Il lockdown e il covid in generale hanno cambiato radicalmente le nostre abitudini e hanno messo a dura prova e in qualche caso minato la nostra salute mentale. Il long covid si fa sentire. L’Unicusano ha realizzato un’infografica sulla salute mentale degli italiani analizzando alcuni studi sul tema.
Non è solo una percezione quella che la pandemia ha influito sulle nostre relazioni sociali, anche dopo le restrizioni, e ha reso tutte le nostre incombenze e compiti lavorativi e familiari ancora più pesanti. I dati sono allarmanti e la dimostrazione è nel fatto che il governo sta già cercando di arginarli, ad esempio con il bonus psicologo.
Ad essere maggiormente colpiti da depressione, ansia e stress sono il personale medico, le donne e i minori. Quasi la metà di questi ultimi (il 46%), sono stati colpiti da ideazione suicidaria, autolesionismo e ritiro sociale.
Long Covid: “pandemia emozionale”
Altre conseguenze sono insonnia e disturbi dell’umore. In Italia soffre di questi problemi un italiano su 5, ovvero il 40% in più rispetto al periodo prepandemico. Gli esperti lo hanno chiamato “pandemia emozionale”: un vero e proprio stato psichico invalidante, figlio di paure, preoccupazioni, angosce e incertezze.
Rispetto al 2019, quando è esplosa la pandemia, oggi più del 31% di italiani soffre di depressione, il 32% di ansia e ben il 41% di distress, ovvero stress molto accentuato. Più dura la condizione per chi ha vissuto il Covid in prima linea, come personale medico e paramedico, degenti e familiari: il 42% in più soffre di ansia, il 40% in più di insonnia e il 28% in più di disturbo post-traumatico da stress.
Long Covid: i più colpiti donne, adolescenti e bambini
A pagarne le conseguenze – secondo i dati raccolti da Unicusano – sono donne, bambini, adolescenti, operatori sanitari e guariti dal virus. Ma anche i familiari di chi ha contratto la malattia ed è deceduto a causa di questa, chi ha perso il lavoro o chi ha incassato il colpo dei danni subìti alla propria attività. Il Covid-19 non ha trovato ostacoli sul suo cammino, ripresentandosi, di ondata in ondata, con un carico sempre maggiore di conseguenze psicologiche con cui oggi più del 31% degli italiani si trova a fare i conti.
Molte donne hanno lasciato il lavoro
A livello psicologico, il coronavirus ha esacerbato disuguaglianze già presenti nel nostro Paese, come quello tra uomo e donna. Molte di loro hanno douto abbandonare il lavoro, anche perché tra le mura di casa, con i bambini e tutte le incombenze, non riuscivano a lavorare. Chi ha resistito lo ha fatto con grande fatica, sobbarcandosi ancora più lavoro domestico e non, di quello che già svolgevano in precedenza in quantità maggiore rispetto agli uomini. Le donne italiane del Sud o Centro Italia di età compresa tra i 35 e i 64 anni con difficoltà economiche, ma un alto livello di educazione sono tra le prime vittime della Pandemia mentale.
Aumentato l’uso degli psicofarmaci
Anche l’uso degli psicofarmaci è aumentato esponenzialmente dopo il primo lockdown con effetti di rimbalzo importanti durante le varie ondate. Secondo quanto analizzato nella ricerca di Unicusano, il 14% degli italiani intervistati ha iniziato ad assumere, ex novo, ansiolitici e/o sonniferi e il 10% antidepressivi. Chi già faceva uso di questi farmaci si è trovato costretto ad aumentarne il dosaggio.
Si stima che il 10% della popolazione abbia avuto almeno un attacco di panico per la prima volta nella vita.
Se iperallerta, ipocondria, perdita del desiderio di contatto con il mondo esterno, disattivazione dello stimolo del “cervello sociale” (quello, cioè, che induce un individuo a socializzare) e attacchi di panico sono i sintomi più comuni tra gli adulti, gli adolescenti e i pre-adolescenti soffrono per il 48% di disturbi post-traumatici quali, tra i tanti, stanchezza (31%), irritabilità (16%), disorientamento (14%), apatia (13%) ed esaurimento (12%).
Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto e da loro arriva la richiesta d’aiuto più preoccupante. Adesso non bisogna lasciarli soli, come invece è stato fatto durante l’emergenza.
