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Balenottere comuni: avvistato un branco numeroso in Antartide

balenottere
balenottere in mare

Le balenottere comuni aumentano grazie al divieto di caccia

Balenottere, (Balaenoptera physalus quoyi). La caccia commerciale alle balene, iniziata nel 1904, aveva quasi portato la specie sull’orlo dell’estinzione. In tutto, sarebbero stati uccisi circa settecentomila esemplari, per via dell’olio presente nel loro grasso corporeo.

Cosa che aveva ridotto la popolazione all’1 o al 2%.

Un dato davvero preoccupante!

Fortunatamente, da quando è stata vietata la caccia industriale nel 1976, le popolazioni del secondo animale più grande del mondo, stanno lentamente aumentando.

A testimoniarlo, le indagini dei cetacei condotte sotto l’egida della International Whaling Commission)(IWC) di Cambridgeshire (Inghilterra orientale), tra il 1978 e il 2004.

Un lento processo di ripresa

I giganti dell’oceano, (raggiungono una lunghezza di 20 metri e un peso di circa 70 tonnellate), sono secondi solo alle balenottere azzurre in lunghezza.

Hanno corpi snelli e lisci che li aiutano a scivolare nell’acqua ad alta velocità.

Possono vivere fino a circa 70 o 80 anni e partorire un solo esemplare alla volta.

Va da sé, che il recupero delle popolazioni è stato e sarà un processo lento.

Uno studio sulle balenottere 

Secondo gli scienziati, le misure di conservazione stanno funzionando e l’ottimismo pare giustificato, anche se non bisogna abbassare la guardia.

In ogni caso, gli avvistamenti di questi splendidi cetacei sono diventati sempre più frequenti in prossimità della penisola Antartica, l’estremo settentrionale dell‘Antartide.

A documentarlo, lo studio  “Return of large fin whale feeding aggregations to historical whaling grounds in the Southern Ocean”, pubblicato su Scientific Reports da un gruppo di ricercatori tedeschi e britannici.

Spedizioni per monitorare la salute dei cetacei 

Nel 2018 e il 2019, due coautrici dello studio, Bettina Meyer dell’Istituto per la ricerca marina e polare Alfred Wegener di Bremerhave (Germania) ed Helena Herr dell’Università di Amburgo, hanno coordinato alcune spedizioni per monitorare i cetacei. 

A bordo del rompighiaccio di ricerca Polarstern, hanno documentato la presenza di gruppi assai numerosi di balenottere comuni, nella regione della Penisola Antartica. Si parla di ben 150 esemplari!

In precedenza, se ne erano avvistate al massimo una dozzina.

Le riprese, effettuate con l’utilizzo di droni e girate dai registi della fauna selvatica della BBC, hanno immortalato le balenottere comuni intente a saltare nell’acqua, mentre fanno esplodere grandi raffiche d’aria.

Suggestive le immagini degli uccelli marini, intenti a volare sopra di loro, in una sorta di festa collettiva.

Il documentario della BBC “Seven Worlds, un pianeta”, narrato da Sir David Attenborough, offre una panoramica straordinaria sulle loro abitudini.

“I grandi gruppi avvistati, composti da circa 150 animali, sono unici ai nostri tempi: erano stati descritti l’ultima volta all’inizio del ‘900, quando iniziò la caccia alle balene in Antartide – ha dichiarato a La Stampa Helena Herr -. 

Anche se non conosciamo il numero totale delle balenottere comuni in Antartide, a causa della mancanza di osservazioni sincrone, potrebbe essere un buon segnale del fatto che la popolazione di queste balenottere in Antartide si stia recuperando. Sono trascorsi quasi cinquant’anni dopo il divieto della caccia commerciale alle balene. Un dato confortante!

Balenottere: come mai sono fondamentali per l’ecosistema

Le balenottere comuni sono fondamentali per l’ecosistema antartico, in particolare per il “riciclaggio dei nutrienti”, tanto da essere soprannominate “pompe dei nutrienti”.

Si nutrono di krill (ricco di ferro) e defecano anche nelle acque superficiali, fornendo nutrimento alle altre creature marine. 

