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Militari della Marina morti per amianto, 6 richieste di condanna

militari della Marina
militari della Marina

Lunga requisitoria della Procura generale al processo di Appello “Marina bis” in corso a Venezia. Al termine della discussione, arrivata solo nel tardo pomeriggio, il pubblico ministero ha chiesto la condanna per i 6 imputati. La pena di giustizia, per la precisione, che sarà la Corte di Appello a quantificare.

Sul banco degli imputati siedono ex vertici della Marina Militare: Guido Venturoni, Agostino Di Donna, Angelo Mariani, Sergio Natalicchio, Mario Di Martino e Umberto Guarnieri.

Tutti sono accusati di omicidio colposo per la morte di 11 militari della Marina che, durante il servizio, hanno respirato amianto nelle navi dell’Arma. I loro familiari si sono costituiti parte civile e sono assistiti, tra gli altri, dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, coadiuvato dall’avvocato Maria Luisa Grecco.

Bonanni: “Morte di 982 militari solo punta iceberg”

“Ci aspettiamo una sentenza coraggiosa – ha detto l’avvocato Bonanni – che sia da monito per chiunque voglia mettere davanti alla salute dei lavoratori, compresi i militari, già esposti a molti pericoli, condotte che violano l’obbligo di tutela della salute, che vale per tutti, compresi i servitori dello Stato. La morte di 982 militari per mesotelioma, è solo la punta dell’iceberg rispetto ad una epidemia che è tutt’ora in corso, perché le bonifiche sono state tardive e incomplete. In questo momento, in cui ci sono venti di guerra, il ruolo delle Forze Armate è sempre più importante, e quindi dobbiamo salvaguardare i nostri uomini e donne, in divisa, da questi rischi del tutto inutili e inaccettabili”.

“Come Ona – ha aggiunto poi intervistato dal Tg3 Veneto dopo aver discusso come avvocato di parte civile – insistiamo per avere dignità e giustizia per le vittime. L’elemento fondamentale è che l’amianto era presente nelle navi e nelle basi a terra. Per questo fin dal 2010 le vittime sono state riconosciute come vittime del dovere“.

All’inizio del processo gli imputati erano 9, ora sono rimasti in 6, perché 3 sono deceduti: Guido Cucciniello, Luciano Monego e Francesco Chianura. Per loro il reato è estinto per morte del reo. In primo grado la sentenza era stata di assoluzione. Ora gli imputati attendono la sentenza di Appello che potrebbe arrivare prima dell’estate.

Il 27 aprile, infatti, è fissata la prossima udienza, durante la quale discuteranno gli avvocati della difesa e probabilmente i giudici disporranno un nuovo rinvio per repliche e sentenza.

Il nesso causale tra l’amianto e la malattia

Durante il dibattimento sono stati sentiti i consulenti del Tribunale, i periti Bruno Murer e Dario Consonni, che hanno ribadito la sussistenza di un rapporto causale tra l’esposizione patita da ogni singolo lavoratore e la relativa malattia. La sussistenza del nesso causale è stata valutata sulla base di tutta la documentazione disponibile, sia di natura sanitaria, sia relativa alle occasioni di esposizione ad amianto.

Lo stesso ministero della Difesa ha già riconosciuto il nesso causale in particolari condizioni ambientali ed operative e la patologia (in molti casi mesotelioma), che ha portato i militari al decesso, ammettendo, quindi, che tra gli anni ’60 e gli anni ’90 fosse presente amianto. Nesso causale riconosciuto da tempo anche dall’INAIL che ha equiparato questi militari morti a causa dell’amianto a vittime del dovere.

Il perito: I militari della Marina respiravano amianto

Importante ai fini del processo anche la perizia dell’ing. Laureni che ha ricostruito la situazione di esposizione all’amianto sulle navi militari dell’epoca, facendo una stima della presenza dell’asbesto che i militari respiravano ogni giorno.

Questo senza essere dotati di dispositivi di protezione, nonostante sia emerso in dibattimento che una mascherina costava all’epoca mille lire. Le mascherine “anche semplicissime – ha spiegato in aula il consulente Angelini – avrebbero diminuito l’inalazione di fibre di amianto”.

