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Remember una corte internazionale di giustizia ambientale?

Corte Internazionale
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10 dicembre 2015

MENTRE OGGI A ROMA E’ INIZIATA “MED”, INCENTRATA SULLA COOPERAZIONE A LIVELLO EUROMEDITERRANEO, CHE SEGUE IDEALMENTE LA CONFERENZA IN VILLA SARSINA, AD ANZIO, DALLA COP21 DI PARIGI, ECCO UNA PROFONDA RIFLESSIONE DA PARTE DEL NOSTRO CORRISPONDENTE “AK KRONOS” , Alfonso Navarra.

Parigi 10 dicembre, ore 8,10

Come già sapete mi occupo da giorni per conto di Accademia Kronos dei negoziati ufficiali della COP 21, quelli che, da lunedì 7 dicembre, i ministri dell’ambiente, subentrati ai capi di Stato e di governo che hanno inaugurato la conferenza, tengono, con l’aiuto di 7.000 “sherpa” tecnici, nella “zona blu” di Le Bourget, presieduta in massa dalla Polizia.

Corte InternazionaleL’accordo di Parigi (verrà chiamato così) punterà a contenere il riscaldamento globale (temperatura media del pianeta Terra) nel limite di più 2 gradi celsius rispetto all’era preindustriale, cioè l’inizio 1800.
La presidenza francese della Conferenza, tenuta da Laurent Fabius, insiste che il documento che verrà varato venerdì 11 dicembre dovrà essere “vincolante”.

La Conferenza di Durban, nel 2011, aveva dato mandato ai negoziatori di incardinare “un protocollo, uno strumento giuridico, comunque un risultato avente forza di legge”, che, dopo l’adozione, dovrebbe essere ratificato dai 195 Paesi firmatari della Convenzione ONU per il clima (CCNUCC).

Non è questione semplice ed in parte, nel nostro piccolo, noi “disarmisti esigenti” abbiamo affrontato la problematica del diritto internazionale, dal punto di vista analogo del disarmo nucleare, nel Seminario italo-francese che abbiamo svolto, il 25 e 26 settembre, a Villarfocchiardo, in Valle Susa. Il problema per noi era: trattato o convenzione?

Qui a Parigi esistono analogie per il testo che verrà varato sul clima. Non importerà come verrà designato questo documento (si potrebbe anche chiamarlo Giuseppe!), l’essenziale sono le intenzioni che esprimerà di voler dar vita ad un effettiva legge internazionale.

Da questo punto di vista il nodo politico è come l’accordo dovrà essere presentato al Senato USA, la cui maggioranza repubblicana è, diciamola tutta, molto scettica sulle origini anche antropiche dell’effetto serra.

Aspettative per l’approvazione del Senato americano

Se quello di Parigi verrà presentato come un “Trattato importante”, che pone base ad una nuova legislazione, allora il testo dovrà ottenere obbligatoriamente l’approvazione dei due terzi dei senatori americani. Ecco perché il segretario di Stato USA John Kerry si sbraccia a definire quello di Parigi un semplice accordo e non un trattato: vuole, per bypassare il voto del Senato, che sia classificato come semplice “executive agreement” che approfondisce la legislazione già esistente.

Gli accordi internazionali dal carattere vincolante esigono che gli Stati cedano una parte della loro sovranità: di conseguenza più un accordo è “ambizioso” e “vincolante” meno adesioni di Paesi ottiene. Qui viene fuori il dilemma: proporre un accordo vincolante taglierebbe fuori gli Stati Uniti, secondo emettitore di gas-serra dopo la Cina. Come risolverlo? I giuristi del circo di Parigi si stanno scervellando in proposito.

Il negoziatore americano, Todd Stern, ha parlato di “contratto ibrido” o di “accordo parzialmente vincolante”. Sarebbero proposti dei “vincoli a geometria variabile”.Le clausole vincolanti a priori sarebbero quelle relative alla trasparenza dei registri d’emissione dei gas-serra e a tutto ciò che dovrebbe misurare e verificare gli obiettivi che gli Stati si daranno per ridurre la CO2; non riguarderebbero in sostanza gli obiettivi stessi di riduzione, che andrebbero sotto lo statuto di impegni volontari.

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Non si adotterebbe insomma il “modello Kyoto” del 1997 che, appunto, gli USA non vollero ratificare. E che, a conti fatti, non ebbe un grande successo. Nella bozza attualmente in discussione, per quello che se ne sa, per certe proposizioni c’è la scelta tra il termine “shall” (si deve), o “should” (si dovrebbe), o “is invited to” (si è invitati a), che designano vari livelli di impegno. Pare che nella versione provvisoria sul tavolo gli “shall” si stiano moltiplicando. (Questo servirebbe a far cantare vittoria a WWF e simili).

Il problema dell’applicazione del trattato

Diamo per assodato che passi un testo “ambizioso”, ci sarebbe poi il problema della sua applicazione. Come dovrà essere recepito il trattato nelle legislazioni nazionali? Ci sarà un comitato internazionale per la sua gestione? Ci saranno meccanismi di controllo? e sanzioni effettive?

Ma non tira affatto aria di ambizioni eccessive stando alle dichiarazioni francesi che già mettono le mani avanti su quello che uscirà come prodotto finale. A cui si sta lavorando, da parte dei negoziatori, con ben quattro tavoli tematici: il finanziamento, la differenziazione, l’ambizione e le azioni pre 2020.

In ognuno di questi gruppi di lavoro dovrà essere tentato l’avvicinamento di divergenze notevoli. Il finanziamento del Nord al Sud del mondo (si è parlato di 100 miliardi di dollari all’anno) dovrà essere definito in termini di obbligo legale o di contribuzione volontaria?

Il problema dell’obiettivo dei 2 gradi

L’obiettivo stesso del tetto dei 2 gradi di aumento è in discussione: c’è chi, come l’Australia e il Canada, sostiene gli 1,5 gradi rivendicati dai piccoli Paesi insulari minacciati dall’innalzamento dei mari. Ma, ammesso e non concesso che gli 1,5 gradi passino, avremmo con ciò risolto quello che Hermann Sheer, lo scomparso presidente di EUROSOLAR, ha definito “mininalismo organizzato alla base del circo delle Conferenze sul clima”?

