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martedì, Maggio 5, 2026
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Amianto in McLean County: la tragedia di Unarco raccontata

Monstra storie amianto Illinois
Storie di sfruttamento e vite spezzate. mostra al McLean County Museum of History di Bloomington, Illinois

IL MCLEAN COUNTY MUSEUM OF HISTORY DI BLOOMINGTON, ILLINOIS, HA INAUGURATO UNA TOCCANTE MOSTRA CHE INDAGA SU UNA DELLE PAGINE PIÙ DRAMMATICHE DELLA STORIA INDUSTRIALE AMERICANA. L’USO DELL’AMIANTO E LE SUE DEVASTANTI CONSEGUENZE SULLA SALUTE PUBBLICA. INTITOLATA “A DEADLY DECEPTION: THE ASBESTOS TRAGEDY IN MCLEAN COUNTY”, L’ESPOSIZIONE È VISITABILE FINO AL 2027. ATTRAVERSO DOCUMENTI, TESTIMONIANZE E REPERTI STORICI. LA RASSEGNA RACCONTA COME QUESTO MATERIALE PERICOLOSO ABBIA SEGNATO IN MODO INDELEBILE LA VITA DI MIGLIAIA DI LAVORATORI E DELLE LORO FAMIGLIE AMERICANE. OFFRENDO UNA RIFLESSIONE SULLA NEGLIGENZA AZIENDALE E LE SUE TERRIBILI RIPERCUSSIONI

La mostra “A Deadly Deception” e le storie di vite spezzate

Il cuore della mostra è dedicato alla storia di UNARCO
Il cuore della mostra è dedicato alla storia di UNARCO, un’azienda che produceva materiali isolanti a base di amianto

La mostra “A Deadly Decepcion: The Abestos Tragedy in McLean County” e le storie delle vite spezzate.

Il cuore dell’esposizione è dedicato alla Union Asbestos and Rubber Company (UNARCO), un’azienda che ha operato a Bloomington dal 1951 al 1972, producendo materiali isolanti a base di amianto.

La vicenda della compagnia rappresenta uno dei capitoli più tragici della storia industriale americana, fatta di negligenza aziendale e devastanti conseguenze sulla salute dei lavoratori.

La decisione della società di trasferire il proprio stabilimento da Cicero, Chicago, a Bloomington nel 1951 fu motivata da ragioni ben precise. A quel tempo, l’azienda era già sotto pressione a causa di un numero crescente di cause legali intentate (e vinte) da lavoratori affetti da patologie gravi, come l’asbestosi e il mesotelioma, causate dall’esposizione al pericoloso minerale utilizzato nei suoi materiali isolanti. Di conseguenza voleva lasciare alle spalle la sua controversa reputazione, trovando una nuova base operativa lontano da Cicero e dalle questioni legali che l’avevano colpita.

Bloomington offriva non solo una posizione strategica nel Midwest, ma anche l’opportunità di ripartire in un nuovo contesto industriale. Tuttavia, il trasferimento non fermò la produzione di materiali a base di asbesto. Proseguì fino al 1972, anche se già dagli anni ’50 le ricerche sui rischi per la salute derivanti dall’esposizione a questo materiale erano ormai note.

Durante questo periodo, la compagnia cercò di minimizzare i rischi, adottando pratiche discutibili, come l’uso di radiografie per identificare eventuali segni di malattia nei lavoratori e successivamente licenziandoli una volta rilevati i primi sintomi di patologie respiratorie. Questo approccio mirava a ridurre le responsabilità legali dell’azienda, ma lasciò migliaia di persone esposte a condizioni lavorative altamente pericolose senza alcuna protezione adeguata.

Il crac di UNARCO

Nel 1982, travolta da cause legali e da richieste di risarcimento sempre più numerose, Unarco dichiarò bancarotta. Fu la prima azienda produttrice di materiali contenenti amianto a cadere sotto il peso delle controversie legali ma non l’ultima. Seguirono altre grandi industrie del settore, anch’esse colpite dall’ondata di azioni legali intentate da ex dipendenti malati.

Per fronteggiare l’immensa mole di richieste di risarcimento, nel 1990 fu istituito un fondo fiduciario da oltre cento milioni di dollari, destinato a risarcire i lavoratori affetti da malattie asbesto correlate. Tuttavia, la portata dei danni era così vasta che il fondo si esaurì nel 2019, segno dell’incredibile impatto che il minerale ebbe sulla salute di decine di migliaia di persone.

In definitiva, il trasferimento a Bloomington rappresentò un prolungamento del disastro sanitario che avrebbe segnato profondamente la vita di numerosi lavoratori e delle loro famiglie. 

Le storie delle vittime di esposizione secondaria 

Le malattie come il mesotelioma e l’asbestosi non colpirono soltanto coloro che lavoravano direttamente nello stabilimento ma anche le famiglie, esposte indirettamente alle fibre killer trasportate dagli abiti dei lavoratori nelle loro case. La mancanza di trasparenza e la consapevolezza dell’azienda sui pericoli associati all’amianto aggravò ulteriormente la situazione, provocando uno degli scandali industriali più gravi della storia americana.

Amianto: una tragedia locale con eco nazionale

La mostra non si limita a raccontare le storie dei lavoratori di questa azienda. Mike Matejka, storico e co-curatore dell’evento, spiega che «lUNARCO non è uneccezione: è un esempio lampante di un problema ben più vasto. I lavoratori di Bloomington rappresentano una piccola parte di una tragedia che ha coinvolto tutto il Paese». Questa esposizione, infatti, parla di uomini e donne usati come cavie, vittime inconsapevoli di un sistema in cui il profitto prevaleva sulla vita umana.

