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martedì, Agosto 11, 2026
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Panda rosso: tutte le curiosità sul protagonista del cartoon “Red”

panda
panda rosso con in mano il bambù

Panda rosso protagonista di un cartoon: ma chi è davvero?

Panda rosso. A marzo è uscito Red (Turning Red) un film d’animazione, co-scritto e diretto da Domee Shi, per Disney e Pixar.

il protagonista del film Red

Protagonista del cartoon è la tredicenne Mei, che si trasforma in un gigantesco panda rosso, ogni volta che viene sopraffatta dalle emozioni.

Scopriamo qualche caratteristica di questo meraviglioso animale purtroppo in pericolo a causa dei cambiamenti climatici.

Origine del nome

Il nome “panda” proviene probabilmente dalla parola nepalese “ponya”, che significa “bambù”.

Questo mammifero viene anche chiamato “bear-cat”(orso-gatto) e accoungayan raccoon. In Cina è noto come“volpe di fuoco” o Firefox.

Grazie a tale nomignolo, è stato anche il simbolo di Mozilla Firefox, il noto programma per navigare su internet.

Mi presento: sono il panda rosso 

Il “panda rosso minore”(Ailurus fulgens) è un mammifero dell’ordine dei carnivori, anche se in realtà si nutre soprattutto di vegetali. 

Il primo a descriverlo fu il naturalista francese Georges Cuvier, nel 1825.

Egli lo classificò come un membro della famiglia dei procioni o degli altri panda, anche se con l’orsetto lavatore ha in comune solo la coda anellata.

Attualmente, la classificazione di Cuvier è stata soppiantata e il panda rosso viene indicato come un membro della specie degli Ailuridae, di cui sarebbe l’unico rappresentante vivente.

Le sue dimensioni ricordano quelle di un gatto domestico, ma ha l’aspetto di un orsacchiotto dalla spessa pelliccia color ruggine. La pancia e gli arti sono neri. Presenta delle caratteristiche macchie bianche ai lati della testa e sopra gli occhi.

E’ un abile equilibrista, che adora saltare da un ramo all’altro utilizzando la sua lunga coda prensile e le unghie robuste. 

Le zampe anteriori hanno un sesto dito, un cuscinetto carnoso che serve proprio per agguantare la pianta. La coda pelosa funge altresì da termoregolatore. Il panda si avvolge attorno ad essa, come se fosse una coperta e trova conforto durante le fredde giornate invernali.

Abitudini del mammifero

Questo delizioso mammifero trascorre la maggior parte della sua vita sugli alberi. Ed è proprio tra i rami che preferisce dormire, a circa quindici/venti metri di altezza dal suolo. E’ una creatura giocherellona, empatica ma al contempo schiva. E’ attiva soprattutto al crepuscolo e si mimetizza nell’ambiente grazie al mantello rossiccio.

Pelliccia molto ambita dai bracconieri per via delle qualità portafortuna che gli sono attribuite.

Cosa mangia il protagonista di Red? 

Il panda rosso ha un grande appetito: ama i germogli di bambù, ma anche fiori, frutta, ghiande e radici. Occasionalmente mangia anche proteine animali: insetti, uova e larve. 

Dal momento che le foglie di bambù non hanno un grande contenuto calorico, il panda ne ingerisce tantissime. Cosa che rallenta notevolmente la sua digestione.

Inoltre la dieta cambia in funzione della stagione.

I panda rossi vengono mangiati da predatori come il leopardo della neve e talvolta dalla martora.

Riproduzione 

Le femmine danno alla luce in primavera e in estate. Solitamente partoriscono da uno a quattro esemplari. I cuccioli rimangono nella tana per circa 90 giorni. A provvedere al loro sostentamento è la mamma, che si prende cura di loro amorevolmente. 

I maschi invece si disinteressano totalmente della loro prole. 

Habitat della volpe rossa 

  • Il panda rosso cinese vive tra India, Nord Myanmar (Birmania), e Cina centrale. E’ un po’ più grande e ha un mantello più rispetto a quello dell’Himalaya;
  • Il panda rosso himalayano, vive in Nepal e Bhutan.