In aggiunta, contribuiscono allo sviluppo di un fitoplancton (fondamento della rete alimentare marina), che assorbendo anidride carbonica dall’atmosfera attraverso la fotosintesi, è grado di ridurre la concentrazione di CO2. 

Insomma, in tempi di cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e estinzione delle specie, il recupero di una grande popolazione di balene potrebbe rappresentare una speranza.

Azioni concrete per preservare le balenottere 

Nel 2018, l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha modificato lo status delle balenottere, che sono passate da specie “in pericolo” a “vulnerabili” .

Secondo il loro censimento, attualmente la popolazione globale dovrebbe essere di circa 100.000 esemplari, concentrati prevalentemente nell’emisfero settentrionale.

Per preservare i cetacei, molto ancora si dovrà fare. La Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (CCAMLR), punta ad esempio a creare una rete di aree marine protette nell’Oceano Antartico. 

Nel 2016, l’Unione europea aveva presentato, per la prima volta, la domanda per un’area marina protetta nel Mare di Weddell, il settore atlantico dell’Oceano Antartico.

Purtroppo siattende ancora l’approvazione da parte della Convenzione per la protezione delle risorse marine viventi in Antartide (fa parte del trattato Antartico).

Firmata a Canberra (Australia) il 20 maggio 1980, è entrata in vigore il 7 aprile 1982 ed ha quale obiettivo, quello di preservare la vita marina e l’integrità ambientale antartica. 

Ricerche future

Il team di ricerca tedesco sta già pianificando altre missioni, volte a studiare questi giganti oceanici “non sappiamo dove vadano”, ha detto Herr, aggiungendo che si sapeva molto di più sulle balenottere comuni dell’emisfero settentrionale.

Fonti 

Ricerche prese da: Centro per la ricerca del sistema di terra e la sostenibilità, dell’Università di Amburgo; 

Alfred Wegener Institute Helmholtz Center per ricerca polare e marina;

BBC Studios, Natural History Unit;

Institute per la chimica e la biologia dell’ambiente marino, Carl von Ossietzky University di Oldenburg, Germania;

www.nature.com/scientificareParts report scientifici | www.nature.com/scientificreports/ report scientifici | 

The Guardian

Scientific reports

Agence France-Presse

Metilsulfonilmetano o zolfo organico: il minerale della bellezza

Metilsulfonilmetano
Metilsulfonilmetano

Il Metilsulfonilmetano: integratore indicato per svariati problemi

Metilsulfonilmetano. Definito il “minerale della bellezza”, il metilsulfonilmetano (MSM), è un composto organico che contiene zolfo. E’ presente naturalmente nelle piante, nella frutta, nei cereali, nella carne.

Si trova in oltre 150 composti diversi all’interno del corpo umano, in quasi ogni tipo di cellula, nelle proteine dei muscoli, più esattamente negli aminoacidi solforati, nel collagene, cheratina, ormoni ed enzimi. Costituisce muscoli ed ossa.

Alimenti che contengono il metilsulfonilmetano 

Dal momento che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare l’MSM, per soddisfare il fabbisogno quotidiano, bisogna assumerlo attraverso una dieta equilibrata.

Gi alimenti più ricchi di zolfo organico sono: cavolfiori, broccoli, cavoli cappuccio bianchi o rossi, rucola, cipolla, verza, caffeina. Anche latticini, uova e proteine animali contengono MSM.

Usi topici e orali del metilsulfonilmetano 

Per via orale e topica, l’MSM è indicato nel trattamento del dolore cronico, neuropatia, osteoporosi, lesione ai legamenti, gonfiore e trofismo tissutale. 

Esaminiamo nel dettaglio.

1) Una meta-analisi del 2018 ha rilevato che l’MSM può migliorare i sintomi dell’osteoartrite a breve termine. Parliamo di un deterioramento della cartilagine delle articolazioni, che colpisce comunemente le ginocchia, i fianchi, la parte bassa della schiena, le mani e le dita.