La direttrice esecutiva del museo, Julie Emig, ha sottolineato la portata universale di questa vicenda: “Questa non è solo la storia di una contea. «È la storia di persone sacrificate in nome del guadagno, costrette a lavorare in condizioni tossiche senza consapevolezza dei rischi che stavano correndo».

Un memoriale per non dimenticare le storie delle vittime

Tra le opere più intense della mostra, spicca un muro commemorativo che rende omaggio alle vittime dell’esposizione a questa micidiale sostanza. Su di esso sono incisi i nomi di 133 persone della contea di McLean, tutte decedute a causa dell’esposizione al “killer silente”. La scelta di chiamarlo così non è casuale. Il minerale, invisibile e inodore, ha causato devastazioni irreversibili senza che le sue vittime ne avessero la minima percezione fino a quando non era troppo tardi.

Tra i nomi più significativi incisi su questo memoriale spicca quello di William McHenry, un ex dipendente della fabbrica UNARCO, il cui tragico destino incarna la drammatica realtà di un’intera comunità. McHenry non solo pagò con la vita il prezzo di anni di esposizione all’asbesto sul luogo di lavoro, le fibre causarono involontariamente anche la morte della moglie e dei tre figli.

Questa tragedia familiare mette in evidenza una delle realtà più angoscianti legate a questa sostanza: la trasmissione secondaria delle fibre tossiche. I lavoratori trasportavano involontariamente queste minuscole particelle all’interno delle loro case. Una volta che si depositavano sui loro vestiti, capelli o pelle, esponendo così i familiari a un rischio letale.

Oltre a ripercorrere le storie passate, la mostra lancia un forte monito sul rischio asbesto che, purtroppo, persiste ancora oggi in diverse industrie. Gli operai e i macchinisti, che maneggiano prodotti contenenti amianto, sono particolarmente esposti.

Una mostra per riflettere 

La mostra del McLean County Museum of History non è solo un viaggio nel passato, ma una lezione potente e attuale. Racconta di un tempo in cui il profitto aveva priorità sulla sicurezza, e i lavoratori pagavano con la loro salute. Oggi, ci ricorda quanto sia importante continuare a lottare per i diritti dei lavoratori e garantire che nessuno debba più soffrire per l’avidità e la negligenza.

“A Deadly Deception” vuole altresì incoraggiare chiunque abbia perso una persona cara per colpa del pericoloso minerale a farsi avanti e condividere la propria storia. Gli organizzatori sperano che, grazie alla loro iniziativa, emergano nuove testimonianze di persone che non hanno mai avuto la possibilità di ottenere giustizia.

L’avv. Ezio Bonanni, ONA: “il profitto aveva la precedenza su tutto”

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L’avvocato Bonanni, presidente ONA denuncia, “il profitto aveva la precedenza su ogni altra considerazione”

«La mostra A Deadly Deception: The Asbestos Tragedy in McLean County rappresenta una testimonianza dolorosa di quanto l’avidità economica abbia prevalso sulla vita umana – dichiara il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, l’avv. Ezio Bonanni La tragedia della Union Asbestos and Rubber Company (UNARCO) non è un caso isolato, ma riflette un sistema industriale globale in cui il profitto veniva anteposto alla salute dei lavoratori».

Come da anni sottolineo nella mia attività con l’ONAprosegue Bonanni – la produzione di materiali contenenti amianto è stata portata avanti con piena consapevolezza dei rischi mortali, ignorando deliberatamente le evidenze scientifiche sui danni che avrebbe causato. Migliaia di persone hanno perso la vita o hanno visto le loro famiglie distrutte a causa dell’esposizione a questo “killer silenzioso”. Questo dimostra ancora una volta che, per molte aziende, i guadagni erano più importanti della salute dei lavoratori. Questo tragico modus operandi, che emerge dalla vicenda di Unarco negli Stati Uniti, è purtroppo lo stesso che ha colpito migliaia di lavoratori italiani esposti all’asbesto. Si tratta di una vera e propria guerra contro i diritti umani, dove l’unico vincitore è stato il profitto, a discapito di vite spezzate».

“Difendo i miei uomini”: il Campidoglio sfida il sistema militare

Convegno in Campidoglio
Convegno al Campidoglio: "Non abbandono i miei uomini esposti all'uranio impoverito" – Il racconto di una denuncia contro il sistema militare

IL 2 OTTOBRE, NELLA SUGGESTIVA CORNICE DELLA SALA LAUDATO SÌ, ALL’INTERNO DEL PALAZZO SENATORIO DEL CAMPIDOGLIO, SI È SVOLTO UN CONVEGNO DAL FORTE IMPATTO EMOTIVO. ORGANIZZATO DALL’ACCADEMIA DELLA LEGALITÀ, PRESIEDUTO DALLA DOTT.SSA PAOLA VEGLIANTEI E PATROCINATO DA ROMA CAPITALE, L’INCONTRO HA ACCESO I RIFLETTORI SU UNO DEI PIÙ CONTROVERSI TEMI LEGATI ALLA SICUREZZA DEI SOLDATI ITALIANI IMPEGNATI NELLE MISSIONI ALL’ESTERO: L’ESPOSIZIONE ALL’URANIO IMPOVERITO. TRA I PROTAGONISTI DELL’EVENTO, OLTRE ALLA DOTT.SSA VEGLIANTEI, IL TENENTE COLONNELLO FABIO FILOMENI, AUTORE DEL LIBRO DENUNCIA “NON ABBANDONO I MIEI UOMINI ESPOSTI ALL’URANIO IMPOVERITO”, CHE HA ISPIRATO IL DIBATTITO. PREZIOSO IL CONTRIBUTO DELL’AVV. DANIELA SEGAT E DEL GIORNALISTA ETTORE LEMBO

La sicurezza dei militari sotto i riflettori del convegno

L’ultimo libro del tenente colonnello Fabio Filomeni (nella foto insieme alla dott. Paola Vegliantei) è una denuncia sul tema della sicurezza dei militari italiani impegnati in missioni all’estero. In particolare, sull’esposizione all’uranio impoverito

Non abbandono i miei uomini esposti all’uranio impoverito”, l’ultimo libro del tenente colonnello Fabio Filomeni, è una denuncia coraggiosa sul tema della sicurezza dei militari italiani impegnati in missioni all’estero, in particolare riguardo l’esposizione all’uranio impoverito e alle sue devastanti conseguenze. 