Un festival dedicato al Red Panda 

Dal 2010, ogni 18 settembre lo stato di Sikkim (Nord-est dell’India, al confine con Bhutan, Tibet e Nepal), ospita il Festival del Red Panda. 

L’evento è nato per diffondere la consapevolezza sul rischio estinzione del dolcissimo mammifero.

Minacce di estinzione

A minacciare la sopravvivenza del panda rosso sono diversi fattori: 

  • Il cambiamento climatico: le temperature medie a Sikkim stanno aumentando e il panda rosso dovrà adattarsi al clima; 
  • Habitat: quasi il 70% dell’habitat del panda rosso si trova al di fuori delle aree protette designate, nelle foreste locali. Se le foreste non vengono protette, questi animali corrono seri rischi. Sopratutto vanno tutelati gli alberi di bambù, una delle principali fonti di nutrimento;
  • Disboscamento;
  • Incendi: gli incendi boschivi sono frequenti;
  • Bracconaggio e tratta degli animali: la pelliccia di panda rossa viene venduta per produrre cappelli e abbigliamento. 

Una specie protetta

Oggi si stimano circa 2.500 esemplari di panda rosso in natura. Per tali motivi sono stati inseriti nella lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), il più ampio database di informazioni sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali di tutto il mondo.

Stando a un rapporto, i panda rossi sono “protetti legalmente in India, Bhutan, Cina, Nepal e Myanmar“. Un altro rapporto ha invece sottolineato che la drastica diminuzione dei panda rossi dipende dalla “scarsa consapevolezza sull’importanza della conservazione della specie e dalla debole applicazione della legge” 

Presenza in Italia

In Italia, il Parco Natura Viva di Bussolengo (Verona), sostiene l’attività del Red Panda Network per la conservazione in natura del panda rosso, attraverso la ricerca scientifica e la sensibilizzazione della popolazione locale. 

Dal 1993, il Parco Natura Viva ospita degli esemplari di questo straordinario mammifero. Ad oggi sono nati ben 26 piccoli. 

Ona e ambiente 

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), si occupa di tematiche legate alla salute, all’amianto, all’uranio impoverito e all’ambiente da oltre 20 anni.

Amici di Papa Francesco lancia la campagna social Al(l)one

amici
Papa Francesco cammina in piazza san Pietro

Il comitato Amici di Papa Francesco lancia una campagna social internazionale. Si chiama Al(l)one, “tutti per uno”, e ricalca proprio l’idea di fare comunità davanti alle difficoltà e alle tragedie, come la guerra. In questo modo, spiegano gli organizzatori, si supera “quel senso di profonda solitudine che il mondo, impaurito, attraversa in questo tempo in cui la guerra segue la pandemia”.

Amici di Papa Francesco, la nascita del comitato

L’associazione Amici di Papa Francesco vive in diversi Paesi, grazie agli ideatori che hanno stimolato un composito gruppo di fondatori impegnati nel sociale. Tra questi Ezio Bonanni, Massimiliano Falcone, Grazia Francescato, Maura Gentile, Adriano Ieva, Massimo Lucidi, Roberto Pellegrini e Romano Lino Solai. L’obiettivo è la promozione della cultura della pace e della fratellanza tra i popoli.

La campagna Al(l)one è stata lanciata per ringraziare Papa Francesco, in vista del secondo anniversario della preghiera per il mondo, quando si era tutti fermi per la pandemia. #al(l)one, supera l’idea di solitudine (alone), la rafforza e la trasforma in un collettivo che guarda a Bergoglio, alla speranza di un mondo di pace.

Amici di Papa Francesco: “Il mondo trema, ha paura”

“A due anni dall’incubo della pandemia – si legge nel documento di nascita del comitato- ci ritroviamo in guerra. Ieri come oggi il mondo trema. Ha paura. Si scopre solo. Eppure la Voce che si leva e i gesti che si attendono da Francesco sono gli unici in grado di parlare a ciascuno, ai lontani, a tutte le parti in causa”.

“Abbiamo ideato Al(l)one assieme a Massimiliano Giuseppe Falcone (docente allo Iulm di Milano e consulente della Banca Mondiale) – ha spiegato il segretario dell’associazione, Massimo Lucidi – rendendolo così subito internazionale, per coinvolgere e rendere consapevole il popolo social rispetto al difficile momento che attraversiamo e tributare a Francesco quel sostegno, ringraziamento e preghiera che merita l’unico leader al mondo ascoltato da tutti”.

