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martedì, Maggio 5, 2026
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Italia a piedi: il Tenente Trabucco ripristina il 4 Novembre

L'italia a piedi, 16 componenti del comitato
L’Italia a piedi: Il Tenente Trabucco e la sua missione per ripristinare la Festa del 4 Novembre

Il Tenente Pasquale Trabucco ha intrapreso nel 2018 un’incredibile traversata a piedi, che lo ha visto percorrere oltre 1.700 chilometri in 43 tappe. Da Predoi, nel Trentino, fino a Portopalo di Capo Passero, in Sicilia. Questa impresa, compiuta pochi mesi dopo aver concluso la sua carriera nei servizi di informazione e sicurezza, aveva uno scopo preciso: richiamare l’attenzione delle istituzioni e dei cittadini sul ripristino del 4 Novembre come festa nazionale, dedicata all’Unità Nazionale e alle Forze Armate. Tale giornata ricorda il sacrificio di innumerevoli italiani caduti durante la Grande Guerra

L’Italia che vorremmo

Il Tenente Pasquale Trabucco ha attraversato l'Italia a piedi
Il Tenente Pasquale Trabucco ha attraversato l’Italia a piedi: obiettivo? Richiamare l’attenzione delle istituzioni e dei cittadini sul ripristino del 4 novembre

Nel corso del suo impegno per il ripristino della festività del 4 Novembre, il Tenente Pasquale Trabucco ha lanciato una petizione volta a restituire alla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate il riconoscimento istituzionale che aveva perso con le riforme degli anni ’70. Grazie alla sua perseveranza e al sostegno popolare, nel 2024, con legge 1 marzo 2024, n. 27, il 4 novembre è stato ufficialmente ripristinato come giorno di celebrazione, seppur senza lo status di festività lavorativa. 

Intervista al Tenente Trabucco: l’Italia a piedi

Tenente Trabucco, attraverso la sua petizione ha catalizzato un movimento di consapevolezza storica e patriottica culminato nel ripristino della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Quali sono stati, a suo avviso, gli aspetti più complessi nel sensibilizzare sia le istituzioni sia i cittadini su un tema apparentemente distante e come pensa che questa celebrazione annuale possa concretamente alimentare la memoria collettiva e il sentimento di appartenenza nazionale nelle generazioni future?  

Innanzitutto grazie per la domanda. Se dovessi dire, è stato molto più semplice sensibilizzare i cittadini che le istituzioni se per istituzioni intendiamo i politici. I cittadini hanno ben compreso che questo mio viaggio, a distanza di soli 100 anni dalla fine della Grande Guerra, non era altro che un volersi riappacificare con i propri bisnonni, nonni ed anche padri, dato che il tempo trascorso da quella carneficina, perché tale fu quella guerra, era veramente un “girarsi indietro” e vedere le tradotte di quei giovani e meno giovani partire per il fronte.

La gente a volte piangeva mentre spiegavo, durante il viaggio o anche dopo durante le innumerevoli conferenze di questi ultimi 5 anni, ascoltando cosa avesse significato per l’Italia affrontare quella guerra e raggiungere l’Unità Nazionale con Trento e Trieste finalmente italiane.

Rafforzare il senso di appartenenza

Le persone desideravano ascoltare un racconto vero fatto da chi in quel momento faceva o raccontava di aver fatto qualcosa di particolare per “togliere la polvere dai gioielli di famiglia” perché questa storia della Grande Guerra è forse il gioiello più bello della storia patria. La gente ha voglia d’Italia, sta a noi trovare le parole giuste. Le istituzioni, i politici, hanno avuto più difficoltà a comprendere l’importanza di ciò che stavo chiedendo durante il viaggio e ciò che insieme al mio comitato abbiamo chiesto con forza per cinque anni ai politici di tutti gli schieramenti.

Ogni volta rimarcavo che questa festa, caduta nell’oblio da 47 anni, aveva avuto la stessa possibilità di essere nuovamente “riscoperta” da tutti loro, ma che nessuno era stato in grado di farlo. Ecco perché le otto proposte di legge nella XVIII Legislatura, fatte presentare dal comitato da formazioni politiche diverse, riprese nell’attuale Legislatura la XIX che hanno dato poi vita alla legge n. 27 del 1° marzo 2024. Ecco la politica ha avuto bisogno di una spinta in più rispetto ai cittadini. 

Onore ai Caduti

Sono certo che questo ripetere ogni anno e con più slancio il ricordo dei nostri Caduti della Grande Guerra, ma anche dei Caduti di tutte le guerre porterà nuova consapevolezza sia nei giovani sia negli adulti, nei politici come nei cittadini. Le scuole, di ogni ordine e grado come si diceva una volta, faranno memoria e tesoro di cosa è significato anche per le proprie famiglie partecipare a quei tragici eventi e ogni 4 Novembre servirà anche a cercare di instillare in ogni giovane una “goccia” di concordia tra gli uomini.

Allo stesso tempo rafforzerà lo spirito di appartenenza di un popolo, il nostro, che seppe opporsi con tutte le sue forze ed attraverso il sacrificio di tutti i cittadini a chi occupava da tempo, terre che erano sentite come italiane da chi le abitava da sempre. I giovani impareranno anche cosa significava scrivere sui muri delle città occupate dagli austro-ungarici “W VERDI”, frase che non si riferiva al noto musicista ma a Vittorio Emanuele Re DItalia. Ecco l’augurio e che tutti insieme riusciremo a riappropriarci della nostra storia. 

La necessità della memoria storica

Tenente, il suo impegno per il ripristino del 4 Novembre come festa nazionale sembra una vera e propria missione personale. Qual è stato il momento che ha scatenato in lei la convinzione di dedicare anni della sua vita a questa causa?

