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Passività amianto: Johnson & Johnson le scarica su nuova filiale

Amianto nel borotalco
Amianto nel borotalco

Scarico delle passività legate all’amianto della Johnson & Johnson

Lo scorso 14 ottobre la Johnson & Johnson ha scaricato le passività legate al “talco all’amianto” su una nuova filiale, per farlo, ha presentato istanza di protezione fallimentare, avvalendosi del “Capitolo 11”, una controversa norma della legge fallimentare del Texas.

Favorevole alle imprese, la norma consente di scorporare le redditività dalle passività aziendali.

Reuters ha riferito per la prima volta a luglio che J&J stava esplorando la possibilità di scaricare le sue passività relative al talco, dichiarando bancarotta.

J&J: una delle tante ad utilizzare la norma per le sue passività

Amianto nel talco
Amianto nel talco

J&J non è la prima azienda a utilizzare questa “strategia di riorganizzazione”.

Il colosso del legname Georgia-Pacific ha utilizzato l’affiliata Bestwall nel 2017 per limitare le sue passività relative all’amianto.  

Trane Technologies e Saint-Gobain stanno andando nella stessa direzione.

Strategie legali simili sono state utilizzate nei tribunali fallimentari dai membri della famiglia Sackler, proprietaria del produttore di OxyContin Purdue Pharma.

Anche il Comitato Olimpico degli Stati Uniti e i Boy Scouts of America, che affrontano una raffica di reclami relativi agli abusi sessuali, si sono appellati a questa discutibile legge.

Johnson & Johnson nell’occhio del ciclone

Grazie a questa mossa, J&J cercherà di risolvere, in maniera “indolore”, le circa 38.000 cause legali, attuali e future, legate alla presenza di amianto nella polvere di talco.

La famosa “baby powder” per neonati, avrebbe infatti causato gravi problemi medici, inclusi tumori ovarici e mesotelioma, ai suoi consumatori.

La manovra di bancarotta di J&J tuttavia sta provocando l’indignazione generale.

LTL Management assorbe le passività di J&J

Ad agosto, un gruppo di avvocati aveva tentato, senza successo, di bloccare la ristrutturazione aziendale.  

Un tribunale fallimentare statunitense nel distretto del Delaware aveva difatti rifiutato di emettere un ordine restrittivo contro J&J. 

La nuova filiale, che consentirà a J&J di beneficiare delle leggi sulla protezione fallimentare, si chiama LTL Management LLC.

LTL ha presentato istanza di fallimento in un tribunale federale di Charlotte, North Carolina.

Di conseguenza, le vittime di amianto dovranno accettare accordi economici inferiori, mentre Johnson & Johnson potrebbe risparmiare un bel po’ di miliardi di dollari.

 “I consumatori non possono recuperare danni contro una grande azienda solvibile. Devono rivalersi su questa società fittizia più piccola creata da J&J”, ha dichiarato uno dei legali delle vittime.

Lo sdegno dei legali

 “Questo è pazzesco. Quello che sta accadendo è un crimine aziendale, come non abbiamo mai visto “, ha dichiarato l’avvocato newyorkese Daniel Wasserberg, specializzato in casi di talco contaminato all’amianto.  

“Amo gli Stati Uniti d’America, ma oggi è un giorno triste”.

È assurdo che, in nome del profitto “una megacorporazione come Johnson & Johnson possa assumersi le responsabilità per migliaia di casi di cancro e morte”.

Lo ha fatto inserendoli in un nuovissimo ‘spin-off’ in Texas, per poi fallire poche settimane dopo”.

L’entità del risarcimento 

Intanto, il tribunale fallimentare dovrà determinare l’importo da mettere in un fondo fiduciario, in modo che LTL Management possa potenzialmente risarcire i richiedenti presenti e futuri.  

talco amianto Johnson & Johnson
Johnson & Johnson talco contaminato all’amianto

Nel più recente deposito in tribunale, J&J ha affermato di aver già stanziato un fondo pari a 2 miliardi di dollari.

Botta e risposta fra azienda e legali

Circa la decisione di ricorrere al fallimento, la multinazionale fornisce una discutibile giustificazione.