Militari della Marina senza dispositivi di protezione

I periti hanno effettuato, poi, un confronto con i Corpi di altri Stati che, negli stessi anni, già conoscevano la nocività dell’amianto. Alcuni avevano già iniziato ad utilizzare materiali alternativi che pure erano in commercio e distribuivano ai loro militari adeguati dispositivi di protezione. È agli atti, infine, la Circolare del Ministero della Sanità che, con un primo documento ufficiale, denunciò la lesività della fibra killer. Invece, dai dati emersi, sembra che la Marina Militare abbia continuato ad utilizzarlo e non abbia informato dei rischi gli appartenenti al Corpo fino al 1992, anno della messa al bando con la Legge 257.

L’assistenza alle vittime del dovere dell’Ona

L’Ona, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, è al fianco delle vittime dell’amianto e delle vittime del dovere, con un’assistenza legale gratuita. L’associazione si documenta e ha realizzato negli anni studi e pubblicazioni sul fenomeno che in Italia è purtroppo ancora attuale. Tra gli ultimi è possibile leggere “Il libro bianco delle morti da amianto in Italia – ed. 2022” che spiega come ai decessi per mesotelioma vanno aggiunti tutti quelli causati dalle patologie asbesto correlate.

L’associazione ha anche creato una App per le segnalazioni e per contribuire alla mappatura dei siti contaminati. Per richiedere una consulenza gratuita i cittadini possono utilizzare lo sportello on-line o il numero verde 800 034 294.

Eternit bis Napoli: Schmidheiny a processo per 8 morti

Stephan Schmidheiny
cautela asbesto

Si dovrà attendere ancora il prossimo 6 aprile 2022 per la sentenza del processo Eternit bis di Napoli che vede come unico imputato Stephan Ernest Schmidheiny. Imprenditore ed ex proprietario della omonima azienda.

In udienza questa mattina, presso la Corte di Assise del tribunale di Napoli, hanno discusso gli avvocati della difesa, Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva. È accusato dell’omicidio volontario (in questo troncone del processo Eternit bis), di 6 operai dello stabilimento di Bagnoli dell’azienda che prende il nome dal cemento – amianto e di 2 loro familiari.

La tesi difensiva

L’avvocato Alleva, in particolare, ha sottolineato in primo luogo come non ci sarebbe stata alcuna volontà da parte dell’imprenditore di accettare la morte (o anche soltanto assumersene il rischio), dei propri dipendenti in nome del profitto. Che le conoscenze dell’epoca non erano quelle di oggi. Ha citato la sentenza ThyssenKrupp in relazione all’elemento volitivo del dolo e ai suoi criteri identificativi.

Quindi ha spiegato come il mesotelioma sia un tumore che può essere facilmente confuso con altri. Ha fatto quindi l’esempio delle valutazioni effettuate sulla base di schede Inail. Facendo una revisione critica sulle diagnosi, ha spiegato come all’epoca fossero effettuate anche tramite semplici radiografie. Sarebbero invece serviti esami più specifici per avere la certezza che la causa fosse proprio l’amianto.

Si è servito poi di un cartellone per evidenziare le opinioni concordanti di tutti i consulenti sentiti in aula intervenuti sul periodo della “latenza convenzionale”. Voleva dimostrare che nessuno può essere certo di quale esposizione abbia causato nel singolo caso il mesotelioma, dato che il periodo di latenza andrebbe, secondo alcuni studi, dai 4 agli 85 anni.

Stephan Schmidheiny, lo stabilimento Eternit di Bagnoli

Il processo è in corso davanti alla Corte di Assise del tribunale di Napoli proprio perché l’accusa è quella di omicidio. I 6 lavoratori e le loro famiglie hanno respirato per anni le fibre e le polveri dell’asbesto utilizzato nell’azienda di via Cattolica, a Napoli, nella frazione di Bagnoli.

Il sito industriale aprì negli anni ’40, chiuse durante la guerra, per poi ripartire e restare attivo fino al 1985. Produceva lastre, canaloni, tubi e pezzi speciali per l’edilizia in eternit. Nel 1979 vi erano impiegati 534 operai.