Non è un problema sicuramente che si pongono le ONG che di questo circo sono parte integrante, presenti a Le Bourget con ben 10.000 osservatori. La sigla che più le rappresenta è il Climate Action Nework (CAN), che raggruppa 950 associazioni di livello mondiale.

Il CAN, ben addentro alle logiche mediatiche correnti, si fa notare per l’attribuzione, ogni giorno, di un “Premio Fossile”, che assegna di volta in volta ai Paesi che giudica più frenanti rispetto ad un “buon accordo”.

La lobby del CAN ha anche organizzato, ad inizio conferenza, una Festa presso il Players, un bar del 2° arrondissement, a cui hanno partecipato un migliaio dei delegati ufficiali presenti a Le Bourget.
>Ogni inizio giornata il CAN tiene la sua riunione di coordinamento individuando le priorità di intervento e distribuendo i compiti di contatto ai gruppi membri che lavorano in modo indefesso con modalità manageriali.

A me viene in mente il nostro detto: “CAN che abbaia non morde”. Infatti questi amici corrono, si affannano, smanettano sui loro PC negli spazi ufficiali che l’ONU ha loro riservato… e pensare che tutto questo potrebbe essere per niente, dato che sovente capita che si usino le gambe al posto del cervello che latita.

Quale sarebbe il miglior accordo possibile?

Riflettiamo sul migliore accordo che potrebbe venire fuori dentro l’attuale impostazione: quote obbligatorie assegnate agli Stati per stare negli 1,5 gradi di aumento, 100 miliardi ai Paesi del Sud con contribuzioni obbligatorie, sistema del commercio delle emissioni ben regolato, verifica quinquennale su parametri correttamente focalizzati, etc.

Siamo sicuri che avremmo con tutto ciò salvato il clima che serve ad una dignitosa esistenza umana per i nostri posteri? Stando a quello che afferma la comunità scientifica (nella sua maggioranza, con distinzione tra i climatologi e i fisici) c’è da dubitarne.

Ed in ogni caso avremmo ritardato quella che è la presa di coscienza radicale da acquisire: non possiamo più permetterci di prorogare (sia pure transitoriamente) il “sistema fossile” che è garanzia non di crescita ma di catastrofe globale.

Crediamo che sopravvivere sia l’economia che l’equilibrio sociale degli USA (non stiamo parlando della Nuova Guinea!) se gli uragani come Katrina, invece di verificarsi annualmente, assumessero un ritmo mensile? E per le zone costiere sommerse dai mari potremmo parlare di “crescita”?

Sì, regaliamo pure 100 miliardi ai PVS mentre nel frattempo – e continuiamo così – ogni anno il pubblico sovvenziona con 500 miliardi di dollari l’economia fossile (di questo nessuno parla per i testi ufficiali di Parigi)!

Dovremmo fare un ragionamento analogo a quello da compiere sul nucleare: la deterrenza non è una polizza di sopravvivenza, ma la garanzia dell’Apocalisse, la certezza che prima o poi una guerra nucleare scoppierà.

Non serve una “transizione” che proroghi l’attuale sistema (con i suoi assetti di potere ed i suoi pessimi vizi), ma la “rivoluzione” del disarmo subito: è questa la ragionevolezza, non muoversi con piccoli passi non sapendo bene dove andare, ma imboccare subito la direzione contraria al precipizio verso cui lo spirito del gregge ci sta precipitando.

SUMMIT DI PARIGI ALLE BATTUTE FINALI

Siamo alle battute finali, il documento da votare tra oggi e domani è stato ulteriormente limato dalle sue 60 pagine è stato riportato a 48 pagine. In linea di massima sono tutti d’accordo ad incentivare l’uso delle energie rinnovabili, fino a raggiungere il 100% entro il 2030.

Purtroppo esistono ancora delle resistenze nell’uso senza limiti dei combustibili fossili, tra questi Paesi ci sono il Brasile, la Cina, l’India e

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il Sudafrica. La delegazione più testarda di tutte resta l’India che non vuol rinunciare al suo uso smodato del carbone, la Cina invece è più disponibile, infatti ha già dichiarato che prevede di raggiungere entro il 2050 l’utilizzazione di fonti di energia rinnovabile per l’84% a danno dell’uso del carbone.

Il Brasile che ha i suoi pozzi di petrolio e di gas resta riluttante a non utilizzarli completamente, stessa cosa per il Sudafrica. Tuttavia al momento sono più di 100 delegati di altrettanti Paesi che sono pronti a firmare l’accordo per la riduzione graduale dei combustibili fossili.

Come risposta alla minaccia globale di ridurre l’acquisto di petrolio e gas dai Paesi produttori, l’OPEC continua a tenere basso il prezzo dei barili di petrolio al fine di disincentivare progetti capaci di soppiantare i combustibili fossili.

Tra meno di 48 ore si scioglieranno i nodi e si saprà se la COP21 di Parigi è stata un successo o l’ennesimo fallimento. Dai delegati delle Isole Marshall è partita la proposta , sostenuta da AVAAZ, di ”bombardare” di SMS i delegati delle 4 nazioni indecise e contrarie a schierarsi con il resto del mondo.

Ci è stato anche fornito l’indirizzo email su cui poter operare:
https://secure.avaaz.org/it/coalition_of_ambition_11/…

Ecuador insiste en la creación de una Corte Internacional de Justicia Ambiental

Cortesía: Presidencia de la República

A continuación la transcripción completa de la intervención del presidente de Ecuador, Rafael Correa, en la 21ª conferencia del clima (COP21): Ustedes señores Jefes de Estado recibirán toda la ponencia en sus escritorios.

En primer lugar, como presidente de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe (Celac) quiero expresar al presidente Hollande y al pueblo francés toda nuestra solidaridad por los atentados sufridos. La libertad, la igualdad y la fraternidad vencerán al terror, como lo demuestra esta cumbre.

Estimados amigos, el crecimiento económico ilimitado es indeseable e imposible. Es indeseable porque los aumentos del PIB por habitante, a partir de cierto umbral, no se relaciona con el sentimiento de felicidad de un pueblo, lo cual se conoce como la Paradoja de Easterlin, planteada hace más de 30 años.