“Stiamo intraprendendo queste azioni per fare chiarezza su tutti i casi“, ha dichiarato in una nota Michael Ullmann, vicepresidente esecutivo di J&J e consigliere generale.  

Mentre continuiamo a sostenere fermamente la sicurezza dei nostri prodotti cosmetici a base di talco, riteniamo che risolvere questa questione nel modo più rapido ed efficiente possibile sia nel migliore interesse dell’azienda e di tutte le parti interessate”.

 “Questo puzza“, ha detto in una dichiarazione l’avvocato Andy Birchfield, un querelante dell’Alabama che rappresenta le vittime del talco contaminato. Sostengono che il loro prodotto sia sicuro e poi tentano di nascondersi dietro la bancarotta”.  

“J&J può correre, ma non può nascondersi” ha chiosato il legale.

La multinazionale non si cura delle polemiche 

Incurante delle polemiche, Johnson & Johnson afferma che dichiarare bancarotta sia totalmente legittimo.

Durante una telefonata con gli investitori, il direttore finanziario di J&J Joseph Wolk, ha difeso la manovra fallimentare e ha nuovamente ribadito l’assoluta mancanza di nocività dei prodotti a base di talco per bambini.

Stranamente però, la produzione della baby powder si è interrotta lo scorso anno.

 “Esiste un processo consolidato che consente alle aziende, che affrontano sistemi illeciti abusivi di risolvere i reclami in modo efficiente ed equo”, ha affermato Wolk.

 “Saranno i tribunali fallimentari a decidere. Non spetta agli avvocati dei querelanti e nemmeno a Johnson & Johnson”, ha aggiunto.

Passività amianto e “bancarotta fraudolenta”

La risposta di J&J, fondata sulla legittimità della norma, non ha soddisfatto i legali.

I detrattori ritengono che questo sia un mezzuccio, grazie al quale, società e individui facoltosi, usano il fallimento per bloccare le cause, senza effettivamente presentare istanza di fallimento.

John G. Simon, Professore Emerito di Giurisprudenza presso la Yale Law School dell’Università della Georgia, ha descritto aziende ricche come Johnson & Johnson come “truffatori”.

Ha inoltre sostenuto che tali aziende e organizzazioni, ricevono i benefici della protezione del Capitolo 11 mentre “sostengono solo una frazione degli oneri associati”.

I critici affermano anche che le leggi fallimentari permissive consentono alle aziende di presentare istanza di fallimento nelle giurisdizioni federali “favorevoli” alle società.

E difatti, Johnson & Johnson ha sede nel New Jersey, ma queste manovre legali sono state eseguite in North Carolina e Texas.

Altre voci contro Johnson & Johnson 

 “Un’altra gigantesca società sta abusando del nostro sistema fallimentare per proteggere i suoi beni ed eludere la responsabilità per il danno che ha causato alle persone in tutto il paese“, ha twittato la senatrice Elizabeth Warren.

Anche l’American Association for Justice, una coalizione di avvocati processuali, ha criticato la manovra di J&J e ha chiesto una legislazione per bloccare questo tipo di tattica legale.

 “Moltissimi americani soffrono di cancro, o piangono la morte di una persona cara, a causa del talco tossico per bambini che Johnson & Johnson ha messo sul mercato“, ha affermato il gruppo in una nota. 

La loro condotta e la trovata fallimentare sono tanto spregevoli quanto sfacciate”.

Cosa accadrà in futuro?

Negli ultimi mesi, studiosi di diritto, membri bipartisan del Congresso e gruppi di difesa dei consumatori, hanno lanciato un allarme.

Ricorrere ai tribunali fallimentari nel tentativo di bloccare le cause è per loro fonte di preoccupazione.

Vedremo cosa succederà in futuro. Unica certezza è che l’amianto, in tutte le sue forme, è letale.

Amianto terremoto L’Aquila, condannato mininterno

vigile del fuoco macerie terremoto lAquila
vigile del fuoco macerie terremoto lAquila

Il tribunale di Verona condanna il ministero dell’Interno a riconoscere “vittima del dovere” Vigile del Fuoco ammalato per l’amianto nelle macerie del terremoto all’Aquila.