Stephan Schmidheiny, i pm chiedono per lui 23 anni e 11 mesi

Durante la scorsa udienza, del 2 marzo 2022, i pubblici ministeri Anna Frasca e Giuliana Giuliano, dopo essersi convinte della responsabilità di Schmidheiny e aver ricostruito la storia dello stabilimento e delle 8 vittime dell’amianto, hanno chiesto per lui 23 anni e 11 mesi di reclusione.

Il dibattimento del processo Eternit bis (di primo grado), a Napoli è stato lungo e a tratti difficile. Emblematiche le testimonianze dei lavoratori in alcuni periodi addirittura costretti a coprirsi la bocca con i fazzoletti, perché non venivano fornite regolarmente le mascherine. Importante per l’accusa, invece, la testimonianza del fratello dell’imputato, che ha spiegato che in casa, nella sua famiglia, la pericolosità dell’amianto fosse nota e che, sempre secondo le sue dichiarazioni, i rischi sarebbero stati più volte insabbiati.

I pubblici ministeri, durante la lunga requisitoria, hanno escluso le aggravanti per l’imputato. Hanno però sottolineato il modo sprezzante di Ernest Schmidheiny di affrontare questa triste vicenda anche con la stampa.

L’Ona difende i familiari di 3 vittime

L’Ona – Osservatorio nazionale amianto, attraverso gli avvocati Ezio Bonanni e Flora Rosa Abate, si è costituita parte civile. Da anni l’associazione è al fianco delle vittime e delle famiglie per garantire loro assistenza medica e legale. Ha creato anche una App, per le segnalazioni, per contribuire a mettere in sicurezza i siti contaminati.

Le vittime dell’amianto possono utilizzare lo sportello on-line, o il numero verde 800 034 294, per richiedere all’Ona una prima consulenza gratuita.

Permacultura e orti sinergici: arte, tecnica e filosofia 

permacultura
uomo pratica la permacultura

La permacultura: antica pratica che fonde arte, tecnica e filosofia

permacultura e orti sinergici

Il pioniere della permacultura, una tecnica di “agricoltura naturale”, detta anche “del Mu” o “del non fare”, fu l’agronomo, microbiologo e fitopatologo giapponese Masanobu Fukuoka.

La tecnica consente al terreno di autoregolamentarsi in maniera non violenta, obbedendo ai suoi orologi interni, esterni, atmosferici, il cui vero motore è la Natura

Negli anni ‘30, Fukuoka, specializzato nell’analisi del suolo e nel trattamento delle malattie delle piante, lavorava come ricercatore scientifico in Giappone

Attraverso i suoi studi, mise in relazione l’abuso-uso agricolo-meccanico-chimico da parte dell’uomo, con il progressivo impoverimento del suolo. Fu così che inventò un metodo “rivoluzionario”.

Principi base della tecnica

Alla base della “filosofia” di Fukuoka c’è l’idea che la natura sia in grado di autoregolamentarsi, producendo i suoi frutti anche senza l’intervento dell’uomo.

Questo concetto affonda le sue radici negli insegnamenti del buddismo zen, secondo cui l’uomo dovrebbe intervenire solo il minimo indispensabile, inserendosi nel ciclo naturale senza cercare di forzarlo. 

Permacultura e orti sinergici

I principi fondamentali dell’agricoltura naturale di Fukuoka, arrivarono in Europa grazie a Emilia Hazelip, pioniera dell’agricoltura sostenibile e permanente. A lei il merito di aver applicato il metodo di Fukuoka nel campo della cosiddetta “agricoltura sinergica” e nella realizzazione degli orti sinergici. Parliamo di splendide creazioni botaniche, in cui arte e innovazione della tecnica si fondono per fornire un’alternativa all’agricoltura tradizionale e al settore biologico.

Rifacendosi agli insegnamenti del microbiologo giapponese, Emilia Hazelip sosteneva che riproducendo i processi naturali, si può fornire al suolo tutto ciò di cui ha bisogno. 

In pratica, si può organizzare un orto senza concimare, arare o estirpare le erbacce. Saranno infatti le piante stesse, nel corso di qualche anno, a restituire al suolo i principi nutritivi rubati. 

Risultato? Una coltura permanete ed eterna, “auto-rigenerativa e inesauribile”.