De Marinis, dopo aver affrontato il tema dei risarcimenti per le vittime di amianto, ancora bloccate da una eccessiva burocratizzazione e da altri problemi, ha ampliato l’argomento affrontando la questione dell’ambiente di lavoro e degli infortuni.
Il lavoro e la sicurezza in questo momento storico
Lo ha fatto contestualizzando l’intervento al momento storico che stiamo vivendo, con una crisi economica dovuta alla pandemia e al conflitto in Ucraina, che il governo (con il bonus del 110%) e l’Europa (con il Pnrr), stanno cercando di arginare. Questo significa ampliare in modo sostanziale l’attività delle imprese ed è necessario prevederne anche le conseguenze.
“Nell’edilizia abbiamo – ha detto il giudice al convegno – almeno 1600 nuove aziende costituite senza attrezzature e senza personale: soggetti imprenditoriali che non hanno nessuna esperienza di mercato o di lavoro. È necessario anche consentire loro di provvedere alla sicurezza. Come è necessario pensare ai lavoratori stagionali, che vanno formati e informati dei rischi a cui vanno incontro.
Ha parlato anche di smart working e di intelligenza artificiale e lo abbiamo raggiunto al telefono per approfondire gli interessanti spunti emersi durante l’incontro.
Perché le politiche sulla sicurezza evidentemente in Italia non funzionano e ci sono ancora così tanti incidenti?
Ci sono situazioni diverse: molto dipende da un capitalismo di bassa qualità. Per esempio grandi problemi ci sono nelle campagne e nelle costruzioni, dove ci sono piccoli imprenditori che non hanno quelle capacità tecniche e non si conformano alle regole soprattutto per quanto riguarda la formazione.
Dall’altra parte si riscontra anche una resistenza dei lavoratori nell’utilizzo degli strumenti di prevenzione, perché c’è la necessità di lavorare sentendosi liberi e di contare sulle proprie forze, comportamento che porta purtroppo agli infortuni.
Un altro discorso da fare è quello del decentramento: oggi si lavora molto in appalto. Per questo dicevo durante il convegno che con il bonus 110% che permette ristrutturazioni edilizie a costo zero se votate all’efficientamento energetico, sono nate 1600 aziende senza macchinari e personale, tutte imprese formali che si affidano ad altri soggetti imprenditoriali, subappaltando i lavori. Contando su regole al ribasso. Possiamo quindi dire che le responsabilità sono anche dei committenti che risparmiano sulla sicurezza, ma anche delle stesse amministrazioni che non dovrebbero consentirlo.
Infine c’è il fortuito ovviamente, disattenzioni e obsolescenza degli strumenti.
Diverso è, invece, il discorso delle situazioni ambientali, classico l’esempio dell’Ilva, o dell’amianto. Situazioni che derivano da scarse conoscenze tecniche, come all’inizio per l’amianto, oppure scontano questa componente diinquinamento che sta alla base della necessità odierna di una transizione ecologica che metta da parte il carbone o altro. Purtroppo non siamo pronti ed è bastata una guerra per tornare indietro. Solo una cooperazione internazionale diffusa potrà consentire questo passaggio.
Per tante professioni, a maggior ragione con lo smart working, il confine tra vita lavorativa e vita privata si fa meno netto. Il peso della responsabilità della sicurezza si sta spostando verso il lavoratore?
In questo senso ci sono diversi problemi legati alla sicurezza. Il primo su questioni che conosciamo, sull’utilizzo del pc, posizioni ergonomiche, sforzo degli occhi.
Nello smart work si aggiunge il discorso della iperconnessione: l’incapacità del soggetto che organizza il proprio lavoro di riuscire a staccarsi, ad avere giuste soste. Questo ovviamente pregiudica la propria condizione di vita personale, a causa della mancanza di un orario.
C’è la questione poi della ripartizione degli oneri di sicurezza, che è riconosciuto anche sul lavoratore. Il protocollo nel 2021 (Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile), dice, infatti, in un passaggio, che il dipendente non deve mettersi in condizioni di operare in ambiti che non rispondono ai giusti requisiti di sicurezza. Si danno indicazioni generiche, ma non si identificano chiare responsabilità.
Resta poi anche da delineare norme chiare sugli infortuni in itinere, quelli che avvengono durante gli spostamenti. Ora è garantito un percorso fisso. Avendo, invece, la possibilità di muoversi, come si estende questa normativa?
L’ultima questione è invece legata alla sicurezza dei dati. Chi ne risponde? Il lavoratore che ha lavorato in un luogo non idoneo o il datore di lavoro?
