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mercoledì, Agosto 12, 2026
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Amianto, processo Atm: l’ONA chiede la condanna dell’imputato

AMIANTO PROCESSO ATM
atm scritto su un vetro

Amianto: processo ATM in Corte di Appello

Il GUP, Dott.ssa Elisabetta Meyer, ha accolto le richieste del PM Dott. Maurizio Ascione e dei difensori di parte civile nel processo ATM.

Infatti, sono stati rinviati a giudizio gli ex direttori generali dell’azienda di trasporti Atm, Elio Gambini e Roberto Massetti.

L’accusa è quella di omicidio colposo e lesioni colpose gravi per la morte e le lesioni di alcuni dipendenti di ATM. Decessi dovuti a patologie asbesto correlate.

I due imputati, all’epoca dell’attività lavorativa dei deceduti e di coloro che hanno contratto patologie asbesto correlate, erano titolari delle posizioni di garanzia.

In altre parole, avrebbero dovuto evitare quell’esposizione ad amianto che poi ha provocato patologie mortali e/o lesive.

L’inizio del dibattimento è stato fissato innanzi il Tribunale Monocratico di Milano, XI° Sezione, per l’udienza del 13. gennaio 2017, e nel corso del procedimento dopo la citazione del responsabile civile, è stata svolta l’istruttoria.

La costituzione di parte civile per il risarcimento del danno

L’ATM è stata già citata come responsabile civile, grazie all’iniziativa da me promossa. Nel corso del procedimento di I°, si è raggiunta la prova della esposizione ad amianto delle vittime.

L’ONA chiede la condanna dell’imputato e il risarcimento danni

All’udienza dibattimentale del Processo ATM, l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto costituita parte civile ha coadiuvato la pubblica accusa e sostenuto le ragioni delle vittime e dei loro famigliari.

Difatti, sarebbe stato sufficiente utilizzare materiali sostitutivi. Ovvero porre a conoscenza i dipendenti del rischio amianto e dotarli di maschere protettive e di altri presidi per evitare l’esposizione.

Per evitare così la lesione alla salute e le più tragiche conseguenze che si sono verificate e per le quali è necessario che si faccia luce.

Purtroppo temiamo anche per altri lavoratori e quindi auspichiamo che venga istituito un servizio di sorveglianza sanitaria per tutti coloro che hanno svolto le stesse mansioni dei deceduti e negli stessi periodi.

Tribunale di Milano: assoluzione degli imputati

Il Tribunale penale di Milano, nonostante le prove di colpevolezza, ha assolto l’unico imputato rimasto in vita.

Nel corso del giudizio di primo grado, erano emerse le prove della esposizione ad amianto delle parti civili, ovvero persone offese, in assenza di strumenti di cautela, ed è per questo motivo che, alla luce della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, il PM, Dott. Maurizio Ascione, aveva concluso chiedendo la condanna dell’ultimo imputato, rimasto in vita dopo che l’altro era venuto a mancare.

Al tempo, avevamo concluso che il Tribunale accogliesse le richieste della pubblica accusa e condannasse l’imputato e l’ATM S.p.A. come responsabile civile.

Di conseguenza, lo stesso avrebbe pagato in solido gli importi dovuti a titolo di integrale risarcimento di tutti i danni da reato, sia subiti dalla vittima deceduta che dai congiunti, suoi eredi legittimi, in ogni caso pregiudicati dalla morte di un proprio familiare.

Così, il Tribunale penale di Milano, G. Dott.ssa Maria Idra Gurgo di Castelmenandro, sentenza n. 12319/2018, del 25.01.2019.

In questo modo è stato definito il procedimento n. 41767/2015 R.G.N.R. e n. 12428/2016 R.G. Trib., con il quale l’unico imputato, Gambini Elio, è stato assolto. Per alcuni casi la formula è quella che il fatto non sussiste, per altri di non aver commesso il fatto.

Il Tribunale di Milano, ha mandato assolto Gambini Elio, per alcuni capi di imputazione, perché il fatto non sussiste, e per gli altri ‘per non aver commesso il fatto’.

In buona sostanza il Tribunale, in particolare con riferimento alla formula assolutoria ‘non aver commesso il fatto’, radica l’assoluzione sulla presunta assenza di certezza, oltre ogni ragionevole dubbio, della imputabilità causale della morte di Camponero Gaetano, come delle altre vittime, di cui ai capi 1, 2, 4 e 6.

In sostanza, per questi ultimi casi si assume l’insussistenza del nesso causale, in ordine all’imputazione di omicidio colposo. Proprio per il caso del sig. Camponero Gaetano, i cui familiari sono rappresentati dall’ONA, l’assoluzione motivata con l’esclusione del nesso causale.

L’ONA e l’avv. Ezio Bonanni non ci stanno: si va in appello!

Questo quadro assolutorio è sconfessato dalla realtà dei fatti, e dal quadro probatorio in atti, che all’esito del dibattimento ha permesso e permette la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, della imputabilità causale della morte delle vittime, all’utilizzo di amianto, in assenza di cautele, in ATM Milano.

