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Celio e i laghetti sotterranei

Celio
Celio

Al Celio, sotto la basilica dei Santi Giovanni e Paolo, si nasconde un sotterraneo poco conosciuto e misterioso: un labirinto di laghi di acqua purissima.

Celio e il Tempio del Divino Claudio

Il Celio è uno dei sette colli dell’antica Roma. Qui, alla morte dell’imperatore Claudio (54 d.C), avvelenato da un piatto di funghi cucinati dalla “dolce” consorte Agrippina Maggiore, fu edificato il Tempio del Divino Claudio.

Costruito su un podio di dimensioni gigantesche (180 x 200 metri), al di sotto della monumentale piattaforma esiste un sotterraneo talmente grande da poter contenere l’intero Colosseo.

L’area è stata mappata e studiata da Roma Sotterranea tra il 2004 e il 2006, su incarico della Soprintendenza Speciale per i beni Archeologici di Roma.

Cosa nascondono i sotterranei?

I cunicoli del Celio

Nei misteriosi sotterranei si trovano tunnel, cave e gallerie, forate da pozzi idraulici con pedarole per la discesa, scavati fin dal IV secolo a.C. 

I pozzi sono in tutto sedici, suddivisi in due tipologie:
1) alcuni erano utilizzati per portare in superficie il tufo. Essi sono larghi e si fermano a diversi metri dal suolo;

2) gli altri (la maggioranza) misurano circa 90 cm di diametro arrivano fino al suolo.

Essi sono stati tutti tagliati dall’attività di cava, quindi sono precedenti alla cava che vediamo oggi. Ma non è tutto! In un percorso di circa due chilometri, con volte che variano da uno fino a otto metri, scorrono due suggestivi laghetti, la cui temperatura si aggira costantemente tra i 10 e i 12 gradi.

Un patrimonio sotterraneo

Scendendo nei sotterranei si ha l’impressone di essere catapultati in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo: nessun rumore cittadino! Si può sentire esclusivamente il gocciolio ritmico delle percolazioni naturali.

Sono loro che da 1600 anni plasmano le stalattiti di cristalli cangianti, alimentando altresì i laghetti.

L’acqua limpida del Celio

Carlo Cusin, architetto dell’associazione di speleologi Roma Sotterranea afferma: «È acqua limpida. Le analisi chimiche hanno rivelato che è batteriologicamente purissima e nel buio tagliato dalle luci delle torce, questi bacini d’acqua appaiono come uno spettacolo».

Da dove provengono i laghetti del Celio?

Con ogni probabilità l’acqua proviene da «una falda acquifera superficiale, alimentata nel tempo anche dalle infiltrazioni d’acqua, purificata dallo strato di tufo»– spiega Carlo Cusin – «per questo il livello dei bacini varia in base alle stagioni e alle piogge. La siccità infatti ne ha prosciugato alcuni».

Antiche testimonianze

Sulle pareti si possono notare delle piccole fessure.

Esse servivano agli operai per appoggiare le loro lucerne ad olio ed effettivamente, si vedono delle bruciature risalenti a duemila anni fa.

Poi ci sono altre nicchie “misteriose”, che forse venivano riempite con acqua per rinfrescare i lavoratori durante le operazioni di scavo. 

A cosa serviva il tufo?

Il tufo estratto era utilizzato molto frequentemente nel settore edile. Le scaglie di tufo (caementa) immerse nella malta davano luogo infatti all’opus caementicium, materiale impiegato per le pavimentazioni di epoca repubblicana.

Fortunatamente i nostri antenati maneggiavano solo tufo e non amianto!

I rifiuti abbandonati sotto al Celio

In epoca medievale furono scavati dei pozzi per agevolare l’estrazione del tufo.

Successivamente, quando sopra al podio del Claudium fu costruito il convento dei Padri Passionisti, chi ha eseguito i lavori di restauro ha utilizzato i pozzi dei sotterranei come discarica.

