Mentre ad oggi la battaglia si è spostata nelle aule di tribunale, che ogni giorno testimonialo le centinaia, anzi le migliaia di storie di vite spezzate a causa della poca attenzione alla sicurezza sul lavoro.

La prevenzione nei luoghi di lavoro è tutto

In un giorno così importante io come Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ma soprattutto difensore di tutti i lavoratori esposti, ribadisco l’importanza della prevenzione primaria.

Evitare esposizioni ad amianto e ad altri cancerogeni deve essere la finalità della prevenzione per la tutela dei nostri lavoratori.

Purtroppo, evitare le esposizioni ad amianto diventa veramente difficile visto che in Italia la bonifica amianto dagli edifici pubblici e privati, avanza con non poca fatica.

In Italia ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di materiali di amianto e contenenti amianto (33 in matrice compatta e 7 friabile), in un milione di siti, di cui 50.000 quelli industriali.

Inoltre, il rischio si estende anche ai nostri figli e al personale scolastico, visto che sono 2400 le scuole ancora contaminate.

In occasione del primo maggio occorre puntare l’attenzione su quelli che sono gli altri rischi per i lavoratori.

Difatti, ogni giorno tantissimi lavoratori vengono esposti a rischi che vanno oltre l’ambiente. Parliamo di mobbing e sfruttamento, due piaghe che all’unisono con l’inquinamento ambientale rendono davvero difficile la vita dei lavoratori anche nel XXI secolo.

Vittime del dovere e vittime del lavoro

Un’altra situazione inaccettabile riguarda i nostri militari. Esposti a rischio già dalle prime campagne vaccinali e inviati in missioni di pace a braccetto con i proiettili all’uranio impoverito.

È inaccettabile che anch’essi vengano esposti a rischio di neoplasie e altre patologie invalidanti, solo per aver scelto di difendere il proprio Paese.

A poco servono le tutele risarcitorie in favore dei familiari superstiti. Questi ultimi preferirebbero stringere ancora il proprio caro, anche perché non esiste risarcimento capace di quantificare il dolore dei familiari delle vittime.

In conclusione mi auspico che i nostri lavoratori prima o poi possano salutare le proprie famiglie al mattino, senza dover affrontare la paura di morire.

Quanti operai debbono ancora cadere dalle impalcature prima di avviare un protocollo di tutela efficace nei loro confronti? E quanti militari si debbono ancora ammalare nei teatri di guerra? Infine, quanti orfani debbono ancora piangere sulle bare dei propri padri e delle proprie madri prima di fermare questa strage?

Le risposte sono ancora lontane ma una cosa è certa. Noi come associazione non ci fermeremo mai dinnanzi al grido dei lavoratori. Proseguiremo con la tutela legale e l’assistenza medica per tutti coloro che rischiano la vita per il proprio lavoro.

Eppure la Costituzione ci insegna che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma non ci insegna che spesso è proprio a causa di ciò che perdiamo la vita.

Parassiti intestinali: un Protocollo ci aiuta a trattarli

Parassiti intestinali
Parassiti intestinali Autore: JUAN GARTNER | Ringraziamenti: Getty Images/Science Photo Library RF

I parassiti intestinali possono arrecare danni alla salute. Come trattarli correttamente?

Conosciamo i parassiti intestinali

I parassiti (dal greco para, vicino e sitos, cibo, cioè commensalismo), sono microrganismi che vivono in simbiosi con un altro essere vivente e ottengono da quest’ultimo i mezzi necessari alla propria sopravvivenza.

Quelli intestinali, meglio noti come “vermi” si nutrono del cibo ingerito dalle persone.

Impossibile non pensare subito al temibile Taenia. Il “verme solitario” si nutre di ciò che mangiamo, ci fa sentire perennemente affamati e non ci fa perdere peso.

parassiti intestinali: Come eliminarli
Taenia o Tenia, meglio conosciuto come “Verme solitario”

Altri tipi di parassiti, si nutrono dell’emoglobina dei globuli rossi, causando anemia. Altri ancora depongono uova che possono provocare prurito, irritabilità e insonnia.

Tipi di parassiti intestinali: i protozoi

I parassiti intestinali sono spesso divisi in due tipi principiali: protozoi e elminti

Secondo il Center for Disease Control and Prevention (CDC), i protozoi sono “organismi unicellulari microscopici, che possono essere di natura libera o parassitaria”

La trasmissione di protozoi che vivono nell’intestino di un essere umano, a un altro essere umano, avviene in genere attraverso una via oro-fecale (ad esempio, cibo o acqua contaminati o contatto da persona a persona). 

I protozoi che vivono nel sangue o nei tessuti umani, vengono trasmessi ad altri esseri umani da un vettore artropode (ad esempio, attraverso il morso di una zanzara o di un flebotomo). 

Tipi di parassiti intestinali: gli elminti 

Gli elminti sono come dei vermi visibili a occhio nudo nel loro stato adulto. Come i protozoi, gli elminti possono essere di natura libera o parassitaria. Nella loro forma adulta, non possono moltiplicarsi negli esseri umani.

Esistono tre gruppi principali di elminti: 

  • Vermi piatti (platelminti): includono i trematodi e i cestodi (tenie);
Parassiti intestinali
Parassiti intestinali.
  • Vermi dalla testa spinosa (acantocefaline): le forme adulte di questi vermi risiedono nel tratto gastrointestinale. Si pensa che gli acanthocephala siano intermedi tra i cestodi e i nematodi;
Verme testa spinosa
Verme da testa spinosa.
  • Vermi tondi (nematodi): le forme adulte di questi vermi possono risiedere nel tratto gastrointestinale, nel sangue, nel sistema linfatico o nei tessuti sottocutanei. Gli stati immaturi (larvali) possono causare malattie attraverso l’infezione di vari tessuti del corpo. Questi organismi non sono in genere considerati parassiti.
Verme tondo
Verme solitario appartenente ai nematodi.

