Un nuovo modo per scoprire l’amianto sulle coperture degli edifici sono i droni. L’amministrazione del Comune di Parma ha utilizzato la tecnologia per preservare l’ambiente e tutelare la salute dei cittadini.
Il Comune ha incaricato alla ditta AeroDron il lavoro di mappatura dei siti contaminati. Ieri la società ha illustrato gli esiti del censimento. Alla conferenza stampa erano presenti Tiziana Benassi, assessora alle Politiche di sostenibilità ambientale; Romeo Broglia, Chief Operating Officer di AeroDron; Fausto Ugozzoli, Chief R&D, Business Dev. di AeroDron, e i tecnici del settore Tutela ambientale del Comune.
I droni scoprono 2434 coperture in amianto
“Dopo aver investito, negli ultimi anni – ha scritto Benassi su Facebook – ingenti risorse per rimuovere l’amianto dalle scuolee dagli edifici pubblici, con questo censimento, iniziato nel dicembre 2021, ci siamo adoperati per definire lo stato di fatto del territorio, con mappe di restituzione dello stato di conservazione delle coperture e della vicinanza a siti sensibili”.
Su 34.750 coperture censite, sono 2434 quelle che contengono amianto, per buona parte di piccole dimensioni, per le quali è possibile attivare il nuovo servizio gratuito introdotto da Città di Parma in convenzione con Iren Ambiente (info 800212607).
Droni, Benassi: “Nuove tecnologie indispensabili”
“Sulla base dei dati rilevati – ha continuato l’assessora – è finalmente possibile definire in modo efficace un Piano Pluriennale di intervento per attivare i necessari interventi di monitoraggio o di bonifica, sulla base delle priorità.
L’ambiente si misura e le nuove tecnologie sono indispensabili per avere numeri e risultati attendibili, con investimenti limitati. Sono inoltre un ottimo strumento per formare e coinvolgere studenti su temi rilevanti come l’innovazione e la tutela ambientale, come è stato fatto in questo caso specifico con ITIS Leonardo Da Vinci”.
Interventi a carico dei proprietari, ma previste agevolazioni
Ora saranno informati i proprietari degli edifici sui quali i droni hanno scovato l’asbesto. Questi dovranno effettuare la valutazione del rischio da ripetere periodicamente. Grazie a questa valutazione è possibile, infatti, capire se l’eternit (miscela di cemento amianto di cui sono fatte le onduline di copertura), siano o meno deteriorate. Nel caso in cui fosse ancora in buone condizioni è sufficiente un intervento di messa in sicurezza, tramite confinamentoe incapsulamento. Invece, se l’amianto fosse rovinato e avesse perso il potere aggregante lasciando le fibre aerodisperdersi nell’aria, l’unica soluzione è la completa rimozione e lo smaltimento.
Gli interventi di messa in sicurezza e la rimozione è, come previsto in Italia, a cura e spese dei proprietari. Questi ultimi potranno comunque beneficiare degli incentivi statali in tema di riqualificazione edilizia (superbonus e altre detrazioni).
A volte non riusciamo a dimagrire nonostante tutti gli sforzi. Il fenomeno si chiama stallo. Dove sbagliamo?
Quando non riusciamo a dimagrire
Dimagrire non è semplice come si pensa. Sono molti i fattori che incidono sul nostro peso. Ancora più sorprendente il fatto che non sempre dieta ed esercizio fisico ci fanno perdere chili. Anzi, in certi casi, vanno in direzione contraria ai nostri obiettivi.
A seguire, alcuni dei motivi per cui non riusciamo a progredire nella direzione sperata.
Mancanza di sonno
Diversi studi hanno dimostrato che la mancanza di sonno può aumentare il rischio di obesità e diabete.
Dormire poco e male, può inoltre incidere su alcuni ormoni: grelina, leptina e cortisolo, responsabili degli “attacchi di fame improvvisi”.
Quando ciò avviene, il metabolismo subisce una grossa frenata e noi ci sentiamo costantemente affamati.
Secondo la National Sleep Foundation, gli adulti di età compresa tra 18 e 65 anni, dovrebbero dormire circa 7-9 ore a notte. Per gli anziani sono sufficienti circa 7-8 ore di riposo notturno.