Papa Francesco chiede di fermare la guerra in Ucraina

Il Pontefice ha chiesto già all’inizio di fermare il conflitto: “La guerra è una pazzia. Fermatevi, per favore – ha detto durante l’Angelus del 6 marzo scorso – guardate questa crudeltà. In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime, non si tratta solo di un’operazione militare ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria”.

A distanza di 20 giorni nulla è cambiato. Anzi sono aumentati i morti, i profughi, la distruzione ed è sempre più grave la minaccia dell’utilizzo di armi chimiche o nucleari.

“Il popolo ucraino – ha detto il presidente Zelensky a Bergoglio durante l’ultima telefonata – sente il sostegno spirituale di Sua Santità”. Lo ha anche invitato in Ucraina e gli ha chiesto di intercedere per la pace. Il Papa dal canto suo ha risposto di fare tutto il possibile per ripristinare la pace e garantire i corridoi umanitari.

L’Ona e il suo presidente vicini al Pontefice

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona – Osservatorio nazionale amianto ha subito sposato l’idea di un comitato che sia al fianco di Papa Francesco. Che possa portare il suo messaggio, che lo sostenga nella sua missione di pace.

L’Osservatorio lotta da anni con le vittime dell’amianto, ma anche per la tutela della salute pure sui luoghi di lavoro e per la tutela dell’ambiente. Temi tutti cari al Sommo Pontefice. Per questo il suo presidente è convinto che Bergoglio sia l’esempio da seguire. Che sia necessario un leader come Lui per portare al mondo, con semplicità, ma nello stesso tempo con forza, messaggi di pace.

Prima durante la pandemia da Covid 19, che ha riportato davanti a tutti l’importanza della salute che deriva anche dalla tutela del nostro Pianeta. E ora ancora di più con la guerra in Europa.

Militari della Marina morti per amianto, 6 richieste di condanna

militari della Marina
militari della Marina

Lunga requisitoria della Procura generale al processo di Appello “Marina bis” in corso a Venezia. Al termine della discussione, arrivata solo nel tardo pomeriggio, il pubblico ministero ha chiesto la condanna per i 6 imputati. La pena di giustizia, per la precisione, che sarà la Corte di Appello a quantificare.

Sul banco degli imputati siedono ex vertici della Marina Militare: Guido Venturoni, Agostino Di Donna, Angelo Mariani, Sergio Natalicchio, Mario Di Martino e Umberto Guarnieri.

Tutti sono accusati di omicidio colposo per la morte di 11 militari della Marina che, durante il servizio, hanno respirato amianto nelle navi dell’Arma. I loro familiari si sono costituiti parte civile e sono assistiti, tra gli altri, dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, coadiuvato dall’avvocato Maria Luisa Grecco.

Bonanni: “Morte di 982 militari solo punta iceberg”

“Ci aspettiamo una sentenza coraggiosa – ha detto l’avvocato Bonanni – che sia da monito per chiunque voglia mettere davanti alla salute dei lavoratori, compresi i militari, già esposti a molti pericoli, condotte che violano l’obbligo di tutela della salute, che vale per tutti, compresi i servitori dello Stato. La morte di 982 militari per mesotelioma, è solo la punta dell’iceberg rispetto ad una epidemia che è tutt’ora in corso, perché le bonifiche sono state tardive e incomplete. In questo momento, in cui ci sono venti di guerra, il ruolo delle Forze Armate è sempre più importante, e quindi dobbiamo salvaguardare i nostri uomini e donne, in divisa, da questi rischi del tutto inutili e inaccettabili”.

“Come Ona – ha aggiunto poi intervistato dal Tg3 Veneto dopo aver discusso come avvocato di parte civile – insistiamo per avere dignità e giustizia per le vittime. L’elemento fondamentale è che l’amianto era presente nelle navi e nelle basi a terra. Per questo fin dal 2010 le vittime sono state riconosciute come vittime del dovere“.