Il testo si basa sull’esperienza diretta dell’autore e mette in evidenza gravi mancanze nel sistema di protezione dei soldati italiani impegnati in missioni all’estero. Filomeni ha infatti ricoperto un ruolo di fondamentale importanza come responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi, assicurando che i militari fossero informati e protetti adeguatamente.

Tra le missioni più critiche cui ha partecipato, spicca quella in Iraq, dove il contingente italiano faceva parte della coalizione internazionale anti-Isis. L’obiettivo di questa operazione era stabilizzare le aree precedentemente controllate dai jihadisti, operazione che, però, nascondeva pericoli letali, tra cui l’esposizione a sostanze tossiche come l’uranio impoverito utilizzato nelle munizioni. 

Filomeni aveva già trattato questi argomenti nel suo libro precedente, “Baghdad: Ribellione di un Generale“, in cui descriveva le manovre militari durante la missione Prima Parthica in Iraq nel 2018. Questo libro aveva già messo in evidenza il silenzio dei vertici militari italiani su tali questioni.

Il contesto del convegno e la denuncia del tenente colonnello Fabio Filomeni

Il tema centrale del convegno è stato l’esposizione dei militari italiani all’uranio impoverito durante le cosiddette “missioni di pace“, che di pacifico avevano ben poco. Nello specifico, il tenente colonnello Fabio Filomeni, ha affrontato con fermezza questioni riguardanti le gravi carenze nella protezione della salute dei soldati italiani impiegati in scenari bellici come Iraq, Balcani e Afghanistan. 

Durante le operazioni militari, i militari erano costantemente a contatto con sostanze tossiche, tra cui il cosiddetto “depleted uranium” (uranio impoverito). Nonostante numerosi studi scientifici avessero già evidenziato il legame tra l’inalazione di queste particelle pericolose e l’insorgenza di gravi patologie, molti soldati sono stati esposti a tali rischi senza misure di protezione adeguate.

Filomeni, ha voluto rompere il silenzio su un tema scomodo, mettendo in evidenza una responsabilità che coinvolge non solo le gerarchie militari, ma anche l’intero sistema di gestione delle missioni all’estero, dove le conseguenze della contaminazione radioattiva sono state minimizzate a lungo, nonostante i danni irreversibili causati ai soldati.

Ma perché l’uranio impoverito è così pericoloso? 

I danni dell’uranio impoverito 

Questa sostanza, usata per migliorare la capacità penetrativa dei proiettili, ha conseguenze devastanti non solo sui bersagli, ma anche sull’ambiente e sulle persone del posto o che vi operano. Quando queste munizioni colpiscono l’obiettivo, l’esplosione rilascia nell’aria e nel terreno nanoparticelle di metalli pesanti che contaminano ampie zone, compromettendo aria, acqua e suolo. I militari e i civili presenti nelle aree colpite inalano e ingeriscono attraverso cibi contaminati queste particelle tossiche, con il rischio di sviluppare malattie gravi come tumori, leucemie e malformazioni.

Le inchieste condotte a livello internazionale e nazionale hanno confermato che migliaia di militari, al ritorno dalle missioni, hanno sviluppato gravi patologie, in molti casi letali: ad oggi, 382 militari italiani hanno perso la vita a causa di malattie correlate a questa esposizione, e oltre 7mila risultano gravemente ammalati.

Il muro di gomma istituzionale

Purtroppo, nonostante numerosi tentativi di far emergere la questione, le istituzioni militari italiane hanno spesso eretto un “muro di gomma” per proteggere l’apparato. Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta e molteplici studi scientifici non sono riusciti a smuovere le resistenze dei vertici militari, che continuano a minimizzare i rischi e a mantenere il silenzio sui veri danni causati dall’uranio impoverito.

In questo clima di negligenza e omertà, il libro di Filomeni e il convegno al Campidoglio rappresentano un passo importante per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di tutelare la salute dei militari. Come sottolineato dall’a dottoressa Vegliantei, «Abbiamo giurato e baciato la nostra bandiera per servire il nostro popolo, la nostra Patria e le nostre famiglie. La sicurezza sul lavoro anche dei nostri militari non può essere messa in secondo piano».

L’emozione del dibattito

Durante il convegno, l’atmosfera è diventata particolarmente animata. Giornalisti, medici, avvocati e militari, tra cui diversi comandi dell’Arma dei Carabinieri di Roma e dei paesi limitrofi, hanno espresso la loro preoccupazione e il desiderio di far luce su queste gravi omissioni. 

In particolare, è emersa con urgenza la necessità di rivedere e potenziare la normativa sulla sicurezza sul lavoro per i militari. I partecipanti hanno messo in evidenza come questi uomini e donne, nonostante il loro instancabile impegno e dedizione, siano frequentemente percepiti come “guerrieri bellicosi” anziché come vittime di un sistema che li espone a rischi mortali. Inoltre, hanno sottolineato l’importanza di portare questa tematica nelle scuole e nella società civile, per aumentare la consapevolezza e sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli ai quali sono sottoposti i nostri soldati.