«Quella del Tribunale di Verona – dichiara il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, avvocato Ezio Bonanniè una sentenza importante perché costituisce la prova che la presenza di amianto nelle macerie del terremoto dell’Aquila, e quindi che le attività di soccorso eseguite senza protezione, hanno causato ai vigili del fuoco intervenuti una preoccupante condizione di rischio».

Il giudice del lavoro del tribunale di Verona, Cristina Angeletti, ha condannato il ministero dell’Interno a riconoscere lo status di «vittima del dovere» a P.N., Vigile del Fuoco esperto, in forza al comando provinciale di Verona.

Il ministero dell’Interno deve, quindi, corrispondere a P.N. i “benefici previsti per le “vittime del dovere” ai sensi dell’art. 1 commi 563,564 della legge 23.12.2005 n. 266 e del d.p.r. 7.7.2006 n. 243 e i benefici pensionistici (incremento retribuzione pensionabile e conferimento della pensione privilegiata ordinaria)”.

Vigile del Fuoco, giudice riconosce il nesso causale

“Tanto premesso – è scritto nella sentenza n. 558/2021 – si ritiene che il nesso causale, con particolare riferimento ai criteri cronologico, topografico, di efficienza lesiva, di probabilità statistica sia a favore della correlazione tra l’esposizione alle molteplici sostanze tossiche durante i sei anni di piena operatività come VdF e il LNH manifestatosi a fine 2012”.

Il ministero, aveva negato il diritto al riconoscimento nonostante la prova del rischio, e contestata anche dell’assenza di dispositivi di protezione adeguati.

Il giudice ritiene sussistente il requisito di “vittima del dovere”

Nel 2012, il Vigile del Fuoco ha contratto il linfoma non Hodgkin, che gli ha procurato un danno biologico pari al 25%. P.N. che oggi ha 50 anni, è stato esposto all’amianto e ad altri cancerogeni durante le operazioni di smaltimento delle macerie del terremoto dell’Aquila del 2009.

Il giudice, “alla luce dell’istruttoria testimoniale che ha evidenziato missioni particolarmente urgenti e pericolose (come quella svolta dopo il terremoto dell’Aquila) che sia sussistente ed integrato il requisito richiesto. Anche sotto il profilo della verosimile riconducibilità dell’inalazioni tossiche ai servizi di soccorso urgente espletati”.

Interventi dei VVFF ad alto rischio di esposizione a cancerogeni

L’Osservatorio Nazionale Amianto da anni denuncia la condizione di rischio amianto e altri cancerogeniche ha un forte impatto epidemiologico sulle condizioni di salute di tutti i vigili del fuoco.

«Per questi motivi – dichiara l’avv. Bonanni – abbiamo chiesto che nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) siano stanziate risorse per l’ammodernamento delle dotazioni e per una più efficace sorveglianza sanitaria. Tenendo conto anche degli addetti al settore privato che svolgono mansioni di pronto intervento in caso di incendio e terremoto con alto rischio di esposizione ad amianto, a sostanze tossiche e cancerogene».

L’Osservatorio nazionale Amianto ha istituito un servizio di assistenza per le vittime del dovere con il numero verde 800 034 294 e con lo sportello telematico di assistenza

Strasburgo: una risoluzione interviene sulla questione amianto

Europa

Con una risoluzione approvata dalla larghissima maggioranza dell’Aula – 675 voti a favore, 2 contrari e 23 astenuti – i membri del Parlamento Europeo hanno chiesto alla Commissione Europea di intervenire sulla questione amianto

Le principali richieste avanzate a Strasburgo  

Parlamento europeo di Strasburgo

Nello specifico, i deputati hanno chiesto alla Commissione di:

1) ridurre i limiti di esposizione professionale all’amianto dall’attuale di 0,1 fibre/cm3 a 0,001 fibre/  cm3 (in linea con i più recenti pareri scientifici);

2) istituire dei registri digitali pubblici nazionali per l’amianto e altre sostanze pericolose presenti negli edifici;

3) presentare una strategia europea per rimuovere tutto l’amianto ancora presente negli edifici (ESRAA) prima dell’inizio di ogni ristrutturazione;

4) dare sostegno ai proprietari di case per la rimozione dell’amianto, attraverso uno screening da effettuare prima dell’affitto o della vendita;

5) predisporre un piano di smaltimento sicuro dei rifiuti di amianto;

6) presentare una proposta legislativa che garantisca il riconoscimento di tutte le malattie professionali, comprese quelle legate all’amianto, e norme minime per il risarcimento delle vittime.