La triste fine del Tempio del Divino Claudio

Nel 64 d.C. a Roma scoppiò un grande incendio. Nerone fu accusato di essere l’autore e di aver commissionato l’atto allo scopo di concedersi lo spettacolo di una nuova Troia in fiamme.

L’incendio gli offrì il pretesto per cambiare l’urbanistica della zona (Palatino, Esquilino, Celio) e realizzare la sua Domus Aurea. 

Fu così che il nuovo imperatore demolì il tempio di Claudio e trasformò il lato orientale del podio, quello che si affaccia sull’odierna via Claudia, in un gigantesco Ninfeo alimentato da una derivazione dell’Aqua Claudia.

Molti interrogativi senza risposte sui sotterranei del Celio

Ad oggi, sono molti i quesiti irrisolti sui sotterranei dei sotterranei del Celio. 

Per avere maggiore chiarezza sulla vera dimensione dei sotterranei, al momento sconosciuta per via di molti accessi sigillati dal tufo, sarebbe necessario svolgere delle indagini più approfondite.

Peccato che il tempio di Claudio e i suoi sotterranei facciano parte della giurisdizione ecclesiastica.

Solo il Vaticano può concedere il permesso per effettuare ulteriori scavi archeologici.

Salerno, maltempo scoperchia materiali con amianto

Salerno
Salerno

L’arrivo del maltempo nei giorni scorsi al sud ha creato problemi anche relativi all’amianto accatastato e non smaltito. È accaduto in particolare a Salerno dove il vento ha scoperchiato i teloni apposti sui materiali della demolizione dell’ex istituto Sacro Cuore.

Salerno, amianto nelle tubature dei sanitari

La scuola parificata è stata buttata giù e al suo posto la ditta incaricata realizzerà immobili residenziali. Il privato, però, ancora non ha bonificato l’area e il materiale è ora in balia delle intemperie. Quello che preoccupa i residenti è la presenza di amianto, per di più sbriciolato.

Sarebbe quello delle tubature dei bagni che erano state realizzate in amianto e che non sono state tolte prima della demolizione e smaltite separatamente.

Il materiale, altamente cancerogeno, va rimosso e smaltito secondo regole ben precise e soltanto da ditte specializzate incluse in uno stretto elenco riconosciuto. L’asbesto è, infatti, riconosciuto pericoloso ed è stato messo al bando in Italia nel 1992, con la legge 257, come ha spesso ricordato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto.

L’unica soluzione è lo smaltimento

È possibile approfondire la storia dell’uso delle fibre killer ne: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”, in cui il presidente Ona, non solo ha ripercorso gli studi scientifici che dimostrano il nesso causale, ma ha anche stimato il numero delle vittime che è arrivato a 7mila l’anno. Il VII rapporto ReNaM, infatti, conta solo i casi di mesotelioma e i dati non sono aggiornati.

L’unica soluzione per preservare la salute dei cittadini e tutelare l’ambiente è bonificare. L’amianto causa, infatti, il mesotelioma e tutta una serie di patologie asbesto correlate. Per questo l’Ona ha realizzato anche una App per segnalare i siti contaminati.

Il Comune di Salerno ha sollecitato la bonifica

Il Comune di Salerno ha sollecitato le operazioni di bonifica del sito. È stata emessa un’ordinanza a carico della società che sta gestendo i lavori. Dovrà ripulire al più presto l’area assicurando la sicurezza degli operatori e dei residenti della zona.

Gesù: gli insegnamenti segreti nel Vangelo di Tommaso

Gesù
Gesù e San Tommaso

Nel Vangelo di Tommaso possiamo leggere 114 detti attribuiti a Gesù. L’antico testo non è tuttavia stato incluso nei Vangeli canonici. Scopriamo perché.

Gesù secondo Tommaso

Gesù avrebbe pronunciato 114 (o 121 a seconda della numerazione proposta dagli studiosi moderni) sentenze molto importanti. Esse si trovano nel Vangelo di Tommaso, un testo più antico della Bibbia, escluso dai Vangeli canonici del Nuovo Testamento.