Come scrivo nel mio libro “L’ombra della vittoria. Il fante tradito”, tutto nasce nel 1977 quando avevo solo 17 anni e la politica decise di tagliare le radici della storia patria togliendo gli effetti civili a due feste laiche, che io considero sacre, il 2 giugno Festa della Repubblica spostandola alla prima domenica di giugno e il 4 Novembre, allora Festa dell’Unità Nazionale, alla prima domenica del mese di novembre. Ho atteso molti anni, poi in occasione dei 150 del Regno d’Italia durante la corsa dei 100 chilometri che dividono Firenze da Faenza arrivato al traguardo, con il basco del mio reggimento e Tricolore, decisi che se non fosse stata ripristinata prima del 2018 avrei spesso le mie energie per raggiungere questo risultato. Pertanto a gennaio 2018 lasciai il mio lavoro per dedicarmi anima e corpo a questo progetto. Oggi posso dire che rifarei tutto! 

L’Italia a piedi

bandiera Italia
Il Tenente Trabucco: « La nostra bandiera, quella che sventoliamo durante gli incontri sportivi ancora riesce ad unirci»

Durante il suo viaggio da nord al sud dell’Italia, ha incontrato molti italiani e istituzioni locali. Quale pensa sia l’elemento che lega oggi, più di tutto, gli italiani al concetto di unità nazionale, soprattutto nelle piccole realtà locali? 

Il Tricolore! Nei piccoli comuni il monumento ai Caduti è ancora visto come un punto centrale della comunità se gli amministratori locali e le famiglie riescono a trasferire il significato di quei nomi scritti sulla pietra bianca quasi fosse la pagina di un libro. Purtroppo spesso quei nomi sono sbiaditi come la nostra memoria. La nostra bandiera, quella che sventoliamo durante gli incontri sportivi ancora riesce a unirci. Bisogna fare di più!

Dobbiamo raccogliere quel “testimone” di tre colori e passarcelo di mano in mano per farlo garrire al vento in ogni occasione ricordando che per quella bandiera in molti hanno sacrificato la loro vita per noi e altri oggi continuano a farlo.

Purtroppo capita spesso anche che in piccole realtà monumenti significativi siano abbandonati e bandiere siano lasciate a brandelli. Proprio in questi giorni sto raccogliendo consensi per una battaglia che porto avanti in Sicilia per riscoprire il monumento ai ”Mille” di Garibaldi a Marsala e per le bandiere abbandonate da due anni nella città di Trapani.

Per questo motivo ho scritto ai sindaci di Marsala e Trapani ed al Presidente della Regione Sicilia affinché si adoperino per riscoprire questi valori nazionali: i monumenti ed il Tricolore.   

Il peso storico della Grande Guerra per l’Italia

Nel suo libro “L’ombra della vittoria”, descrive il peso storico della Grande Guerra e i caduti che ancora oggi meritano il nostro rispetto. Inoltre, parla spesso dell’importanza della memoria storica. Crede che la rimozione del 4 Novembre dal calendario delle festività abbia contribuito a una “distrazione” collettiva riguardo il sacrificio dei caduti? Pensa che la memoria storica in Italia abbia subito un certo offuscamento? E quali sono i rischi per una nazione che dimentica questi sacrifici? 

Si proprio così! Aver declassato il 4 Novembre ha offuscato le nostre menti, disorientato giovani e meno giovani. Basti pensare che fino agli anni ’70 si parlava del “ponte dei morti” oggi purtroppo sentiamo sempre più spesso parlare del “ponte di Halloween”. Il rischio per una nazione che dimentica questi sacrifici è altissimo, significa perdere le proprie radici e con queste la propria storia.   

Un sentimento di patriottismo duraturo?

La decisione di ripristinare la festività segna un tributo ai caduti della Prima Guerra Mondiale e vuole rafforzare il sentimento di unità nazionale e riconoscimento per le Forze Armate italiane, che hanno svolto un ruolo chiave anche in eventi recenti, come la pandemia. 

A tal proposito, durante la pandemia, il risveglio di un forte senso di unità nazionale è stato evidente, manifestato in atti simbolici e di solidarietà collettiva. Tuttavia, ora che ci troviamo in una fase post-pandemica, ha notato segnali concreti di una sua persistenza oppure pensa che questo slancio patriottico sia stato solo una risposta emotiva temporanea? E infine, quali fattori, a suo avviso, potrebbero rafforzare e radicare nel lungo termine questo senso di appartenenza e identità nazionale, al di là delle contingenze straordinarie come quelle vissute durante il COVID-19?  

Abbiamo cantato l’inno, giornalisti e politici hanno parlato di trincea, di fronte e di prima linea, hanno sventolato bandiere ma poi tutto è rientrato e nelle nostre case, se mai vi si trovava, il tricolore è tornato in naftalina. Quando sono nati i miei figli e i miei nipoti ho regalato loro un tricolore… ancora in culla ma con la loro bandiera. Dobbiamo parlare d’Italia, della nostra storia, nelle scuole, nei convegni. Dobbiamo essere fieri e orgogliosi oltre che grati a quanti prima di noi ci hanno permesso di vivere in questo straordinario Paese che si chiama Italia. L’esperienza del Covid 19 deve essere un volano per far capire che l’unità è un bene condiviso a prescindere dall’orientamento politico di ciascuno. 

Contro ogni strumentalizzazione

Lei ha fondato un comitato che si propone di agire senza fini di lucro e senza legami politici. Quanto è difficile mantenere una battaglia come la sua, lontana da strumentalizzazioni politiche, soprattutto in un momento storico così polarizzato per l’Italia? 

Come spiegavo prima non sono, non siamo, scesi a compromessi con alcuno. Anzi! Abbiamo cercato di far capire l’importanza delle diversità che uniscono in un valore comune come la Patria. Abbiamo tenuto la barra al centro con tutti e alla fine siamo stati ripagati.

Il 20 febbraio di quest’anno alla Camera dei Deputati, pochi giorni prima che la legge fosse promulgata, è stato dichiarato che il Parlamento aveva ascoltato le parole di questo Comitato e di questa sua “lotta” al di sopra delle parti. È stato questo per noi il più grande risultato.  