Permacoltura: perché si parla di “sinergia”?

Negli orti sinergici, piante diverse interagiscono fra di loro “sinergicamente”.

Elenchiamo i principi di questa straordinaria tecnica:

  • Non arare o zappare il terreno. La struttura degli orti consente di piantare senza bisogno di utilizzare attrezzi, e di raccogliere i frutti senza bisogno di piegarsi (più avanti entreremo del dettaglio). Le piante inoltre non vengono sradicate al momento della raccolta, bensì tagliate;
  • Le radici si lasciano decomporre naturalmente nel suolo. Il resto del lavoro viene svolto dalla fauna del sottosuolo, (lombrichi e altri insetti scavatori). Creando tunnel e spazi nei quali le radici si insediano con estrema facilità, gli animali smuovono e rendono morbido il terreno. In questo modo si evita di danneggiare la microfauna e di impoverire il terreno;
  • Non è necessario compattare il suolo;
  • Usare piante da sovescio. Questa pratica di “concimazione verde” rende il terreno sempre morbido. Le piante più adatte sono: Leguminose (anche Fabacee), Crucifere (anche Brassicacee) e Graminacee (anche Poacee). Si possono piantare insieme al massimo tre specie di piante diverse per ogni cerchio: almeno una leguminosa; una liliacea ed una verdura comune; 
  • Decomposizione e autofertilità. Le piante perenni convivono con quelle stagionali e la stessa pianta è presente in diversi stadi, anche decomposta, in quanto utile per nutrire gli altri esemplari, insieme a microrganismi, batteri, funghi e lombrichi. Si parla di “autofertilità” del terreno, poiché la terra è resa fertile oltre che dalle piante, anche dai microrganismi, batteri, lombrichi e funghi. Questa tecnica consente una miglior salute dell’intero sistema suolo-microrganismi-piante, esattamente come in agricoltura biologica ma con misure molto più incisive;
  • Non usare composti chimici. Il metodo Fukuoka non solo bandisce l’utilizzo di prodotti chimici, ma anche le aggiunte di letamecompost. I concimi servono quando il terreno viene impoverito dall’intervento dell’uomo, che ostacola i processi naturali di arricchimento del suolo;
  • Non eliminare insetti o erbacce. In natura non esistono insetti o piante dannose. I parassiti crescono in contesti squilibrati, laddove alcune varietà di piante non riescono a sopravvivere. Invece di eliminare erbe spontanee e insetti, danneggiando ulteriormente l’ecosistema, meglio lasciare che la natura faccia il proprio corso e adattarsi ad essa.

Struttura degli orti sinergici 

Gli orti sinergici sono dei bancali di terra a forma di cerchi concentrici, incorniciati da una struttura in muratura, ma anche di altri materiali.

La struttura portante è realizzata con impasto di calce e canapa, che solidifica con passare degli anni. Caratteristica che rende gli orti dei veri e propri monumenti permanenti.

I bancali sono alti 60 centimetri e profondi 1,20 circa.

Le piante devono essere posizionate a una certa distanza fra di loro, affinché non si soffochino a vicenda.

Ognuno organizza il bancale a seconda della lunghezza delle proprie braccia. In questo modo non è necessario chinarsi: basterà infatti flettere le gambe per raggiungere il centro del bancale e raccogliere i vari prodotti.

Rispetto all’orto biologico, che utilizza i mezzi agricoli ed ha bisogno di terra, (spesso contaminata  per via delle falde acquifere), la terra utilizzata all’interno dei bancali non presenta agenti inquinanti, perché è racchiusa all’interno dei “contenitori” in muratura.

Le tecniche di irrigazione della permacultura

L’acqua per l’irrigazione andrebbe mantenuta preferibilmente a temperatura ambiente e applicata  con la tecnica “a goccia”.

Ciò evita di bagnare le foglie delle piante (con il caldo perdono sali ) e si riduce anche lo choc termico dato sia dal caldo dei raggi solari, sia dal freddo dell’acqua.

Sul terreno viene disposto un tubo di 16 mm di diametro che circonda l’orto. Per ogni attacco idrico si pone una valvola per il controllo del flusso di acqua e una volta istallati, i tubi a goccia restano in loco perennemente. Nel caso in cui si otturino, basterà semplicemente fare altri fori.