«Vitale è migliorare le norme sulla sicurezza, importantissimo creare delle opportunità per fare conoscere questa nostra storia anche nelle scuole».Queste parole cariche di significato hanno sottolineato la gravità della situazione, ribadendo l’importanza di una maggiore sensibilizzazione sui rischi corsi dai militari in missione.

L’Osservatorio Nazionale Amianto e la lotta all’uranio impoverito

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Il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, avv. Ezio Bonanni dichiara «Abbiamo il dovere di non dimenticare chi è stato sacrificato e di lottare affinché le nuove generazioni di militari non debbano affrontare lo stesso destino»

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha a lungo denunciato i devastanti effetti dell’uranio impoverito sulla salute dei militari italiani. In diverse occasioni, Bonanni ha sottolineato l’importanza di riconoscere le responsabilità delle istituzioni nel proteggere i lavoratori delle Forze Armate esposti a sostanze tossiche durante le missioni, spesso senza adeguate misure di sicurezza.

«Non possiamo ignorare il grido di sofferenza di tanti uomini e donne che hanno servito il loro Paese con onore, solo per vedersi abbandonati di fronte a malattie devastanti come il cancro», ha dichiarato il legale. «L’uranio impoverito è stato impiegato senza la dovuta considerazione per gli effetti sulla salute, portando a un vero e proprio disastro umano».

L’ONA si impegna in prima linea per ottenere giustizia per i militari colpiti e le loro famiglie, assistendo molti di loro in cause legali che hanno portato a risarcimenti significativi. Bonanni ricorda che ci sono state oltre 130 sentenze che hanno riconosciuto la correlazione tra esposizione all’uranio impoverito e gravi patologie oncologiche.

Nonostante questi progressi, il presidente ONA denuncia il persistere di una negazione da parte delle istituzioni, nonostante le evidenze scientifiche e le testimonianze. «Abbiamo il dovere di non dimenticare chi è stato sacrificato e di lottare affinché le nuove generazioni di militari non debbano affrontare lo stesso destino».

Amianto. Fincantieri condannata: risarcimento milionario a dipendente

Fincantieri condannata: risarcimento milionario per la morte di un dipendente esposto all’amianto a Castellammare di Stabbia
Fincantieri condannata: risarcimento milionario per la morte di un dipendente esposto all’amianto a Castellammare di Stabbia

IL TRIBUNALE DI TORRE ANNUNZIATA – SEZIONE LAVORO – HA EMESSO UNA SENTENZA DI CONDANNA CONTRO FINCANTIERI IN RELAZIONE ALL’AMIANTO PRESENTE NEI CANTIERI NAVALI DI CASTELLAMMARE. QUESTA DECISIONE GIURIDICA HA PORTATO AL RICONOSCIMENTO DI UN RISARCIMENTO DI CIRCA UN MILIONE DI EURO, DESTINATO AI FAMILIARI DI UN OPERAIO DECEDUTO A CAUSA DELLE CONSEGUENZE PROFESSIONALI LEGATE ALL’ESPOSIZIONE A QUESTO MATERIALE TOSSICO. LA SENTENZA SEGNA UN’IMPORTANTE VITTORIA PER LA GIUSTIZIA IN MERITO ALLA SALUTE E ALLA SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO. EVIDENZIA ALTRESÌ LA NECESSITÀ DI PROTEGGERE I LAVORATORI DA SOSTANZE PERICOLOSE E DI GARANTIRE AMBIENTI LAVORATIVI SALUBRI. A DIFENDERE I FAMILIARI DELLA VITTIMA, L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO

Castellammare, amianto nei cantieri: la storia di una vittima

Fincantieri condannata per la morte di un operaio che lavorava nel cantiere di Castellammare di Stabbia. l’uomo si era ammalato di mesotelioma

La sentenza del tribunale ha messo in luce la tragica storia di un operaio, scomparso prematuramente nel 2019 a soli 58 anni a causa di un mesotelioma pleurico, una forma aggressiva di cancro legata all’esposizione all’amianto. L’uomo, il cui tragico destino si è compiuto dopo anni di lavoro nei cantieri navali, aveva operato nello stabilimento di Castellammare di Stabia (Napoli) dal 1977 al 1981. Durante la sua carriera, aveva svolto diversi mansioni, tra cui sabbiatore, pavimentista, verniciatore e manovale, immergendosi in un ambiente di lavoro caratterizzato da una massiccia presenza di asbesto.

Sin dagli anni ‘60, il minerale era diventato una costante nei cantieri navali, ampiamente utilizzato per le sue proprietà di isolamento termico e resistenza al fuoco. Tuttavia, questa sostanza tossica si è rivelata letale per molti lavoratori, che si sono trovati a contatto con sottilissime fibre killer disperse in ogni comparto delle navi. In particolare, il lavoratore aveva manipolato amianto friabile in locali privi di adeguati impianti di aerazione e senza dispositivi di protezione individuale, come mascherine e tute monouso, strumenti fondamentali per ridurre l’inalazione delle pericolose polveri. 

La perizia del CTU

Le condizioni di lavoro erano altamente rischiose, come evidenziato dalla perizia del CTU (consulente tecnico d’ufficio).

Quest’analisi ha rivelato che il lavoratore aveva subito un’esposizione diretta a materiali contenenti eternit, utilizzato in varie parti delle navi: dalle coibentazioni alle tubature, dalle pareti ai vani motore, senza trascurare le cuccette di bordo delle imbarcazioni sia militari sia civili. La mancanza di misure di sicurezza adeguate ha ulteriormente aggravato la sua situazione lavorativa, rendendo il contesto ancora più drammatico. Grazie a questa approfondita perizia, il tribunale ha potuto riconoscere un chiaro nesso causale tra l’esposizione professionale e l’insorgenza della malattia, portando alla condanna di Fincantieri per la responsabilità nei confronti della salute del lavoratore.