Percepire l’Italia

La sua impresa ha avuto un impatto significativo anche in termini personali. Come è cambiata la sua percezione dell’Italia e del patriottismo dopo aver attraversato il Paese a piedi? 

Che non esistono patrioti di “serie A” e di “serie B” esistono solo patrioti. Siamo tutti figli della stessa Patria…, l’Italia, la terra dei nostri padri. Quando trovi le parole giuste sono tutti pronti a seguirti. 

Un messaggio per le generazioni future e per l’Italia

Il Tenente Pasquale Trabucco stringe la mano al Presidente Sergio Mattarella
Il Tenente Pasquale Trabucco stringe la mano al Presidente Sergio Mattarella

Infine, guardando al futuro, quale eredità spera di lasciare con il suo impegno, sia per le giovani generazioni sia per la memoria nazionale italiana? 

Spero di aver dato il mio contributo insieme ai miei compagni di viaggio. Ma non mi fermo, non ci fermiamo. L’esempio è tutto per tutti noi.

Come Cincinnato, dal 1° marzo sono tornato all’aratro ma sto già per riprendere l’armatura perché saremo soddisfatti del nostro impegno quando riusciremo ad avere anche gli effetti civili.

Paesi come Francia e Belgio, per esempio, festeggiano con effetti civili sia la loro unità nazionale che la fine della Grande Guerra in Europa l’11 novembre.

Noi che con un solo giorno potremmo ricordare sia l’Unità nazionale che la fine della Grande Guerra in Italia, ancora non torniamo a festeggiarla con effetti civili. Ecco perché a breve partirò per un nuovo viaggio per ricordare le nostre radici da Roma ai giorni nostri. Pensando a quanti sacrifici sono stati fatti non solo dagli italiani ma da tutti gli abitanti di questo continente, che ancora non trova pace come possiamo vedere in questi giorni. I nemici di ieri oggi sono amici eppure si sono sparati tra loro. I Caduti di tutte le guerre sono tutti uguali, ubbidiscono ma soffrono a uccidersi perché conoscono in prima persona il dolore che portano le guerre. 

ONA a fianco dei “servitori della Patria”

Avv. Ezio Bonanni
L’avv. Bonanni, presidente ONA

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), si batte con forza per la tutela dei diritti delle Forze Armate. Ritenendo essenziale che il sacrificio di chi ha servito lo Stato venga non solo riconosciuto, ma anche commemorato. Bonanni ha sottolineato l’importanza della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, come quella del 4 Novembre.

Essa rappresenta infatti un omaggio doveroso agli “eroi” che hanno difeso la Patria e ai membri delle Forze Armate che hanno subito danni fisici e psicologici durante il loro servizio, spesso esposti a rischi come l’amianto e l‘uranio impoverito.

Un’altra minaccia incombe su Gaza: dopo le bombe, il pericolo amianto  

Minaccia su Gaza: dopo le bombe, il pericolo amianto
Non solo bombe a Gaza: anche l'amianto provoca vittime

LA GUERRA A GAZA NON PORTA SOLO DEVASTAZIONE IMMEDIATA MA ANCHE UN’ALTRA MINACCIA NASCOSTA E MORTALE: L’AMIANTO. LE BOMBE CHE DISTRUGGONO EDIFICI RILASCIANO NELL’ARIA FIBRE DI AMIANTO, INVISIBILI MA ALTAMENTE PERICOLOSE PER LA SALUTE E PER L’AMBIENTE 

Contesto storico della guerra in Palestina 

Un’altra minaccia incombe su Gaza: l’amianto, il pericolo invisibile dopo le bombe

Il conflitto tra Israele e Gaza, in Palestina, ha radici profonde e complesse, che risalgono alla fine della Seconda Guerra Mondiale e alla creazione dello Stato di Israele nel 1948. La tensione tra israeliani e palestinesi si è aggravata nel corso dei decenni, alimentata da rivendicazioni territoriali, diritti umani violati e una lunga storia di guerre e intifada.

Le intifada principali nella storia recente sono state due: prima intifada (1987-1993) e la seconda intifada (2000-2005), che hanno causato migliaia di morti da entrambe le parti, ma senza portare a una soluzione definitiva del conflitto.

L’ultimo ciclo di violenze è esploso nel 2007, quando Hamas, considerato da Israele e da molti Paesi occidentali un’organizzazione terroristica, ha preso il controllo della Striscia di Gaza. Da allora, il conflitto si è intensificato con periodiche operazioni militari israeliane e lanci di razzi da Gaza su Israele, che hanno causato migliaia di vittime e una distruzione massiccia.

In questo contesto di guerra perenne, il rischio amianto è diventato una minaccia nascosta. Sebbene Israele ne abbia vietato l’uso nel 2011, la sua presenza nei territori palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza, è ancora massiccia. Molti edifici che risalgono a decenni fa (tra cui i campi profughi), sono costruiti con materiali contenenti asbesto.

A lanciare l’allarme è l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente). 

Amianto nell’aria: un’altra minaccia oltre le bombe

Ogni volta che un missile colpisce queste strutture, le esplosioni liberano nell’aria miliardi di fibre tossiche, invisibili e difficili da evitare per chi vive nell’enclave assediata. 

Secondo le stime delle Nazioni Unite, ci sono circa 800mila tonnellate di detriti sparsi in tutta Gaza, molti dei quali contaminati dal killer silente. La distruzione causata dai bombardamenti non solo genera perdite immediate di vite e case ma semina una minaccia a lungo termine per la popolazione. Le polveri di asbesto, liberate dai detriti, possono rimanere sospese nell’aria per anni, trasformando Gaza in una zona cancerogena che metterà in pericolo la salute delle generazioni future.

In questo scenario, il pericolo rappresentato dall’amianto si aggiunge alle già terribili condizioni di vita della popolazione. Ma perché abbiamo parlato di pericolo per i posteri? 