I bancali e i corridoi devono sempre essere coperti di paglia, foglie secche e rametti naturali, che mantengono al suolo l’umidità d’estate ed il calore d’inverno (pacciamatura). Quando la paglia si decompone, produce miceli (filamenti vegetali, agglomerati filiformi di funghi) che proteggono le piante dagli aggressori microbiologici. Inoltre la cellulosa contenuta nella paglia, apporta carbonio utile ai microorganismi compatibili con la crescita delle piante e favorisce lo sviluppo di batteri benefici.

Perché la forma a “spirale”?

Poiché si tratta di una tecnica basata su una concezione di vita “filosofica”, si è pensato alla spirale perché essa, insieme con il sistema stellare intero ci trasmette un’energia grandiosa. Secondo i guru della meditazione orientale, se ci si mette al centro di una spirale, preferibilmente di notte, la nostra mente inizia a spaziare in mondi infiniti fino a raggiungere la Luce, fonte primaria di energia.

Permacultura: una tecnica che risale a epoche passate 

Pare che gli orti sinergici risalgano ad epoche antichissime, quando l’uomo viveva in perfetta sintonia con l’ambiente, all’interno di giardini permanenti. Secondo i botanici, anche i famosi cerchi di grano inglesi, i “crop circle” non sarebbero messaggi alieni, come ipotizzato di recente, ma dei veri e propri orti sinergici del passato.

Benefici della permacultura

  • Con questa tecnica si evitano le lavorazioni artificiali e si seminano una gran varietà di piante. Cose che favoriscono la fertilità del terreno anno dopo anno;
  • I prodotti ottenuto sono eccellenti in termini di qualità e sapore. Hanno inoltre una maggiore resistenza agli agenti patogeni;
  • Ma quel che è più interessante, è che questa tecnica restituisce alla terra, in termini energetici, più di quanto si prende, promuovendo i meccanismi di auto-fertilità del suolo e facendo dell’agricoltura un’attività umana sostenibile.

Ona: ambiente, salute e tecnica devono andare di pari passo

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ritiene che la salute vada tutelata sotto ogni punto di vista così come l’ambiente.

Fonti

 

La rivoluzione del filo di paglia Masanobu Fukuoka

The Natural Way of Farming– Masanobu Fukuoka

Gravidanza: come eliminare germi, batteri e veleni da frutta e verdura 

alimentazione
lavare le verdure e la frutta sotto il rubinetto

In gravidanza l’attenzione non è mai abbastanza 

Frutta e verdura, in gravidanza, possono veicolare batteri pericolosi. Ottima fonte di vitamina A, C, folati (acido folico) e sostanze antiossidanti, ma al tempo stesso possono veicolare pericolosi patogeni. I più diffusi sono: E Coli, Toxoplasma Gondii (che provoca la toxoplasmosi), Norovirus, Virus dell’Epatite A, Listeria monocytogenes. 

Altro pericolo proviene dai pesticidi. Oggi ci occuperemo di tre “nemici”: toxoplasma, listeria e pesticidi.

Nemico n.1: il Toxoplasma 

Il Toxoplasma gondii, un protozoo parassita che può colpire sia gli animali sia l’uomo, è particolarmente pericoloso in gravidanza. Contrarre l’infezione da Toxoplasma , dà origine ad una patologia nota come toxoplasmosi. 

Nelle persone sane, la malattia spesso si manifesta in maniera asintomatica. Al massimo si possono verificare semplici sintomi influenzali. 

Discorsi diverso per i soggetti debilitati e per le donne in stato di gravidanza. La toxoplasmosi può causare delle complicazioni anche gravi. In particolare nelle donne in gravidanza può provocare aborti spontanei, malformazioni o gravi lesioni cerebrali del feto.

Nemico n. 2: Listeria

Altro pericolo deriva dal Listeria monocytogenes. Il batterio scoperto fu per la prima volta in Australia nel 1924 ed è molto diffuso nell’ambiente. 