In presenza di degenerazione delle cartilagini, agisce come stimolatore sulla sintesi e la rigenerazione delle stesse, riducendo il dolore e ripristinando la normale mobilità articolare;

2) Per quanto riguarda la cura dell’artrite, la Arthritis Foundation afferma invece che attualmente non ci sono studi ampi e ben controllati sull’MSM;

3) Infiammazioni: alcuni studi ritengono che l’MSM inibisca NF-kB, un complesso proteico coinvolto nelle risposte infiammatorie. Può dunque alleviare le borstiti e altre infiammazioni delle articolazioni;

4) Affaticamento muscolare e crampi: lo zolfo organico argina gli spasmi e riduce lo stress ossidativo e per questa proprietà è molto utilizzato dagli sportivi. L’MSM può inoltre accelerare naturalmente il recupero muscolare dopo un intenso esercizio fisico.

Il “minerale della bellezza” 

I dermatologi hanno da sempre prescritto creme e lavaggi allo zolfo per trattare alcune condizioni della pelle, tra cui, psoriasi, eczema, rosacea, macchie cutanee e acne. Questo perché lo zolfo topico ha proprietà antibatteriche e antinfiammatorie naturali.

Inoltre sembrerebbe in grado di ridurre i segni di invecchiamento precoce come le rughe.

Rafforza la cheratina, una proteina che agisce come il principale componente strutturale nei capelli, nella pelle e nelle unghie. 

Ed è per via di queste caratteristiche che viene chiamato il “minerale della bellezza”.

Accelera infine la guarigione di cicatrici, tagli e ferite. Insomma, un toccasana per la salute.

Allergie e metabolismo

Ha una efficace funzione antiallergica e antistatica (al polline, animali e muffe ad esempio). Riduce i sintomi tra cui prurito, congestione, mancanza di respiro, starnuti e tosse. Indicato anche in caso di intolleranze alimentari.

Fornisce al corpo zolfo extra per creare metionina, un amminoacido che aiuta il corpo a sintetizzare composti, metabolizzare gli alimenti e assorbire i nutrienti. Contribuisce inoltre a migliorare il metabolismo ormonale (insulina).

Metilsulfonilmetano e studi sul tumore 

Il metilsulfonilmetano permette la formazione di coenzima A glutatione, la più potente molecola antiossidante presente nel corpo. 

In particolare, il glutatione sarebbe in grado di neutralizzare le tossine (pesticidi e residui chimici ), i metalli pesanti con cui viene in contatto (piombo, cadmio, mercurio) e di distruggere le cellule tumorali.

A dimostrarlo alcuni studi in provetta, che hanno evidenziato come l’MSM inibisca la crescita delle cellule tumorali dello stomaco, dell’esofago, del fegato, del colon, della pelle e della vescica. 

Riduce la produzione di citochine, come il fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-ɑ) e l’interleuchina 6 (IL-6), proteine di segnalazione legate all’infiammazione sistemica.

L’MSM sembra anche prevenire la diffusione delle metastasi.

A onor del vero, la ricerca è ancora abbastanza limitata, i risultati tuttavia sono promettenti.

Altre proprietà benefiche

Il metilsulfonilmetano è indicato anche nel trattamento di: acidità di stomaco, muco in eccesso, stitichezza, parassiti intestinali, fegato affaticato, problemi digestivi (gonfiore, pesantezza, permeabilità intestinale). E inoltre: malattie autoimmuni, infezioni da lieviti (Candida), sindrome premestruale (crampi, mal di testa, ritenzione idrica, indigestione), cattiva circolazione, pressione alta, emorroidi, stress e stanchezza (fisica e mentale), rigidità articolare e lombare.

Pare che potenzi anche l’azione delle vitamine D3, A e C.

Un aiuto dagli integratori 

Purtroppo, la maggior parte di zolfo organico si distrugge durante la cottura dei cibi. 

In questo caso, meglio ricorrere agli integratori. 

La maggior parte di essi viene tuttavia prodotta sinteticamente in laboratorio e contiene componenti chimici non proprio salutari.

Meglio scegliere degli integratori che contengono una forma di MSM naturale.