Questo quadro” – si legge in una nota – “dovrebbe contenere nuove proposte legislative e un aggiornamento della normativa vigente sulla protezione dei lavoratori dall’amianto”. 

Un serial killer chiamato “amianto”

Il termine amianto indica i minerali di silicio naturali, friabili, composti da fibre resistenti al calore e alla corrosione. 

In passato è stato ampiamente utilizzato nell’edilizia e nell’industria manifatturiera, per via delle sue straordinarie proprietà.

È possibile trovarlo nell’isolamento di tubi e condotti, materiali ignifughi, guarnizioni di freni e frizioni, cemento e alcune piastrelle per pavimenti in vinile.

Se respirate, le sottilissime fibre di amianto provocano un processo infiammatorio cronico e per un periodo più lungo, l’irrigidimento del tessuto polmonare da parte di depositi fibrosi. 

Ciò compromette la respirazione ed è il sintomo principale dell’asbestosi

Non esiste una soglia minima

Poiché i tempi di latenza, fra l’esposizione e lo sviluppo delle patologie asbesto correlate, sono lunghissimi, i primi sintomi possono manifestarsi anche decenni dopo l’esposizione. 

Se questa si è protratta nel tempo, si può sviluppare un tumore specifico della pleura, chiamato mesotelioma, un cancro la cui prognosi è quasi sempre infausta.

La maggior parte degli studi riporta una sopravvivenza mediana inferiore a un anno dopo la diagnosi e ad oggi non esistono cure miracolose.

Inoltre, poiché non esiste una diagnosi precoce, è quasi sempre impossibile intervenire in tempo, bloccando così l’avanzare della malattia.

Parliamo sopratutto dei lavoratori coinvolti nell’estrazione, nella macinazione, nella produzione o nell’installazione di prodotti a base di amianto.

Tuttavia, non esiste una soglia minima di sicurezza, (ci si può ammalare anche dopo una sola  esposizione).

Oggi, il mesotelioma è il tumore professionale più comune nell’UE.

Solo nel 2019, 90mila europei sono morti per tumori legati all’amianto e parliamo quasi sempre di cifre al ribasso.

In italia, la fibra killer è stata messa al bando con la Legge 257/92. È stata bandita dall’UE nel 2005.

Ciononostante, negli edifici europei sono ancora presenti milioni di tonnellate di amianto.

Green Deal e rischio amianto

Nel prossimo decennio, il Patto Verde europeo (Green Deal) prevede di “rinnovare dal punto di vista climatico” milioni di vecchi edifici.

Saranno pertanto smantellati pavimenti, tubi e tetti.

Senza uno screening adeguato, i lavoratori saranno esposti all’uso massiccio delle fibre di amianto.

Se non si interviene anticipatamente, moltissimi lavoratori saranno vulnerabili alle malattie legate all’asbesto.  

Appare dunque fondamentale, rafforzare le regole atte a proteggere i lavoratori edili dai pericoli dell’amianto, prima che vengano rilasciati miliardi di euro dall’UE per i prossimi lavori di ristrutturazione.  

Ma c’è un altro particolare da non sottovalutare in termini di sicurezza sul lavoro.

L’amianto espone al rischio anche tutti quei lavoratori “distaccati”, che non conoscono la natura dei materiali con cui vengono in contatto. 

Ciò rende estremamente difficile per loro ottenere un risarcimento 30 anni dopo la loro esposizione, quando si sviluppano i tumori

La relazione di Nikolaj Villumsen a Strasburgo

Utile a questo punto leggere qualche passo saliente della relazione di Nikolaj Villumsen.

 “Nel prossimo decennio, i lavoratori edili rischieranno di essere esposti al massiccio uso (passato) di fibre di amianto, sui soffitti polverosi e negli scantinati stretti”.