Si legge in sentenza: «alla luce delle modalità operative con cui si svolgeva la movimentazione dell’amianto, la società convenuta risulta aver omesso di predisporre tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore sul luogo di lavoro, atteso che tutte le operazioni che implicavano l’esposizione ad inalazione di amianto venivano effettuate sostanzialmente senza alcuna effettiva precauzione volta ad evitare o ad abbattere l’inalazione di polveri contenti amianto».

L’ONA a fianco delle vittime di amianto 

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L’avvocato Bonanni, presidente ONA, ha difeso i familiari della vittima

L’azienda cantieristica navale ora dovrà risarcire i familiari, assistiti dal presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, Avv. Ezio Bonanni per circa un milione di euro. «Si tratta di una sentenza storica perché riconosce un maxi risarcimento per i familiari, e, oltre all’esposizione professionale, per la prima volta è stata riscontrata anche quella domestica, perché anche il padre che ha lavorato nello stesso cantiere è deceduto per mesotelioma. Un traguardo significativo verso la giustizia per le vittime di amianto» – sottolinea Bonanni.

Ad oggi, ONA ha seguito diversi procedimenti legali contro Fincantieri, come La Spezia e Monfalcone, dove numerosi lavoratori hanno riportato malattie gravi legate all’amianto, con centinaia di decessi registrati. Le condizioni di lavoro estremamente pericolose e l’assenza di adeguate misure di sicurezza e protezione, hanno esposto i lavoratori a rischi significativi dal 1960 fino agli anni ’90, con l’entrata in vigore della legge 257/92.

Il crescente numero di casi di mesotelioma e altre patologie legate all’amianto nella regione Campania e non solo, continua a essere una questione preoccupante. 

L’ONA non si limita a fornire assistenza legale; ha istituito anche un servizio di supporto sanitario per coloro che hanno ricevuto l’infausta diagnosi, raggiungibile attraverso il numero verde 800 034 294 e lo sportello telematico

Le ferite dei Balcani: Calcagni e Bonanni al convegno di Udine

Calcagni parla al convegno di Udine
il Colonnello Carlo Calcagni e la denuncia di Ezio Bonanni al convegno di Udine

NEI GIORNI SCORSI UDINE HA OSPITATO IL CONVEGNO “MORTI DA NASCONDERE – LA SINDROME DEI BALCANI” INCENTRATO INTERAMENTE SULLE VITTIME DELL’URANIO IMPOVERITO DURANTE IL CONFLITTO

Uranio impoverito: le ferite nascoste

Il Colonnello Carlo Calcagni, esposto a uranio impoverito, denuncia le ferite nascoste dei Balcani

Il convegno ha visto la partecipazione di personalità di spicco, tra cui il Colonnello di Ruolo, Carlo Calcagni, esposto a contaminazione e l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA).

L’avvocato Bonanni, durante il suo intervento, ha denunciato l’inadeguata protezione dei militari italiani impegnati nelle missioni nei Balcani, accusando lo Stato di aver occultato i pericoli dell’uranio impoverito: «La contaminazione da uranio impoverito ha colpito circa settemila militari, provocando oltre cinquecento morti», ha dichiarato il presidente dellOsservatorio Nazionale Amianto. Ha inoltre sottolineato come la negligenza istituzionale e la mancanza di dispositivi di protezione abbiano esacerbato le condizioni di salute dei soldati. Nonostante le perizie mediche e le cause legali, «il ministero della Difesa continua a negare le proprie responsabilità».

Uno dei casi più emblematici, affrontato durante l’incontro, è quello del Colonnello di Ruolo Carlo Calcagni, che nel 1996 fu inviato in missione di pace nei Balcani sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il suo racconto, mette in luce le falle di un sistema che, per anni, ha negato ai propri soldati le informazioni e la protezione necessarie per affrontare i rischi legati a materiali tossici come l’uranio impoverito. Il militare ha combattuto non solo sul campo di battaglia ma anche contro la burocrazia, ottenendo infine il riconoscimento della sua malattia come “dipendente da causa di servizio”.

Carlo Calcagni: il prezzo del silenzio di Stato e il coraggio di un uomo

La storia del Colonnello Carlo Calcagni, inviato in missione di pace nei Balcani, è quella di un soldato che, tornato dalla guerra, ha trovato non solo malattia e dolore ma anche l’indifferenza delle istituzioni che lo avevano mandato al fronte. La sua lotta continua ancora oggi, una battaglia personale contro le conseguenze dell’uranio impoverito, le ferite e il silenzio di chi avrebbe dovuto proteggerlo.

Ricostruiamo la storia dell’eroico militare

Carlo Calcagni, all’epoca pilota operativo di elicotteri, fu inviato in Bosnia-Herzegovina, uno dei teatri più sanguinosi della guerra nei Balcani

Nel 1996, Carlo Calcagni, all’epoca pilota operativo di elicotteri effettivo presso il 20° Gruppo Squadroni “Andromeda” dell’Aviazione dell’Esercito Italiano, con sede all’aeroporto di Pontecagnano (SA), fu inviato in Bosnia-Herzegovina, uno dei teatri più sanguinosi della guerra nei Balcani. Durante le missioni internazionali della NATO, ufficialmente denominate “operazioni di pace” sotto mandato delle Nazioni Unite, i soldati partecipavano attivamente in aree di conflitto con l’obiettivo di stabilizzare territori devastati dalla guerra.