E’ presente anche nell’intestino di molte specie animali e dell’uomo. Può contaminare tutti gli alimenti crudi e riesce a crescere perfino nei cibi refrigerati. 
L’infezione si contrae attraverso l’ingestione di alimenti contaminati dal batterio. Grazie alla presenza dei suoi lunghi flagelli, si muove con estrema facilità e può passare facilmente attraverso l’intestino. 

Come nel caso della toxcoplasmosi, in individui sani la malattia si manifesta con una sindrome simil-influenzale. Si può al massimo avere qualche linea di febbre e altri sintomi non specifici (affaticamento e dolori vari). 

Nelle donne in gravidanza, l’infezione può però avere serie conseguenze sul feto causando listeriosi congenita, parto prematuro, aborto o morte fetale.

Nemico n. 3: pesticidi

Pesticidi o prodotti fitosanitari (insetticidi, acaricidi, fungicidi etc.), spray e fertilizzanti, hanno portato all’umanità molti vantaggi:

  • Hanno eliminato malattie come la malaria, la malattia del sonno, la febbre gialla;
  • Hanno favorito un maggiore produzione agricola atta a fronteggiare l’aumento della popolazione mondiale. 

Accanto a questi vantaggi, i pesticidi presenti in frutta e verdura possono a loro volta nuocere alla salute, soprattutto se ingeriti in gravidanza. Uno studio del 2018 condotto dall’American Psychological Association (APA), ha evidenziato che potrebbe esserci un legame tra infertilità e il consumo di frutta e verdura contenenti alti residui di pesticidi. Sebbene gli effetti su donne già in gravidanza non siano stati interamente studiati, l’esposizione ai pesticidi nell’aria è stata messa in relazione con i problemi di sviluppo nei bambini.

Consigli da seguire in gravidanza

Veniamo al lato pratico della questione. Cosa si può fare in gravidanza, per evitare certi rischi?

Gravidanza: come lavare frutta e verdura
  1. Se l’alimento è particolarmente sporco, è una buona pratica lavarsi le mani dopo averlo toccato;
  2. Immergere nell’acqua la verdura, l’insalata e la frutta, non basta. Spesso germi e batteri rimangono sulla superficie degli alimenti e possono essere trasferiti all’interno mentre vengono tagliati. È importante risciacquare, spazzolando la buccia sotto un getto d’acqua corrente per almeno un minuto. Meglio immergere frutta e verdura in una bacinella con acqua e bicarbonato. Poi bisognerà lasciare il tutto in ammollo per 15/20 minuti, prima di risciacquare con acqua corrente tiepida (o fredda se si tratta dell’insalata, per mantenerne la friabilità). Lavare le verdure con il bicarbonato, può essere efficace nel caso in cui si vogliano eliminare terra e sporcizia. Purtroppo però, il bicarbonato non elimina i patogeni pericolosi per le donne in stato interessante;
  3. Fare attenzione alla rucola, perché la conformazione delle sue foglie protegge i microorganismi;
  4. I batteri possono proliferare sia sulla buccia esterna sia nelle fessure. Dunque bisognerebbe sempre tagliare le aree danneggiate o ammaccate;

Ulteriori consigli

  1. I batteri possono entrare nei semi dei germogli attraverso le fessure. Meglio evitare di consumare germogli crudi di qualsiasi tipo (soia, erba medica, trifoglio, ravanello e fagioli mung);
  2. I detergenti chimici non devono essere utilizzati per lavare frutta e verdura. Meglio optare per l’amuchina (quella specifica per gli alimenti);
  3. Fuori casa, meglio evitare di consumare frutta e verdura cruda. Le insalate del ristorante possono spesso contenere germogli crudi. In questo caso, sarebbe opportuno chiedere che i germogli grezzi non vengano aggiunti al cibo;
  4. Stesso discorso vale anche quando si acquistano prodotti su cui c’è scritto “pronto da mangiare”. Un rapporto pubblicato nel 2010 ha evidenziato che oltre il 39% dei campioni di insalate pre confezionate, presentavano diversi tipi di contaminazione batterica. Una delle più pericolose era quella del Listeria.

Cross contaminazione 

Altro rischio deriva dalla cosiddetta “cross-contaminazione”. 