Occhio alla dieta
Una dieta equilibrata deve fornire il giusto apporto di proteine, grassi e carboidrati. Importante altresì controllare l’apporto calorico, per evitare di assumere più calorie di quelle che consumiamo.
Perché?
Il corpo richiede un certo numero di calorie per funzionare. Converte quelle in eccesso in grassi. Cosa che porta a un aumento complessivo del peso. La dieta andrebbe valutata accuratamente insieme a un nutrizionista o a un dietologo, che possa “cucirla” sartorialmente in base alle nostre peculiarità.
Acqua: una buona abitudine per chi vuole dimagrire
Bere mezzo litro d’acqua 30 minuti prima dei pasti, fa perdere circa il 44% di peso in più rispetto a chi non beve.
A sostenerlo, uno studio sulla perdita di peso, effettuato per un periodo di 12 settimane.
Plateau di perdita di peso: quando gli allenamenti non funzionano
Di solito si pensa che più sport facciamo, più bruciamo calorie, più dimagriamo.
Allenarsi eccessivamente provoca infiammazioni al nostro corpo.
Di conseguenza, non solo non riusciamo a perdere peso, ma in certi casi, addirittura, lo prendiamo.
Inoltre, il nostro corpo si adatta agli esercizi. Pertanto, dopo un periodo iniziale, diventa più difficile perdere i chili di troppo.
Questo fenomeno prende il nome di “plateau di perdita di peso”, cioè “stallo” , una fase di rallentamento o blocco della perdita di peso, che a volte ci fa recuperare addirittura qualche chilo.
La spiegazione dell’esperta
“Questo altro non è se non una difesa naturale del corpo, che risponde allo stimolo del dimagramento, percependolo come una minaccia alla sua salute e buon funzionamento e opponendosi ad esso. L’organismo funziona infatti secondo il principio dell’omeostasi, ovvero la capacità di mantenersi in equilibrio e funzionante anche quando perturbato da eventi esterni adattandosi ad essi” afferma la dottoressa Laura Ferrero, medico nutrizionista dell’Università diTorino.
In questi casi, l’organismo risponde frenando il metabolismo per limitare i danni dovuti dal troppo sport. Il sovrallenamento, o over training provoca l’innalzamento del cortisolo, con conseguente accorciamento dei telomeri, aumento dell’infiammazione, gonfiori, stati dolorosi e aumento della fame, dovuta a picchi nei livelli di zucchero del sangue. Risultato? Aumentano la ritenzione idrica e il catabolismo della massa muscolare (si perde quindi massa magra).
Meglio allora concedersi delle occasionali interruzioni dalla palestra e sostituire o semplicemente alternare l’allenamento con delle routine di bassa intensità, come lo yoga.
Conoscere il metabolismo a risposo
Il metabolismo a riposo (chiamato anche RMR), è l’energia richiesta dal nostro corpo per svolgere le funzioni basilari quando siamo a riposo. Queste funzioni essenziali includono la respirazione, la circolazione del sangue e le funzioni cerebrali di base. Conoscere il nostro tasso metabolicoa risposo, serve a stabilire il numero di calorie che bruciamo durante l’arco della giornata. Questo ci consente di stabilire la quantità effettiva di calorie necessarie.
Per calcolarle il nostro RMR, possiamo utilizzare delle app che tengono conto del nostro esercizio quotidiano e dell’attività (diversa da quella fisica/sportiva). In questo modo, sarà semplice determinare il numero di calorie bruciate quotidianamente.
Basta inserire l’altezza, il peso, l’età e il sesso e otterremo la “formula magica”. Ovviamente, anche le migliori calcolatrici RMR forniscono solo una stima e dovrebbero essere usate esclusivamente a scopo indicativo).
Patologie che non ci aiutano a dimagrire
Alcune condizioni mediche possono rendere molto più difficile perdere peso.
Su tutte l’ipotiroidismo, lasindrome ovarica policistica (PCOS) e l’apnea del sonno.
Alcuni farmaci possono anche rendere la perdita di peso più difficile, o addirittura possono farci ingrassare. Su tutti il cortisone.