Per questi motivi, sia il Pubblico Ministero, il Dott. Maurizio Ascione, sia dal sottoscritto, come Presidente ONA e difensore di parte civile hanno impugnato la sentenza. L’impegno del P.M. è molto importante per ottenere giustizia per le vittime.

Appello contro l’assoluzione: giustizia per le vittime amianto ATM

Infatti lo stesso PM, Dott. Maurizio Ascione, sulla base delle prove, ha impugnato la sentenza di assoluzione. L’intervento del P.M. è molto importante perché l’appello della parte civile è circoscritto agli effetti civilistici.

Invece, così, grazie all’impegno della Procura di Milano la Corte di Appello di Milano si potrà pronunciare con una sentenza che avrà effetti penali.

Così, l’imputato rimane alla sbarra. Tuttavia, il Tribunale di Milano, nell’assolvere l’imputato, ha smentito e contraddetto se stesso.

Infatti, nella stessa sentenza assolutoria (pag.14), si legge: “risulta dimostrato l’uso di amianto in parti delle strutture edili e in componentistica delle vetture … può ritenersi dimostrata in via generale l’esposizione dei dipendenti ATM al pericolo di inalare fibre di amianto …”.

In più, durante le bonifiche, i lavori non sono stati interrotti. Quindi, le vittime erano presenti mentre erano eseguiti i lavori di bonifica amianto. Questo ha provocato ulteriore fonte di esposizione.

Inoltre, a pag. 17 sotto si legge: ‘le indagini ambientali effettuate dall’Ing. Robotto si collocano in periodi di tempo ben lontani’. Questi risultati sono stati contestati dalle difese delle parti civili e dallo stesso Pubblico Ministero.

Infatti, pro domo sua, la stessa ATM aveva commissionato delle indagini ambientali in forza delle quali le gallerie e le carrozze imbottite di amianto, non avrebbero dato rilascio di fibre!

Si tratta, evidentemente, di risultati fallaci che sono stati smentiti, se non altro, dal dato epidemiologico. Come chiarito anche dalla stessa sentenza, la ‘bonifica di amianto nelle stazioni e gallerie metropolitane è stata avviata da ATM negli anni ’90 (prima della dirigenza Gambini)’.

In questo contesto, dunque, sono chiare le prove della responsabilità dell’imputato. In ogni caso, permane l’obbligo del risarcimento del danno a carico del datore di lavoro.

Processo ATM: colpa e responsabilità civile dell’imputato

Il Pubblico Ministero, Dott. Maurizio Ascione, forte di una lunga esperienza, ha sostenuto e sostiene la pubblica accusa. Infatti, già nel suo atto di appello, al pari di quello a mia firma, rimarca la sussistenza della colpa.

Infatti, se da una parte è confermata l’esposizione ad amianto e per di più senza cautele, provocata dall’imputato, dall’altra risulta la violazione delle regole cautelari. In un periodo come quello dagli anni 60, fino ai tempi più recenti, in cui era risaputo che l’amianto inducesse cancro (proprio come indicato nell’ultima monografia IARC), nella metropolitana di Milano era ancora presente.

Ciò non solo nelle gallerie, e quindi nelle strutture, ma anche nelle carrozze ferroviarie. Come risulta dalle stesse indagini, c’era elevata aerodispersione di polveri e fibre senza alcuna protezione e prevenzione.

Quindi, proprio la violazione dell’art. 2087 c.c., e delle altre norme che disponevano le regole cautelari, sono alla base della responsabilità dell’imputato. Così, il Pubblico Ministero, Dott. Maurizio Ascione, e il pull dei legali dell’ ONA, specialisti nella tutela delle vittime dell’amianto, hanno rimarcato la rilevanza di queste violazioni.

ATM, morti per amianto: lutti e tragedie prevedibili ed evitabili

L’uso di amianto, la tardiva presa d’atto, e rimozione, per di più con presenza delle maestranze, ha provocato elevata esposizione.

Questa elevata esposizione è alla base dell’elevato numero di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto correlate. Infatti, il mesotelioma è malattia asbesto correlata, monofattoriale e dose dipendente.

Tenendo conto che il mesotelioma è malattia asbesto correlata, dose dipendente, e che rileva il mantenimento di un costante stato infiammatorio, e il fatto stesso che le esposizioni siano proseguite, senza strumenti cautelari, è confermato il nesso causale, e dunque la sussistenza del reato ipotizzato.

Corte di Appello di Milano condanni l’imputato: le richieste dell’ONA

La Corte di Appello di Milano è chiamata, quindi, a pronunciarsi sulle morti di amianto nella metropolitana milanese. Un epilogo che non è certo scontato, viste le ragioni di giustizia delle vittime, e la necessità di evitare altre morti inaccettabili.

Per questi motivi, all’udienza del 10 settembre 2021, abbiamo chiesto la condanna dell’unico imputato rimasto in vita. Le ragioni che confermano la sussistenza del reato sono evidenti.

Il nesso causale, ovvero l’imputabilità dell’evento morte delle vittime alle condotte attive ed omissive dell’imputato, non può essere messo in dubbio.

Non può essere contestato il nesso causale, oltre ogni ragionevole dubbio. Infatti, proprio sulla base della prova dell’esposizione ad amianto senza cautele e della dose dipendenza, è confermato il nesso causale.