Mentre gli edifici europei saranno rinnovati dal punto di vista climatico come richiesto dal Green Deal”, ha evidenziato l’eurodeputato danese del gruppo La Sinistra e relatore del testo. 

“Insisto sul fatto che la transizione verde in Europa debba garantire un ambiente di lavoro sicuro”

Anche una minima esposizione all’amianto può essere mortale”. Dobbiamo abbassare la soglia prevista dalla legge”, ha sottolineato il deputato.

“Nessuno dovrebbe morire per colpa del lavoro”.

Al termine del voto, Villumsen ha poi dichiarato “È incredibile. Abbiamo raccolto una grande maggioranza in Parlamento per sbarazzarci di tutto l’amianto mortale in Europa”.

 “Il voto di oggi salverà sicuramente delle vite”.

Il sostegno dei sindacati a Strasburgo

Anche i sindacati hanno sostenuto attivamente la risoluzione.

Su tutti Tom Deleu, Segretario Generale della Federazione europea dei lavoratori edili e del legno (EFBWW).

Deleu ha dichiarato: “Non possiamo voltare le spalle ai lavoratori edili, ai vigili del fuoco, ai minatori e ai lavoratori delle pulizie o dello smaltimento dei rifiuti”.

“ Questi lavoratori sono regolarmente esposti all’amianto. Nessuno dovrebbe essere esposto all’amianto!”  

Cosa accadrà dopo Strasburgo

Nella nuova strategia proposta dalla Commissione per la salute e la sicurezza sul lavoro 2021-2027, l’Esecutivo dell’UE parla di puntare a zero decessi correlati al lavoro. 

Ma l’obiettivo si potrà raggiungere a patto che vengano rispettai i punti chiesti dai parlamentari.

L’Italia del Climate Change: che succede?

L'Italia del Climate Change
foto delle alpi

Previsioni e conseguenze. Cosa possiamo fare per aiutare il Paese nell’Italia del Climate Change.

Mentre il Sud Italia aspetta con il fiato sospeso di conoscere la propria sorte circa rischio medicane, l’aumento progressivo delle temperature porta a chiedere cosa stia succedendo al Paese dal clima temperato che conosciamo.

Secondo l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, l’estate appena passata è stata la sesta più calda dal 1800.

Guardando al futuro, i climatologi non sono ottimisti: secondo il rapporto “Analisi del Rischio” sui cambiamenti climatici in Italia del CMCC, entro il 2050 le temperature aumenteranno tra i 2°C e i 5°C.

Le condizioni climatiche dello Stivale vengono così ridisegnate all’insegna di notti dalla temperatura mai inferiore ai 20°C e piogge intense alternate a periodi di siccità.

Quali conseguenze?

Acidificazione delle acque marine e aumento di dissesti. Questi sono solo alcuni dei pericoli in cui l’Italia del Climate Change rischia di incorrere.

Nel 2019 l’acqua alta a Venezia ha raggiunto il suo picco ed è previsto nei prossimi 100 anni un innalzamento del livello del Mediterraneo di 90 centimetri. Intanto, nei campi italiani la cimice asiatica distrugge le colture e le Alpi sono sempre più verdi.

A settembre, grazie all’azienda Morettino, l’Italia è entrata nella coffee belt quale zona più a nord. L’aumento delle temperature permette ora infatti di dedicarsi alle coltivazioni tropicali, come quelle di avocado, mango e papaya e, appunto, caffè.

Non subisce meno trasformazioni la biodiversità: 1000 specfie invasive sono entrate nel Mediterraneo dalle coste nordafricane. Scompare la totalità della bivalve pinna nobilis, habitat per altre specie ed endemica nei nostri mari.

Cosa possiamo fare noi?

Ognuno nel proprio piccolo può fare qualcosa e fare sì che la propria impronta sia quanto più leggera e verde possibile. Con la legge n. 204/2016 l’Italia ha ratificato l’Accordo di Parigi, grazie alla quale l’UE si è impegnata a mantenere il riscaldamento globale sotto il 2%.

Finora il nostro Paese è venuto meno a questa promessa. I costi della transizione ecologica sono alti, anche a livello sociale, e una maggiore responsabilità è un regalo che facciamo non solo a noi stessi.