Stress: un nemico giurato
Quando siamo stressati, perdere peso è davvero difficile.
Ad affermarlo è Rachel Goldman,Professore Associato Clinico del Dipartimento di Psichiatria della NYU School of Medicine, specializzata in salute e benessere.
“Lo stress produce l’ormone cortisolo, che, tra le altre cose, innesca la voglia di mangiare”, precisa la dottoressa. Inoltre, lo stress aumenta i livelli di insulina, che influisce sulla capacità di bruciare i grassi.
Come dimagrire, conclusioni
La chiave per perdere peso è mantenere il giusto deficit calorico attraverso una dieta sana e una miscela di esercizio aerobico e anaerobico.
Non sottovalutiamo poi l’importanza di un sano sonno ristoratore, preferibilmente senza interruzioni.
Infine, dedicare un’ora al giorno in attività rilassanti quali: yoga, meditazione o respirazione diaframmatica, farà il resto.
La finalità dell’ONA è, prima di tutto, la prevenzione. Solo così si può tutelare la salute e, allo stesso tempo, i diritti delle vittime. Ci sono diverse forme di tutela: prevenzione primaria, secondaria e terziaria.
Il notiziario amiantoè lo strumento di informazione, che è il primo stadio di qualsiasi forma di prevenzione. Inoltre è possibile richiedere una consulenza gratuita di tipo legale e medico.
Nel campo dei drammatici eventi riconducibili all’amianto, il caso Eternit è di centrale importanza. La notorietà della vicenda si spiega in gran parte per le dimensioni delle conseguenze catastrofiche per la salutee per l’ambiente. Questo anche a causa dell’attenzione mediatica che l’ha riguardata.
Il Tribunale di Torino, in data 13 febbraio 2012, condanna alla pena di 16 anni gli imputati Stefhan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne. Per i delitti di cui all’art. 434 co. 2 c.p. (disastro innominato doloso, aggravato dalla verificazione del disastro) e 437 co. 2 (omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, aggravata dalla verificazione di infortuni). In relazione agli eventi lesivi per la salute e per l’ambiente derivati dalla produzione di amianto in diversi stabilimenti operanti sino agli anni Ottanta nel nostro Paese. Sono quelli di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera.
Il Tribunale di Genova ha dichiarato falliti nel 1986 tutti gli stabilimenti di Casale Monferrato e Cavagnolo, Napoli-Bagnoli e Rubiera. I siti sono riconducibili alla holding Eternit Italia Spa prima di proprietà italiana, poi belga. Che fu ceduta a un gruppo svizzero di cui Schmidheiny e De Cartier erano ai vertici entrambi a partire dal settembre 1974.
Caso Eternit, la struttura della sentenza
La sentenza si compone di ben 713 pagine. Gran parte della motivazione descrive le condizioni di lavoro all’interno degli stabilimenti Eternit Italia, servendosi anche di testimonianze.
Sono servite a far emergere come il processo produttivo non rispettasse le più elementari regole precauzionali. Non solo nel periodo in cui l’azienda apparteneva al gruppo belga, ma anche nel periodo in cui apparteneva al gruppo svizzero. Un aspetto su cui si fa luce e fondamentale ai fini dell’imputazione è la dispersione delle polveri di amianto al di fuori dell’ambiente di lavoro.
Nella sentenza si distinguono modalità di dispersione di amianto comuni a tutti gli stabilimenti e modalità peculiari invece dei siti di Casale e di Cavagnolo.
Per quanto riguarda le prime, la sentenza rileva una serie di fonti diinquinamentodell’ambiente esterno alla fabbrica che si riscontrano in tutti i siti produttivi. Vale a dire le modalità di trasporto della materia prima, che avveniva su autocarri privi di copertura che percorrevano le strade cittadine. L’abitudine di affidare il lavaggio delle tute degli operai o il rammendo dei sacchi rotti ai familiari dei lavoratori. La polverosità creata dall’attività produttiva degli stabilimenti in tutta la zona adiacente all’impianto industriale. Le modalità di abbandono degli stabilimenti in seguito alla dichiarazione di fallimento di Eternit Italia.