Tanto si può decidere anche con gli accordi individuali, ma non sono sufficienti.
Abbiamo letto tutti la notizia dell’ingegnere di Google che crede che l’interfaccia di intelligenza artificiale LaMDA provi sentimenti e abbia coscienza di sé. Indipendentemente da questo aspetto più fantascientifico, cosa potranno fare in futuro i lavoratori per non restare senza impiego perché soppiantati dalle nuove modalità di lavoro?
È una questione di non conoscenza degli strumenti. Se un ingegnere di Google ci dice che la macchina può essere senziente e Google reagisce licenziandolo vuol dire che non è tutto chiaro e che non conosciamo gli strumenti con cui metterci in linea. Questo è già un problema. Se questo è il nuovo modo di produrre si tratta di avere una conoscenza di questi strumenti.
“La sopraffazione non è insita nella tecnologia”
Si parla tanto degli algoritmi “sbagliati”, che se impiegati in situazioni delicate, come quelle del lavoro o dell’istruzione, possono creare storture. Ma, se l’algoritmo non va bene, la colpa non è dell’algoritmo, vuol dire piuttosto che è stato scritto da una parte sola. Invece tutti dovrebbero essere coinvolti: il datore di lavoro, il lavoratore, il cliente, il fornitore, chiunque sia coinvolto. Questo presuppone una formazione che non tutti possono raggiungere, e una partecipazione che non tutti vogliono concedere. La sopraffazione non è insita nella tecnologia, ma siamo noi a crearla in quei termini.
Nella società industriale, con le catene di montaggio conoscevamo quanti lavoratori servivano. Oggi nessuno, salve alcune imprese, sa qual è la proporzione tra tecnologia e lavoro e ci si può strutturare in maniera tale che un fattore possa andare avanti in assenza dell’altro, con la sostituzione dell’uomo con la macchina, che arriva dal fatto stesso che non c’è la capacità di trattare questi strumenti. Invece dovremmo lavorare in modo tale che ci sia un equilibrio tra uomo e macchina. Lavorare non a favore del profitto, ma di un’organizzazione del lavoro adeguata: non credo che si possa fare a meno della presenza dell’uomo.
“Necessario riallineare lavoro e impresa”
È necessario riallineare lavoro e impresa in vista di questa nuova visione produttiva. Noi non possiamo tutelare il lavoratore nella condizione attuale, nella sua condizione di non conoscenza. Negli anni ’60 si conosceva come aiutarlo ed è stato possibile attuare un sistema che lo ha tutelato. E anche se quei diritti sono stati via via cancellati ora stanno tornando: basti pensare alle ultime sentenze della Cassazione, ultima la 183 del 2022, che fa un passo indietro sulla disciplina dei licenziamenti.
Oggi dobbiamo consentire ai lavoratori di professionalizzarsi nel nuovo. Quello che si trova ora è un “lavoro povero”, perché offre una professionalità che non vale sul mercato. Se non si riesce ad entrare nel sistema produttivo, perché non si ha una professionalità utile, non sarà più possibile trovare lavoro. Bisogna formare un “lavoratore d’attacco“. Oggi un esperto di E-commerce guadagna quello che vuole, un cameriere poche centinaia di euro al mese. Non abbiamo professionalità rilevanti da utilizzare. A causa di chi non ha saputo guardare avanti.
Oggi non sappiamo cos’è l’economia digitale e non sappiamo l’uomo che posto possa ricoprire al suo interno. Le istituzioni e la politica sono bloccate sulla difesa del passato, sono indietro, invece il mercato è andato avanti.
“Roma deve avere uno specifico organismo dedicato al monitoraggio e all’eliminazione dell’amianto e a favorire, sull’esempio dell’Osservatorio nazionale amianto, tutte le azioni utili a rimuovere questa grave minaccia per le persone e per l’ambiente”. Questa la dichiarazione di Fabrizio Santori (Lega), al convegno “Amianto, ambiente, salute: per Roma Capitale d’Europa”. L’incontro, organizzato dall’Ona, si è tenuto oggi nella sala Laudato Si’, al Campidoglio. A moderare gli interventi il giornalista e direttore editoriale di “The Map Report”, Massimo Lucidi.
“I cittadini hanno difficoltà ad attivare le bonifiche. Abbiamo visto negli anni le conseguenze dell’amianto, ma dobbiamo fare prevenzione, nel pubblico e nel privato. Quando ancora non c’era nulla abbiano realizzato un osservatorio, grazie in particolare al lavoro dell’Ona e del suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni.