Scritto probabilmente tra il 140 e il 300 d.C, del volume si era persa ogni traccia e secondo alcuni studiosi, avrebbe attinto alla cosidetta “Fonte Q”, raccolta di detti di Gesù che circolava in forma orale.

Fu ritrovato in Egitto nel 1945 (abbandonato in un antico cimitero) e tradotto dal copto al greco. A scoprilo, un ragazzo che stava cercando del fertilizzante. 

Il manoscritto scomparso si trovava all’interno di un vaso di argilla sigillato. Altri dodici vasi contenevano dei testi su papiro: i famosi manoscritti di Nag Hammadi.

Gesù e il segreto dell’illuminazione spirituale

Fin qua nulla di strano. La cosa che stupisce è che nel Vangelo di Tommaso, la salvezza si può raggiungere attraverso la conoscenza e la comprensione della verità. 

Non si mansionano le opere o gli atti di fede, professati dalla Chiesa cattolica.

Gesù insomma appare più come un “mistico”, un maestro spirituale che avrebbe insegnato ai suoi discepoli il segreto dell’illuminazione spirituale.

Il Vangelo degli gnostici 

Bandito dalla Chiesa, a tramandare il Vangelo di Tommaso furono gli “gnostici” (dal greco γνῶσις “gnòsis”, “conoscenza”).

Secondo i suoi seguaci, Gesù sarebbe stato un essere altamente illuminato, sceso sulla Terra per insegnare agli uomini la via della liberazione dalle illusioni materiali.

Cosa significa esattamente questo concetto?

In pratica, attraverso un percorso spirituale, chiunque può elevarsi su un piano trascendentale e connettersi intimamente alla “Sorgente”. Facile intuire come mai questa visione potesse far tremare la Chiesa, lo storico intermediario tra Uomo e Dio.

“Il regno è dentro di voi”

Una delle affermazioni riporta “Il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi sarete conosciuti e saprete che siete figli del Padre vivente”.

Un concetto che richiama la “legge di attrazione e vibrazione”

Insomma, il Regno dei cieli è eterno. Esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi per coloro che saranno capace di entrarvi e connettersi con la mente “pulsante” che ha creato l’Universo.

Come connettersi alla “sorgente”

Quando di due farete uno solo, diventerete figli dell’Uomo e se direte ‘montagna spostati‘, quella si sposterà”.

Nel Vangelo di Tommaso, Gesù spiega che per connettersi con la “Sorgente eterna” della creazione, bisogna raggiungere l’armonia tra pensieri ed emozioni. Solo superando ogni dualismo mentale, ogni conflitto interiore, possiamo essere “Uno”, proprio come Dio.

Gesù: essere pieni di luce

“Perciò io dico, quando uno sarà indiviso sarà ricolmo di luce ma quando è diviso sarà ricolmo di tenebre”.

Questa frase invita ancora una volta al superamento delle dualità: per influenzare il mondo esterno dobbiamo riconoscerlo come parte di noi.

Come entrare nel Regno dei cieli?

Nel versetto 22 del Vangelo di Tommaso, i discepoli di Gesù, chiedono al Messia come fare per entrare nel Regno dei cieli.

La risposta: “quando farete del due Uno e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno e il sopra come il sotto e il sotto come il sopra”.

Ancora una volta, il rimando alla legge di attrazione e vibrazione è evidente. 

Dal momento che abbiamo parlato di questa legge per ben due volte, facciamo chiarezza sull’argomento.

La legge di attrazione

Gli insegnamenti esoterici sostengono che mente e materia sono distinti ma non separati. Gli oggetti fisici sono pensieri condensati da una Mente originaria e fanno parte di un’unica coscienza universale.

I nostri pensieri e sentimenti si propagano nello spazio e nel tempo come onde di forza magnetica, attirando determinate cose nella vita, in base alla frequenza che emanano.