Gli stabilimenti di Casale e di Cavagnolo
Oltre a queste, negli stabilimenti di Casale e di Cavagnolo vi erano altre fonti di dispersione dell’amianto al di fuori dell’ambiente di lavoro. Per quanto riguarda Casale, era usuale sino alla fine degli anni settanta l’abitudine di cedere gratuitamente o a prezzi assai contenuti a chiunque ne facesse richiesta il cd. polverino (cioè il materiale di risulta della tornitura).
Veniva utilizzato per pavimentare strade o cortili o come isolante nei lavori di costruzione o di manutenzione di edifici. A Cavagnolo, invece, era abitudine della popolazione il riutilizzo dei materiali di scarto, previa loro frantumazione, per sedimentare e rendere più agibili strade, aie e cortili.
Caso Eternit, le testimonianze dei lavoratori
Danno ben poco spazio all’immaginazione le testimonianze dei lavoratori durante il processo Eternit:
“Ho appreso successivamente, ma avevo già visto dal 1972, alcune cose: innanzitutto venivano o regalati o venduti, non so, ai lavoratori, dei sacchi vuoti per il trasporto dell’amianto, i sacchi di juta che arrivavano dalle miniere. Inoltre dei feltri, cioè dei tessuti spessi, che si usano sui macchinari e che dopo un certo tempo devono venire sostituiti, però sono ancora utilizzabili per altro, ma sono piene di fibre di amianto ed in particolare so che alcuni di questi feltri erano utilizzati come tappeti a casa dei lavoratori…” (deposizione Bontempelli, 28 giugno 2010, pag. 84 trascr.).
E ancora:
“Il polverino veniva prodotto regolarmente e i cittadini o i lavoratori che ne facevano richiesta, veniva dato… si dice gratuitamente, io avevo incontrato anche qualcuno che lo aveva pagato anche 100 lire a quintale”
Pubblico ministero: Questo in che periodo?
Teste: “Questo… verso la metà degli anni ’70, che l’aveva pagato 100 lire al quintale, con il motocarro…andavano a ritirarlo per i cortili, per i sottotetti quale coibentante, oppure veniva bagnato e poi si risolidificato quasi come cemento quindi si facevano magari l’aia, persino un’aia della chiesa, di Odalengo, un paese del Monferrato, si scoprì sette, otto anni fa, più o meno, che l’aia della chiesa era fatta di polverino, cioè gli usi erano molteplici.”
(pavimento cortile realizzato con il polverino di amianto a Casale Monferrato)
Art. 437 c.p.: sulle cautele contro infortuni sul lavoro
L’articolo 437 c.p. così recita: “Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni”.
“Quanto alla fattispecie primo comma, non necessita di particolare verifica perché che i danni che il reato esaminato in questa sede ha provocato sono così evidenti, da rendere superfluo affrontare la questione affrontata. La condotta consiste nella mancata adozione delle cautele richieste specificamente dalla normativa antinfortunistica, e più in generale di tutte le cautele imposte al datore di lavoro dall’art. 2087 c.c.”.
Per quanto riguarda il secondo comma, la sentenza spiega che la necessità del dolo rispetto all’evento-infortunio non significa che esso debba essere accompagnato da lesioni personali poiché non bisogna confondere il concetto di infortunio con quello di lesioni personali che ad esso possono conseguire, perché non è detto che, in tutti i casi di infortunio, si registrino anche delle lesioni, ben potendo ipotizzarsi un infortunio sul lavoro privo di lesioni personali.
(operaio al lavoro in una fabbrica di amianto senza protezioni)
Ex art. 434 c.p.: disastro innominato (ambientale e sanitario)
La motivazione relativa al reato di cui all’art. 434 c.p. prende le mosse dalla nozione di disastro fornita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 327 del 2008, secondo cui per disastro deve intendersi “sul piano dimensionale un evento distruttivo di proporzioni straordinarie, anche se non necessariamente immani, atto a produrre effetti dannosi gravi, complessi ed estesi. Sul piano della proiezione offensiva, l’evento deve provocare un pericolo per la vita o per l’integrità fisica di un numero indeterminato di persone”.