La Regione Lazio con la legge 2013 ha rafforzato la copertura con lo sportello amianto a Roma attivato poco tempo fa. Ora, sempre in collaborazione con l’Ona lo faremo conoscere. Faremo da garante, laddove i cittadini segnalino, che l’amministrazione intervenga”.
Amianto a Roma, 1300 casi di mesotelioma in 22 anni
Roma, come tante città d’Italia, paga caro il prezzo del fenomeno amianto con 882 casi di mesoteliomaregistrati dal 2001 al 2015. Con un’ulteriore incidenza, rilevata dall’Ona, di 411 casi fino al dicembre 2021, per un totale di 1.300 casi (circa 60 per ogni anno – indice di mortalità del 93% entro i 5 anni).
Questa è solo la punta dell’iceberg, in quanto l’ONA, operativa nella Capitale con il suo sportello amianto con il servizio di assistenza tecnica, medica e di tutela legale, sulla base delle segnalazioni ricevute, e delle attività svolte dai volontari sul territorio, può tracciare un quadro completo dell’epidemia delle malattie di amianto. Che è pari a circa 2.500 casi di tumore del polmone (circa 125 casi su base annua – indice di mortalità dell’88%). Una incidenza ulteriore di circa 1.200 casi di asbestosi (circa 60 casi annui – indice di mortalità del 30% entro i 5 anni, con degenerazione in tumore del polmone, ovvero mesotelioma nel 33% dei casi), tumori delle altre vie aeree e gastrointestinali (circa 1.000 casi, compresi quelli di colangiocarcinoma). Questa è la mappa del rischio, sulla base delle segnalazioni degli ultimi 20 anni.
Nel corso del 2021 sono stati censiti, nella sola Capitale, 60 casi di mesotelioma, 120 circa di tumore del polmone per esposizione, 10 casi di asbestosi, e circa 50 casi di altre malattie asbesto correlate, delle vie aeree e gastrointestinali, per un complessivo numero di 240 casi, che si tradurrà, secondo l’indice di mortalità in circa 200 decessi nei prossimi 5 anni.
Amianto a Roma, i siti contaminati
Secondo le rilevazioni dell’Ona, nel Comune, su 2.338 istituti scolastici ne sono stati verificati 1148, e nell’8%, e cioè 95 scuole, vi è la presenza di amianto. Mentre nel Lazio tenendo conto della verifica su 5.896 edifici scolastici, sono risultati con amianto 291 scuole, pari al 4,9%. Nelle scuole della provincia su 3.812 istituti scolastici, 263 sono risultati contenenti amianto (6,8%).
I siti a maggior rischio sono stati quelli della Fonte Appia, delle diverse strutture industriali, nella zona Magliana, ed est di Roma, tra cui Tiburtino e Casilino. Così come gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino, per l’elevato utilizzo di amianto negli aeromobili.
L’avvocato Bonanni è intervenuto puntando l’attenzione sulla sicurezza sul lavoro. Ricordando i dati INAIL che parlano di 364 morti in modo cruento sui luoghi di lavoro nei primi 4 mesi del 2022. “Dati inaccettabili, davanti ai quali risuona un silenzio assordante. Non farò considerazioni politiche, in questo momento delicato – ha aggiunto l’avvocato Bonanni – ma c’è bisogno di un governo forte che agisca in questo senso”.
“Il governo Draghi – si è sentito comunque di aggiungere – avrebbe potuto fare di più. Avevamo preparato una riforma di legge per potrebbe affrontare il fenomeno, ma è rimasta lettera morta”.
Costa: “Sfruttiamo i fondi del Pnrr per le condotte idriche”
All’evento è intervenuto, con un video di saluto, anche il Sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Che ha assunto l’impegno di lavorare per la bonifica degli acquedotti e delle scuole. “Il Pnrr ha stanziato i fondi per le condotte idriche ed è bene partire da lì”, ha spiegato ponendo l’accento sull’importanza di un impegno che non abbia bandiera politica, ma sia trasversale per tutelare la salute dei cittadini.
A questo ha fatto eco l’intervento della presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, che ha trovato mezz’ora per essere fisicamente presente nonostante un altro importante impegno in mattinata. “Dobbiamo fare rete – ha detto – sistema. Dobbiamo lavorare su sistemi di sicurezza per immobili privati e pubblici della Capitale. Avremo i fondi del Pnrr, la sfida importante del giubileo 2025 e quella dell’Expo. Come Roma Capitale siamo al fianco dell’Ona. Iniziative come queste sono importanti per lavorare a una battaglia comune: su questo non ci sono fazioni politiche”.