Il lento veleno e l’impennata dei casi di cancro

L’esposizione all’amianto non comporta soltanto effetti immediati. Un’altra minaccia risiede proprio nella lenta e insidiosa modalità con cui colpisce. Quando le fibre vengono inalate, si depositano nei polmoni o nella cavità addominale e possono rimanervi per anni prima di manifestare i sintomi di malattie spesso letali.

Tra queste, il mesotelioma, un cancro particolarmente aggressivo e difficilmente curabile, che si sviluppa nel rivestimento dei polmoni o nell’addome e che è direttamente collegato all’esposizione prolungata alle fibre di asbesto.

In definitiva, anche se le bombe smettessero di cadere, per i due milioni di persone che vivono a Gaza, questa situazione si traduce in una condanna a lungo termine. 

Quanto ai processi di decontaminazione necessari per ripulire il territorio dall’amianto, sarebbero enormemente complessi e costosi, e richiederebbero anni di interventi mirati, per i quali al momento non ci sono risorse né possibilità.

Le fibre del killer invisibile non solo contaminano l’aria, ma si depositano su suolo, edifici e strutture ancora in piedi, rendendo ogni centimetro di Gaza un potenziale focolaio di malattia. 

Un’epidemia di patologie asbesto-correlate 

Secondo gli esperti, il numero di casi di mesotelioma e altre malattie correlate all’amianto a Gaza crescerà significativamente nei prossimi decenni. Le previsioni si basano su precedenti disastri in cui il minerale è stato disperso in seguito a crolli o esplosioni. Un parallelo significativo è stato tracciato con la tragedia dell’11 settembre 2001 a New York: dopo il crollo delle Torri Gemelle, le polveri disperse nell’aria contenevano enormi quantità di asbesto e altre sostanze tossiche. Ad oggi, migliaia di persone sono morte per malattie legate a quelle esposizioni.

Il World Trade Center Health Program ha stimato che oltre quattromila soccorritori e sopravvissuti agli attentati dell’11 settembre siano morti per malattie correlate all’amianto, una cifra superiore a quella delle vittime dirette dell’attacco terroristico.

Gli stessi medici e specialisti ora temono che lo stesso tragico destino sia riservato agli abitanti di Gaza, dove la densità abitativa e l’impossibilità di fuggire rendono l’esposizione a queste sostanze ancor più pericolosa.

Le parole dell’avvocato Ezio Bonanni: un allarme inascoltato

Il presidente ONA, avv. Ezio Bonanni: «L’amianto è una minaccia che non fa rumore, non esplode, non colpisce in modo spettacolare, ma il suo impatto è devastante e duraturo»

L’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha più volte denunciato il pericolo rappresentato dall’amianto, non solo in Italia, ma anche nei teatri di guerra. Bonanni ha descritto l’amianto come un “nemico silenzioso” che continua a uccidere anche dopo la fine dei conflitti, rendendo necessarie misure urgenti di bonifica e prevenzione.

Nello specifico, Bonanni ha sottolineato che «ogni guerra porta con sé una scia di morte che va ben oltre la fine delle ostilità» e che le popolazioni esposte a sostanze tossiche come l’asbesto rischiano di pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane per molti anni. «Lamianto è una minaccia che non fa rumore, non esplode, non colpisce in modo spettacolare, ma il suo impatto è devastante e duraturo».

Il presidente dell’ONA ha inoltre espresso profonda preoccupazione per l’assenza di adeguati piani di decontaminazione a Gaza, avvertendo che «la comunità internazionale ha il dovere di intervenire non solo per fermare le bombe, ma anche per affrontare le conseguenze ambientali e sanitarie che questo conflitto lascerà in eredità».

Le sue parole suonano come un monito: non si tratta solo di vincere una guerra, ma di garantire che le generazioni future non siano condannate a una vita di sofferenza e malattia. Un’altra minaccia oltre le bombe non fa che aggravare la situazione.

Marina Militare e amianto: vedova del Sergente Zuban ottiene giustizia

Nave Centauro Marina Militare
Nave Centauro Marina Militare - Il Sergente Zuban subì un'esposizione prolungata e pericolosa all'asbesto, presente tanto nelle strutture navali quanto nelle installazioni a terra nell'arsenale di Taranto

LA CORTE D’APPELLO DI TRIESTE HA CONFERMATO UNA SENTENZA FONDAMENTALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI VITTIMA DEL DOVERE DEL SERGENTE DARIO ZUBAN, DECEDUTO A CAUSA DI MESOTELIOMA PERITONEALE. IL MILITARE AVEVA CONTRATTO LA MALATTIA A SEGUITO DELL’ESPOSIZIONE PROLUNGATA ALL’AMIANTO DURANTE IL SUO SERVIZIO COME MOTORISTA NAVALE NELLA MARINA MILITARE. LA SENTENZA N. 245/2023, PRONUNCIATA A FAVORE DELLA VEDOVA, HA PORTATO ALLA CONCESSIONE DI BENEFICI PREVIDENZIALI E FINANZIARI PREVISTI PER LE VITTIME DEL DOVERE, CON UN RISARCIMENTO DI 285MILA EURO, OLTRE A UN ASSEGNO VITALIZIO MENSILE DI CIRCA 2.100 EURO. AD ASSISTERE I FAMILIARI, L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO

La storia del Sergente Zuban e la carriera nella Marina Militare

Nato nel 1957 a Trieste, Dario Zuban ha trascorso la sua giovinezza in una città che, con il suo porto, ha sempre avuto un forte legame con il mare. Dopo aver completato gli studi, l’uomo si era arruolato nella Marina, dove aveva prestato servizio dal 3 novembre 1976 al 30 aprile 1978 come motorista navale. Durante la sua carriera, il Sergente prestò servizio all’Arsenale della Marina Militare di Taranto, uno dei principali centri di manutenzione e riparazione delle unità navali italiane. Successivamente, prestò servizio a bordo della nave Centauro (nella foto di copertina), un’imbarcazione operativa della Marina. Zuban subì quindi un’esposizione prolungata e pericolosa all’asbesto, presente tanto nelle strutture navali quanto nelle installazioni a terra della base militare.