Tra le alternative, potremmo optare per un integratore a base di corteccia di pino, assimilato molto più efficacemente dall’organismo, grazie alla sua biocompatibilità.

Per migliorarne l’assorbimento, andrebbe assunto insieme con altri integratori o alimenti ad alto contenuto di vitamina C

Metilsulfonilmetano: esistono controindicazioni?

Generalmente l’MSM non ha controindicazioni, tanto che le principali agenzie di regolamentazione, gli hanno conferito la designazione “generalmente riconosciuta come sicura” (GRAS).

E’ atossico e generalmente non si corrono rischi di sovraddosaggio. L’organismo tende solitamente a immagazzinarlo e utilizzarlo nel momento del bisogno, per poi eliminare le quantità in eccesso dopo poche ore. 

Tuttavia, quando i ricercatori hanno somministrato ai ratti 100 volte la dose umana standard, hanno sperimentato un restringimento di diversi organi, tra cui fegato e milza. Meglio non esagerare dunque!

In alcuni casi potrebbe causare nausea, diarrea, gonfiore, affaticamento, mal di testa, insonnia, prurito, o reazioni allergiche, a livello della pelle o degli occhi.

Meglio evitare le bevande alcoliche in combinazione con l’MSM, perché potrebbe causare reazioni allergiche.

La Arthritis Foundation consiglia alle persone che assumono fluidificanti del sangue di evitare l’MSM.

Meglio consultare il medico in caso di gravidanza o durante l’allattamento.

Fonti

medicalnewstoday.com 

healthline.com

examine.com

Broni: processo ex Fibronit, assolti i 2 vertici dell’azienda

Broni
corte di Appello di Milano

Nessun colpevole per le vittime dell’amianto dell’ex Fibronit di Broni. La Corte d’Appello di Milano ha assolto i due imputati per omicidio colposo nel processo che va avanti da 17 anni.

A maggio la Procura generale aveva chiesto la condanna di Michele Cardinale e Lorenzo Mo, 75 e 71 anni, ex vertici della Fibronit, per il primo di 3 anni e 2 mesi e per il secondo di 2 anni e 8 mesi. La Corte di Appello, presieduta dal giudice Valeria De Risi, a latere Francesca Vitale e Cristina Di Censo, hanno invece riformato la sentenza del tribunale di Pavia, che aveva condannato i due, assolvendoli.

Broni, la sentenza di primo grado

Il tribunale di Pavia nel 2017 in primo grado aveva condannato Cardinale a 4 anni e Mo a 3 anni e 4 mesi. La Cassazione, dopo una riduzione di pena in Appello, aveva annullato la sentenza di secondo grado rinviando a questo nuovo processo d’Appello.

La giustizia italiana”, parole che pesano come un macigno quelle di Silvio Mingrino: entrambi i genitori sono morti di patologie asbesto correlate dopo essere stati esposti all’amianto in fabbrica. Il padre direttamente e la madre per aver lavato le tute del marito ogni settimana.

“14 anni fa oggi moriva mia mamma con mesotelioma pleurico. E la colpa è risultata – continuato Mingrino in un post amaro – non essere di nessuno. VERGOGNA Vergogna!!! Voi e gli altri siete stati uccisi dall’amianto respirato in fabbrica da papà e da te mamma, respirato per pulire i panni a papà o per le vie di Broni. Si è trattato sempre delle polveri di amianto prodotte dalla Fibronit”.

“Solleciteremo il Procuratore generale della Corte di Appello di Milano – ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, che assiste Mingrino costituitosi parte civile – ad impugnare in Cassazione. Confidiamo che la giustizia trionfi rendendo giustizia alle vittime e ai loro familiari”.

La Fibronit di Broni

Lo stabilimento produsse cemento amianto anche quando tutti gli altri si erano fermati, preoccupati per le troppe patologie asbesto correlate dei lavoratori e dagli studi che sempre più insistentemente dimostravano la cancerogenicità dell’asbesto. Fino al 1993 anno in cui la Legge 257 del 1992, che metteva al bando questo materiale in Italia, fu esecutiva. L’azienda fino alla fine avrebbe continuato a prendere commesse scartate dalle altre società, esponendo ancora e ancora i suoi lavoratori alla polvere killer.