Pero sobre todo, el crecimiento económico ilimitado es imposible. La tecnología y la eficiencia amplía límites, pero no los elimina. El efecto consumo domina al efecto eficiencia. El consumo de energía ha aumentado en una tasa de 2,5% anual entre los años 1971 y 2012.

La pregunta no es si podemos seguir creciendo, sino qué detendrá el crecimiento económico en el mundo: Una decisión concertadamentre los habitantes de la tierra o la reacción natural del planeta que convertirá en ese sueño de codicia tal vez en la peor pesadilla.

Y son responsabilidades comunes, pero diferenciadas. Un habitante de los países ricos emite 38 veces más CO2 que un habitante de los países pobres. Ello no quiere decir que no existan afectaciones ambientales ligadas a la pobreza, tales como erosión de suelos, falta de tratamiento de residuos sólidos, pero cabe indicar que esa contaminación de los pobres los golpea a ellos, localmente, no globalmente.

La emergencia planetaria

Además la eficiencia energética entre los países ricos y pobres es aún abismal y se ha incrementado de 4,2 a 5,1 veces entre 1971 y 2011. La ciencia y tecnología no tienen rivalidad en el consumo, en consecuencia entre más personas los utilicen mejor. Esa es la idea central de lo que en Ecuador hemos llamado la economía social del conocimiento. Por el contrario, cuando un bien se vuelve escaso o se destruye a medida que se consume -como la naturaleza, como los bienes ambientales- es cuando debe de restringirse su consumo para evitar lo que Garrett Hardin, en su célebre artículo de 1968, llamó la tragedia de los comunes.

La emergencia planetaria exige un tratado mundial que declare a las tecnologías que mitiguen el cambio climático y sus respectivos efectos como bienes públicos globales, garantizando su libre acceso. Por el contrario, esa misma emergencia planetaria también demanda acuerdos vinculantes para evitar el consumo gratuito de bienes ambientales.

Una respuesta es hacer vinculante al Protoclo de Kyoto y ampliarlo para compensar las emisiones netas evitadas, N por sus siglas en español. N son las emisiones que pudiendo ser realizadas no son emitidas o las emisiones que existiendo dentro de la economía de cada país son reducidas.

N es el concepto exhaustivo que se requiere para completar Kyoto, porque implica compensaciones por acción y abstención y engloba todas las actividades económicas que involucran la explotación, uso y aprovechamiento de recursos naturales no renovables.

Estos son incentivos para evitar flujos de emisiones, pero también existe una deuda ecológica que debe pagarse, aunque sobre todo no debe seguir aumentando. Y aquí una idea fundamental para cualquier debate sobre sostenibilidad: la conservación de países pobres no será posible si esta no genera claras y directas mejoras en el nivel de vida de su población.

Existe una deuda ecológica que debe pagarse

El papa Francisco, en su reciente encíclica Laudato Sí, nos recuerda que los países en vías de desarrollo están las más importantes reservas de la biósfera y que con ellas se siga alimentando el desarrollo de los países más ricos. Incluso es necesario ir más allá y realizar la Declaración Universal de los Derechos de la Naturaleza, como ya lo ha hecho Ecuador en su nueva Constitución.

El principal derecho universal de la naturaleza debería ser el que pueda seguir existiendo por ser fuente de vida, pero también que pueda ofrecer los medios necesarios para que nuestras sociedad puedan alcanzar el Buen Vivir.

Aquí otra idea fuerza para evitar ciertos fundamentalismos: el ser humano no es lo único importante en la naturaleza, pero sigue siendo lo más importante. La principal respuesta para la lucha del cambio climático es, entonces, crear la Corte Internacional de Justicia Ambiental la cual debería sancionar los atentados contra los derechos de la naturaleza y establecer las obligaciones en cuanto a deuda ecológica y consumo de bienes ambientales.

Nada, planeta entero escúchenme, nada justifica que tengamos tribunales para proteger inversiones, para obligar a pagar deuda financiera, pero no tengamos tribunales para proteger a la naturaleza y obligar a pagar las deudas ambientales.

Se trata tan solo de la perversa lógica de privatizar los beneficios y socializar las pérdidas, pero el planeta ya no aguanta más. Nuestras propuestas se pueden resumir en una frase mágica: Justicia ambiental.

Pero como decía Trasímaco hace más de 2000 años en su diálogo con Sócrates: la justicia es tan solo la conveniencia del más fuerte. Muchas gracias y disculpen porque no pude presentar esta ponencia en menos de 5 minutos.

A cura del Dott. Ruggero Alcanterini direttore “L’Eco Del Litorale” ed editorialista di “Il Giornale sull’amianto”

I servizi di assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti e vittime dell’amianto e altri cancerogeni. L’associazione con il pool di tecnici, assiste i cittadini per la bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria).

L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. Fermo il ruolo della prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive, assicurano maggiori chance di guarigione, ovvero di maggiore sopravvivenza a migliori condizioni di salute.

L’ONA guida anche il pool di legali, per la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale, tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto. Anche i lavoratori che sono ancora privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto.

assistenza ona

Smaltimento uranio impoverito: approfondimento

Uranio Impoverito
Uranio impoverito

Smaltimento uranio impoverito significa rimuovere l’uranio impoverito. Gli stessi residui dei proiettili all’uranio impoverito e, soprattutto evitare le radiazioni.

Queste le tesi dell’ONA e dell’Avv. Ezio Bonanni come prevenzione primaria per i nostri militari, rispetto a questo rischio. L’ONA tutela i diritti di tutti quanti i nostri militari esposti alle nanoparticelle di metalli pesanti e alle radiazioni per l’utilizzo di questi proiettili.

Uranio ed uranio impoverito: cosa sono e quali i rischi

L’uranio, in greco οὐρανός, “cielo“, è un elemento chimico, segnalato come U. Precisamente, l’uranio radioattivo è un metallo che si presenta in colore bianco-argentato ed ha caratteristiche radioattive e tossiche. Fa parte degli attinidi e, grazie al suo isotopo, si utilizza nei reattori e armi nucleari.