Tuttavia, queste operazioni nascondevano un’insidia mortale: l’utilizzo di armamenti all’uranio impoverito da parte dell’esercito americano.

Il pericolo delle polveri invisibili

Queste polveri, invisibili e altamente tossiche, si disperdevano nell’aria e nel terreno, contaminando tutto ciò che entrava in contatto con esse, incluse l’acqua e l’atmosfera respirata dai militari. I soldati, senza adeguate protezioni, venivano esposti a questo pericoloso agente tossico. Una volta inalate o ingerite, le nanoparticelle iniziavano a intaccare irreversibilmente l’organismo, colpendo gli organi vitali e aumentando esponenzialmente il rischio di sviluppare gravi malattie come tumori, leucemie e insufficienze multiorgano.

Purtroppo, né il Colonnello Calcagni né i suoi colleghi furono informati dei pericoli cui andavano incontro. L’Esercito Italiano, pur consapevole dell’uso di questi armamenti, non avvisò i propri uomini delle possibili conseguenze per la loro salute.

Quando Carlo Calcagni rientrò dalla missione, iniziò a sviluppare sintomi preoccupanti: stanchezza cronica, difficoltà respiratorie e una serie di disturbi che, con il passare del tempo, si sarebbero rivelati segnali di una malattia degenerativa grave. La diagnosi fu devastante: contaminazione da uranio impoverito. In breve tempo, il Colonnello si trovò costretto a lasciare la sua vita da soldato per affrontare una nuova guerra, quella contro la malattia.

Un eroe dimenticato dallo Stato

Le operazioni di pace in Bosnia nascondevano un’insidia mortale: l’utilizzo di armamenti all’uranio impoverito da parte dell’esercito americano

Oggi, Carlo Calcagni è invalido al 100, costretto a convivere con una condizione fisica sempre più compromessa. «Sopravvivo grazie alle terapie, ma vivo grazie allo sport e all’impegno nel sociale», ha affermato il Colonnello.

L’uomo, nonostante la malattia, continua a combattere per il riconoscimento dei diritti dei suoi colleghi.

Ma la malattia non è stata l’unica prova che ha dovuto affrontare. Forse, la battaglia più amara è quella contro l’indifferenza dello Stato. Nonostante l’evidenza scientifica e la testimonianza di migliaia di altri militari colpiti dagli stessi problemi, l’Italia non ha mai riconosciuto formalmente le proprie responsabilità. Anzi, ha spesso evitato di ammettere apertamente il legame tra le missioni nei Balcani e le patologie riscontrate nei suoi soldati.

Sono oltre settemila i militari italiani che, come Calcagni, al ritorno dalla Bosnia e da altri scenari internazionali, hanno sviluppato malattie gravissime. Eppure, nonostante questi numeri, le risposte tardano ad arrivare. Nessuna giustizia per coloro che, in nome della patria, hanno sacrificato non solo la propria salute ma anche il proprio futuro.

Il coraggio di andare avanti: una vita dedicata alla verità

Carlo Calcagni, nonostante l’invalidità, ha scelto di non arrendersi. Ogni giorno combatte non solo contro il deterioramento del suo corpo, ma anche contro un sistema che lo ha abbandonato. La sua forza d’animo e il suo spirito di servizio rimangono inalterati. Nel suo cuore, il Colonnello resta un soldato, impegnato in una nuova missione: sensibilizzare l’opinione pubblica, dare voce a chi come lui ha subito in silenzio, e chiedere giustizia per sé e per gli altri. Attraverso interviste, testimonianze e un’attività incessante di denuncia, continua a lottare per portare alla luce la verità e per far sì che la storia non si ripeta.

Riflessioni sociali ed economiche: il peso del silenzio e le ferite nascoste

La vicenda di Calcagni solleva questioni di fondamentale importanza. Da una parte, c’è la responsabilità morale dello Stato verso i propri cittadini e, in particolare, verso chi ha lo ha servito con lealtà e dedizione. Il rifiuto di riconoscere gli errori commessi non solo ferisce le vittime, ma mina la fiducia delle persone nelle istituzioni.

Dall’altra, c’è il peso economico di questa tragedia: le cure necessarie per i militari malati sono estremamente costose e spesso gravano interamente sulle famiglie. In molti casi, queste famiglie si trovano sole ad affrontare non solo il dramma della malattia, ma anche le difficoltà finanziarie che ne derivano. Le indennità previste sono spesso insufficienti e arrivano con ritardi che, per chi vive una battaglia quotidiana contro la malattia, sono intollerabili.

La storia di Carlo Calcagni è un monito, un richiamo alla necessità di affrontare con trasparenza e giustizia il passato. Le sue ferite, sia fisiche sia morali, raccontano il prezzo altissimo che può essere richiesto a chi serve lo Stato. Ma la sua determinazione rappresenta anche un esempio di come, nonostante tutto, si possa continuare a lottare per la verità e la dignità.

Una lotta che continua. Bonanni chiede trasparenza 

Ezio-Bonanni
L’avvocato Bonanni, presidente ONA, ha denunciato l’inadeguata protezione dei militari italiani impegnati nelle missioni nei Balcani

Bonanni, in chiusura del convegno, ha ribadito l’urgenza di un cambiamento: «Non possiamo più accettare che le vite dei nostri militari vengano sacrificate in questo modo, senza trasparenza, senza tutela, e senza che nessuno si assuma le proprie responsabilità». Il convegno di Udine ha così aperto un nuovo capitolo in questa lunga lotta, mettendo ancora una volta sotto i riflettori una tragedia che non può più essere ignorata.