Se i nostri pensieri hanno una frequenza “bassa” attireremo eventi negativi. Viceversa, se hanno una frequenza “alta” attireremo eventi positivi. 

Il meccanismo ricorda quello del diapason, lo strumento acustico che serve ai musicisti per accordare gli strumenti musicali. Quando una frequenza dinamica entra in contatto con ciò che contiene la stessa frequenza in forma statica, essa inizierà a vibrare.

Per questo è sempre bene focalizzarsi su frequenze vibrazioni “giuste” e confrontarsi con persone “positive”

Il detto “chi pratica lo zoppo impara a zoppicare” è abbastanza descrittivo in questo senso.

Gesù e i segreti della manifestazione nel versetto 8

Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato, perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato”.

E ancora “l’uomo è come un pescatore saggio che gettò la rete in mare e la ritirò piena di piccoli pesci. Tra quelli, il pescatore saggio scoprì un ottimo pesce grosso. Rigettò tutto gli altri pesci in mare e potè scegliere il pesce grosso con facilità”.

Questi versi ci fanno capire che solo focalizzandoci su quello che vogliamo, le circostanze della vita ci porteranno nella giusta direzione, in modalità che talora possono sembrarci “miracolose”.

I cinque alberi del Paradiso 

“Perché vi sono cinque alberi nel Paradiso. Non mutano in inverno e in estate e le loro foglie non cadono. Chiunque li conoscerà non sperimenterà la morte”.

I cinque alberi si riferiscono ai cinque sensi non disturbati da distrazioni esterne.

Quando riusciamo a farli lavorare sincronicamente, si genera un campo mentale molto potente, in grado di portarci verso la direzione giusta.

Conclusioni

Leggendo il Vangelo apocrifo di Tommaso non possiamo che trovare stimoli sempre attuali e pratiche che possono effettivamente segnare in modo indelebile il nostro cammino.

Il suo ritrovamento è scomodo? A voi l’ardua sentenza!

Fonti

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“Dimash Kudaibergen: la più bella voce del mondo”

Dimash
Dimash

Dimash: con un’estensione vocale, che comprende 6 ottave e una nota, raggiungendo la nota D8 (fischio del delfino) è stato definito “la voce più bella del mondo”.

Dimash: un’estensione vocale unica 

Dimash Kudaibergen. Nato a Aqtöbe (Kazakistan) il 24 Maggio 1994 è un giovane cantautore e polistrumentista famoso per la sua straordinaria voce.

Per certi versi, ricorda Farinelli “il Dio del Belcanto”, la cui estensione andava dal La2 al Do5.

Quella del giovane kazako comprende 6 ottave e 1 nota. Con un range vocale che inizia da C2 (in “The love of tired swans”) e arriva a D8, detta la “fischio di delfino”, (in “Unforgettable Day”-Live Gakku).

Raggiunge insomma tutti i registri vocali esistenti, dalle note di basso alle note di fondo del baritono registro e, a salire, i vari registri di tenore, controtenore e i più alti tipici femminili di soprano.

Supera per intenderci Mariah Carey.

Infine, la chicca: il registro di fischio D8, una nota che non esiste nel pianoforte e che assomiglia molto a un ultrasuono.

Una voce senza spazio e tempo 

Chi lo sente cantare per la prima volta, non può non rimanere sconvolto dalla sua padronanza della tecnica e dalla straordinaria fluidità esecutoria. 

Verrebbe da chiedergli: “Da quale Pianeta vieni?”

La sua voce non ha né spazio, né tempo, diventa l’archetipo stesso del Big Bang primordiale. La sua intonazione è pura, il trillo splendido, il petto straordinariamente potente nel controllo del fiato e la gola così agile, da eseguire gli intervalli più ampi velocemente, con la massima facilità e sicurezza.

I passaggi spezzati, come pure ogni altro genere di melisma non presentano alcuna difficoltà per lui.