Corte di Appello di Milano: l’epilogo del processo ATM

Il processo ATM, ovvero processo sull’amianto nella metropolitana di Milano che vede imputato l’ex manager della società di trasporti Elio Gambini, per omicidio colposo sta volgendo al termine.

Infatti, l’accusa per il decesso per mesotelioma e altre malattie asbesto correlate, avvenuto tra il 2009 e il 2015, di sei dipendenti esposti a fibre e polveri di amianto nei tunnel della metropolitana e nei depositi dei mezzi di superficie, è fondata.

All’udienza del 10.09.2021, il Dott. Maurizio Ascione ha chiesto l’accoglimento dell’appello, e per gli effetti la condanna dell’imputato alla pena ritenuta di giustizia.

L’Avv. Ezio Bonanni, in qualità di difensore di parte civile, sostituito in udienza dall’Avv. Roberta Verzicco, ha concluso affinché la Corte di Appello di Milano condanni l’imputato, in solido con il responsabile civile ATM S.p.A., al risarcimento di tutti i danni da reato, subiti prima di tutto dalla vittima primaria, e poi dai suoi congiunti, anche iure proprio.

L’ONA  e la richiesta di risarcimento per le vittime e i familiari

Il mesotelioma è la classica neoplasia dell’amianto, che ne costituisce, come detto, l’unica causa. Per questi motivi, di fronte a questa epidemia di mesoteliomi nella metropolitana milanese, è giusto ottenere il risarcimento del danno.

Proprio per questi motivi, come associazione, e anche nel mio impegno personale come pioniere della difesa delle vittime dell’amianto in Italia, ci siamo impegnati in questo procedimento.

Le vittime dell’amianto nella metropolitana milanese hanno ottenuto già il riconoscimento Inail di malattia professionale. Ora, con il procedimento penale, in caso di condanna si potrà ottenere il risarcimento del danno.

Tuttavia, anche nel caso di assoluzione, sussiste la possibilità di poter azionare la richiesta risarcitoria in sede civile. In quest’ultimo caso, la regola probatoria sarà meno stringente. Infatti, in sede civile, sarà sufficiente dimostrare, con la regola del “più probabile che non”, il nesso causale.

Per questi motivi, l’ONA è operativa anche nella tutela previdenziale e civilistica, anche attraverso il Numero Verde 800 034 294 per ricevere assistenza medica e legale.

L’impegno dell’ONA nella città di Milano

La nostra associazione ha mostrato da sempre intesse nella tutela delle vittime amianto nella città di Milano. Il sottoscritto stesso si è posto in prima linea per sensibilizzare la metropoli lombarda alla problematica amianto.

Proprio come nel seguente filmato, tratto dall’evento: Milano, “Amianto, in fila per morire. Le stragi approdano nelle aule giudiziarie”.

Pilota Militare esposto ad uranio impoverito e amianto sviluppa cancro

Uranio
Alfredo Cesini, Albania

“Non ci hanno mai informato dei pericoli a cui andavamo incontro”

Alfredo Cesini, primo Maresciallo dell’Esercito Italiano, malato di cancro per esposizione ad amianto e uranio impoverito, perché pilota. Infatti, l’amianto è stato utilizzato anche negli elicotteri dell’Esercito Italiano.

Epidemia di cancro nei militari dell’Esercito Italiano: il caso Cesini

Sono molti i militari dell’Esercito Italiano che hanno svolto missioni all’estero senza essere informati dei rischi a cui erano esposti. Sapevano che queste missioni comportavano dei pericoli ma non che questi fossero legati alla contaminazione con sostanze cancerogene.

Una voce inascoltata, quella del dubbio che si insediava nella mente di Alfredo e degli altri militari, che chiedevano ai loro superiori quali fossero le complicazioni e i danni che avrebbero potuto subire recandosi in missione nei teatri di guerra.

Alfredo Cesini ha lavorato per l’Esercito Italiano dal 1979 al 2007, inizialmente ammesso in ferma volontaria di due anni presso la Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo e, successivamente, inviato al Corso Piloti di Elicotteri alla Scuola di Volo di Frosinone dell’Aeronautica Militare Italiana.

Per questo, Alfredo, pilotò elicotteri dell’aviazione dell’Esercito su aree di guerra, in missioni molto pericolose per l’instabilità politica e militare di quegli Stati in quel periodo storico.

Decollò e atterrò su basi, aeroporti e zone in cui c’erano stati bombardamenti con esplosivi convenzionali e con uranio impoverito. Al Cesini fu ordinato proprio di intervenire in questi luoghi in cui erano esplose pallottole all’uranio impoverito e di raccogliere i cadaveri di civili e soldati feriti in seguito all’esplosione. Non solo, in caso di ordigni inesplosi, doveva recuperare i proiettili.