Il minerale, ampiamente utilizzato all’epoca per le sue proprietà isolanti, costituiva un grave rischio per la salute, specialmente in ambienti chiusi e privi di adeguate misure di sicurezza. Purtroppo, le normative di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro erano spesso disattese e Zuban si trovò a svolgere le sue mansioni senza la necessaria protezione, operando in condizioni che esponevano lui e i suoi colleghi a polveri tossiche.

Nel 2015, la sua vita cambiò drammaticamente quando gli fu diagnosticato un mesotelioma peritoneale bifasico, una malattia letale correlata all’esposizione alla pericolosa sostanza. Dopo aver appreso della sua patologia, il sergente avviò un complesso iter burocratico per ottenere il riconoscimento della sua malattia come conseguenza del servizio militare, presentando una domanda al ministero della Difesa nel gennaio 2019. Tuttavia, la sua richiesta fu inizialmente respinta, con l’argomento che il periodo di esposizione all’amianto fosse stato troppo breve.

Nonostante la lotta contro la malattia, Dario Zuban è deceduto il 19 febbraio 2023.

Il percorso legale

Dopo la sua scomparsa, la moglie ha proseguito la sua lotta, affiancata dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

La Corte ha esaminato documentazione storica e testimonianze che attestavano la presenza di amianto negli ambienti in cui operava Zuban, evidenziando che tali condizioni ambientali e operative rientravano a buon diritto nella definizione di “vittime del dovere“.

Particolarmente significative le testimonianze di ex colleghi e periti, che hanno descritto le insalubri condizioni di lavoro a bordo della nave e all’interno dell’arsenale. La consulenza tecnica d’ufficio ha stabilito senza ombra di dubbio che la malattia che ha colpito Zuban era riconducibile alla sua esposizione al patogeno, fornendo così un solido fondamento per la richiesta di indennizzo.

Nonostante il ministero della Difesa avesse deciso di impugnare tale decisione, la Corte d’Appello di Trieste ha quindi confermato integralmente quanto già stabilito in primo grado, riaffermando il diritto della vedova a ricevere le prestazioni previdenziali previste dalla legge.

«Si tratta di una decisione significativa, poiché la Corte ha confermato listruttoria che ha riconosciuto i diritti della vittima, costituendo le prestazioni previdenziali a favore della vedova. Questa pronuncia evidenzia luso indiscriminato dellamianto nelle basi e sulle navi, senza che i nostri militari fossero adeguatamente protetti», dichiara Bonanni.

ONA a fianco delle vittime del dovere 

L’avv. Bonanni, presidente ONA, ha supportato molte famiglie di militari che hanno contratto gravi patologie asbesto-correlate

Il caso del Sergente Zuban rappresenta solo uno dei numerosi procedimenti legali che l’Osservatorio Nazionale Amianto, sotto la guida dell’Avvocato Ezio Bonanni, ha seguito in favore delle vittime esposte all’amianto nella Marina Militare italiana. L’ONA ha infatti supportato molte famiglie di militari che hanno contratto gravi patologie asbesto-correlate, inclusi mesoteliomi e altre malattie letali, a causa della scarsa protezione durante il servizio.

Uno dei casi più eclatanti riguarda il processo Marina Bis e Marina III, dove la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato sentenze precedenti, riconoscendo la responsabilità della Marina Militare per la morte di due militari.

In generale, la portata del problema è emersa in modo drammatico grazie a un’indagine parlamentare che ha rivelato oltre 1.100 vittime tra il personale della Marina Militare per malattie asbesto-correlate. Le battaglie legali dell’ONA, spesso osteggiate dal ministero della Difesa, hanno mirato a ottenere il pieno riconoscimento dei diritti per le famiglie delle vittime, come il risarcimento del danno morale e la parificazione alle vittime del dovere.

Tutti i nostri militari e civili impiegati nelle missioni, che sono stati esposti a radiazioni all’uranio impoverito e ad amianto, e altri agenti dannosi, possono rivolgersi all’ONA, allo sportello di assistenza, chiamando telefonicamente il numero verde 800 034 294, oppure scrivendo attraverso il sito. L’ONA svolge un ruolo sussidiario delle istituzioni, per la tutela delle vittime e dei loro familiari. 

Italia, permessi parcheggio per malati amianto garantiti

Italia, parcheggi accessibili per malati con patologie abesto-correlate
Parcheggi accessibili, in Italia permessi anche per ammalati di patologie asbesto-correlate

L’ASSEGNAZIONE DEI PERMESSI AI PARCHEGGI ACCESSIBILI È UN TEMA IMPORTANTE PER LE PERSONE AFFETTE DA MALATTIE GRAVI, COME IL MESOTELIOMA, UNA PATOLOGIA ASBESTO CORRELATA. COSA DICE LA LEGGE ITALIANA A TAL RIGUARDO? 

Leggi italiane sui permessi di parcheggio accessibile

parcheggi disabili
Le norme che regolano il rilascio dei permessi di parcheggio riservati alle persone con disabilità includono anche coloro affetti da gravi malattie come il mesotelioma

In Italia, le normative che regolano il rilascio dei permessi di parcheggio riservati alle persone con disabilità sono basate su un quadro legislativo chiaro e articolato. include anche coloro affetti da gravi malattie come il mesotelioma. Le leggi principali che disciplinano questi diritti mirano a garantire l’accessibilità e la tutela delle persone che affrontano limitazioni fisiche. indipendentemente dalla specifica natura della patologia.

Una delle norme centrali è la Legge n. 104 del 5 febbraio 1992. All’interno di questa legge, l’articolo 3 definisce i criteri per l’identificazione dei disabili, includendo le limitazioni fisiche e psicologiche che possono compromettere la mobilità o altre capacità essenziali. L’Articolo 9 si concentra, invece, sui diritti relativi all’accessibilità, stabilendo che coloro che rientrano nelle categorie protette hanno diritto all’uso di parcheggi riservati.