È possibile trovare questo metallo nelle acque, nelle rocce, nel suolo e, addirittura, anche negli organismi viventi. Questo metallo presenta le seguenti caratteristiche:

  • duttilità;
  • malleabilità;
  • presenta una densità 1,6 volte quella del piombo;
  • è piroforico, ovvero le sue particelle sono in grado di prendere fuoco in aria spontaneamente più o meno rapidamente, in dipendenza di una serie di variabili tra le quali la temperatura e l’umidità dell’aria.

L’uranio impoverito è un sottoprodotto della produzione di uranio arricchitoSebbene la sua radioattività sia molto bassa, deve essere fisicamente protetto e può essere soggetto a garanzie internazionali.

Dove si trova uranio impoverito?

L’uranio dove si trova? Attualmente è presente in migliaia di dispositivi in ​​tutto il mondo, nella schermatura contro le radiazioni di sorgenti radioattive sigillate, in un’ampia varietà di applicazioni, tra cui agricoltura, medicina, applicazioni industriali, trasporti, nonché altre aree tecniche e di ricerca, per proteggere gli utenti dalle radiazioni.

In più, l’uranio impoverito si utilizzò nei proiettili. L’uso dei proiettili all’uranio impoverito nei territori balcanici e nel golfo, ha provocato una vera e propria epidemia tra i nostri militari. Nella scheda tecnica sui proiettili all’uranio impoverito, sono state identificate le ragioni del rischio. Nella quarta puntata di ONA TV, “Uranio impoverito, la dura battaglia dei militari italiani“, si approfondisce questo rischio.

Le fonti in disuso dell’uranio e la loro gestione

Tra i vari dispositivi che lo contengono, vi sono anche i macchinari per la terapia del cancro. Quando le apparecchiature non emettono più radiazioni sufficienti per lo scopo previsto, rimangono radioattive e devono essere correttamente gestite come “fonti in disuso”.

Ma cosa succede al resto della macchina, che può contenere uranio impoverito? La sorgente radioattiva sigillata in disuso (DSRS) continua ad essere pericolosa, perché l’accumulo di prodotti derivati ​​dal decadimento di questi isotopi, aumenta la radiazione totale emessa dal materiale.

Gestione sorgente radioattiva sigillata in disuso (DSRS)

Esiste una vasta gamma di opzioni per la gestione del DSRS, come il riciclaggio, il trasferimento nei centri appositi (a pagamento), lo stoccaggio e lo smaltimento, ma nessuna ci convince.

Riciclaggio e smaltimento uranio impoverito

L’uranio impoverito è un metallo, il meccanismo di azione, in particolare nei proiettili, è stato già specificato. Il problema è anche quello dello smaltimento dell’uranio in sé.

Le caratteristiche dell’uranio, hanno permesso il riciclaggio di ciò che in realtà è un rifiuto delle centrali nucleari per la produzione di oggetti di varia natura.

Oltre alla questione dello smaltimento uranio impoverito, si pone quella del riciclaggio. In sostanza, si ricicla l’uranio invece che smaltirlo. L’ONA, che è consapevole dei danni uranio, insiste, invece, per lo smaltimento uranio impoverito.

Occorre osservare, infatti, che il Governo USA ricicla l’uranio per risolvere i problemi di stoccaggio. Per cui, lo cede gratuitamente, in particolare all’industria bellica che, così, ha la disponibilità di uranio in quantità elevate a costo zero.

Infatti, è proprio l’industria bellica americana ad avere a disposizione grosse quantità di uranio, che,  poi, è utilizzato per i proiettili uranio impoverito.

Il materiale radioattivo, alla fine del suo ciclo dovrà essere collocato in depositi definitivi per tali scorie e rifiuti, ma ad oggi non esiste un luogo adibito a tale processo. Che fare dunque?

Una soluzione “furba”: uranio anche ai civili

Dagli anni 80 il DOE (Departement Of Energy), sta effettuando campagne promozionali per incentivare l’uso dell’uranio per applicazioni civili.

Sarà forse perché bisogna risolvere il problema dello stoccaggio d’enormi quantità di scorie radioattive accumulate negli ultimi 50 anni?

Uranio impoverito: come si smaltisce

L’uranio impoverito può essere smaltito come rifiuto radioattivo di basso livello se viene convertito in composti di ossido di uranio chimicamente stabili, come l’ossido di triuranio (U3O8) o il biossido di uranio (UO2), che sono simili alla forma chimica dell’uranio naturale.

Nella forma di ossido, l’uranio può essere smaltito come rifiuto radioattivo di basso livello in una struttura di smaltimento autorizzata.

Lo smaltimento del DSRS nei pozzi è stato proposto per la prima volta nel 1995. Da allora, si è cercato di trovare soluzioni ben definite e giustificabili per lo smaltimento di un ampio spettro di DSRS in diverse condizioni geologiche e climatiche.

Conclusioni sullo smaltimento uranio impoverito

Non esiste alcun tipo di pianificazione sicura e a lungo termine per le scorie radioattive, né per aree di immagazzinamento né per impianti di trattamento.

Ai livelli attuali, e solamente nel caso in cui il DOE riducesse a zero la produzione di nuovo combustibile nucleare, il costo del mantenimento delle esistenti scorie radioattive fino al 2070 sarebbe superiore ai duecentotrenta miliardi di dollari.

Ci si deve rendere conto, che dunque che la radioattività è un problema che non ha soluzione.

L’ONA e l’assistenza per le vittime di uranio impoverito

L’ONA  e l’avv. Ezio  Bonanni tutelano le vittime del dovere appartenenti al personale civile e militare esposto a uranio impoverito. Come rappresentato da Lorenzo Motta, coordinatore del dipartimento, l’uranio impoverito fu utilizzato per i proiettili. Ma c’è un certo negazionismo nella tutela delle vittime. Questo, non solo per l’amianto, ma anche per l’uranio e, in particolare, per quello impoverito.

L’uranio è stato utilizzato in tutti i teatri di guerra. C’è anche il problema dell’uso dell’uranio nelle centrali nucleari, tra cui, quella di Latina (centrale nucleare Latina). Il problema, quindi, è a tutto campo. L’ONA, quindi, tutela le vittime del dovere, ed in ogni caso, chiede anche che le vittime uranio centrale nucleare Latina siano indennizzate.