Dimash la voce di “Diva dance” nel film “Il quinto elemento”

Raccontiamo un piccolo aneddoto per capire la portata del talento naturale di Dimash.

Nel film “ Il quinto elemento” di Luc Besson (1997), venne eseguita un’aria musicale tratta dalla Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. Parte dell’aria fu eseguita con una voce sintetica creata al computer, poiché non si riusciva a trovare una voce umana in grado di padroneggiare una tale gamma.

In seguito, la stessa è stata interpretata da Dimash, ovviamente senza l’ausilio della tecnologia.

Se aprissero il mio cuore vedrebbero la musica 

Ascoltando Dimash, dalle note sussurrate, all’esplosione energetica degli acuti, limpidi e modulati, perfettamente padroneggiati dalla tecnica e da un evidente dono naturale, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una creatura soprannaturale. O all’incarnazione stessa della Musica. “Se aprissero il mio cuore vedrebbero musica, se aprissero la mia mente incontrerebbero di nuovo solo musica”, ha dichiarato una volta Dimash.

E la cosa non ci sorprende affatto.

“SOS d’un terrien en détresse” 

Questo è forse uno dei pezzi più significativi dell’artista kazako.

L’interpretazione di Dimash? Da subito emerge il carattere di una vocalità che non pone limiti.

La prima nota, emessa con delicatezza, viene rafforzata fino a raggiungere un volume incredibile, sostenuto da arcate di fiato pazzesche. Poi, con la stessa padronanza, la voce diminuisce fino a divenire un soffio. Oltre a un virtuosismo declinato in vocalizzi, scale vorticose e sbalzi di ottava, c’è molto di più: mimica, teatralità, presenza scenica ed emotività ci lasciano senza fiato, in estasi, rapiti, incantati.

Dimash ovunque tranne che in italia 

Le tournée di Dimash si svolgono praticamente in ogni angolo del Pianeta, (alla Coca-Cola Arena di Dubai, tanto per citare un evento). In Italia, patria del “Bel Canto“, non ci sono date. Difficile ascoltarlo in radio o vederlo in Tv.

Del resto, lavorare per un’etichetta indipendente è un limite e le multinazionali del settore non è che aiutino molto.

Chi sta dietro alla “macchina” Dimash? 

Dietro alla composizione, alla produzione, all’organizzazione, alla scelta delle splendide suggestioni visive degli eventi, non ci sono nomi altisonanti.

Il fenomeno Dimash è frutto di un lavoro “in famiglia”.

Kanat Kudaibergenuly Aitbayev e Svetlana Aitbayeva, cantanti molto famosi in patria, nonché genitori del giovane, sono gli artefici principali.

I genitori e la nonna Miua, sono tra l’altro sempre presenti durante i concerti.

Tutte le lingue di Dimash

Dimash canta in dodici lingue diverse. Oltre alla lingua madre, il kazako, canta in russo, mandarino, inglese, francese, ucraino, Italiano, dialetto siciliano (in “parla più piano”) , turco, kirghiso, tedesco e spagnolo.

L’artista parla inoltre kazako, russo e studia inglese e mandarino.  

Il paroliere giapponese Goro Matsui, ha ammesso di essersi emozionato dopo averlo sentito interpretare la sua composizione “Ikanaide” al Giubileo del Tokyo Jazz Festival, nel 2021. Come accennato, Dimash è anche polistrumentista. Suona il pianoforte, la batteria lo xilofono e il dombra (strumento musicale étnico kazako antico, un liuto tradizionale dal collo lungo con sole due corde).

I fans italiani, i “Dears” sempre in prima linea

I fan italiani, chiamati “Dears” lo seguono ovunque. La speranza è di poterlo portare in Italia. Ci riusciranno?

(foto Rop Music)

Bardo Thodol il libro dei morti documentato da Battiato

bardo thodol
bardo thodol libro dei morti

Il Bardo Thodol è un libro tibetano che risale all’ottavo secolo. Battiato lo descrive meravigliosamente nel documentario “Attraversando il Bardo: sguardi sull’aldilà”.