Un altro punto cruciale nella regolamentazione dei permessi di sosta è il Decreto del Presidente della Repubblica n. 151 del 30 marzo 2001, che fornisce dettagli specifici sulle modalità di assegnazione e utilizzo del contrassegno per handicap. L’Articolo 2 del decreto stabilisce che anche persone affette da malattie croniche gravi, come quelle correlate all’asbesto, che comportano limitazioni significative nella mobilità, possono ottenere il permesso. L’Articolo 3 definisce inoltre che tale permesso deve essere rilasciato dal comune di residenza del richiedente e obbligatoriamente esposto sul veicolo per poter usufruire dei parcheggi riservati.

Riconoscimento del diritto al permesso per malati di mesotelioma

Sebbene i pazienti affetti da mesotelioma non manifestino sempre disabilità evidenti legate alla deambulazione, la gravità della loro condizione fisica giustifica ampiamente la concessione di un contrassegno di sosta per disabili. L’infausta neoplasia correlata all’esposizione all’amianto, colpisce principalmente i polmoni e le membrane pleuriche, causando difficoltà respiratorie e affaticamento cronico, sintomi che compromettono pesantemente la mobilità.

Le difficoltà respiratorie e il grave affaticamento fisico rappresentano una delle motivazioni principali per cui i malati di questa rara forma di cancro dovrebbero essere considerati eleggibili per il permesso di sosta riservato. La dispnea, o difficoltà nel respirare, è un sintomo debilitante che può rendere infatti impossibile percorrere anche brevi distanze senza sofferenza. La semplice azione di muoversi dal parcheggio all’ingresso di un edificio può rappresentare un’impresa insormontabile per questi pazienti.

Un altro aspetto rilevante è l’impatto psicologico della malattia. Vivere con il mesotelioma non implica solo una sfida fisica ma anche un pesante fardello emotivo e sociale. La possibilità di parcheggiare in posti riservati vicino agli ingressi degli edifici può ridurre significativamente lo stress associato agli spostamenti.

In molti casi, i malati di mesotelioma necessitano di un accompagnatore per svolgere le loro attività quotidiane. Avere accesso a parcheggi più vicini e accessibili facilita il compito di chi li assiste, rendendo il trasporto più agevole e sicuro. Questo elemento è fondamentale per garantire un supporto continuo e una maggiore autonomia nella gestione della malattia.

Procedura per ottenere il permesso di parcheggio accessibile

Il primo passo per ottenere il contrassegno consiste nell’ottenere un certificato medico. Questo documento, rilasciato da un medico specialista, deve attestare in modo chiaro la patologia da cui il paziente è affetto e, soprattutto, evidenziare le significative limitazioni motorie che ne derivano. Nel caso di malattie come il mesotelioma, il certificato deve descrivere la riduzione della capacità fisica dovuta a difficoltà respiratorie e affaticamento, che spesso impediscono ai pazienti di percorrere anche brevi distanze.

Una volta ottenuto il certificato medico, il paziente deve compilare il modulo di richiesta per il rilascio del contrassegno di sosta, presentandolo all’ufficio preposto del Comune di residenza. Questo modulo deve essere corredato da una serie di documenti essenziali, tra cui una fotocopia del documento d’identità, il certificato medico e qualsiasi altra documentazione medica che possa supportare la domanda. L’obiettivo è fornire una panoramica chiara e completa della situazione del richiedente, in modo che l’autorità comunale possa valutare con precisione la richiesta.

Quindi, l’ufficio comunale preposto esamina la documentazione presentata. Se la richiesta soddisfa tutti i requisiti legali, il Comune provvede al rilascio del contrassegno di parcheggio per disabili, che consente al titolare di accedere ai parcheggi riservati e di usufruire dei diritti previsti dalla normativa. Questo contrassegno deve essere esposto sul veicolo in maniera visibile per garantire il rispetto delle regole di sosta.

Il ruolo dell’Osservatorio Nazionale Amianto e dell’Avvocato Ezio Bonanni

ezio bonanni
L’ONA, presieduta dall’avv. Ezio Bonanni svolge un ruolo rilevante nella difesa e nella protezione dei diritti di coloro che soffrono di malattie causate dall’esposizione all’amianto

In questo contesto, l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), sotto la guida dell’avvocato Ezio Bonanni, svolge un ruolo rilevante nella difesa e nella protezione dei diritti di coloro che soffrono di malattie causate dall’esposizione all’amianto. L’avvocato Bonanni ha dedicato gran parte della sua carriera alla tutela delle vittime di malattie asbesto-correlate. Offrendo non solo un prezioso sostegno legale ma anche un aiuto pratico e concreto nella gestione delle problematiche quotidiane che derivano da tali patologie.

Tra le attività principali dell’Osservatorio vi è l’assistenza legale, che si concretizza in consulenze mirate e nella rappresentanza legale delle vittime in contenziosi per ottenere risarcimenti e indennizzi. Questo aspetto è particolarmente rilevante per le famiglie e i malati. Spesso si trovano a dover affrontare lunghe e complesse battaglie legali per il riconoscimento dei propri diritti.

L’ONA si impegna anche nell’informazione e sensibilizzazione della società civile e delle istituzioni sui rischi derivanti dall’esposizione all’amianto. Attraverso campagne informative, convegni e pubblicazioni, l’ente cerca di aumentare la consapevolezza pubblica sulle patologie asbesto-correlate. Come il mesotelioma, e sull’importanza di prevenire l’esposizione a questa pericolosa sostanza.

Infine, l’Osservatorio fornisce un prezioso supporto pratico per aiutare i malati a ottenere le certificazioni necessarie per accedere a diversi tipi di assistenza, incluso il permesso di parcheggio riservato. Questo sostegno è essenziale, poiché molti pazienti, a causa della gravità della loro condizione, non sono in grado di gestire autonomamente la complessità burocratica necessaria per il riconoscimento dei propri diritti.