Un compito, quello di Alfredo, che avrebbe segnato chiunque, per le cose che era costretto a vedere, la brutalità dei resti della guerra. Ma non fu questo che lo portò ad ammalarsi. La vista dei teatri di guerra lasciava in lui, come racconta sua moglie, un silenzio tombale che durava quasi una settimana al rientro dalle missioni.

uranio
Alfredo Cesini

La relazione medico legale e l’esposizione a uranio impoverito e altri cancerogeni

Nei mesi di missione in Kosovo il regime alimentare era altamente tossico e i militari mangiavano cibi contaminati attraverso il lavaggio e la cottura con acqua non controllata chimicamente e batteriologicamente.

Erano, inoltre, coinvolti dall’immissione delle sostanze chimiche emesse dalle ciminiere delle centrali termoelettriche.

Da non dimenticare il danno fisico recato dai vaccini multipli effettuati in tempi ravvicinati. Il militare, informato poco prima della partenza e, quindi, era sottoposto a un programma vaccinale in tempi veloci altamente lesivo per la salute.

Dalla documentazione in atti e dalle informazioni raccolte dai soggetti sentiti, la presenza di amianto appare confermata (oltre che in edifici e impianti tecnologici) sotto forma di guarnizioni e materiali di attrito quali freni e frizioni in aerei ed elicotteri, sistemi d’arma (missili e lanciamissili), autoveicoli e altri tipi di veicoli (blindati, carrelli rimorchiati).

Da non dimenticare che erano in amianto le guarnizioni, condotti, tubi e pastiglie dei freni.

Alfredo Cesini, ormai a letto senza la forza di parlare, sente la necessità di raccontare la sua storia

Un uomo coraggioso, Alfredo, che ha bisogno di parlare, anche a discapito della salute, perché le cose non rimangano nascoste nel silenzio e per far sì che altri sappiano la verità sulle missioni all’estero.

“Dopo aver effettuato alcune prove fisiche e di idoneità io e i miei colleghi ci siamo arruolati. Il nostro scopo era quello di diventare piloti di elicotteri dell’Esercito. Ho fatto questa scelta per passione verso il volo e dedizione per lo Stato.
Durante una missione in Albania, insieme ai miei colleghi, siamo stati presi in ostaggio. Io ero comandante dell’aeromobile, poi c’era il copilota e tre persone dell’equipaggio. Alcune persone con armi alla mano ci hanno costretti ad atterrare in una zona da loro richiesta. Abbiamo rischiato la vita. Dopo averli portati sul posto ci hanno lasciato liberi”.

Successivamente, chiese al comandante, data la pericolosità delle missioni e il trasporto di persone malate, di evitare questi viaggi e di mandare le ambulanze.

uranio
Alfredo Cesini con la sua famiglia

Prima di andare in missione io e i miei colleghi – continua Alfredo – abbiamo chiesto se la zona era bonificata o c’erano dei pericoli a causa dei bombardamenti e dei proiettili. Non hanno risposto. Questo ci è pesato molto perché  qualcuno sapeva e non voleva o poteva darci le risposte sulla sicurezza. Siamo stati mandati lì a Sarajevo, in Iraq, in Afghanistan e in altre missioni chiedendo informazioni e sicurezza sul lavoro e non avendo risposte sulle precauzioni che potevamo adottare. Ci dissero che la zona era idonea. Ma la situazione, secondo noi, non era chiara”.

Esposizione ad uranio impoverito e metalli pesanti: i casi sono molti

Alfredo Cesini ha effettuato vari controlli, come l’esame delle urine, che hanno dimostrato elevate concentrazioni di metalli pesanti come nel caso del Col. Carlo Calcagni, già ufficiale elicotterista del Ruolo D’Onore dell’Esercito Italiano, impiegato negli stessi teatri di guerra di Alfredo Cesini.

Difeso dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, perché i suoi diritti siano riconosciuti e il suo status di Vittima del dovere.

Penso a tante persone che sono nella mia stessa situazione e sento doveroso informare quelli che non sanno e, purtroppo, hanno contratto patologie legate all’esposizione a queste sostanze cancerogene”.

La legge tutela i lavoratori e la sicurezza sul lavoro. È  necessario che questa venga rispettata, per coloro che vogliono giustizia e, soprattutto, per evitare che ancora una volta queste ingiustizie rimangano impunite.

Mesotelioma peritoneale: meglio la cura HIPEC in strutture accademiche

Mesotelioma peritoneale HIPEC
donna su un letto di ospedale

Più della metà dei pazienti con cancro del mesotelioma peritoneale negli Stati Uniti viene curata nei comuni ospedali.

Dei 2.682 pazienti (monitorati per un periodo di 12 anni), il 47,4% è stato trattato in una struttura accademica e il 52,6% in una struttura tradizionale, seguendo programmi oncologici tradizionali, completi o programmi oncologici di rete integrati.

Inoltre, nei centri ospedalieri tradizionali, solo il 38,2% dei pazienti è stato sottoposto a qualsiasi tipo di intervento chirurgico rispetto al 62,4% dei centri accademici.

Questo abbassa notevolmente i tempi di sopravvivenza rispetto ai pazienti curati in una struttura accademica/di ricerca.

Lo studio Brigham and Women’s Hospital

A sostenerlo, un team di ricerca medica presso il Brigham and Women’s Hospital, affiliato della Harvard Medical School.