Soddisfazione ha espresso il presidente del Comitato nazionale italiano fair play, Ruggero Alcanterini. “Quando riusciamo a ripartire, come oggi, con la sinergia della politica e degli specialisti, sono appagato. Il Cnifp è un’associazione che propone cultura, il gioco corretto nell’idea di Shakespeare”.
“A Roma – ha continuato entrando nel merito del convegno – gli impianti sportivi sono quasi tutti contaminati dall’amianto, perché realizzati negli anni novanta. L’amianto riguarda il mondo dello sport in modo sostanziale, non solo in questo Comune”.
Amianto e ambiente, ospiti illustri
Sono intervenuti anche il giudice Nicola De Marinis, Consigliere presso la Suprema Corte di Cassazione, Fabrizio Ciprani, Direttore Centrale di Sanità della Polizia di Stato, generale medico e docente universitario. E ancora Marcello Migliore, ordinario di chirurgia toracica della Facoltà di Medicina dell’Università di Catania. Che ha posto l’accento sul paziente malato di mesotelioma e su una pratica chirurgica che ha dato ottimi risultati e una speranza in più per i pazienti.
Nicola Forte, fiscalista legato all’Osservatorio, ha esposto la proposta del credito di imposta per le bonifiche amianto (e dell’ambiente), contestualizzandola al momento storico e di crisi economica legata alla pandemia e alla guerra in Ucraina. Interessante anche l’intervento del generale dei carabinieri Giampiero Cardillo, con la considerazione che non si ha abbastanza paura o consapevolezza dei rischi legati all’asbesto.
Il tutto nella meravigliosa location al Campidoglio, che sovrasta la Città eterna. Ancora piena di problemi legati all’ambiente e alla tutela della salute, ma dalla quale partono le idee per un risanamento e una ripartenza che da Roma si estende poi al resto della Penisola.
Amianto e ambiente, l’impegno costante dell’Ona
Nel corso degli anni le istanze dell’ONA hanno trovato autorevole riscontro nel Tribunale civile di Roma e nella Corte di Appello di Roma. Emesse migliaia di sentenze di riconoscimento ai diritti dei benefici contributivi per esposizione ad amianto, e di riconoscimento di malattia professionale asbesto correlata.
Sono esposti al rischio più di 352.000 alunni e 50.000 soggetti del personale docente e non docente, 1.000 biblioteche ed edifici culturali (stima per difetto perché è ancora in corso di ultimazione da parte di ONA). L’amianto è presente in 250 ospedali (stima per difetto perché la mappatura è ancora in corso). La nostra rete idrica rivela presenza di amianto per ben 300.000 km di tubature (stima ONA), inclusi gli allacciamenti. Con presenza di materiale contenenti amianto rispetto ai 500.000 totali (tenendo conto che la maggior parte sono stati realizzati prima del 1992, quando l’amianto veniva utilizzato in tutte le attività edili e costruttive).
I cittadini possono chiamare il numero verde800 034 294 e chiedere la consulenza legale gratuita, anche con un parere legale, con lo sportello amianto telematico. L’Ona prosegue la mappatura di tutti i siti sul territorio con l’App amianto, che raccoglie tutte le segnalazioni.
Dal Giappone arriva un nuovo studio sul mesotelioma che si basa sulla terapia genica inalabile per via orale.
Terapia mesotelioma: una speranza per il futuro
Da qui, la necessità di sperimentare nuovi campi terapeutici.
Terapia genica inalabile. Il mesotelioma pleurico maligno (MPM), è una forma rara di cancro associata sostanzialmente all’esposizione alle fibre di amianto. Purtroppo è una malattia incurabile, con risposta limitata all’intervento chirurgico e alla radioterapia.
A partire dal 2021, oltre 3.100 studi clinici in tutto il mondo si sono concentrati sulla terapia genica. Il 67,4% di essi ha preso di mira il terribile cancro.
Risultato?
Una nuova ricerca condotta da medici e scienziati dell’Institute for Advanced Medical Sciences dell’Hyogo College of Medicine in Giappone, potrebbe dare qualche speranza ai malati.
Nello specifico, gli esperti si stanno concentrando sull’identificazione delle mutazioni genetiche che rendono gli individui più suscettibili sia al mesotelioma, sia ad altri tipi di cancro.