Ora l’area della ex Fibronit è inserita tra i Siti di interesse nazionale, i Sin, che rappresentano un pericolo ambientale. La bonifica è stata completata nel 2021.

Oltre ai Sin riconosciuti a livello nazionale, ci sono secondo l’Ona un milione di piccoli siti contaminati dall’amianto. Per questo l’associazione ha creato una App per le segnalazioni e la mappature delle aree a rischio.

Il processo bis

La sentenza di oggi è un duro colpo per i familiari delle 27 vittime che rientrarono nel processo. I primi accertamenti parlavano di 275 morti.

C’è un secondo procedimento, avviato quando il primo filone era già partito. Riguarda 480 decessi successivi al periodo delle prime indagini. L’amianto, infatti, è subdolo e le malattie possono restare latenti anche per 30 – 40 anni. Da allora sono state conteggiate altre vittime. Operai dell’azienda, ma anche semplici cittadini che abitavano nelle vicinanze.

Purtroppo, come spesso denunciato dall’Ona, che assiste con una consulenza legale gratuita le vittime, i processi sono lunghi e faticosi, in particolare per i familiari delle persone decedute che ad ogni udienza ripercorrono anni dolorosi e non sempre ottengono giustizia. Eppure già dagli inizi del ‘900 la pericolosità dell’amianto era accertata.

Negli anni ’40 due studi la dimostrarono, così come negli anni ’60. Da allora tutta una serie di pareri discordanti crearono confusione e rallentarono una coscienza collettiva sul problema. Anche questa è stata la vittoria del profitto sulla salute dei lavoratori e dei residenti. Come ha spiegato egregiamente l’avvocato Bonanni nel: “Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. E come dimostrano i tantissimi casi di mesotelioma registrati dall’INAIL nel VII Rapporto ReNaM.

Picchio: usa il becco come un martello non come ammortizzatore

picchio
foto di un picchio

Un nuovo studio scardina le credenze sulla “martellatura” del picchio

Il picchio (Picidae Vigors, 1825) appartiene alla famiglia di uccelli dell’ordine dei Piciformi, comprendente oltre duecento specie.

Si serve del suo becco per scavare buchi negli alberi e nidificare, per alimentarsi con larve di insetti e per “marcare” il territorio.

In quest’ultimo caso, martella i tronchi a velocità elevate, fino a venticinque volte al secondo!

Cosa che negli esseri umani potrebbe provocare traumi cranici, mentre su di lui pare non abbia alcun effetto nocivo.

In passato, i ricercatori hanno attribuito questa straordinaria “resilienza” del picchio ad alcune particolari caratteristiche fisiche.

Alcuni hanno ipotizzato che il suo teschio spugnoso possa fungere da airbag, altri studiosi pensano che la sua lingua allungata sia una sorta “cintura di sicurezza” per il cervello.

Ad ogni modo, il picchio ha da sempre suscitato curiosità tra birdwatcher, medici, biologi e persino ingegneri.

Questi ultimi hanno sviluppato materiali e caschi per la prevenzione degli infortuni negli sport di contatto, ispirandosi proprio al simpatico “picchiarello”.

Picchio: che mal di testa!

La tesi secondo cui, uno strato schiumoso tra il becco e il cranio, sia in grado di attutire lo shock dell’impatto durante la tipica “martellatura”, è stata confutata da un nuovo studio.
I risultati della ricerca, pubblicata su Current Biology, hanno evidenziato che la testa e il becco del picchio si comportano in realtà come un martello rigido, che colpisce e si ferma all’unisono.

Test video ad altissima velocità

Per effettuare i loro test, i ricercatori hanno posizionato dei piccoli pennarelli sul becco e sulla testa dei picchi.

Hanno poi effettuato dei video ad altissima velocità ed esaminato il comportamento di tre specie di picchio: Dryocopus Martius, Dryocopus pileatus e Dendrocopus major – ospitati in voliere mentre martellavano dei pali di legno.