Così con riferimento a manifestazioni gravi o allarmanti di inquinamento, ritenute integrare un “disastro ambientale”. Ovvero in relazione a plurimi eventi lesivi ritenuti espressione, sulla base di indagini epidemiologiche, di un eccesso di mortalità rispetto ai coefficienti attesi (disastro sanitario).
La sentenza osserva come nel caso in esame l’accertamento della condotta necessaria per la fattispecie disciplinata dal primo comma dell’art. 434 assume un’importanza relativa. Perché non siamo in presenza di un fatto soltanto diretto a cagionare un disastro, bensì di un fatto che ha provocato un disastro di portata catastrofica. Come si evince dalla descrizione di quanto è realmente accaduto e continua ad accadere e dal numero delle persone offese, purtroppo non ancora definitivamente quantificabili.
La responsabilità di Schmidheiny e De Cartier
Gli imputati pur non ricoprendo alcuna carica formale dell’azienda in esame, furono accusati di essere perfettamente a conoscenza delle condizioni in cui tali stabilimenti si trovavano. Come pure della pessima qualità dei rispettivi ambienti di lavoro, della pericolosità delle specifiche lavorazioni, dell’elevata mortalità degli operai e dei cittadini che ne derivava.
Per quanto riguarda invece diffusione dell’amianto al di fuori dei luoghi di lavoro, vero è che non sono state realizzate personalmente dagli imputati, ma essi – sempre secondo l’accusa – ne erano a “piena conoscenza” e non ne hanno impedito la realizzazione.
Il 19 Novembre del 2014 la Corte di Cassazione annulla le precedenti condanne (anche quella di secondo grado), sulla base della prescrizione. È ora in corso il processo Eternit bis diviso in 4 tronconi. L’accusa verso Schmidheiny (De Cartier De Marchienne Louis nel frattempo è deceduto), è ora quella di omicidio colposo.
Processo Eternit bis Napoli
L’imprenditore anche nel processo incardinato a Napoli è stato, però, condannato soltanto per uno degli 8 decessi contestati, a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Per sei capi di accusa è intervenuta ancora la prescrizione, per un altro è stato invece assolto. In questo troncone, come in altri del processo Eternit bis, l’Ona – Osservatorio nazionale amianto, si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’associazione.
L’Ona è da sempre al fianco delle vittime e dei loro familiari, che ancora chiedono giustizia. L’amianto è stato ed è ancora per il Paese una ferita aperta. Con oltre 31mila decessi soltanto per mesotelioma, il tumore sentinella della presenza dell’asbesto, come riportato nel VII Rapporto ReNaM dell’Inail.
A queste vanno aggiunte tutte la altre malattie asbesto correlate, come spiegato dall’avvocato Bonanni nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. L’organizzazione punta anche alla bonifica dei siti contaminati e per questo ha realizzato una App per le segnalazioni. Tutti i cittadini possono utilizzarla.
La Regione Sicilia ha dato l’ok definitivo per destinare 10 milioni di euro alla rimozione e allo smaltimento dei materiali contenenti amianto nelle case private.
Il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha diffuso con soddisfazione la notizia e ha spiegato come si tratti dei fondi Poc 2014-2020, recentemente riprogrammati.
Rimozione dell’amianto nelle case, Musumeci: “Aiuto concreto”
“Con questo provvedimento – ha dichiarato Musumeci – diamo finalmente attuazione ad una legge regionale mai applicata nel passato. E forniamo un aiuto concreto ai siciliani che vogliono liberare i luoghi in cui vivono da un pericolo serio e costante.
Diamo loro una mano a sostenere costi significativi e garantiamo uno smaltimento in linea con le normative e nel rispetto dell’ambiente. Più sicurezza, dunque, e meno discariche abusive”.
Per l’accesso e l’erogazione dei contributi, l’amministrazione regionale pubblicherà uno specifico Avviso che definisce i criteri e le procedure per usufruire dei benefici.
Una notizia positiva se si pensa che in Italia ci sono ancora, 30 anni dopo la messa al bando dell’amianto, un milione di siti contaminati, 500mila chilometri di tubature contenenti asbesto e 2400 scuole da bonificare. In queste ultime studiano 350mila studenti e lavorano altre 50mila persone.