All’inizio del processo gli imputati erano 9, ora sono rimasti in 6, perché 3 sono deceduti: Guido Cucciniello, Luciano Monego e Francesco Chianura. Per loro il reato è estinto per morte del reo. In primo grado la sentenza era stata di assoluzione. Ora gli imputati attendono la sentenza di Appello che potrebbe arrivare prima dell’estate.

Il 27 aprile, infatti, è fissata la prossima udienza, durante la quale discuteranno gli avvocati della difesa e probabilmente i giudici disporranno un nuovo rinvio per repliche e sentenza.

Il nesso causale tra l’amianto e la malattia

Durante il dibattimento sono stati sentiti i consulenti del Tribunale, i periti Bruno Murer e Dario Consonni, che hanno ribadito la sussistenza di un rapporto causale tra l’esposizione patita da ogni singolo lavoratore e la relativa malattia. La sussistenza del nesso causale è stata valutata sulla base di tutta la documentazione disponibile, sia di natura sanitaria, sia relativa alle occasioni di esposizione ad amianto.

Lo stesso ministero della Difesa ha già riconosciuto il nesso causale in particolari condizioni ambientali ed operative e la patologia (in molti casi mesotelioma), che ha portato i militari al decesso, ammettendo, quindi, che tra gli anni ’60 e gli anni ’90 fosse presente amianto. Nesso causale riconosciuto da tempo anche dall’INAIL che ha equiparato questi militari morti a causa dell’amianto a vittime del dovere.

Il perito: I militari della Marina respiravano amianto

Importante ai fini del processo anche la perizia dell’ing. Laureni che ha ricostruito la situazione di esposizione all’amianto sulle navi militari dell’epoca, facendo una stima della presenza dell’asbesto che i militari respiravano ogni giorno.

Questo senza essere dotati di dispositivi di protezione, nonostante sia emerso in dibattimento che una mascherina costava all’epoca mille lire. Le mascherine “anche semplicissime – ha spiegato in aula il consulente Angelini – avrebbero diminuito l’inalazione di fibre di amianto”.

Militari della Marina senza dispositivi di protezione

I periti hanno effettuato, poi, un confronto con i Corpi di altri Stati che, negli stessi anni, già conoscevano la nocività dell’amianto. Alcuni avevano già iniziato ad utilizzare materiali alternativi che pure erano in commercio e distribuivano ai loro militari adeguati dispositivi di protezione. È agli atti, infine, la Circolare del Ministero della Sanità che, con un primo documento ufficiale, denunciò la lesività della fibra killer. Invece, dai dati emersi, sembra che la Marina Militare abbia continuato ad utilizzarlo e non abbia informato dei rischi gli appartenenti al Corpo fino al 1992, anno della messa al bando con la Legge 257.

L’assistenza alle vittime del dovere dell’Ona

L’Ona, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, è al fianco delle vittime dell’amianto e delle vittime del dovere, con un’assistenza legale gratuita. L’associazione si documenta e ha realizzato negli anni studi e pubblicazioni sul fenomeno che in Italia è purtroppo ancora attuale. Tra gli ultimi è possibile leggere “Il libro bianco delle morti da amianto in Italia – ed. 2022” che spiega come ai decessi per mesotelioma vanno aggiunti tutti quelli causati dalle patologie asbesto correlate.

L’associazione ha anche creato una App per le segnalazioni e per contribuire alla mappatura dei siti contaminati. Per richiedere una consulenza gratuita i cittadini possono utilizzare lo sportello on-line o il numero verde 800 034 294.

Eternit bis Napoli: Schmidheiny a processo per 8 morti

Stephan Schmidheiny
cautela asbesto

Si dovrà attendere ancora il prossimo 6 aprile 2022 per la sentenza del processo Eternit bis di Napoli che vede come unico imputato Stephan Ernest Schmidheiny. Imprenditore ed ex proprietario della omonima azienda.

In udienza questa mattina, presso la Corte di Assise del tribunale di Napoli, hanno discusso gli avvocati della difesa, Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva. È accusato dell’omicidio volontario (in questo troncone del processo Eternit bis), di 6 operai dello stabilimento di Bagnoli dell’azienda che prende il nome dal cemento – amianto e di 2 loro familiari.