Origini controverse del Bardo Thodol

La tradizione attribuisce la stesura del libro al guru tantrico indiano Padmasambhava, che introdusse il buddismo in Tibet nel VII secolo.

C’è chi ritiene tuttavia che sia stato scritto probabilmente nel XIV secolo.
Tenuto segreto fino agli inizi del XX secolo, a riportarlo alla luce fu un viaggiatore inglese nel 1917. Fu poi tradotto nel 1927.

Esso contiene tutta una serie di “istruzioni” da sussurrare all’orecchio del moribondo prima del trapasso.

In Italia, a renderlo noto fu il docu-film “Attraversando il bardo: sguardi sull’aldilà”, realizzato da Franco Battiato nel 2014 a Kathmandu (Bompiani editore).

Bardo Thodol: le “istruzioni” per il moribondo 

Il Bardo Thodol è (in tibetano: “Liberazione nello stato intermedio attraverso l’udito”), chiamato anche “Libro tibetano dei morti”, è un testo funebre. A recitarlo è solitamente il Dalai lama, una sorta di psicopompo o traghettatore di anime.

Il testo contiene una serie di istruzioni che vengono recitate all’orecchio del morente nel momento del trapasso, quando la coscienza del defunto può ancora apprendere le parole e le preghiere pronunciate per la sua liberazione.

Il suo obiettivo è quello di far preferire al defunto l’illuminazione piuttosto che la rinascita o in alternativa, una rinascita ad un livello di coscienza superiore.

La trasmigrazione delle anime

Il testo, soprattutto per noi occidentali non è sicuramente di facile comprensione. 

Siamo spaccati in due fra la credenza nichilista di un vuoto totale dopo la nostra morte e la speranza religiosa di ritrovarci in un luogo di pace, come il Paradiso.

Le filosofie orientali invece, credendo nella trasmigrazione delle anime, ritengono che in base alle nostre azioni in questa vita (karma), possiamo reincarnarci in esseri superiori (se ci siamo comportati bene) o inferiori (se le nostre azioni sono state malvagie). 

L’illuminazione buddista

A parte questa specifica, dobbiamo sottolineare che per il Buddismo, lo scopo primario dell’uomo è raggiungere l’Illuminazione, cioè la piena coscienza dell’irrealtà del mondo sensibile e quindi anche del proprio Io.

L’Io tuttavia non conosce questa totalità dei due corpi, ciò lo porta a vivere nella schiavitù dei suoi limiti.
Come fare per liberarci dai meccanismi dell’ego e dall’ignoranza che ci attira gravitazionalmente verso il basso, illusi come siamo che la nostra realtà materiale o la razionalità siano l’unica certezza della vita?

Le azioni in vita e l’attraversamento “corretto” del Bardo, sono la risposta al quesito.

Quando attraversiamo la grande soglia dobbiamo pertanto sapere come muoverci dal mondo del visibile a quello dell’invisibile e il rimedio a questa ignoranza consiste nel vedere al di là dell’illusione, nel riconoscere le proprie proiezioni del mondo e dissolvere il senso del sé nel vacuo e nel luminoso.

Bardo Thodol: cos’è esattamente?

La parola bardo significa transito, stato intermedio. È l’intervallo di tempo che precede una nuova rinascita, la fase premorte in cui il cadavere assume un corpo sottile.

Questo corpo è chiamato “mangiatore di odori”, perché si nutre appunto della sostanza sottile delle cose.

Recitare il Bardo, può far ottenere al morente una buona rinascita, come essere umano dotato di quelle qualità intellettuali che potrebbero consentirgli di raggiungere l’illuminazione nella nuova vita.

Il rituale del bardo

Nel momento in cui avviene il decesso, il corpo del morente non viene toccato per tre giorni. I familiari lo accompagnano con le formule e istruzioni del testo e mantengono sempre un atteggiamento positivo.