Due dei farmaci sottoposti al vaglio degli studi hanno dimostrato un’efficacia impressionante in laboratorio, sia per il trattamento dell’ NSCLC (cancro del polmone non a piccole cellule), sia per il mesotelioma pleurico.
I risultati dello studio sono stati pubblicati il 23 maggio su Springer Nature.
Terapia mesotelioma “autosomministrabile”
I farmaci in questione sono SFD-p16 e SFD-p53.
Si tratta di “vettori non virali” (liposomi cationici), meno invasivi e più facili da gestire rispetto ai vettori virali per il trattamento del cancro del polmone.
Essi, combinano i geni del soppressore del tumore con una polvere inalabile a spruzzo liofilizzato, fornendo così i principi attivi direttamente ai polmoni.
La semplicità del trattamento è tale che i pazienti si possono autosomministrare il farmaco in tutta tranquillità.
«Questi risultati suggeriscono che la terapia genica del cancro che utilizza farmaci inalabili può costituire un nuovo regime terapeutico e migliorare la qualificazione della vita dei pazienti a causa della bassa invasività della modalità di somministrazione», hanno dichiarato gli autori dello studio.
Addio ai trattamenti invasivi?
Finora, per trattare il mesotelioma si era dovuti ricorrere a terapie aggressive. Tuttavia, sia la chirurgia sia la chemioterapia standard di cura, comportano effetti collaterali molto severi e la loro efficacia è alquanto limitata.
Con i nuovi farmaci inalabili ingegnerizzati in laboratorio, si è invece riscontrata una chiara diminuzione della proliferazione delle cellule tumorali.
I test condotti sui ratti hanno infatti evidenziato che il tasso di inibizione della crescita è stato di quasi il 50% utilizzando SFD-p16, rispetto all’esiguo 9,3% del gruppo placebo. SFD-p53 ha prodotto un tasso di inibizione della crescita del 52,1%.
Utilizzando l’imaging a luminescenza, i ricercatori hanno documentato la soppressione del tumore entro 24 ore dalla somministrazione del farmaco.
Nell’arco di una settimana, i tumori sono stati rimossi e il loro volume si è ridotto in maniera considerevole.
Una terapia “riscoperta”
In realtà, l’uso della terapia genica per il trattamento del mesotelioma, non è una novità.
Circa dieci anni fa, a identificare la mutazione del gene oncosoppressore BAP-1 (correlato alla sindrome da predisposizione ai tumori) nei pazienti con mesotelioma, fu il dott. Michele Carbone dell’Università delle Hawaii Cancer Center.
Ragion per cui, è considerato un pioniere nel campo della ricerca sul ruolo della genetica nello sviluppo del cancro.
Di recente, Carbone ha condotto uno studio molto interessante.
Innanzitutto ha identificato come le mutazioni nel gene BLM (responsabile anche della sindrome di Bloom), rendano le persone più suscettibili allo sviluppo del mesotelioma.
In secondo luogo, ha rilevato che i test precoci per le mutazioni genetiche potrebbero garantire aspettative di vita maggiori.
Il passo successivo: la sperimentazione clinica
La terapia genica inalabile per via orale potrebbe passare alla ben presto alla fase di sperimentazione clinica.
Al momento, altre sperimentazioni cliniche stanno approfondendo la modificazione genetica delle cellule T (un tipo di globuli bianchi).
A studiarle è il dott. Prasad Adusumilli, chirurgo toracico e scienziato del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York City.
La riprogrammazione delle cellule T prende di mira la mesotelina solubile (SMRP), un gene codificante proteine, che si trova mutato in diversi tumori.
Adusumilli è molto positivo a riguardo e ritiene che in futuro, la terapia con cellule T potrebbe diventare parte dello standard di cura per il mesotelioma.
Conclusione sulla nuova terapia mesotelioma
Questo esperimento non ha rivelato il meccanismo del trasferimento genico per farmaci genetici inalabili.
Gli autori dello studio hanno pertanto sottolineato l’importanza di continuare la ricerca.
«I nuovi trattamenti sono imperativi per il cancro ai polmoni, incluso il cancro del polmone non a piccole cellule e il mesotelioma pleurico maligno, a causa della sua elevata mortalità», hanno scritto.