La tesi difensiva

L’avvocato Alleva, in particolare, ha sottolineato in primo luogo come non ci sarebbe stata alcuna volontà da parte dell’imprenditore di accettare la morte (o anche soltanto assumersene il rischio), dei propri dipendenti in nome del profitto. Che le conoscenze dell’epoca non erano quelle di oggi. Ha citato la sentenza ThyssenKrupp in relazione all’elemento volitivo del dolo e ai suoi criteri identificativi.

Quindi ha spiegato come il mesotelioma sia un tumore che può essere facilmente confuso con altri. Ha fatto quindi l’esempio delle valutazioni effettuate sulla base di schede Inail. Facendo una revisione critica sulle diagnosi, ha spiegato come all’epoca fossero effettuate anche tramite semplici radiografie. Sarebbero invece serviti esami più specifici per avere la certezza che la causa fosse proprio l’amianto.

Si è servito poi di un cartellone per evidenziare le opinioni concordanti di tutti i consulenti sentiti in aula intervenuti sul periodo della “latenza convenzionale”. Voleva dimostrare che nessuno può essere certo di quale esposizione abbia causato nel singolo caso il mesotelioma, dato che il periodo di latenza andrebbe, secondo alcuni studi, dai 4 agli 85 anni.

Stephan Schmidheiny, lo stabilimento Eternit di Bagnoli

Il processo è in corso davanti alla Corte di Assise del tribunale di Napoli proprio perché l’accusa è quella di omicidio. I 6 lavoratori e le loro famiglie hanno respirato per anni le fibre e le polveri dell’asbesto utilizzato nell’azienda di via Cattolica, a Napoli, nella frazione di Bagnoli.

Il sito industriale aprì negli anni ’40, chiuse durante la guerra, per poi ripartire e restare attivo fino al 1985. Produceva lastre, canaloni, tubi e pezzi speciali per l’edilizia in eternit. Nel 1979 vi erano impiegati 534 operai.

Stephan Schmidheiny, i pm chiedono per lui 23 anni e 11 mesi

Durante la scorsa udienza, del 2 marzo 2022, i pubblici ministeri Anna Frasca e Giuliana Giuliano, dopo essersi convinte della responsabilità di Schmidheiny e aver ricostruito la storia dello stabilimento e delle 8 vittime dell’amianto, hanno chiesto per lui 23 anni e 11 mesi di reclusione.

Il dibattimento del processo Eternit bis (di primo grado), a Napoli è stato lungo e a tratti difficile. Emblematiche le testimonianze dei lavoratori in alcuni periodi addirittura costretti a coprirsi la bocca con i fazzoletti, perché non venivano fornite regolarmente le mascherine. Importante per l’accusa, invece, la testimonianza del fratello dell’imputato, che ha spiegato che in casa, nella sua famiglia, la pericolosità dell’amianto fosse nota e che, sempre secondo le sue dichiarazioni, i rischi sarebbero stati più volte insabbiati.

I pubblici ministeri, durante la lunga requisitoria, hanno escluso le aggravanti per l’imputato. Hanno però sottolineato il modo sprezzante di Ernest Schmidheiny di affrontare questa triste vicenda anche con la stampa.

L’Ona difende i familiari di 3 vittime

L’Ona – Osservatorio nazionale amianto, attraverso gli avvocati Ezio Bonanni e Flora Rosa Abate, si è costituita parte civile. Da anni l’associazione è al fianco delle vittime e delle famiglie per garantire loro assistenza medica e legale. Ha creato anche una App, per le segnalazioni, per contribuire a mettere in sicurezza i siti contaminati.

Le vittime dell’amianto possono utilizzare lo sportello on-line, o il numero verde 800 034 294, per richiedere all’Ona una prima consulenza gratuita.

Permacultura e orti sinergici: arte, tecnica e filosofia 

permacultura
uomo pratica la permacultura

La permacultura: antica pratica che fonde arte, tecnica e filosofia

permacultura e orti sinergici

Il pioniere della permacultura, una tecnica di “agricoltura naturale”, detta anche “del Mu” o “del non fare”, fu l’agronomo, microbiologo e fitopatologo giapponese Masanobu Fukuoka.