Come avente il contagio 

Tra i principali fattori di contagio elenchiamo: 

  • Visite in aree nota per la presenza di parassiti
  • Viaggi internazionali
  • Alimentazione a rischio. Cibo poco cotto o avariato; acqua contaminata. Frutta e verdure concimate con feci umane o acque nere. 
  • Scarsa igiene
  • Contatto con persone infette o con fluidi corporei.
  • Età: i bambini hanno maggiori probabilità di essere infettati
  • HIV o AIDS
  • Trasmissione attraverso animali contagiati 

Come ci si può difendere 

In molti casi, capita di “ospitare” questo inquilino indesiderato senza esserne consapevoli. 

Ciò si deve al fatto che molti parassiti intestinali crescono bene all’interno del corpo, senza manifestarsi in alcun modo. Questi parassiti provengono dal consumo di acqua o cibo contaminato. 

Quando il nostro sistema immunitario è forte (dieta corretta, basso livelli di stress) e l’intestino ha un microbiota forte, i parassiti vengono eliminati prima che facciano danno. 

Microbiota intestinale
microbiota intestinale.

Se invece il nostro sistema immunitario è debole, si può diventare maggiormente suscettibili ai parassiti. I bambini sono i portatori più comuni di vermi intestinali, ma anche gli adulti e gli anziani possono acquisire questi parassiti intestinali. 

Piccola curiosità: pare che nei giorni di luna piena, quando si schiudono le uova e diventano attivi i nuovi parassiti, i sintomi peggiorino.

Sintomi dei parassiti intestinali

Secondo l’Università del Maryland i parassiti possono vivere all’interno dell’intestino per anni senza causare alcun sintomo. Tra quelli più comuni: 

  • Diarrea
  • Nausea o vomito
  • Gas o gonfiore
  • Dissenteria (feci molli contenenti sangue e muco)
  • Eruzione cutanea o prurito intorno al retto o alla vulva
  • Mal di stomaco o rigidità addominale
  • Sentirsi stanchi
  • Perdita di peso
  • Passare un verme nelle feci

Altri sintomi della presenza di parassiti

  • Anemia
  • Bruxismo (digrignare e stringere i denti la notte, secondo alcuni è quasi sempre connesso alla presenza di parassiti)
  • Costipazione
  • Mal di testa
  • Risvegli notturni frequenti
  • Irritazioni cutanee inspiegabili
  • Gonfiore e fame tutto il tempo (anche a stomaco pieno)
  • Nervosismo, agitazione e scatti di rabbia

Mai sottovalutare la presenza dei parassiti

Se i parassiti intestinali non sono trattati adeguatamente, possono favorire patologie gravi come il tumore.

Tre specie di elminti sono classificate come cancerogene di classe 1 dall’OMS. 

Nelle regioni endemiche – prevalentemente l’Africa subsahariana e il sud-est asiatico – i trematodi sono responsabili della maggior parte di tutti i casi di cancro alla vescica e al fegato“. 

Sembra che i parassiti, morendo, liberino nell’ambiente virus e batteri che essi portano dentro di sé. Anche in questo caso, i rischi per la salute non devono essere sottovalutati.

Diagnosi dei parassiti intestinali

Per diagnosticare la reale presenza dei parassiti, basta effettuare un test fecale o il test del “nastro adesivo” (Scotch tape). In alcuni casi si può ricorrere anche ad un esame radiografico.

Rimedi naturali per eliminare i parassiti

Per sbarazzarci in maniera naturale dei parassiti intestinali, possiamo consumare pietanze a base di spezie antiparassitarie come: aglio, curcuma, pepe, origano, semi di pompelmo e propoli.

Esiste persino un “Protocollo”, una terapia antiparassitaria erboristica per difendersi in maniera naturale dai parassiti intestinali.

A diffonderla è stata la dottoressa Hulda Clark, una biologa, fisica e ricercatrice canadese, convinta che la causa di molte malattie fosse legata alla presenza nell’organismo di parassiti e tossine derivanti dall’ambiente e dall’alimentazione. 

Gli ingredienti del protocollo sono: mallo di noce nera, tintura madre di Artemisia o assenzio (artemisia absinthum) e chiodi di garofano

Chiodi di garofano verme solitario
chiodi di garofano

Le loro proprietà? I chiodi di garofano favoriscono la morte delle uova dei parassiti; l’assenzio e il mallo di noce nera attaccano invece gli stadi larvali e adulti. 

In commercio esistono degli integratori sia in formulazione liquida sia in capsule, a base delle tre erbe antiparassitarie che abbiamo visto.

Attenzione!

Come in quasi tutti i casi, in gravidanza o durante l’allattamento non è consigliabile seguire il protocollo antiparassitario.

I bambini possono seguirlo a dosaggi ridotti rispetto agli adulti, esclusivamente sotto la guida di un medico competente.

Gli animali domestici possono seguire il protocollo antiparassitario seguendo dei dosaggi aggiustati sotto la guida di un professionista.

Ona: in difesa della salute

L’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Ona e autore de : “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“si batte per tutte le tematiche relative alla salute. Dalla prevenzione alla tutela.

Fonti 

Panoramica sulle infezioni parassitarie- MSD Manual

www.drclark.net