 

Marina Militare: Amianto nella nave Vittorio Veneto

strage Amianto Marina Militare Vittorio Veneto

I marinai ammalati raccontano la loro storia

La nave Vittorio Veneto, ormai tra le navi Marina Militare in disarmo da giugno del 2009, è stata una gloriosa lanciamissili della Marina Militare Italiana.

Sono stati eliminati gli otturatori dai cannoni, tagliati e sigillati con tappi di bronzo.
Destinata a diventare un museo, il progetto è stato bloccato a causa della massiccia presenza di amianto presente all’interno che andrebbe rimosso e trattato per poter consentirne l’apertura al pubblico. La capacità cancerogena dell’asbesto è stata confermata anche dall’ultima monografia IARC.

Una nave storica in servizio dal 1969 al 2003, che prende il nome dalla precedente nave della Marina (impiegata nella Seconda guerra mondiale)

Sono tante le operazioni che hanno reso questa nave un simbolo e onore per la Marina Militare: le operazioni umanitarie, come quella del ’73 quando la nave partecipò con l’Andrea Doria e il Terzo gruppo elicotteri al soccorso delle popolazioni colpite dalle alluvioni in Tunisia.

Ma anche l’operazione Vittorio Veneto di soccorso nelle zone del Friuli, colpite dal terremoto nel 1976.

La nave soccorse e portò in Italia anche un migliaio di profughi vietnamiti che fuggivano dal loro Paese, insieme ad altri gruppi navali. Nell’84 partecipò alla seconda fase dell’operazione “Libano Due”, con il sostegno dell’O.N.U., scortando i convogli e garantendo l’appoggio e la copertura dei contingenti nazionali schierati a Beirut.

Ma, purtroppo, com’è giusto ricordare i successi, sono troppi gli scheletri nell’armadio che si celano dietro la bellezza di molte navi della Marina Militare come questa.
Il processo di Padova ha portato a galla testimonianze e documenti secretati da cui si evince che la presenza dell’amianto a bordo dei navigli e, soprattutto la sua pericolosità per la salute, erano noti circa dagli anni ‘60.

Marinai della Vittorio Veneto affetti da malattie amianto

Molti marinai, soprattutto coloro che hanno lavorato nei reparti caldaie, gli elettricisti e i meccanici, sono venuti a mancare alle proprie famiglie e hanno lasciato un enorme spavento a chi ancora lavorava a bordo delle navi Marina italiana.

Morti a causa dell’amianto. Mesotelioma pleurico, ispessimenti pleurici, tumori. Queste le cause del decesso. Altri si sono ammalati e ancora oggi, purtroppo, abbiamo testimonianze di coloro che vi hanno lavorato e hanno gravi problemi di salute a causa dell’inalazione di fibre di amianto.

Come ci racconta il sig. T.A. : «Mi sono arruolato nella Marina Militare a soli 16 anni, con la mansione di elettricista su navi. Lavoravo come conduttore e manutentore di apparecchiature elettriche e, per un breve periodo, anche come conduttore di girobussole. Ma il mio impiego era prevalentemente quello di elettricista. Ho lavorato su varie navi della Marina come la Brenta, il Fasan, la Caorle, la Vittorio Veneto e molte altre. Dal 97 al 2003 sono stato imbarcato sulla nave Vittorio Veneto».

L’amianto era un elemento preponderante, come risaputo, in molte navi nella Marina Militare. Utilizzato per le sue capacità di isolante, resistenza al calore e per la sua economicità, venne impiegato in modo massiccio e già dagli anni ’60 ci sono prove che ne documentano la pericolosità nonostante sia stato messo al bando solo con la legge 257 del 1992.

«Anche prima degli anni ‘60 sapevano che l’amianto era presente nella nave militare perché trovammo dei documenti del ‘69 redatti dal Policlinico di Bari su dei campionamenti di visite che avevano fatto a una quindicina di operai che si erano sottoposti a questi esami.  Già all’epoca gli esami mostravano degli ispessimenti pleurici, solo che questi documenti sono rimasti secretati per non destare allarmismi. Sul Vittorio Veneto molti campioni fatti del 2003 mostravano la presenza di amianto”.

Per quanto riguarda il suo impiego, nella nave Vittorio Veneto, dove era presente l’amianto?

«L’amianto era presente nelle guarnizioni che facevamo per le resistenze elettriche, nelle cucine elettriche, lavoravamo con i burgman in amianto che erano dei fogli che servivano per fare delle guarnizioni nelle cucine dagli anni ‘80 al ‘95 circa. Lavoravamo questi fogli a mani nude. Inoltre la Vittorio Veneto nave, progettata nel ‘63, aveva la propulsione a caldaie. L’amianto era ampiamente utilizzato per isolare le condutture di vapore ad altissime temperature».

Non avevate protezioni sulla Vittorio Veneto?

«No. Utilizzavamo guanti, casco, tuta e coperte spegni fiamma in amianto per le esercitazioni antincendio >>.

In quali anni ha lavorato sulla nave Vittorio Veneto?

«Dal ‘97 al 2003 sono stato imbarcato sulla nave Vittorio Veneto sempre con la mansione di elettricista».

Quando scoprì di aver contratto una patologia a causa dell’inalazione delle fibre di asbesto?

«La Marina nel 2011 aveva iniziato il progetto “Archimede”, ovvero dei controlli da fare sul personale più a rischio. Io avevo aderito a quel progetto perché sapevo di avere a che fare con l’amianto. Mi contattarono nel 2015 per sottopormi a questi controlli. Ero già stato riformato e avevo scoperto di avere delle patologie legate ad esposizione ad amianto.

A gennaio 2015 mi hanno riformato a causa di questa fibrosi polmonare causata dall’amianto e alla riduzione della capacità respiratoria. A settembre 2014 avevo chiesto di essere visitato e, in seguito alla tac ad alta risoluzione, che feci ad ottobre, scoprii di avere le fibre di amianto nei polmoni. Tecnicamente mi diagnosticarono una broncopatia cronico ostruttiva per cui anche la mia capacitò respiratoria è ridotta».

È rimasto in contatto con i suoi colleghi? Anche loro hanno avuto dei problemi a causa dell’esposizione ad amianto?

Negli ultimi quattro anni si sono ammalate tantissime persone, nel periodo in cui sono stato imbarcato, sono rimasto in contatto con trenta persone che hanno avuto seri problemi di salute a causa dell’amianto, ispessimenti pleurici, tumore al polmone…».