Gli autori dello studio hanno dimostrato che la sopravvivenza mediana è più del doppio per i pazienti trattati in una struttura accademica rispetto a quelli in un ospedale tradizionale.

Lo studio è consultabile attraverso il Journal of Gastrointestinal Surgery, numero di luglio. 

Mesotelioma peritoneale: giusta cura e aspettative di vita

L’aspettativa di vita media per il mesotelioma peritoneale è di 31 mesi.

Ebbene, una parte dello studio di Brigham & Women ha separato i pazienti in tre sottogruppi: quelli trattati solo con la chemioterapia, quelli trattati con la chirurgia e quelli trattati con la chemioterapia e la chirurgia.

La differenza di sopravvivenza tra i pazienti curati negli ospedali accademici, rispetto a quelli ricoverati negli ospedali tradizionali,  ha dimostrato che il sottogruppo che ha ricevuto sia la chemioterapia che la chirurgia, avrebbe aspettative di vita più lunghe.

Linee guida non adeguate in ospedale

Un fattore che incide sulla sopravvivenza media in ospedale, è la mancanza di linee guida specifiche per il trattamento del mesotelioma peritoneale.

Esistono solo linee guida specifiche per il mesotelioma pleurico. I pazienti di mesotelioma peritoneale vengono invece valutati secondo un iter standardizzato che non è particolarmente efficace.

Di contro, in un centro specializzato con esperienza nel mesotelioma peritoneale, (in genere è un centro accademico), si utilizza la nuova combinazione di chirurgia citoriduttiva (CRS) o debulking e chemioterapia intraperitoneale ipertermica, o HIPEC.

“Le differenze di sopravvivenza osservate possono in parte essere spiegate dai tassi più bassi di chirurgia e chemioterapia tra i pazienti trattati negli ospedali di comunità”, hanno scritto gli autori. 

Queste discrepanze terapeutiche possono esse stesse derivare dalla mancanza di linee guida standardizzate, nonché dalla mancanza di esperienza nei centri comunitari”.

Una speranza dal trattamento HIPEC nei centri accademici?

I ricercatori stimano che il 45% dei pazienti sopravvive 10 anni o più se trattati con HIPEC e chirurgia citoriduttiva;

Negli ospedali tradizionali, solo il 10,4% inzia la chemioterapia lo stesso giorno dell’intervento (HIPEC).

Nei centri accademici, il 28,8% dei malati beneficia della combinazione HIPEC.

Che cos’è l’HIPEC?

L’HIPEC è un lavaggio intraperitoneale chemioterapico, riscaldato a una temperatura tra i 40 e i 42 gradi.

Questa temperatura è abbastanza alta da uccidere le cellule cancerose ma abbastanza bassa da proteggere le cellule sane.

Oltre ad essere utilizzato per trattare il mesotelioma peritoneale, l’HIPEC viene somministrato come terapia del cancro ovarico, tumore del colon, cancro gastrico e appendicolare.

Differenza fra terapia sistemica e HIPEC

La chemioterapia sistemica comprende la chemioterapia convenzionale o citotossica, la terapia ormonale, la terapia mirata, e l’immunoterapia.

Il trattamento avviene per via endovenosa, cosa che impedisce al farmaco chemioterapico di danneggiare troppe cellule sane in tutto il corpo. I pazienti tuttavia ricevono una minore concentrazione di farmaci. 

Con l’HIPEC, la terapia viene fatta circolare nella cavità addominale (peritoneo) per almeno 90 minuti dopo l’intervento chirurgico. 

Ciò consente ai pazienti di ricevere concentrazioni più elevate di farmaci chemioterapici, in grado di rimuovere tumori e lesioni.

In combinazione con la chirurgia, l’intero processo richiede in media 8-14 ore.

Una volta terminato il lavaggio HIPEC, i medici risciacquano la cavità addominale con una soluzione salina. Quindi chiudono le incisioni.

I vantaggi di questo tipo di terapia

Solitamente, i chirurghi mirano a rimuovere tutti i tumori visibili durante la chirurgia del mesotelioma. Tuttavia, è comune che alcune cellule tumorali rimangano. 

Se è vero che gli interventi chirurgici di ogni categoria oncologica hanno dimostrato un beneficio in termini di sopravvivenza, la terapia HIPEC  consente di:

1) raggiungere le cellule tumorali sulle superfici degli organi (la chemioterapia sistemica non riesce a trovarle);

2) colpire e uccidere tutte quelle cellule tumorali  rimaste dopo l’intervento, aiutando anche a prevenire le recidive;

3) prolungare l’aspettativa di vita, se combinata con la chirurgia;

4) alleviare i dolori;

5) ha inoltre meno effetti collaterali della chemioterapia sistemica.

Rischi ed effetti collaterali della chirurgia HIPEC

Tra gli effetti collaterali: sanguinamento, coaguli di sangue, infezioni, sensazione di affaticamento anche a distanza di mesi dal trattamento, problemi digestivi, ascesso.

E ancora: in alcuni casi la ferita non guarisce (deiscenza), si potrebbero formare delle fistole (connessione anormale tra due parti del corpo o tessuti) o di perforazioni del tessuto.