Amianto, risarcimento a ex ENEL per danno biologico

Enel, amianto: malattia professionale, riconosciuto
Condanna confermata: Enel dovrà risarcire oltre un milione di euro ai familiari di un operaio morto per mesotelioma

GIOVANNI GIANNETTO, 66 ANNI, EX DIPENDENTE E ARTIGIANO CHE HA LAVORATO IN ENEL DAL 1980 AL 2010, HA OTTENUTO UN RISARCIMENTO PER LA GRAVE MALATTIA SVILUPPATA A CAUSA DELLA PROLUNGATA ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO DURANTE IL SUO PERCORSO LAVORATIVO. L’UOMO È STATO COLPITO DA PATOLOGIE GRAVI CHE HANNO COMPROMESSO IN MODO SIGNIFICATIVO LA SUA SALUTE. DIFESO DALL’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE ONA, IL TRIBUNALE DEL LAVORO DI MESSINA HA RICONOSCIUTO IL SUO DIRITTO ALL’INDENNIZZO PER DANNO BIOLOGICO. PER UN IMPORTO PARI A 10MILA EURO

La storia di Giannetto: percorso segnato e riconosciuto dall’amianto

Riconosciuto risarcimento a Giovanni Giannetto
Riconosciuto risarcimento a Giovanni Giannetto. L’uomo ha trascorso oltre trent’anni della sua vita lavorativa alle centrali ENEL

Giovanni Giannetto, originario di Nizza di Sicilia (ME), ha trascorso oltre trent’anni della sua vita lavorativa alle centrali ENEL.

La sua carriera ha avuto inizio nell’ottobre 1980, quando ha iniziato a lavorare come dipendente all’interno di diversi impianti industriali dell’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, in Sicilia, tra cui San Filippo del Mela, Termini Imerese, Augusta, Priolo e Porto Empedocle. Queste strutture, fondamentali per la produzione di energia sull’isola, rappresentavano anche un rischio costante per i lavoratori a causa della diffusa presenza di materiali contenenti amianto.

Nello specifico, l’ex dipendente ha dichiarato di aver respirato polveri e fibre di asbesto durante tutto il suo percorso lavorativo, dal 1° ottobre 1980 al 30 aprile 2010. Questa esposizione è avvenuta sia nei periodi in cui era titolare della sua impresa artigiana (1° gennaio 1990 – 31 dicembre 1997, 1° gennaio 1998 – 31 dicembre 2001 e 1° gennaio 2002 – 30 giugno 2002), sia nel resto della sua carriera.

Svolgendo mansioni di manutenzione, riparazione e sostituzione di componenti degli impianti, veniva infatti regolarmente a contatto con materiali isolanti contenenti eternit, noto per i suoi devastanti effetti sulla salute.

I pericoli dell’amianto sui luoghi di lavoro

Nonostante il pericolo fosse noto e il minerale fosse stato vietato con la legge n. 257 del 1992, le centrali elettriche, costruite in un’epoca in cui si faceva abbondante uso di questo materiale, non erano state completamente bonificate. Il pericoloso minerale si trovava in tubature, caldaie, coibentazioni e pannelli, e le operazioni di manutenzione non venivano condotte con adeguate misure di protezione. Giannetto, come molti altri lavoratori, veniva quindi esposto sia in modo diretto, indossando guanti anticalore in amianto, sia indirettamente, poiché respirava polveri e fibre disperse nell’ambiente.

Tra gli impianti in cui ha lavorato, spicca la centrale di San Filippo del Mela, situata nella Valle omonima sul versante occidentale dei monti Peloritani (Messina), una delle aree più inquinate della Sicilia e riconosciuta come Sito di Interesse Nazionale (SIN) per l’elevato tasso di inquinamento ambientale. 

Questo lungo periodo di esposizione ha avuto conseguenze devastanti per la sua salute: Giannetto ha sviluppato una broncopatia cronica, microplacche del diaframma e fibrosi polmonare, patologie che, purtroppo, sono tipiche delle persone esposte a lungo al pericoloso patogeno.

Quello di Giannetto non è un caso isolato in ENEL. L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha infatti denunciato come molte centrali ENEL, sia in Sicilia sia in altre regioni, abbiano rappresentato in passato un grave pericolo per la salute dei lavoratori. Episodi analoghi sono emersi nel corso degli anni, con numerose cause legali avviate per ottenere il riconoscimento delle malattie professionali.

L’esordio della malattia: i primi sintomi e le conseguenze

Gia nell’aprile 2007, l’uomo aveva ottenuto dall’INAIL una certificazione che attestava la sua esposizione all’amianto, secondo l’articolo 13, comma 8, della legge 257/1992, per il periodo dal 29 ottobre 1980 al 15 dicembre 1989.

Questa confermava la soglia delle 100 ff/l (fibre per litro) era stata superata nella media delle otto ore lavorative. Ma è solo nel 2017 che il lavoratore ha iniziato a manifestare i primi segni di una patologia legata all’esposizione all’asbesto. Dopo una serie di esami approfonditi, tra cui una TAC toracica, la certificazione ha confermato che il lavoratore aveva superato la soglia delle 100 ff/l (fibre per litro) nella media delle otto ore lavorative.. Le successive indagini cliniche hanno rivelato una broncopatia cronica ostruttiva, insieme alla presenza di micronoduli polmonari e microplacche al diaframma, lesioni caratteristiche dell’esposizione a questo materiale tossico. Tali condizioni hanno compromesso gravemente la sua capacità respiratoria, incidendo pesantemente sia sulla qualità della vita sia sulle opportunità lavorative. Cosa che lo ha spinto a richiedere un risarcimento all’INAIL per la malattia professionale.