La tecnica consente al terreno di autoregolamentarsi in maniera non violenta, obbedendo ai suoi orologi interni, esterni, atmosferici, il cui vero motore è la Natura

Negli anni ‘30, Fukuoka, specializzato nell’analisi del suolo e nel trattamento delle malattie delle piante, lavorava come ricercatore scientifico in Giappone

Attraverso i suoi studi, mise in relazione l’abuso-uso agricolo-meccanico-chimico da parte dell’uomo, con il progressivo impoverimento del suolo. Fu così che inventò un metodo “rivoluzionario”.

Principi base della tecnica

Alla base della “filosofia” di Fukuoka c’è l’idea che la natura sia in grado di autoregolamentarsi, producendo i suoi frutti anche senza l’intervento dell’uomo.

Questo concetto affonda le sue radici negli insegnamenti del buddismo zen, secondo cui l’uomo dovrebbe intervenire solo il minimo indispensabile, inserendosi nel ciclo naturale senza cercare di forzarlo. 

Permacultura e orti sinergici

I principi fondamentali dell’agricoltura naturale di Fukuoka, arrivarono in Europa grazie a Emilia Hazelip, pioniera dell’agricoltura sostenibile e permanente. A lei il merito di aver applicato il metodo di Fukuoka nel campo della cosiddetta “agricoltura sinergica” e nella realizzazione degli orti sinergici. Parliamo di splendide creazioni botaniche, in cui arte e innovazione della tecnica si fondono per fornire un’alternativa all’agricoltura tradizionale e al settore biologico.

Rifacendosi agli insegnamenti del microbiologo giapponese, Emilia Hazelip sosteneva che riproducendo i processi naturali, si può fornire al suolo tutto ciò di cui ha bisogno. 

In pratica, si può organizzare un orto senza concimare, arare o estirpare le erbacce. Saranno infatti le piante stesse, nel corso di qualche anno, a restituire al suolo i principi nutritivi rubati. 

Risultato? Una coltura permanete ed eterna, “auto-rigenerativa e inesauribile”.

Permacoltura: perché si parla di “sinergia”?

Negli orti sinergici, piante diverse interagiscono fra di loro “sinergicamente”.

Elenchiamo i principi di questa straordinaria tecnica:

  • Non arare o zappare il terreno. La struttura degli orti consente di piantare senza bisogno di utilizzare attrezzi, e di raccogliere i frutti senza bisogno di piegarsi (più avanti entreremo del dettaglio). Le piante inoltre non vengono sradicate al momento della raccolta, bensì tagliate;
  • Le radici si lasciano decomporre naturalmente nel suolo. Il resto del lavoro viene svolto dalla fauna del sottosuolo, (lombrichi e altri insetti scavatori). Creando tunnel e spazi nei quali le radici si insediano con estrema facilità, gli animali smuovono e rendono morbido il terreno. In questo modo si evita di danneggiare la microfauna e di impoverire il terreno;
  • Non è necessario compattare il suolo;
  • Usare piante da sovescio. Questa pratica di “concimazione verde” rende il terreno sempre morbido. Le piante più adatte sono: Leguminose (anche Fabacee), Crucifere (anche Brassicacee) e Graminacee (anche Poacee). Si possono piantare insieme al massimo tre specie di piante diverse per ogni cerchio: almeno una leguminosa; una liliacea ed una verdura comune; 
  • Decomposizione e autofertilità. Le piante perenni convivono con quelle stagionali e la stessa pianta è presente in diversi stadi, anche decomposta, in quanto utile per nutrire gli altri esemplari, insieme a microrganismi, batteri, funghi e lombrichi. Si parla di “autofertilità” del terreno, poiché la terra è resa fertile oltre che dalle piante, anche dai microrganismi, batteri, lombrichi e funghi. Questa tecnica consente una miglior salute dell’intero sistema suolo-microrganismi-piante, esattamente come in agricoltura biologica ma con misure molto più incisive;
  • Non usare composti chimici. Il metodo Fukuoka non solo bandisce l’utilizzo di prodotti chimici, ma anche le aggiunte di letamecompost. I concimi servono quando il terreno viene impoverito dall’intervento dell’uomo, che ostacola i processi naturali di arricchimento del suolo;
  • Non eliminare insetti o erbacce. In natura non esistono insetti o piante dannose. I parassiti crescono in contesti squilibrati, laddove alcune varietà di piante non riescono a sopravvivere. Invece di eliminare erbe spontanee e insetti, danneggiando ulteriormente l’ecosistema, meglio lasciare che la natura faccia il proprio corso e adattarsi ad essa.