In un Paese che si proclama democratico e giusto, il silenzio di fronte a tragedie come questa non è accettabile. La vicenda di Calcagni, le ferite profonde e gli strascichi derivanti, ci invitano a riflettere sul significato dell’onore e del sacrificio e su quanto siamo disposti a fare per riconoscerlo a chi, come lui, ha dato tutto per il bene comune.

 

Protocollo ONA e Garante Calabria: salute e amianto tutelate

Siglato il Protocollo tra Osservatorio Nazionale Amianto e Garante regionale della Salute della Calabria: intervista al coordinatore ONA Massimo Alampi
Siglato il Protocollo tra Osservatorio Nazionale Amianto e Garante regionale della Salute della Calabria: intervista al coordinatore ONA Massimo Alampi

 

IL 27 SETTEMBRE 2024, NELLA PRESTIGIOSA CORNICE DI PALAZZO CAMPANELLA A REGGIO CALABRIA, SI È TENUTO UN IMPORTANTE CONVEGNO. INTITOLATO “QUALITÀ DELL’AMBIENTE E RISCHI PER LA SALUTE”. AL CENTRO DELL’ATTENZIONE IL TEMA URGENTE DELLA TUTELA AMBIENTALE E DEI PERICOLI PER LA SALUTE DERIVANTI DA INQUINAMENTO E ABBANDONO DI RIFIUTI TOSSICI. SIGLATO UN PROTOCOLLO D’INTESA TRA L’UFFICIO DEL GARANTE REGIONALE DELLA SALUTE E L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA) DI REGGIO CALABRIA, COORDINATO DA MASSIMO ALAMPI. L’ATTO SANCISCE UNA NUOVA ALLEANZA PER AFFRONTARE LE EMERGENZE AMBIENTALI E SANITARIE CHE AFFLIGGONO IL TERRITORIO

Personaggi di spicco a convegno 

La locandina del Convegno “Qualità dell’Ambiente e Rischi per la Salute”, promosso dall’Ufficio del Garante regionale della Salute in Calabria

L’incontro calabrese, coordinato dalla Garante Anna Maria Stanganelli, ha visto la presenza di figure di spicco come il dr. Giovanni Tripepi del CNR, che ha aperto i lavori. La discussione ha toccato i gravi danni provocati dagli incendi tossici, spesso causati dall’abbandono di rifiuti pericolosi nei quartieri di San Gregorio, Marconi e Mosorrofa. Il Comitato di Quartiere Mosorrofa, rappresentato da Pasquale Andidero, ha portato alla luce il punto di vista dei cittadini. Costretti a convivere con una situazione di degrado ambientale che mina la loro salute.

La firma del Protocollo d’intesa tra il Garante e l’ONA, rappresenta un ulteriore passo avanti nella battaglia contro l’asbesto, un pericolo silenzioso ma letale per la salute pubblica. Massimo Alampi, impegnato da tempo nella sensibilizzazione delle istituzioni locali, ha sottolineato l’importanza di questo accordo, che pone le basi per interventi più efficaci nella bonifica e nella tutela delle comunità colpite. 

Tra gli altri interventi significativi, il dr. Ivan Ammoscato del CNR di Lamezia Terme ha analizzato le conseguenze nocive degli incendi tossici, mentre il dr. Ferdinando Laghi, vicepresidente dell’International Society of Doctors for the Environment (ISDE), ha discusso la correlazione tra ambiente e salute, con un particolare focus sui processi di combustione. Il dr. Francesco Caridi dell’Università di Messina ha invece chiuso i lavori con una relazione sul rischio radiologico e la radioattività, argomenti strettamente legati alla protezione ambientale.

Intervista al coordinatore regionale ONA Calabria, Massimo Alampi

Siglato il Protocollo tra Osservatorio Nazionale Amianto e Garante regionale della Salute della Calabria

Per approfondire ulteriormente il ruolo nevralgico svolto dall’Osservatorio Nazionale Amianto in Calabria e l’importanza della recente firma del protocollo con il Garante regionale della Salute, abbiamo intervistato Massimo Alampi, coordinatore dell’ONA nella regione, figura di spicco nella lotta contro il pericoloso minerale e nella tutela della salute pubblica. Attraverso le sue parole, esploreremo in dettaglio le sfide affrontate dalle comunità locali, il percorso che ha portato alla sigla di questo accordo, e le prospettive future di questo importante impegno per la sostenibilità e la prevenzione ambientale

Quali circostanze specifiche hanno portato alla nascita del protocollo dintesa tra il Garante della Salute Regione Calabria e lONA e da chi è partita liniziativa di affrontare in modo più sistematico il problema dellesposizione all’amianto e alle altre sostanze tossiche?

L’intesa tra l’Ufficio del Garante regionale della Salute e l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) nasce da un obiettivo comune e imprescindibile: la tutela della salute pubblica, un valore che deve rimanere prioritario in ogni ambito. Il percorso che ha condotto alla firma del protocollo è iniziato con una richiesta formale da parte dell’ONA di Reggio Calabria, che ha sollecitato un intervento autorevole e deciso della Garante per affrontare una grave problematica legata alla presenza di amianto nel territorio reggino.

Nel corso del primo incontro, l’urgenza di intervenire sulle aree più esposte è stata riconosciuta e discussa con attenzione. Da questo confronto è emersa l’esigenza di formalizzare un’azione congiunta che potesse garantire un intervento sistematico e continuativo. Successivamente, durante un secondo incontro ravvicinato, è stata avanzata la proposta di un protocollo d’intesa da parte del Garante, un passaggio fondamentale che ha segnato l’inizio di una collaborazione volta a rafforzare le attività di bonifica e prevenzione sul territorio.