In questo caso, il trasferimento di microrganismi potenzialmente nocivi tra alimenti, si verifica quando vengono a contatto tra loro frutta e verdura lavate, con altri vegetali non lavati. Ma anche con prodotti di origine animale crudi, utensili e superfici di lavoro sporche, venute a contatto con il prodotto stesso prima del lavaggio.

Succhi di frutta 

Per quanto riguarda i succhi di frutta, meglio optare per dei succhi pastorizzati o trattati per uccidere i batteri nocivi. 

Il succo pastorizzato deve essere refrigerato o congelato. Si trova confezionato in brick, scatole, bottiglie o lattine. 

Per essere sicuri che i succhi siano pastorizzati basta leggere l’etichetta.

I succhi freschi in vetro, anche quelli che si bevono al bar, potrebbero non essere pastorizzati.

Ona e salute 

ONA: la salute è importante sotto tutti i punti di vista

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ritiene che la salute vada tutelata sotto ogni punto di vista così come l’ambiente.

 

Fonti

fonte: NHS National Health Service

fonte: JAMA Journal of the American Medical Association

The conversation https://theconversation.com/us/topics/bacteria-406

Link to Royal College of Obstetricians and Gynaecologists patient information leaflet (PDF)
https://www.rcog.org.uk/globalassets/documents/patients/patient-information-leaflets/pregnancy/pi-gbs-pregnancy-newborn.pdf

L’amianto nella storia, da materiale a killer impietoso

amianto nella storia
amianto nella storia, lava

L’utilizzo di amianto nella storia risale addirittura al Neolitico. Maghi ed alchimisti lo hanno inserito tra i loro elementi d’effetto ed è rimasto “pozione magica”, e quindi poco diffuso, fino alla rivoluzione industriale.

Con il termine amianto si indicano circa 30 minerali naturali a struttura fibrosa. L’uomo ha impiegato già dall’antichità sei di questi, per le loro caratteristiche. Sono la crocidolite, l’amosite, l’antofillite, l’actinolite, la tremolite ed il crisotilo. I più utilizzati sono stati l’amosite, la tremolite e il crisotilo.

Amianto nella storia: l’uso durante la preistoria

Gli archeologi lo hanno trovato in frammenti e oggetti risalenti alla preistoria, in particolare al 2500 a.C., al Neolitico, in Finlandia, Russia e Norvegia. La storia dell’amianto ha coinvolto anche l’Antico Egitto. Gli egizi lo hanno utilizzato per fabbricare i tessuti per avvolgere i sovrani nelle pire, perché riusciva a tenere separate le ceneri del defunto dal resto del rogo. Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.), lo racconta nella sua opera “Naturalis Historia”. Lo stesso scrittore descrive come fosse usato anche per attutire il rumore durante il taglio degli alberi, avvolgendoli appunto in un panno d’amianto.

Gli antichi greci lo utilizzavano anche come stoppino per alimentare le lampade. Grazie al suo utilizzo l’olio veniva cambiato una sola volta l’anno, nonostante restasse sempre acceso.

Il termine amianto compare, poi, in alcune ricette esoteriche e alchemiche del III e IV secolo d.C.

Se ne parla anche durante tutto il Medioevo e Marco Polo ne “Il Milione” spiega come nella provincia cinese di Chingitalis, si impiegasse per filarne tovaglie.

L’amianto usato per fini terapeutici

Tra il Medioevo e l’età moderna i medici lo utilizzarono per fini terapeutici. Nel ‘600 il medico naturalista Boezio lo usa per un unguento per il “lattime” e per ulcerazioni alle gambe. L’amianto era contenuto nei farmaci fino agli anni ’60. In una polvere per la sudorazione dei piedi e in una pasta dentaria per le otturazioni e il mal di denti.

L’amianto e la rivoluzione industriale

Fu proprio l’Italia che, all’Esposizione Universale di Parigi nel 1878, presentò alcuni campioni del minerale. La nostra Penisola continuò ad essere il primo produttore. Fino a quando, sul finire del secolo, non si scoprirono giacimenti più ampi di quelli italiani e ricchi di materiale più pregiato in Canada, Zambia, Zimbabwe, Australia e Russia.