L’iter legale e la sentenza

Ezio Bonanni
L’avv. Bonanni ha assistito Giovanni Giannetto

Nonostante la chiara correlazione tra la malattia e l’esposizione all’amianto, l’INAIL aveva inizialmente respinto la domanda di indennizzo di Giannetto. Nel 2018, l’ente assicurativo aveva negato l’esistenza di un nesso causale tra la sua malattia e l’esposizione lavorativa, decisione confermata anche in seguito a una prima opposizione nel 2019. Tuttavia, l’ex lavoratore, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, ha continuato la sua battaglia legale, fino a ottenere una perizia medico-legale favorevole. Il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) ha infatti confermato che le lesioni riscontrate nei polmoni erano compatibili con un’esposizione prolungata all’amianto.

Il 5 ottobre 2024, la giudice del lavoro, Graziella Bellino, ha emesso una sentenza definitiva che riconosce a Giannetto il diritto a un risarcimento per danno biologico. Nella sentenza, si sottolinea che «la patologia broncopatica cronica ostruttiva e le lesioni asbestosiche riscontrate sono riconducibili all’esposizione professionale». L’INAIL è tenuta dunque a corrispondere un risarcimento di 10mila euro per il danno biologico. Calcolato sulla base di un’invalidità permanente del 6%, oltre a rivalutazioni monetarie e interessi legali. La sentenza ribadisce inoltre l’importanza di un rigoroso monitoraggio medico per i lavoratori esposti all’amianto, suggerendo un continuo controllo radiologico e funzionale.

Il commento dell’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA

«Dopo questa condanna adesso agiremo per il risarcimento del danno e nei confronti di INPS per ottenere la maggiorazione della pensione – annuncia Bonanni – lONA in Sicilia, solo di mesoteliomi, e cioè la patologia sentinella, ha censito circa 1.850 casi dal 1998 a oggi e che lindice di mortalità di questa neoplasia è pari al 93% nei primi cinque anni con circa 1.720 decessi, a cui vanno aggiunti 3.500 per tumore del polmone e ulteriori 1000 per le altre malattie asbesto correlate, per un totale di oltre 6.200 morti. Numeri drammatici, che si ripetono ogni anno, senza che si riesca a far fronte al problema». Ma approfondiamo la questione siciliana.

L’amianto in Sicilia: un problema diffuso

Il Polo petrolchimico Agusta- Priolo Gargallo- Melilli
Il Polo petrolchimico Agusta- Priolo Gargallo- Melilli, è noto come il “triangolo della morte”

Il problema asbesto in Sicilia non riguarda solo le centrali ENEL, ma si estende a molte altre industrie pesanti. Raffinazione del petrolio, la cantieristica navale e i grandi impianti chimici e siderurgici. 

Tra le aree maggiormente colpite spicca Biancavilla, in provincia di Catania, dove i ricercatori hanno identificato la fluoro-edenite, un minerale fibroso simile all’asbesto, presente nelle rocce del vicino Monte Calvario. Utile precisare che da questa cava, si estraevano materiali impiegati nell’edilizia locale. Per anni, la comunità di Biancavilla ha subito inconsapevolmente l’esposizione alla sostanza, con effetti devastanti sulla salute, come il mesotelioma pleurico e l’asbestosi. Nonostante la fluoro-edenite non figuri ancora nelle liste dell’INAIL né sia formalmente riconosciuta dalla normativa italiana come amianto, le indagini scientifiche ed epidemiologiche ne hanno accertato il potenziale cancerogeno.

Solo recentemente, le autorità hanno avviato interventi di bonifica e messa in sicurezza delle aree colpite.

Biancavilla, però, non è un caso isolato. In Sicilia vi sono altre zone considerate ad alto rischio. Tra cui i territori di Augusta – Priolo Gargallo – Melilli (provincia di Siracusa), sede delle raffinerie del Polo Petrolchimico. Costituiscono il cuore del cosiddetto “Triangolo della morte”. 

In questi impianti, centinaia di lavoratori hanno subìto per decenni l’esposizione al killer silente. Le operazioni di bonifica, avviate solo in seguito, procedono in modo lento e, in molti casi, restano tuttora incomplete. Di conseguenza, i dipendenti e le loro famiglie continuano a pagare il prezzo delle gravi conseguenze legate a una contaminazione che risale a diversi decenni. Con ripercussioni profonde sulla salute e sulla qualità della vita.

Gela e Milazzo 

A Gela, in provincia di Caltanissetta, uno dei più importanti poli petrolchimici del Mediterraneo, le industrie hanno operato fin dagli anni ’60. Esponendo per decenni i lavoratori e la popolazione a sostanze tossiche come l’amianto.

Cosa che ha provocato un aumento preoccupante di patologie gravi, come asbestosi e mesotelioma. Tuttavia, i danni non si fermano qui. In città si sono registrati numerosi casi di malformazioni congenite e tumori, in particolare al colon e al sangue (come leucemie). Causati dall’inquinamento industriale che ha contaminato l’aria, l’acqua e il suolo. Negli ultimi anni, le autorità hanno finalmente avviato programmi di sorveglianza sanitaria ed epidemiologica. Nel tentativo di monitorare l’impatto dell’inquinamento e contenere i danni che continuano a colpire la popolazione.

Anche Milazzo, in provincia di Messina, ha subito pesantemente l’impatto del suo vasto polo petrolchimico e delle raffinerie. L’esposizione prolungata a sostanze chimiche tossiche ha lasciato segni profondi, contaminando non solo l’aria ma anche le risorse idriche e il mare circostante. Questo quadro di inquinamento ha causato un aumento significativo dei tumori e delle malattie respiratorie tra i residenti. Nonostante i primi interventi di monitoraggio sanitario, in entrambi i casi le operazioni di bonifica avanzano lentamente. Insomma, il pericolo incombe tuttora, visti i lunghi tempi di latenza fra esposizione insorgenza delle patologie asbesto correlate.

L’Osservatorio Nazionale Amianto è impegnato nella tutela delle vittime, dei loro familiari e dei lavoratori esposti tramite il sito o il numero verde 800 034 294