Struttura degli orti sinergici 

Gli orti sinergici sono dei bancali di terra a forma di cerchi concentrici, incorniciati da una struttura in muratura, ma anche di altri materiali.

La struttura portante è realizzata con impasto di calce e canapa, che solidifica con passare degli anni. Caratteristica che rende gli orti dei veri e propri monumenti permanenti.

I bancali sono alti 60 centimetri e profondi 1,20 circa.

Le piante devono essere posizionate a una certa distanza fra di loro, affinché non si soffochino a vicenda.

Ognuno organizza il bancale a seconda della lunghezza delle proprie braccia. In questo modo non è necessario chinarsi: basterà infatti flettere le gambe per raggiungere il centro del bancale e raccogliere i vari prodotti.

Rispetto all’orto biologico, che utilizza i mezzi agricoli ed ha bisogno di terra, (spesso contaminata  per via delle falde acquifere), la terra utilizzata all’interno dei bancali non presenta agenti inquinanti, perché è racchiusa all’interno dei “contenitori” in muratura.

Le tecniche di irrigazione della permacultura

L’acqua per l’irrigazione andrebbe mantenuta preferibilmente a temperatura ambiente e applicata  con la tecnica “a goccia”.

Ciò evita di bagnare le foglie delle piante (con il caldo perdono sali ) e si riduce anche lo choc termico dato sia dal caldo dei raggi solari, sia dal freddo dell’acqua.

Sul terreno viene disposto un tubo di 16 mm di diametro che circonda l’orto. Per ogni attacco idrico si pone una valvola per il controllo del flusso di acqua e una volta istallati, i tubi a goccia restano in loco perennemente. Nel caso in cui si otturino, basterà semplicemente fare altri fori.

I bancali e i corridoi devono sempre essere coperti di paglia, foglie secche e rametti naturali, che mantengono al suolo l’umidità d’estate ed il calore d’inverno (pacciamatura). Quando la paglia si decompone, produce miceli (filamenti vegetali, agglomerati filiformi di funghi) che proteggono le piante dagli aggressori microbiologici. Inoltre la cellulosa contenuta nella paglia, apporta carbonio utile ai microorganismi compatibili con la crescita delle piante e favorisce lo sviluppo di batteri benefici.

Perché la forma a “spirale”?

Poiché si tratta di una tecnica basata su una concezione di vita “filosofica”, si è pensato alla spirale perché essa, insieme con il sistema stellare intero ci trasmette un’energia grandiosa. Secondo i guru della meditazione orientale, se ci si mette al centro di una spirale, preferibilmente di notte, la nostra mente inizia a spaziare in mondi infiniti fino a raggiungere la Luce, fonte primaria di energia.

Permacultura: una tecnica che risale a epoche passate 

Pare che gli orti sinergici risalgano ad epoche antichissime, quando l’uomo viveva in perfetta sintonia con l’ambiente, all’interno di giardini permanenti. Secondo i botanici, anche i famosi cerchi di grano inglesi, i “crop circle” non sarebbero messaggi alieni, come ipotizzato di recente, ma dei veri e propri orti sinergici del passato.

Benefici della permacultura

  • Con questa tecnica si evitano le lavorazioni artificiali e si seminano una gran varietà di piante. Cose che favoriscono la fertilità del terreno anno dopo anno;
  • I prodotti ottenuto sono eccellenti in termini di qualità e sapore. Hanno inoltre una maggiore resistenza agli agenti patogeni;
  • Ma quel che è più interessante, è che questa tecnica restituisce alla terra, in termini energetici, più di quanto si prende, promuovendo i meccanismi di auto-fertilità del suolo e facendo dell’agricoltura un’attività umana sostenibile.

Ona: ambiente, salute e tecnica devono andare di pari passo

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ritiene che la salute vada tutelata sotto ogni punto di vista così come l’ambiente.

Fonti

 

La rivoluzione del filo di paglia Masanobu Fukuoka

The Natural Way of Farming– Masanobu Fukuoka