Un altro marinaio, il sig. N. mi racconta la sua storia.

«A 16 anni feci domanda per lavorare nella Marina Militare. Mi assunsero nel 1987.
Sono arrivato a Mariscuola alla Maddalena nell’87 dopodiché feci un corso per quindici mesi. Successivamente ho iniziato a lavorare sulla nave Vittorio Veneto».

Qual era la sua mansione?

«Lavoravo nei locali caldaia. Tutti i tubi erano ricoperti di amianto perché è un ottimo isolante. Dovevamo cambiare le guarnizioni, le flange. Nelle flange c’erano delle guarnizioni di amianto con all’interno fibre, che noi andavamo a tagliare, a bucare e aprire con le mani per poter fare la forma della flangia.

Ho anche lavorato nelle camere di combustione della caldaia. All’interno di queste camere, fatte come un camino, c’erano dei mattoni in fibre di amianto.
Con le alte temperature i mattoni tendevano a rompersi, durante le varie fasi di accensione e spegnimento, a causa del calore. A volte durava anche mesi, Quando si spegneva l’apparato noi aprivamo la camera di combustione e attorno allo sportello c’era una corda fatta di fibre di amianto. Dovevamo togliere questa corda a mani nude, a freddo ovviamente, ma l’amianto era friabile perché la corda si sbriciolava e le fibre si disperdevano. Dovevamo sostituirla.

Per poter far vaporizzare l’acqua le temperature erano elevatissime per portare l’acqua a 450 gradi.

In quale periodo ha lavorato sulla nave Vittorio Veneto?

Ho lavorato sul Veneto dall’88 al ’94, poi sono stato via fino al ‘99 per un corso di aggiornamento e poi sono imbarcato sulla nave Vesuvio.
Lì la situazione non era diversa. Poi dal ‘99 al 2003 sono tornato sul Veneto fino a quando la nave Marina Militare è andata in riserva. Tutt’ora lavoro per la Marina Militare.

L’amianto è ancora presente nelle navi?

Ancora c’è l’amianto, è censito e incapsulato e ora la mia situazione lavorativa non è pericolosa. Prima, invece, ho inalato una quantità di fibre di amianto. Mi hanno chiamato per un controllo nel progetto Archimede nel 2015. Hanno riscontrato dei micronoduli polmonari fibrotici sparsi in entrambi i polmoni, causati dall’asbesto.
Sono molto preoccupato. Non solo per me ma anche per i miei figli.

Entrambi, come gli altri, hanno contratto delle patologie asbesto correlate e sono molto provati sia fisicamente che psicologicamente. Non solo per sé stessi. Ma soprattutto per la loro famiglia. La paura di lasciare i figli e le mogli, perché purtroppo i tempi di latenza delle malattie asbesto correlate sono molto lunghi. Vivono sperando che la malattia non peggiori e di poter godere ancora del calore familiare e della bellezza della vita.

Amavano il loro lavoro e si sono ritrovati ammalati proprio a causa di questo minerale presente in Marina italiana navi. Si chiedono perché coloro che potevano parlare e “proteggere” gli altri, evitando di esporli a questo rischio, non l’abbiano fatto.
Per tale motivo chiedono giustizia.

Avvocato Bonanni combatte per la giustizia delle vittime

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha iniziato questa battaglia nel 2008, continua a combattere dal punto di vista legale per ottenere giustizia per coloro  che hanno contratto malattie a causa dell’amianto e altri cancerogeni:

Poiché l’amianto ha capacità fibrogene e cancerogene molti di coloro che hanno svolto servizio in questa unità navale hanno contratto asbestosi, placche pleuriche, ispessimenti pleurici, mesotelioma, tumore del polmone e altre patologie tumorali. Per questo motivo come ONA abbiamo agito davanti a diverse autorità giudiziarie tra cui la Procura della Repubblica di Taranto che sta istruendo alcuni procedimenti con riferimento a uno dei quali abbiamo opposto anche la richiesta di archiviazione per ottenere l’integrale tutela giuridica della giustizia per le Vittime.

Le tutele risarcitorie hanno avuto un buon risultato con la costituzione delle prestazioni di Vittima del Dovere e di risarcimento danni su cui stiamo proseguendo.
L’ONA svolge un servizio di assistenza medica, tecnica e legale per la tutela dei diritti delle vittime”.

Il Vittorio Veneto vivrà in tutti noi, che, quando da un’altra nave ne scorgevamo all’orizzonte l’inconfondibile sagoma, provavamo un senso di ammirazione, di rispetto e di orgoglio” Amm La Rosa(2006)

E ora, aggiungo, purtroppo per i nostri militari, guardando questa nave, è impossibile non provare un forte dispiacere, abbattimento per coloro che gli hanno tolto quanto avevano di più prezioso, ovvero la stima e l’amore per il loro lavoro.

Le opinioni sullo studio condotto dal MSK

MSK
MSK

La terapia del mesotelioma (una neoplasia che può localizzarsi a livello toracico come addominale) comincia dalla correttezza della diagnosi che si deve avvalere di un’accurata indagine immunoistochimica

Purtroppo ad oggi, la maggior parte dei medici e degli oncologi vede pochissime persone con questo tumore, nonostante sia relativamente raro. Una delle principali difficoltà consiste, appunto, nella corretta diagnosi istologica differenziale. In particolare quando bisogna distinguere il mesotelioma con l’adenocarcinoma polmonare.

Ciò può comportare la perdita di prezioso tempo, causare il ritardo del trattamento la cui tempestività, al contrario, è fondamentale. Il MSK di New York sta sperimentando un nuovo studio.

Cauto il Professor Mutti, uno dei massimi esperti mondiali sulla cura del mesotelioma, che sottolinea “tutti i farmaci come nivolumab o trenelimumab o pembrolizumab non hanno alcuna efficacia nel mesothelioma (in studi controllati)”.

Riportiamo comunque lo studio americano, prendendo le distanze da qualunque sperimentazione che includa speculazioni economiche (non sono terapie).

I servizi di assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus  e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti e vittime dell’amianto e altri cancerogeni. L’associazione con il pool di tecnici, assiste i cittadini per la bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria).