La rivoluzione industriale cambia in maniera esponenziale le abitudini e quello che prima era appannaggio di pochi diviene nelle possibilità di molti. La domanda aumenta e con questa la necessità di rispondervi. L’amianto era, in Italia, un elemento che si trovava in natura in grande quantità. Era facilmente estraibile e aveva caratteristiche ottimali essendo ignifugo e fonoassorbente. Poteva inoltre essere mescolato ad altri materiali rendendoli più resistenti e più flessibili. Per questo il suo impiego divenne sempre maggiore. Veniva poi utilizzato in grande quantità nelle macchine a vapore, che erano il centro della rivoluzione industriale.

Amianto storia dell’Eternit nel mondo

Nel 1901 nasce l’eternit, un composto formato da cemento, amianto brevettato dall’austriaco Ludwig Hatschek.

Lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato (in Piemonte), aprirà nel 1907, fondato dall’ingegnere italiano Adolfo Mazza che costruì, nel 1912, la prima macchina per la produzione di tubi a pressione in cemento–amianto.

Nel 1915 nacquero le famose fioriere e nel 1933 le lastre ondulate che sono ancora sui tetti degli edifici italiani. L’asbesto si utilizzò poi fino agli anni ’70 nelle tubature e nella costruzione degli acquedotti.

Venne impiegato anche, purtroppo, in luoghi pubblici come scuole, ospedali, palestre, cinema e in tutti i settori industriali. Questo anche per la sua proprietà ignifuga. Nel 1903, infatti, in seguito ad un incendio che aveva causato 83 morti, i materiali infiammabili della Metropolitana di Parigi furono sostituiti con manufatti contenenti amianto, compresi i freni delle carrozze. Lo stesso avvenne nella metropolitana di Londra e poi nel 1932 per la coibentazione del translatlantico Queen Mary. In Italia, nella seconda metà degli anni ’50, si coibentarono con l’amianto le carrozze ferroviarie, fino ad allora isolate con sughero.

L’Austria inizia a produrre cemento-amianto nel 1893. Nel 1912 un ingegnere italiano costruisce per primo una macchina per la produzione di tubi in cemento-amianto.

Nocività dell’asbesto già nota nei primi del ‘900

Le persone che avevano a che fare con l’amianto sospettavano già nei primi anni del ‘900 che fosse dannoso per la salute. I primi casi di malattie legate all’inalazione di amianto sono riportati in Francia e in Gran Bretagna nel 1906: si parlava di fibrosi polmonare associata all’esposizione ad amianto. L’alto numero di malattie legate alle vie respiratorie tra chi lavorava l’amianto erano indicative.

Dopo una prima indagine epidemiologica sistematica condotta da Doll sui tessili inglesi del 1955, si è cominciato ad ammettere una correlazione tra l’esposizione a fibre di asbesto e l’insorgenza di tumori polmonari.

Wagner e collaboratori osservarono e registrarono, nel 1965, 47 casi di mesotelioma nei 5 anni precedenti in una zona dove c’erano piccole aziende che trattavano amianto. Nel 1965 furono pubblicati gli atti della Conferenza del 1964 organizzata dalla New York Academy of Sciences sugli effetti biologici dell’asbesto.

Mesotelioma e patologie asbesto correlate

Oggi è ormai assodato che l’amianto provoca infiammazioni, asbestosi, il mesotelioma (tumore sentinella) e tutta una serie di patologie asbesto correlate.

E’ comunque difficile per le vittime dell’amianto veder riconosciuti i propri diritti e adeguati risarcimenti per le sofferenze a cui sono sottoposte. Per questo l’Ona – Osservatorio nazionale amianto, tramite il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, è al fianco delle vittime. Anche con una prima assistenza legale gratuita. Ha anche creato una App apposita per realizzare una mappatura.

Purtroppo la lunga latenza delle malattie e i ritardi nelle bonifiche hanno fatto sì che di amianto, ancora oggi, nel 2022, si continua a morire. L’Inail nel suo VII Rapporto ReNaM ha delineato tutti i casi di mesotelioma fino al 2018. A questi, come ha spiegato il presidente dell’Ona ne “Il libro bianco delle morti da amianto in Italia – ed. 2022“, vanno aggiunte tutte le morti causate dagli altri tumori derivati dall’esposizione all’amianto.