Ad ogni modo, lo studio ha rilevato che la chirurgia HIPEC ha un tasso di complicanze inferiore rispetto ad altre procedure.

Leggi gli altri studi a confronto

In precedenza, uno studio similare aveva rilevato una sopravvivenza mediana complessiva di 79 mesi, insieme a tassi di sopravvivenza a uno e cinque anni dell’84% e del 50%, rispettivamente.

Un altro studio sulla terapia di combinazione, aveva riportato tassi di sopravvivenza a uno e cinque anni rispettivamente del 77% e del 39%.

Trovare la competenza sul mesotelioma peritoneale è indispensabile

 “Occorre notare che le strutture accademiche non hanno necessariamente una maggiore esperienza nel mesotelioma con un volume più elevato di CRS e HIPEC rispetto a tutte le strutture ospedaliere tradizionali.

È stato stimato che sono necessari tra i 140 e i 220 casi per raggiungere la competenza tecnica”.

Si può usare HIPEC come cura palliativa?

In alcuni casi, l’HIPEC e la chirurgia possono si utilizzano come cura  palliativa.

Questo tipo di approccio è indicato quando non si può rimuovere del tutto il cancro di un paziente.

In tal caso, gli specialisti rimuovono quanto più possibile il cancro per offrire sollievo dai sintomi del mesotelioma.

Non tutti i malati di meotelioma peritoneale possono ricevere la terapia HIPEC.

Trattamento HIPEC: idoneità e ultimi dettagli

L’idoneità al trattamento va discussa con uno specialista. Questo perché la chemioterapia combinata con la chirurgia è considerata un trattamento multimodale (considerato più aggressivo).

Di sicuro, per poter beneficiare dell’HIPEC e della chirurgia occorre  essere, in “buona salute” e avere una discreta forza fisica, nonostante la malattia.

Tuttavia, i medici possono prendere in considerazione altri fattori individuali. I pazienti ritenuti non idonei, vengono dirottati verso altri trattamenti per il mesotelioma, al fine di migliorare la loro prognosi.

Il dipartimento ONA e l’impegno del Prof. Marcello Migliore

Grazie al Dipartimento di Terapia e cura del Mesotelioma, l’ONA ha ottenuto significativi risultati in campo di ricerca scientifica.

Il Prof. Marcello Migliore membro del Comitato Tecnico Scientifico ONA è tra i migliori chirurghi toracici. Inoltre, è grazie a lui che sono stati resi noti ulteriori importanti risultati per la cura del mesotelioma.

Infatti, il Prof. Migliore ha raggiunto notevoli obiettivi anche per il trattamento del mesotelioma pleurico. Il trattamento in oggetto è in via sperimentale e vede combinate chirurgia e chemioterapia intrapleurica ipertermica intratoracica.

Per saperne di più consigliamo la lettura della seguente pubblicazione: Mesotelioma Pleurico: Chirurgia e chemioterapia intrapleurica.

Afghanistan: tutelare le donne e fanciulli dai talebani

Afghanistan
afghanistan, donne e bambini

Afghanistan: estremismo islamico. Necessario tutelare le donne, i fanciulli, i più fragili contro la furia talebana. È successo quello che nessuno avrebbe mai voluto si verificasse. Dopo 20 anni dall’attentato alle Torri Gemelle, il mondo si ferma ancora con il fiato sospeso, per la furia dei talebani.

La precipitosa e vergognosa fuga dall’Afghanistan non può essere condivisa da chi ama la libertà e la tutela dei diritti.

Liberi e forti contro la furia dei Talebani

Parafrasare Don Sturzo è quantomeno di attualità in questo periodo. Vedere i talebani che si sono impadroniti dei depositi di armi lasciati incustoditi dagli USA. Così la precipitosa fuga anche delle truppe più organizzate dei più potenti eserciti del mondo, ci lascia esterrefatti.

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Joe Bieden, nei confronti del quale avevamo espresso ammirazione, sarebbe stato collocato dal sommo poeta nel girone degli ignavi.

Si parla di corridoi umanitari e di altre iniziative che non sono sufficienti rispetto al dramma che le popolazioni stanno vivendo. In più, è paradossale che il ruolo del più forte sia giocato dai talebani, in una condizione di impotenza del mondo civile e di tutti gli uomini di buona volontà.

Anche coloro che, per dirla con Don Sturzo, sono “liberi e forti”.

Sì, perché certamente non si può arretrare sul terreno dei diritti di tutti gli esseri umani e sui valori di civiltà umiliati e derisi da criminali che, con un colpo di stato, hanno sovvertito le istituzioni democratiche.

Sì al dialogo senza cedimenti. Altrimenti intervento armato

Per dirla con Aldo Moro, dobbiamo certamente perseguire il dialogo, essere uomini liberi anche di dialogare. Tuttavia, senza pavidità ed ignavia, e certamente con il piglio giusto, quello dimostrato dal Premier Mario Draghi.

Già il leader turco Erdogan, aveva dato dimostrazione di sè mostrandosi a dir poco maleducato nei confronti della ursula von der leyen, il che è già l’esempio lampante di una ideologia inaccettabile.

