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giovedì, Dicembre 7, 2023

Operaio morto per amianto, risarcimento di 1 mln alla famiglia

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Nuova condanna per l’Autorità portuale di Trieste al risarcimento danni nei confronti dei familiari di un operaio morto per amianto.

Amianto al porto di Trieste, maxi risarcimento

Il giudice del lavoro del tribunale di Trieste, Paolo Ancora, ha disposto – come riporta Rainews.it – il maxi risarcimento per la famiglia dell’uomo, di 1 milione 30mila euro. Sono ormai più di venti, dal 2020, le sentenze di condanna dell’Autità portuale che risponde per l’ex ente autonomo porto di Trieste, che ora non esiste più. E nei prossimi anni sono destinate ad aumentare.

Operaio morto, l’asbesto nei sacchi di iuta

Da tempo è stato dimostrato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e diverse malattie. Quelle più gravi sono sicuramente il mesotelioma e il tumore del polmone. Al porto di Trieste arrivavano in carichi di amianto in sacchi di iuta attraverso i quali la polvere killer usciva facilmente. Le fibre erano nell’aria senza che nessuno se ne preoccupasse, nonostante già dagli inizi del ‘900 si conoscesse la pericolosità del minerale.

Chi lavorava nelle aziende che utilizzavano amianto sapeva bene come i dipendenti si ammalassero di patologie respiratorie con un incidenza molto più alta della media.  Negli anni ’40 arrivò il primo studio scientifico e poi negli anni ’60 ne seguirono altri.

Chi sapeva e chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei lavoratori, però, chiuse gli occhi per non compromettere i profitti, nonostante esistessero anche materiali che potevano essere utilizzati in alternativa all’asbesto.

Quest’ultimo, però, era economico, facile da lavorare, resistente e flessibile allo stesso tempo e aveva un costo contenuto. A pagare il prezzo di tanta indifferenza furono le famiglie degli operai, colpite dal lutto. A volte anche le mogli di questi lavoratori si ammalavano, perché si occupavano del lavaggio delle tute riportate sporche dal lavoro dai loro mariti. Fu, e non è ancora finita, una vera strage.

Operaio morto, vietato l’uso di amianto dal 1992

L’amianto è stato messo al bando soltanto nel 1992, la legge è diventata esecutiva nel 1993, ma gli operai, a distanza di 30 anni, continuano ad ammalarsi. Qui entra in gioco il problema del tempo di latenza delle malattie, dall’esposizione all’amianto, alla manifestazione delle patologie asbesto correlate. Il picco dei pazienti è previsto tra il 2025 e il 2030.

Non è solo questo a far registrare nuovi casi: c’è anche il ritardo estremo delle bonifiche. L’Osservatorio nazionale amianto conta ancora in Italia un milione di siti e micrositi contaminati. Il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, ha illustrato bene il fenomeno ne “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”.

La Corte di Appello di Trieste riconosce danno psichico

Anch’egli ha seguito diversi casi di operai che si sono ammalati dopo un’esposizione al cancerogeno al porto di Trieste. Grazie a un suo ricorso nel gennaio di quest’anno (2023), la Corte di Appello di Trieste ha riconosciuto il danno psichico subito un altro operaio che aveva contratto una patologia legata all’amianto. “Questa sentenza apre le porte ad una nuova frontiera del danno – ha detto Bonanni – e riconosce che anche il danno psichico, oltre al danno morale, deve essere risarcito”.

Il caso è quello di C.V., che aveva scoperto le placche pleuriche dopo anni di lavoro per la Compagnia portuale di Trieste. A 71 anni ha, per questo, subito una lesione psicobiologica e un disturbo dell’adattamento con umore depresso ad andamento cronico.

L’Inail nel 2015 aveva accertato la malattia professionale di ispessimenti pleurici con una menomazione all’integrità psicofisica del 3%, spiegando così che l’operaio non avesse diritto ad alcun indennizzo. Per ottenerlo, infatti, per legge, sono necessari postumi invalidanti del 6%.

La sua vita, però, era notevolmente peggiorata. Ad accompagnarlo non solo la stanchezza cronica e la difficoltà respiratoria, ma anche la paura per aver visto i suo colleghi ammalarsi e molti di loro morire. Sa perfettamente che le placche pleuriche potrebbero un giorno mutarsi in mesotelioma e il pensiero lo lascia mai. L’uomo ha anche tentato il suicidio.

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