L’amianto in Italia
Dopo la Seconda guerra mondiale le aziende hanno prodotto 3 milioni e 800mila tonnellate di amianto grezzo, con un’importazione di circa 1 milione e 900mila tonnellate. Il successo commerciale, in particolare per i minerali crisotilo, crocidolite ed amosite, è stato determinato dalle caratteristiche tecniche peculiari. L’amianto è considerato “perfetto”.
Resiste al fuoco e al calore, all’azione di agenti chimici e biologici, all’abrasione e all’usura. I minerali risultano facilmente filabili e possono essere tessuti. Sono, inoltre, fonoassorbenti e termoisolanti. Si legano facilmente con altre sostanze (calce, gesso, cemento) e con alcuni polimeri (gomma, Pvc, etc.). Per questo è ancora presente in tante case.
Asbesto, altamente pericoloso per la salute
Purtroppo però è risultato altamente pericoloso per la salute. Due studi lo hanno dimostrato già negli anni ’40 e altri negli anni ’60, quando anche l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha definito cancerogeno. Nonostante questo le aziende non hanno interrotto la produzione e l’utilizzo. Soltanto nel 1992 la Legge 257 lo ha messo al bando. E’ stato così riconosciuto che causa il mesotelioma, ma anche tutta una serie di tumori e patologie asbesto correlate.
L’Ona – Osservatorio nazionale amianto, da oltre 20 anni, è al fianco delle vittime dell’amianto e dei loro familiari. L’associazione stima ancora oggi 7000 decessi l’anno causati dal suo utilizzo e dal fatto che per decenni non furono utilizzati dispositivi di protezione. Il fenomeno è ben delineato nell’ultima pubblicazione del presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni: “Il libro bianco delle morti da amianto in Italia – Ed.2022”. I casi di mesotelioma sono disponibili nel VII Rapporto ReNaM dell’INAIL, pubblicato soltanto qualche mese fa.
L’Ona ha realizzato una App per la segnalazione dei siti contaminati. Il suo presidente continua a spiegare che senza bonifiche la strage non si fermerà perché ancora troppe persone sono a rischio esposizione.
La sabbia rappresenta uno degli elementi più sfruttati dall’uomo e ogni anno ne vengono utilizzate circa 50 miliardi di tonnellate. Gli usi della sabbia sono molteplici, tra questi troviamo la realizzazione di cemento e altri materiali utili nell’edilizia.
Il motivo per il quale la sabbia è diventata preziosa quasi quanto l’oro o il petrolio, risiede nello sviluppo urbano. La continua estensione dei centri urbani determina una domanda altissima di cemento e affini. Per questi motivi la sabbia subisce un maggiore sfruttamento.
Ma le conseguenze di questo sfruttamento quali sono? Purtroppo l’estrazione selvaggia della sabbia dai nostri mari, dalle cave e dai nostri fiumi, ha un forte impatto sull’ambiente.
Non è solo una questione paesaggistica, ma anche di conseguenze catastrofiche che mettono alla prova l’uomo stesso.
Per esempio, se si estrae troppa sabbia dai fiumi si rischia di determinare inondazioni, soprattutto nella stagione delle pioggie.
Secondo studi scientifici lo smaltimento dei rifiuti derivanti dalla lavorazione dei minerali rappresenta la soluzione ideale per produrre sabbia minerale senza danneggiare i nostri paesaggi e mettere in pericolo i nostri centri urbani.
Lo studioso Pascal Peduzzi ha affermato che la sabbia minerale ha maggiore potenziale rispetto alle altre scelte. Si potrebbe quindi produrre di più e tutelare l’ambiente naturale.
Inoltre, la sostituzione della sabbia naturale con quella minerale potrebbe anche portare ad un ridimensionamento delle emissioni di carbonio.
Gli altri vantaggi legati alla produzione della sabbia artificiale sono di tipo economico. Infatti, le società minerarie sarebbero le prime a ricavarne un netto guadagno economico.
Oltre gli interessi ambientali ed economici occorre precisare che la soluzione proposta dagli studi scientifici andrebbe ad agevolare anche i Paesi in via di sviluppo.
Difatti, proprio questi Paesi potrebbero diventare tra i principali esportatori di sabbia mineraria.
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