L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. Fermo il ruolo della prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive, assicurano maggiori chance di guarigione, ovvero di maggiore sopravvivenza a migliori condizioni di salute. L’ONA guida anche il pool di legali, per la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale, tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto.

Anche i lavoratori che sono ancora privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto. In caso di insorgenza di malattia professionale, l’ONA avvia il percorso INAIL per l’indennizzo e/o la rendita. In caso di servizio reso nelle Forze Armate, ovvero in esposizione ad amianto ed altri cancerogeni, nel rapporto di pubblico impiego non privatizzato, la struttura medico legale dell’ONA avvia le domande amministrative di riconoscimento di causa di servizio e quelle di vittima del dovere. Tutte le vittime e i loro famigliari hanno diritto al risarcimento di tutti i danni. In caso di decesso, le somme sono liquidate ai famigliari, loro eredi legittimi.

 assistenza ona

Il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (MSK) di New York City

MSK è uno dei centri per la ricerca su nuovi modi per combattere il mesotelioma. A differenza di quanto si vede troppo spesso, gli studi clinici condotti si basano sulla ricerca di base e valutano la sicurezza e l’efficacia di promettenti test che includono le più avanzate terapie biologiche.

Chemioterapia e immunoterapia

La chemioterapia, che fa parte del trattamento standard di cura, ha dimostrato di prolungare la sopravvivenza (seppur, solo per un tempo limitato) ma spesso con significativi effetti collaterali.

Il nuovo studio

Per i pazienti affetti da mesotelioma pleurico, il centro sta adesso studiando l’efficacia di una combinazione di immunoterapia e chemioterapia prima di un intervento chirurgico aggressivo. L’immunoterapai ha finora fallito di dimostrare alcuna efficacia nel mesotelioma.

Studi precedenti con altri tumori, usando combinazione di immunoterapia e chemioterapia dopo l’intervento chirurgico, non si sono dimostrati efficaci. Nello specifico, lo studio determinerà se l’uso di Opdivo (nivolumab) con Alimta (pemetrexed) e cisplatino o carboplatino – senza ritardare la chirurgia programmata – possano prolungare significativamente il tempo di sopravvivenza del paziente.

Occorre specificare che tale studio di combinazione è progettato solo per i pazienti con Mesotelioma che si qualificano per un intervento chirurgico, che in genere non supera il 20% Chi ha invece  subito una precedente chemioterapia o una precedente immunoterapia non è idoneo per lo studio.

Il test

35 pazienti selezionati nella sperimentazione clinica, (il completamento è stimato entro novembre 2022), saranno sottoposti a due cicli di Opdivo e combinazione di chemioterapia prima dell’estesa chirurgia di pleurectomia e decorticazione.

L’esito positivo dovrebbe portare i pazienti alla chirurgia entro 30 giorni dall’operazione inizialmente prevista. Il fallimento comporterà un ritardo dell’intervento indotto dalla tossicità per più di 30 giorni.

“Questo studio clinico è importante. Non abbiamo i migliori risultati a lungo termine con il mesotelioma e dobbiamo imparare di più” hanno detto dal centro. “Questa prova non compromette lo standard di cura. Aggiunge solo un’immunoterapia chiave che ha mostrato risultati promettenti in altri tumori.  È uno studio di fattibilità, quindi vediamo dove ci porta”.

Conclusioni

Ricordiamo che Opdivo ha avuto risultati contrastanti nella lotta contro il cancro, proprio come altri farmaci immunoterapici. In particolare questa classe di farmaci ha a sempre fallito nel mesotelioma quando confrontato con la terapia standard.

Ad oggi Opdivo non è ancora stato approvato per il mesotelioma dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti.

Gesualdo Serra: una vita spezzata dall’amianto killer

Mesotelioma
Mesotelioma

Questa è la storia di un uomo, Gesualdo Serra, cambiata in maniera devastante nel giro di pochi anni a causa di un mesotelioma. Nel 2008 la moglie, di soli 45 anni, morì a causa di un aneurisma cerebrale, provocando un immenso dolore e vuoto nella vita di quest’uomo e dei due figli che si ritrovarono senza la madre da un momento all’altro.

“Nostro padre è morto soffocato, straziato, lo hanno ucciso”

Ma la vita di Gesualdo è stata costernata da molteplici sofferenze. Dopo la perdita della moglie perse, improvvisamente, il lavoro. L’unica cosa che gli restava e che gli dava la forza per andare avanti e superare questo lutto devastante.

Aveva lavorato presso diverse aziende: a titolo esemplificativo: “S.p.A. S.I.A.E. Marchetti di Sesto Calende, società titolare dello stabilimento di produzione di treni e aerei in provincia di Varese, dal 1970 al 1979; “Aeronautica Macchi S.p.A.” di Venegono Inferiore (VA), come montatore meccanico, dal 1980 al 1981; “Preparazione Tessuti” di Castelletto Ticino (NO), dal 1984 al 1986; “Flytex S.r.l”, dal 1986 al 1989 e altre.

Ma aveva lavorato anche per l’esercito, nei reggimenti di artiglieria da montagna, per un anno, come artigliere radiofonista conduttore.

Secondo gli atti: “è stata proprio tale massiccia esposizione a polveri e fibre di amianto (almeno a titolo di concausa), ad aver provocato l’insorgenza del mesotelioma pleurico”, con conseguente diritto delle parti assistite ad ottenere il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali”.

Ha lavorato per anni a contatto con l’amianto, inconsapevolmente e si è ritrovato a un passo dalla pensione senza lavoro. Era ormai psicologicamente provato, trovarsi a quell’età senza un’occupazione era deleterio e non aiutava certo a superare la solitudine e i pensieri che affollavano la sua mente. Era frustrante, per un uomo che aveva sempre messo i figli e la famiglia sopra ogni cosa privandosi di tutto, vivere così.

Fortunatamente una cara parente della moglie, di Verona, decise di aiutare Gesualdo trovandogli un piccolo impiego nella sua azienda per permettergli di concludere la carriera lavorativa. Era rinato.

Il solo fatto di poter sentirsi utile era per lui una grande soddisfazione morale, come padre e come uomo. 