Il protocollo siglato fra il Garante della salute e ONA: un’iniziativa replicabile?

Il protocollo appena siglato è una risposta a una necessità locale o un modello che potrebbe essere esportato in altre regioni?

Questa è una bella domanda, in molte dichiarazioni, ho definito la città di Reggio Calabria, “La Repubblica dell’amianto”, ma non aggiungo altro, dobbiamo andare oltre, le criticità si devono affrontare.

Non sono stanco dalla battaglia che ogni giorno mi trovo davanti, ma sicuramente sono provato dal peso della scia di vittime e malati a Reggio Calabria ancora oggi nel 2024.

Misure e azioni da mettere in campo

Quali sono le specifiche misure previste nel protocollo dintesa per garantire un monitoraggio efficace della salute pubblica in Calabria?

Innanzitutto, vorrei evidenziare quanto scritto nell’articolo de “Il Quotidiano del Sud” del 28 settembre 2024. «Storicamente rilevante è stata la firma del protocollo d’intesa tra il Garante della Salute della Regione Calabria e l’ONA di Reggio Calabria». È la verità, «hanno vinto i cittadini». Cosa cambierà? Ci sarà una rivoluzione. 

L’uragano Anna Maria Stanganelli come da protocollo, avrà accesso a tutte le segnalazioni che perverranno all’ONA di RC, partendo da quelle pervenute sull’app dedicata “Mappatura Amianto” (scaricabile gratuitamente su PlayStore), via mail ona.reggiocalabria@gmail.com, via PEC onareggiocalabria@pec.it, via whatsapp con numero dedicato +39 350 081 2399 coinvolgendo e segnalando a tutte le Istituzioni preposte, con l’obbiettivo di sensibilizzare le stesse ai provvedimenti del caso. Avremo la certezza che le istanze dei cittadini saranno prese in considerazione. Ribadisco, che è una vittoria dei cittadini.

Il coinvolgimento delle comunità locali

In che modo il protocollo prevede di coinvolgere le comunità locali nella gestione delle problematiche legate all’amianto?

La sensibilizzazione dei cittadini è la base di partenza, anche se tutti sanno della nocività e tossicità di questo micidiale cancerogeno. C’è la necessità di partecipazione attiva e coinvolgimento della popolazione con campagne di sensibilizzazione e convegni specifici sulla problematica.

Per questo motivo verrà inaugurato uno sportello amianto, promosso dall’ONA, un’iniziativa pensata per rispondere in modo concreto alle richieste e alle esigenze dei cittadini riguardo alle problematiche legate all’asbesto. Questo nuovo punto di riferimento rappresenterà non solo un servizio di consulenza e supporto, ma anche un’opportunità per rafforzare la sinergia con la Garante della Salute. Insieme, queste istituzioni lavoreranno per garantire una maggiore tutela e sensibilizzazione in materia di salute pubblica, ponendo particolare attenzione ai rischi legati all’esposizione al cancerogeno.

Ritiene che la collaborazione tra ONA e istituzioni locali possa portare a un reale cambiamento nella gestione delle malattie professionali?

La volontà di coinvolgere le Istituzioni c’è sempre stata. Le proposte sono state già ampiamente fatte in questi anni, sempre nel rispetto dei ruoli e senza mai prevaricare la sovranità delle stesse. Ma non sono state prese in considerazione fino a questo momento, chissà…

Risorse finanziarie

Che tipo di risorse e finanziamenti sono necessari per attuare le strategie delineate nel protocollo?

Nessuna risorsa e nessun finanziamento, l’ONA di Reggio Calabria svolge la mission gratuitamente, confidiamo solo nelle risorse umane per contribuire a rendere l’ambiente più vivibile.

Aspettative future

Quali sono le sue aspettative riguardo alla sensibilizzazione del pubblico e delle istituzioni sul tema delle malattie legate alle esposizioni tossiche?

La strada da percorrere è tortuosa, ma, sulla problematica amianto e cancerogeni, ci sarà un cambiamento importante che comunque c’è già stato. Infatti, è di pochi giorni fa, la notizia della bonifica amianto nel quartiere di Arghillà (RC). A seguito di un autorevole intervento della Garante della Salute della regione Calabria. La prevenzione primaria quindi la bonifica, è il primo passo fondamentale. «L’unica fibra di amianto che non fa male, è quella che non respiri».

Qual è la sua visione a lungo termine per la Calabria in relazione allamianto e alla salute pubblica?

Non sono un visionario, si parte da Reggio Calabria, si farà un passo alla volta ma saranno tanti i passi. 

Dall’altra parte, è certo che gli enti e le Istituzioni preposte dovranno tenere lo stesso passo della Garante della Salute e dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

Il commento dell’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
L’avv. Bonanni, presidente ONA. «È fondamentale la bonifica per evitare altre esposizioni e quindi altri danni alla salute»

«Sono lieto che sia stato siglato questo protocollo d’intesa che costituisce un momento importante e centrale per la prevenzione primaria, la salvaguardia della salute pubblica e la protezione ambientale – dichiara il presidente ONA, avv. Ezio Bonanni -. È fondamentale la bonifica per evitare altre esposizioni e quindi altri danni alla salute. Questa collaborazione non è solo una dimostrazione di responsabilità istituzionale, ma un intervento concreto in difesa delle comunità locali, che da tempo subiscono le conseguenze dell’amianto e dell’inquinamento da sostanze nocive. L’intesa conferma che la lotta per un territorio più sicuro e la prevenzione delle patologie legate a esposizioni tossiche è non solo possibile, ma necessaria. Grazie all’impegno congiunto, e con il supporto attivo della cittadinanza, possiamo davvero avviare un cambiamento significativo per il futuro della Calabria».