«È necessario studiare nuove modalità di trattamento per MPM e NSCLC»
L’Ona e l’avv. Ezio Bonanni sempre in prima linea
Sebbene l’uso di amianto sia vietato dal 1992 (legge n.257), si ritiene che il numero di pazienti raggiungerà il suo picco massimo nel 2030, perché il periodo di incubazione dopo l’esposizione iniziale dell’amianto è di 25-50 anni.
E’ vero che la ricerca su nuove terapie di cancro sta avanzando ogni giorno, ma l’elevato tasso di mortalità globale rimane ancora una sfida seria.
Caffè o guaranà, anche se non fa parte del nostro patrimonio culturale
Guaranà o caffè? In Italia non esiste praticamente colazione che non preveda l’immancabile tazzina di caffè. Il suo inconfondibile aroma, il sapore deciso, la carica di energia fanno parte del nostro patrimonio culturale. Lo sapeva bene Pino Daniele, quando scrisse il brano “Na tazzulella ‘e café”.
Oltre alle sue proprietà organolettiche, il caffè, in dosi equilibrate, apporta notevoli benefici. Anche il guaranà non è tuttavia da meno. Cosa scegliere? Iniziamo dalla nostra “bevanda nazionale”.
Il caffè: una “bomba organolettica” che fa bene?
Scopriamo gli effetti “benefici” del caffè.
Contiene molti antiossidanti (tra cui l’acido clorogenico, la trigonellina e la colina), in grado di contrastare l’insorgenza di malattie del fegato, il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e alcuni tipi di cancro (fegato, pancreas);
Uno studio americano consiglia di assumere almeno quattro caffè al giorno per limitare il rischio di recidiva di cancro del colon nei pazienti affetti da tali neoplasie;
Altri interessanti studi hanno dimostrato che il caffè migliora la sensibilità all’insulina, dunque aiuterebbe a prevenire il diabete;
Uno studio pubblicato sul Journal of Strength and Conditioning Research, ha evidenziato che la caffeina ha proprietà ergogeniche, utili per la resistenza aerobica, la forza muscolare, la resistenza muscolare, la potenza, le prestazioni di salto e la velocità di esercizio. Migliora anche attenzione e concentrazione;
Il caffè stimola il metabolismo, aiutandoci a perdere peso.
E il caffè decaffeinato?
Anche il caffè decaffeinato offre gli stessi benefici del caffè tradizionale, ma non ha proprietà stimolanti.
A rilevarlo, uno studio pubblicato nel 2018 su Nutrients. La ricerca ha altresì sottolineato che il caffè con caffeina è in grado di contrastare il mal di testa.
Ciò si deve al fatto che i composti benefici nel caffè (con caffeina) sono più alti rispetto al deca, perché non vengono persi durante il processo di decaffeinizzazione.
Unica accortezza nel caso in cui si voglia scegliere il deca, è quella leggere di attentamente l‘etichetta e optare per un prodotto “senza solventi”.
Quando si estrae la caffeina, solitamente i chicchi di caffè vengono immersi infatti in dei solventi chimici dannosi per la salute.
Occhio a non esagerare
La caffeina contiene xenobiotici, molecole estranee al nostro corpo che vengono smaltite, a sue spese, dal fegato;
Alla lunga, consumare troppi caffè può aumentare la pressione arteriosa e causare disturbi cardiovascolari. Disturbi che, abbinati ad altri fattori di rischio: tabagismo, sovrappeso, ipertensione, colesterolo alto, ecc, possono essere nocivi;
Può causare difficoltà nella gestione dell’equilibrio acido-basico e aggravare il senso di stanchezza cronica.
Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), bisognerebbe consumare al massimo 200 mg di caffeina al giorno, circa due tazze di caffè.
In gravidanza meglio non esagerare.
Guaranà. Può essere davvero un “competitor” del caffè?
Se vogliamo evitare di assumere il caffè, possiamo optare per il guaranà. Grazie alla sua guaranina, esercita infatti un’azione stimolante proprio come il caffè.
Il guaranà (Paullinia cupana) è una pianta rampicante brasiliana (originaria del bacino amazzonico), apprezzata dalle tribù per le sue proprietà terapeutiche.
I semi vengono tostati e triturati fino ad ottenere una polvere fine (conservata in forma di bastoncini da grattugiare).
Con la polvere si possono preparare estratti, sciroppi e bevande. Dal guscio dei semi (prodotto di scarto della produzione), si ricava un altro estratto, anch’esso impiegato per la preparazione di bevande, come latte, tè e frullati. Oltre a rappresentare una valida, gustosa e nutriente alternativa per la prima colazione e lo spuntino pomeridiano, può essere anche aggiunto alle farine per le preparazioni dolciarie.