Le fotocamere hanno registrato fino a 4.000 fotogrammi al secondo!
Infine, hanno studiato ogni immagine fissa della registrazione video e misurato quanto velocemente il becco e la testa smettevano di muoversi dopo aver colpito il legno.

Le immagini, hanno consentito di tracciare movimenti impercettibili nei becchi e nelle teste degli uccelli all’impatto.
Risultato?

Come accennato, gli uccelli «si fermano improvvisamente su questi pezzi di legno», affermano i ricercatori dell’Università della British Columbia di Vancouver (Canada). «È incredibile».

«La testa rimane sempre molto rigida, viene utilizzata come un martello che colpisce la legna», precisa Van Wassenbergh, biologo biomeccanico dell’Università di Anversa (Belgio).

Un lavoro puntiglioso

«Abbiamo svolto un puntiglioso lavoro manuale», continua l’autore principale dello studio, Sam Van Wassenbergh.
«Abbiamo prelevato i picchi in quattro diversi zoo in Europa e li abbiamo registrati ad altissima velocità, mentre beccavano».
Ma c’è di più.

Si è scoperto ad esempio che gli uccelli, «chiudono gli occhi nel momento in cui colpiscono il legno», per proteggere i loro occhi dalle schegge.
I video hanno anche mostrato che i becchi dei picchi spesso rimangono bloccati. Si liberano tuttavia quasi istantaneamente, grazie a un intelligente design del becco, che consente un movimento indipendente tra il becco superiore e quello inferiore.

Cosa indicano i risultati?

Perché i becchi e le teste degli uccelli si fermano alla stessa velocità, sperimentando la stessa forza d’impatto?
Per comprendere meglio il risultato, i ricercatori hanno testato diversi modelli di comportamento “beccante”.

Uno di essi, non riusciva ad attutire gli urti, mentre gli altri comportamenti, evidenziavano la presenza di una piccola “molla”, che collegava il becco dell’uccello alla testa, imitando un ammortizzatore.

«Per assorbire lo shock ed essere ancora in salute, è necessario un costo energetico enorme», spiega Van Wassenbergh.
Se i picchi avessero un cuscinetto incorporato per ridurre le forze sul loro cervello, dovrebbero martellare molto più duramente per praticare fori nel legno.
«Evolutivamente parlando– prosegue l’esperto- se assorbire lo shock peggiorasse la perforazione o lo scavo di nidi, questa funzione non avrebbe senso».

Come fa il picchio a evitare commozioni cerebrali?

Sostanzialmente, il nuovo studio confuta la teoria secondo cui i picchi avrebbero un meccanismo di assorbimento degli urti incorporato.
«Le dimensioni e l’orientamento del cervello dell’uccello lo salvaguardano», affermano gli autori.
Anche quando beccano molto energicamente, il cervello degli uccelli è in grado di attutire shock che, invece, provocherebbero una commozione cerebrale a un cervello umano.
Inoltre, i picchi possono attivare meccanismi specializzati per prevenire e riparare traumi cerebrali minori.
In effetti, esaminando i video, pare che i picchi si comportino entro una determinata soglia di sicurezza. «Gli uccelli dovrebbero perforare due volte più velocemente o colpire una superficie molto più rigida (come il metallo dei pali) per incorrere in lesioni», precisano i ricercatori.

Una questione di dimensioni e di biomeccanica

Lo studio genera molte interessanti domande su come gli uccelli riescano a evitare le lesioni cerebrali.
Studi futuri potrebbero esaminare i muscoli del collo, per capire come si flettono prima dell’impatto.
Ma veniamo alla questione
“dimensioni”.
«Probabilmente – spiegano gli autori – tutto dipende dalla dimensione dei picchi: poiché gli uccelli sono più piccoli, possono resistere a più forza degli umani prima di incorrere in un trauma cerebrale»
«Un animale che ha dimensioni più piccole può resistere a decelerazioni più elevate», dicono gli scienziati. «Questa è una legge biomeccanica».
Il cervello di un picchio è circa 700 volte più piccolo di un cervello umano. «Ecco perché anche i colpi più difficili che abbiamo osservato non dovrebbero causare alcuna commozione cerebrale», continua Van Wassenbergh.