La recitazione, inizia solitamente poco prima della morte e continua per tutto il periodo di 49 giorni, in quello che viene definito “Bardo della Morte” (per gli individui comuni dai 7 ai 14 giorni), che porta alla successiva rinascita. 

Diversi stadi di Bardo Thodol

  1. Il Bardo della Vita: dalla vita alla morte.
    In questo stadio, la coscienza del morente diventa consapevole. Egli accetta la sua morte recente e riflette sulla sua vita passata;
  2. Il Bardo del Sogno: il defunto incontra spaventose apparizioni. Esse non sono altro che le proiezioni che altro delle emozioni passate. Ovviamente possono essere terribili o benefiche, a seconda del karma che ha accumulato durante la vita;
  3. Il Bardo della Meditazione: la transizione in un nuovo corpo. 

Per chi la sperimenta appieno, essa può introdurre agli stradi successivi:

1) Il Bardo della Morte;
2) Il Bardo della Verità;
3) Il Bardo del Divenire

La più importante istruzione del Bardo Thodol

L’istruzione fondamentale che il Bardo offre al morente è che tutte le visioni che gli appariranno sono solo proiezioni della sua mente e che quindi egli deve assolutamente evitare di esserne attirato.
In caso contrario, la coscienza diventa confusa e, a seconda del suo karma, può essere trascinata in una rinascita che gli impedisce la liberazione.
Per queste ragioni, quando si muore bisogna dire di sì e lasciarsi andare alle immagini che ben presto si formano nella nuova dimensione, altrimenti si cade nella fossa dell’inconsapevolezza che interrompe il ciclo vita/morte.

Cosa succede alla fine del viaggio?

A questo punto, la domanda sorge spontanea.

Ebbene, abbiamo parlato dei tre stadi del Bardo. Essi corrispondono a sei Regni (3 inferiori, 3 superiori).
Se in vita abbiamo prodotto sofferenze, saremo destinati a rinascere consecutivamente nei 3 mondi inferiori: come un sofferente all’inferno (sopportando orribili torture), come un fantasma errante (guidato da un desiderio insaziabile), come un animale (governato dall’istinto).
Se invece abbiamo prodotto gentilezza, altruismo o amore rinasceremo in uno dei 3 mondi superiori: come un semidio (assetato di potere), come un essere umano (equilibrato nell’istinto e nella ragione) o come un dio (illuso dalle loro lunghe vite).
Coloro che invece hanno raggiunto l’illuminazione (bodhi) vengono liberati da questo processo, ottenendo la liberazione (moksha).

Nessuna paura della morte

“Ogni giorno passato senza la consapevolezza della morte è un giorno sprecato”, dicono i maestri nel buddismo tibetano. Questa è la chiave della serenità buddista. 

Insomma, il libro dei morti ci insegna che il morente è l’altra metà di noi stessi. Un concetto che, se compreso appieno, ci potrebbe aiutare a capire il vero senso della nostra esistenza.

Tutte le nostre ansie e le nostre paure più profonde scaturiscono infatti dalla non consapevolezza della morte. La vita e la morte invece sono simultanee e inscindibili: quando nasciamo iniziamo già a morire.

Inutile negarlo. 

La morte è uno dei grandi tabù dell’occidente

Nel libro “Al di là del principio di piacere” (1920) Freud sosteneva che il conflitto psichico degli uomini sia determinato dalla tensione originaria di due principi opposti “Eros e Thanatos”. Egli li definiva dei “tabù”.

Effettivamente, nella nostra civiltà desacralizzata, la morte è la sola vera “morta e sepolta”, il più grande tabù occidentale. 

Questo ci porta ad avere costantemente paura (la paura della morte è inconciliabile con la libertà), a non azzardare, ad accettare qualsiasi cosa. Ci porta altresì ad essere sempre vittime, a soffrire proprio a causa della nostra relazione perturbata con la morte e soprattutto a fuggirne. L’unico modo per riscattarci da ogni attaccamento consiste proprio nel “resuscitare” la morte.