Ridurre i consumi energetici e consumare minor quantità d’acqua non è retorica, ma impegno. Un impegno che tutti siamo chiamati ad assolvere e a cui non sottrarci è un dovere morale.

“Non esiste un pianeta B” gridano gli studenti del “Climate Change for Future”. L’Italia del Climate Change ci obbliga a guardare in faccia questa realtà.

Non c’è un pianeta B. Ricordiamocelo perché non ci si trovi a chiederlo anche in futuro. E allora sì che avremo l’acqua alla gola.

Assolto in appello per insufficienza di… fibre

corte appello milano - giustizia
dea della giustizia

La Corte d’Appello di Milano conferma l’assoluzione di Elio Gambini

Assolto anche in appello Elio Gambini, ex dirigente dell’Azienda dei Trasporti Milanesi. Era l’unico imputato nel processo per omicidio colposo, per le morti di sei lavoratori della municipalizzata e per presunte lesioni ad altri due dipendenti.

I sei dipendenti della ATM sarebbero stati esposti all’amianto nei tunnel della metropolitana e nei depositi per la sosta notturna dei mezzi di superficie, tra il 2009 e il 2015.

Il processo di primo grado

Il collegio della Quinta sezione penale, presidente Fagnoni, ha confermato l’assoluzione già emanata in primo grado dal Tribunale lombardo. Infatti, secondo il giudice Maria Idria Gurgo di Castelmenardo, nelle motivazioni depositate nel gennaio 2019, le prove emerse non erano sufficienti “in termini di misurazione delle fibre inalate dai singoli lavoratori”.

Inoltre, “sulla base delle conoscenze scientifiche” acquisite, ha scritto il magistrato, “può affermarsi che il momento in cui si verifica il completamento (…) del processo di cancerogenesi”, che conduce alla trasformazione della cellula normale in cellula neoplastica, “non è, né può essere, conoscibile”.

I parenti delle vittime reclamano giustizia

Per tutta risposta, «ancora una volta la magistratura con le sue decisioni, che rispettiamo – ha spiegato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto -, assolvendo per i casi di morte da amianto, ci lascia tutti sconcertati. Soprattutto i familiari delle vittime, che reclamano giustizia, che quindi si appelleranno alla Corte di cassazione».

La sentenza dei giudici della Corte d’Appello del capoluogo lombardo segue la stessa linea di verdetti precedenti che hanno visto assolti dirigenti di aziende imputati, secondo la Procura milanese, per morti causate dall’esposizione all’amianto nei luoghi di lavoro.

Per il Tribunale, poi, non è stato possibile individuare a chi “debba imputarsi la decisione di esporre i lavoratori all’agente patogeno nelle condizioni date e, nello stesso tempo, chi, avendo residui compiti di controllo, non li abbia svolti”.

Non c’era amianto nella metropolitana

Appello - metropolitana di milano
Per la ATM, non c’era amianto nei tunnel della metropolitana di MIlano

Nel corso del giudizio, sia le difese delle vittime sia la Procura Generale, hanno insistito per la condanna di Gambini. In primo grado il PM aveva chiesto 6 anni. «Dal 1960, via via in modo crescente, fino all’entrata in vigore della L. 257/92 (aprile 1993) – spiega Bonanni -, l’amianto ha avuto largo impiego. Nella metropolitana milanese, l’Atm non ha fornito né informazioni sul rischio amianto, né autorizzato l’uso di dispositivi di protezione individuale e collettiva ai lavoratori esposti. L’azienda è arrivata a negare addirittura la presenza dell’amianto nei luoghi di lavoro».

Serve la bonifica per fermare la strage

Bonanni spera «comunque, per ora e per il futuro, che questa strage sia fermata con la bonifica. Allo stesso tempo che si identifichino i responsabili. L’impegno mio personale, e quello dell’ONA, proseguirà senza sosta, per ora e per il futuro».

L’ex manager era assistito dai legali Caterina Malavenda e Paolo Grasso. L’Atm come responsabile civile era rappresentata dallo studio Mucciarelli.

Le motivazioni del verdetto di secondo grado saranno depositate entro novanta giorni.