Conclusioni

Alcuni scienziati non si sentono di escludere l’esistenza di una sorta di “cuscinetto ammortizzatore”. Jae-Young Jung, un ingegnere biomedico dell’Università della California di San Francisco, osserva che i picchi sono noti per sfidare avversari ben più duri del legno, compresi i pali metallici.
Anche se concorda sul fatto che gli uccelli sembrino non impiegare l’assorbimento degli urti per il martellamento quotidiano, suggerisce che potrebbero averne bisogno per altri scenari.
«Tuttavia– dice- lo studio potrebbe innescare nuove domande e nuove tesi su come i picchi svolgono effettivamente il loro lavoro, in totale sicurezza».
Inoltre, mostra ancora una volta la straordinaria capacità di adattamento degli uccelli ai loro stessi comportamenti.

Fonti
DOI: Current Biology 2022. 10.1016/j.cub.2022.05.052 (Informazioni sui DOI).

science.com

Peste suina, cacciatori utilizzati nel controllo dei cinghiali

peste suina
cinghiali

I cinghiali sono diventati a Roma un problema la cui soluzione non è più procrastinabile. Oltre al pericolo della peste suina ci sono i danni causati agli agricoltori e i rischi per tutti i cittadini.

Peste suina, ok alla delibera per sostenere gli Atc

Per questo la Regione Lazio è corsa ai ripari. Ha approvato la delibera per sostenere l’azione degli Ambiti territoriali di caccia (Atc), nel controllo della specie. Il provvedimento è stato proposto dall’Assessorato all’Agricoltura. Poi concordato con il commissario straordinario per la peste suina africana, Angelo Ferrari.

Con questo atto gli Atc verranno dotati di specifiche risorse finanziare. Con queste svolgeranno attività di smaltimento delle carcasse dei cinghiali abbattuti. In un ambiente che non è il loro. Nello stesso tempo selezioneranno e controlleranno gli animali.

Il provvedimento stabilisce un rimborso spese forfettario ai soggetti che effettuano la ricerca attiva delle carcasse. In coordinamento con le Forze dell’ordine o le Aziende Sanitarie Locali territorialmente competenti.

Peste suina, i “selecontrollori”

La delibera riconosce anche un rimborso spese forfettario ai ‘selecontrollori’ che partecipano attivamente alle operazioni dovute all’emergenza Psa. I selecontrollori sono quei cacciatori che, dopo aver partecipato a specifici corsi, aver superato l’esame e essere iscritto all’albo provinciale, possono collaborare con i guardacaccia. Oppure con gli agenti di vigilanza venatoria, per il controllo e la gestione degli ungulati presenti sul territorio. Saranno pagati direttamente dagli Atc per le eventuali operazioni effettuate.

Le spese sostenute dagli Atc dovranno essere trasmesse e rendicontate trimestralmente alla Direzione regionale Agricoltura, Promozione della Filiera e della Cultura del Cibo, Caccia e Pesca, Foreste. Le risorse stanziate finora sono di 250mila euro.

Peste suina, chiesto l’intervento del Governo

Intanto l’assessora all’Agricoltura, Enrica Onorati, ha chiesto l’intervento urgente del Governo per un’emergenza che è ormai nazionale.

“Ho partecipato alla conferenza stampa sull’emergenza cinghiali organizzata dal coordinatore della Commissione politiche agricole della Conferenza delle Regioni, Federico Caner – ha spiegato Onorati – per ribadire come Regione Lazio l’insostenibilità della situazione legata alla presenza di cinghiali nel nostro territorio, così come nell’intero Paese, e l’urgente necessità di un serio e concreto intervento da parte del Governo”.

Cinghiali a Roma, qualche numero

Dal mese di giugno gli operatori hanno catturato circa 550 cinghiali nel Lazio. Oltre 275 catture invece sono avvenute all’esterno delle aree protette. Quindi, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono pressoché triplicate. Mentre sono raddoppiate quelle all’esterno delle aree protette.