La storia di Gesualdo Serra: aveva 56 anni

Grazie a questo lavoro iniziò a superare la depressione che lo aveva colpito, ma nel 2014 ebbe un malessere improvviso dopo aver preso freddo e lo portarono immediatamente in ospedale.
Da lì l’inizio di un inferno. Aveva pensato di esserselo lasciato alle spalle ma il peggio doveva ancora arrivare.

lo portarono all’ospedale per una “polmonite”, ma i medici scoprirono che c’era qualcosa di peggiore e diagnosticarono un tumore: il mesotelioma pleurico.

Quando lo operarono scoprirono che il tumore era già in metastasi. Il mesotelioma, “tipico” tumore da amianto lo aveva consumato dall’interno chissà da quanto tempo e i sintomi, come spesso succede, sono talmente poco evidenti e trascurabili (una po’ di tosse ad esempio) che inevitabilmente lo avrebbero portato alla morte. Non c’era più nulla da fare.

Mesotelioma
Mesotelioma

Quando hanno aperto la pleura era già al quarto stadio di tumore. L’esame istologico confermò la diagnosi di mesotelioma. Iniziò a combattere una battaglia contro il tumore, consapevole che era ormai troppo tardi per poter guarire.

Da lì sono iniziati i cicli di chemioterapia. Gesualdo viveva in Veneto e i due figli erano lontani. Fu un calvario sia per Gesualdo sia per i figli che dovettero assisterlo: il maggiore, ufficiale della marina militare imbarcato.

Appena in porto andava direttamente dal padre lasciando sia la bambina sia la moglie sole per lunghi periodi così come anche l’altro figlio, partiva da lontano per assistere il padre per intere settimane notte e giorno.

Soffriva in silenzio, Gesualdo ma era consapevole che la morte lo avrebbe presto portato via dai suoi cari e gli avrebbe tolto anche la possibilità di veder crescere quella nipotina alla quale era tanto legato.

La diagnosi di mesotelioma pleurico

I medici gli avevano dato otto mesi di vita ma, tra operazioni e chemioterapia è riuscito, anche grazie alla sua forza di volontà, ad andare avanti per due anni. A stento, cercando di non pesare sui figli, spesso mentendo al telefono sul suo stato di salute.

Mesotelioma
Mesotelioma

Quando i familiari si accorsero che mancavano pochi giorni alla morte decisero di affidarlo a due sue sorelle, suore del  Cottolengo di Torino, che gli offrirono assistenza amorevole.
Gli antidolorifici lo avevano ridotto malissimo, furono due, tre settimane di agonia. 
Gesualdo nel periodo di malattia, aveva fatto richiesta all’INAIL di malattia professionale: ovviamente è stata accettata.

Ma quando nel 2018 morì, i figli si rivolsero all’avvocato Bonanni perché in seguito alla morte, a causa dell’amianto
Si ravvisava il reato di omicidio colposo.

Infatti, come riportano gli atti: “tale procedimento, avente ad oggetto il delitto di cui all’art 590, co. 1 e 3, c.p., nasce dalla trasmissione, da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verbania, di atti relativi all’inchiesta per malattia professionale condotta dalla stessa A.S.L. di Verbania: difatti, la nota n. 14629/Spresal/A, avente data 05.06.2014, ha ad oggetto “inchiesta malattia professionale (mesotelioma pleurico) relativa al Sig. SERRA Gesualdo”.

Mesotelioma
Mesotelioma

Come precisato, tuttavia, in data 18.05.2016, il Fu Sig. SERRA Gesualdo, dopo atroci sofferenze, è deceduto a causa di “mesotelioma”: non si comprende come mai, pur essendo pervenuta all’organo inquirente la notizia del decesso del Sig. SERRA Gesualdo – come dimostrato dagli atti di indagine contenuti nel fascicolo del P.M. – lo stesso P.M. non ha modificato l’ipotesi di reato da lesioni colpose a omicidio colposo, ma anzi ha avanzato richiesta di archiviazione proprio per il delitto di cui all’art. 590 c.p.

“Questa malattia ti soffoca– racconta uno dei figli- ti fa morire annegato perché negli ultimi giorni la produzione di liquidi che provoca il mesotelioma arriva alla bocca. Hanno infilato all’interno della bocca una cannula che aspira i liquidi”. Il suo respiro era un sibilo doloroso.

Era lì a vedere il padre morire soffocato dal mesotelioma che lo aveva travolto

Una cosa terribile. Tutto questo a causa di coloro che mettono a rischio le vite dei lavoratori esposti all’amianto. Anche le tute che lui portava erano intrise di amianto. Chissà quanto ne abbiamo respirato anche noi familiari.Mi sono occupato di mio padre mentre coloro che hanno provocato la morte di mio padre e di altri per aver omesso la presenza dell’amianto sono lì tranquilli a godersi la vita senza alcuna preoccupazione o senso di colpa. È inconcepibile. Hanno ucciso mio padre. Voglio giustizia. Per tutti coloro che non meritavano di morire per svolgere il proprio lavoro”.

Ora i figli, tramite l’avvocato Ezio Bonanni, procederanno per ottenere giustizia e i dovuti risarcimenti. Tuttavia mai colmeranno il vuoto creato dalla morte dell’amato padre.

I servizi di assistenza medica e tutela legale dell’ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus  e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti e vittime dell’amianto e altri cancerogeni. L’associazione con il pool di tecnici, assiste i cittadini per la bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria).

L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. Fermo il ruolo della prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive, assicurano maggiori chance di guarigione, ovvero di maggiore sopravvivenza a migliori condizioni di salute. L’ONA guida anche il pool di legali, per la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale. Tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto.

Anche i lavoratori che sono ancora privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto. In caso di insorgenza di malattia professionale, l’ONA avvia il percorso INAIL per l’indennizzo e/o la rendita. In caso di servizio reso nelle Forze Armate, ovvero in esposizione ad amianto ed altri cancerogeni, nel rapporto di pubblico impiego non privatizzato, la struttura medico legale dell’ONA avvia le domande amministrative di riconoscimento di causa di servizio e quelle di vittima del dovere. Tutte le vittime e i loro famigliari hanno diritto al risarcimento di tutti i danni. In caso di decesso, le somme sono liquidate ai famigliari, loro eredi legittimi.

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