La pavidità dimostrata perfino dalle istituzioni europee era contrastata solo dal Premier Italiano, Mario Draghi, che aveva redarguito Erdogan definendolo “dittatore”, di fronte all’inaccettabile umiliazione nei confronti della Presidente ursula von der leyen.

Se perfino un cosiddetto musulmano “moderato” quale è il premier turco umilia il presidente della Commissione Europea in quanto donna, già si possono trarre le drammatiche conseguenze di quella che sarà la sorte delle donne afghane.

In più sono morti 53 nostri connazionali nel loro impegno della tutele della civiltà e della giustizia, in quel disgraziato lembo del nostro pianeta.

Questo è inaccettabile!

Nessuna accondiscendenza alla violenza

Si deve reagire ad ogni forma di violenza, tanto più in casi di violazione sistematica dei diritti delle donne.

In un contesto come quello italiano, nel quale dai moti del 68, le donne si sono affrancate da una certa arretratezza culturale e sociale, a maggior ragione è necessario un moto prima di tutto culturale.

Bene il Premier Draghi nel cercare di arginare e di tamponare l’errore terribile del Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia ciò rischia di non essere sufficiente se si dovesse dare la possibilità ai talebani di perpretare i loro crimini.

Se nel caso si torni in Afghanistan, anche per evitare le più tragiche conseguenze del commercio dell’oppio e dell’esportazione del terrorismo. Si rischia di pagare un prezzo ancora più alto di quello della nostra permanenza in Afghanistan.

Si dovranno presidiare i mezzi di trasporto, le basi, gli altri obiettivi sensibili e salvare milioni di esseri umani in fuga dall’Afghanistan.

Il Presidente degli Stati Uniti spieghi al mondo la sua ignavia, la sua debolezza fisica e morale. Assuma il Premier Draghi la guida di un nuovo fronte per il dialogo, tenendo conto che la parte talebana è minima.

Un manipolo di terroristi che di religione e di religiosità non hanno nulla, e che sono anche vili ed assassini.

Solo chi è privo di coraggio può uccidere donne e bambini. Magari con la lapidazione, o semplicemente con la morte morale di matrimoni combinati e di totale negazione della libertà.

Una situazione inaccettabile per tutti

Non si può accettare ciò! Ed allora, forse, sarà necessario tornare alle armi.

Pur essendo un pacifista, e fermamente convinto che l’uso delle armi debba essere completamente escluso, in caso di lapidazioni, omicidi etc, e di esportazione di droga e di terrorismo, non si può accettare passivamente.

A questo punto si tratta di legittima difesa. Si dialoghi, si difendano le vittime e anche l’onore dei nostri militari caduti per mano talebana.

Il dialogo non potrà essere tale da offendere l’onore dei nostri 53 militari che sono stati uccisi dai talebani, e soprattutto delle altre migliaia e migliaia di esseri umani che da loro sono stati uccisi.

Vigile del Fuoco salva un bambino dalle macerie

Vigile del Fuoco
vigile del fuoco

Dopo aver messo in salvo il bambino il Vigile del Fuoco resta invalido

Era il 7 marzo del ’79 quando, improvvisamente, crollò una parte di un edificio abbandonato nel quale giocavano un gruppo di bambini. Riuscirono a mettersi in salvo tutti tranne Maurizio Sardella che allora aveva solo sette anni.

Vennero chiamate immediatamente le Forze dell’Ordine, tra cui i Vigili del Fuoco, uno di questi, Gaetano Rinaldi, riuscì a estrarre il bambino dalle macerie ma vi fu un secondo crollo.

Le macerie seppellirono i soccorritori che, fortunatamente, se pur feriti, riuscirono a salvarsi. Il Vigile del fuoco fece da scudo con il suo corpo al bambino e lo portò, poi, dai genitori.

Il vecchio edificio allora in via Bovio a Bari era stato più volte segnalato da molti perché spesso i ragazzi giocavano e accendevano falò all’interno. Precedentemente a questo episodio, già tre volte i vigili erano intervenuti per piccoli cedimenti.

I varchi, più volte murati dai proprietari, spesso, erano riaperti dai ragazzi come nel caso di Maurizio e gli altri.
In seguito al crollo e al salvataggio del bambino mio padre rimase traumatizzato” dichiara Ivan, il figlio di Rinaldi durante l’intervista.

Il collo psicologico: una vita per una vita

Un bambino che viene messo in salvo, la paura, le macerie e l’evento catastrofico che si lega con la circostanza di un’altra vita. Quella di Gaetano che salvò Maurizio dalle macerie.

Per dovere, per morale, per amore. Non importa il perché ma l’azione, la sua volontà, i fatti che lo hanno portato a svolgere il suo lavoro senza paura e nel modo giusto.

Circostanza che lo porterà poi, al crollo psicofisico. Una morte in vita. Una “vita” passata in un letto, imbottito di psicofarmaci e sottoposto a continui ricoveri in cliniche psichiatriche e cure farmacologiche.

Un figlio, il suo, rimasto senza padre perché era ormai un essere inerme e senza parole. Senza un “volto”. Non avendo nonni Ivan crebbe solo con la madre: “Papà stava in casa ma non c’era, non ho avuto figure maschili di riferimento, un padre a cui chiedere un consiglio o che mi stesse vicino, all’epoca dell’incidente ero un bambino”.