In commercio si trovano anche degli integratori a base di guaranà.
Effetti benefici del guaranà
Contiene una vasta gamma di stimolanti, come caffeina (sei volte più caffeina dei chicchi di caffè), teofillina e teobromina. In particolare, la caffeina agisce bloccando gli effetti dell’adenosina, un composto che aiuta il cervello a rilassarsi;
E’ ricco di antiossidanti, come tannini,saponine e catechine e xantine, queste ultime in grado di combattere la crescita delle cellule tumorali. Gli antiossidanti sembrano aiutare il flusso sanguigno e possono prevenire i coaguli di sangue. Possono altresì ridurre l’ossidazione del colesterolo LDL “cattivo”, che ossidato può contribuire all’accumulo di placca nelle arterie;
Previene l’invecchiamento cutaneo. Ciò si deve sempre alle sue forti proprietà antiossidanti e antimicrobiche. Per tali motivi, è utilizzato nell’industria cosmetica come ingrediente base per creme anti-invecchiamento, lozioni, saponi e prodotti per capelli;
Aumenta il desiderio e la potenza sessuale.
Ancora benefici
Può ridurre l’affaticamento, migliorare la concentrazione, l’umore, l’apprendimento e la memoria;
Alcuni studi in provetta hanno scoperto che il guaranà può sopprimere i geni che aiutano la produzione di cellule adipose e promuovono i geni che la rallentano. Insomma, ci fa dimagrire! Ciò si deve alla presenza di caffeina, che può aumentare il metabolismo del 3-1% in 12 ore;
E’ stato usato per secoli come tonico naturale per lo stomaco, per trattare problemi digestivi come diarrea cronica (grazie alla presenza di tannini astringenti e antiossidanti);
Essendo ricco di caffeina, un lassativo naturale, è indicato anche in caso di stitichezza. La caffeina stimola infatti la peristalsi.
Ma c’è di più
1) Ha proprietà antidolorifiche, dovute al suo alto contenuto di caffeina. La caffeina infatti lega e blocca i recettori dell’adenosina,- A1 e A2a – coinvolti nella stimolazione delle sensazioni di dolore;
2) Contiene dei composti vegetali come catechine o tannini, che possono inibire o uccidere i batteri nocivi. Uno su tutti, l’Escherichia coli (E. coli), che vive nell’intestino di esseri umani e animali;
3) Alcuni studi hanno anche scoperto che può sopprimere la crescita dello Streptococcus mutans (S. mutans), batterio responsabile di placche dentali e carie);
4) Grazie alla presenza di composti che combattono lo stress ossidativo, può migliorare i disturbi oculari legati all’età come la degenerazione maculare, la cataratta e il glaucoma;
Effetti collaterali del guaranà
La ricerca mostra che il guaranà ha una bassa tossicità, purché assunto in dosi da basse a moderate.
In caso di sovradosaggio, può tuttavia causare effetti collaterali simili a quelli dell’eccessiva assunzione di caffeina.
Le donne incinte dovrebbero evitare o limitarne l’assunzione, poiché la caffeina può attraversare la placenta, causando anomalie della crescita nel bambino o aumentando il rischio di aborto spontaneo.
Quale fonte di caffeina scegliere?
Il Langone Medical Center della New York University ha rilevato che sia il caffè, sia il guaranà contengono alcaloidi della famiglia della caffeina.
I semi di guaranà sono molto più ricchi di caffeina rispetto ai chicchi di caffè.
La caffeina contenuta nel guaranà, conosciuta anche come guaranina, viene assorbita più lentamente dall’organismo. Di conseguenza, gli effetti energizzanti sono più uniformi e duraturi.
Per il resto, è solo una questione di gusto.
Fonti
EFSA (2015) Scientific Opinion on the Safety of Caffeine. EFSA Journal, 13(5):4102.
ESC Congress 2015 29-Aug-2015 Coffee linked with increased cardiovascular risk in young adults with mild hypertension.
European Society of Cardiology. “Coffee increases prediabetes risk in susceptible young adults.” ScienceDaily. ScienceDaily, 2 September 2014
P. Elliott Miller et al. Association of tea intake with coronary artery calcification and cardiovascular events : results from the multi-ethnic study of artherosclerosis (MESA). Présentation à l’American Heart Association à Phoenix. Mars 2016.
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