Quando lo chiamai Ivan era al parco con i suoi due figli di cui si occupa molto: “Non aver avuto un padre mi ha fatto capire quanto i bambini abbiano bisogno di questa figura nella loro vita, una presenza che a me è mancata molto”.

La causa e la richiesta di “Vittima del Dovere”

La causa per ottenere la pensione è durata 11 anni e si è conclusa nel 2011 con il riconoscimento della pensione privilegiata. Come riporta la documentazione medica presentata dall’avvocato, il Vigile del Fuoco era affetto da “stato ansioso reattivo” che ne ha determinato l’inidoneità al servizio.

Dopo anni di terapie e ricoveri Gaetano è peggiorato fino ad arrivare alla “Sindrome delirante cronica grave reattiva e alla Sindrome da morbo di Parkinson”.

Era il 29 agosto del ’79 quando Gaetano presentò la domanda amministrativa al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Bari per ottenere il riconoscimento della causa di servizio per lo “Stato ansioso depressivo” che lo aveva colpito dopo l’incidente del crollo dell’edificio.

Il caso, più volte portato all’attenzione del Comitato per le Pensioni privilegiate ordinarie, che non riconobbero inizialmente la sua patologia legata al trauma subito nell’orario lavorativo. Solo nel 2011 riuscì ad ottenere la pensione e ora, dopo anni, ha deciso di rivolgersi all’avvocato Ezio Bonanni per depositare la domanda di riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.

Sia la giurisprudenza delle Sezioni Unite 7761/17, sia il parere del Consiglio di Stato sanciscono il divieto di lesione dei diritti delle vittime, la discriminazione tra vittime e la lesione dei loro diritti (ex artt. 20 e 21 della Carta di Nizza).

Situazioni uguali non possono e non devono ricevere trattamento diverso, in ragione della diversità della tipologia e del contesto delittuoso.

Pertanto, le domande oggetto della presente controversia costituiscono un atto doveroso di giustizia sociale per quanti, nella preservazione delle libertà fondamentali e delle istituzioni del Paese, hanno subito conseguenze drammatiche. Stessi diritti sia per le Vittime del Dovere sia per quelle del terrorismo.

I diritti dei vigili del fuoco: commento dell’avv. Ezio Bonanni

La redazione dell’ONA Notiziario – Notiziario Sull’Amianto, ha chiesto un commento all’avv. Ezio Bonanni in ordine ai diritti dei vigili del fuoco.

Questa problematica è stata già affrontata dall’associazione anche attraverso ONA TV. Ovvero, la trasmissione che sensibilizza il pubblico su numerose problematiche.

Nel dicembre del 2016, presso l’Istituto superiore Antincendi, si è tenuto il convegno “Angeli del soccorso senza tutela; Vigili del Fuoco a rischio esposizione”. Sono intervenuti, tra gli altri anche:

  • Avv. Ezio Bonanni, presidente Osservatorio Nazionale Amianto;
  • Dott. Costantino Saporito, coordinamento nazionale Usb vigile del fuoco;
  • Dott. Gabriele Miele, coordinamento nazionale Usb vigili del fuoco – Osservatorio Bilaterale Salute e Sicurezza, Ambienti di Lavoro;
  • Dott.ssa Sabrina Melpignano, psicologa e psicoterapeuta;
  • Dott. Carmine Luigi Roma, oncologo e membro del Comitato Scientifico Ona “Percorso clinico diagnostico del paziente”.

In quell’occasione, fu affrontato il tema del rischio amianto per i componenti del corpo dei vigili del fuoco.

https://youtu.be/Zvye5x8RExE

Inoltre, nel tempo l’ONA ha ottenuto significativi risultati nella tutela dei vigili del fuoco amianto. Come il caso del Vigile del Fuoco deceduto a causa del mesotelioma, a cui è stato riconosciuto lo status di vittima del dovere, proprio grazie all’associazione.

Nel corso del decimo episodio di ONA TV presentata da Massimo Maria Amorosini, giornalista e conduttore televisivo, è stato trattato il tema della sicurezza sul lavoro per quanto riguarda i vigili del fuoco.

https://youtu.be/8vyunQzTsBo

Le attività dei vigili del fuoco sono quelle più a rischio. Non solo amianto e altri cancerogeni, ma anche il crollo di edifici, se fatiscenti. Proprio come è accaduto per Gaetano Rinaldi.

Il fatto stesso che è riconosciuto vittima di malattia professionale per causa di servizio, gli da diritto anche al riconoscimento di vittima del dovere.

Infatti, i vigili del fuoco si sono trincerati sulla prescrizione. Per questo abbiamo rimarcato che invece lo status di vittima del dovere è imporescrittibile.

Quindi, l’imprescrittibilità dei diritti delle vittime del dovere è un punto chiave che l’ONA continua a portare avanti.

Ora sul caso di Gaetano si dovrà pronunciare il Tribunale di Bari. Intanto però l’ONA continua a tutelare le vittime del dovere così come le vittime amianto.