Arriva dall’Università di Bristol la sensazionale notizia di una nuova tecnologia capace di riprodurre un virus molto speciale.
Il virus in questione ha la capacità di riparare il dna difettoso che determina l’insorgenza di malattie genetiche.
Tra le malattie genetiche più diffuse troviamo la fibrosi cistica, la sindrome di down, la distrofia muscolare, la talassemia e la celiachia.
È proprio leggendo questa lista che ci rendiamo conto di quanto siano diffuse, visto che ognuno di noi conosce qualcuno affetto almeno da una di queste patologie, per giunta quasi tutte altamente invalidanti.
Lo studio pubblicato su Nucleic Acids Research ha rivelato lo sviluppo di un veicolo di riparazione del dna che riparerà geneticamente la podocina difettosa, ovvero, una proteina situata sulla superficie delle cellule renali specializzate.
Questa proteina è essenziale per garantire le perfette funzioni renali. In alcuni casi, quest’ultima risulta danneggiata restando bloccata all’interno della cellula non riuscendo a risalire. In questo modo, si danneggiano in modo determinante i podociti.
Come la tecnologia combatte le malattie genetiche
La scienza usa spesso i virus per riparare le anomalie genetiche che determinano l’insorgenza di malattie ereditarie che colpiscono i bambini ma anche gli adulti.
Di solito però i virus utilizzati in queste procedure, restano comunque chiusi nei loro gusci vitali. Questa condizione è altamente limitante perchè limita la quantità di dna disponibile per le riparazioni.
Le nuove biotecnologie però possono sorvolare su questo problema e raggiungere risultati davvero strabilianti. Grazie al lavoro svolto dal Dott. Francesco Aulicino e al Prof. Imre Berger della School of Biochemistry di Bristol, è venuto alla luce il baculovirus. Ovvero, il virus che grazie alla sua forma, è in grado di riparare un difetto genetico.
Il team di scienziati è riuscito a modificare il virus in modo da permettergli di entrare nelle cellule umane.
Cosa avviene quando contrai una malattia genetica?
Ogni essere umano presenta nel proprio genoma oltre 25mila geni. Quando una coppia di quest’ultimi ha dei difetti, vengono prodotte delle proteine anch’esse difettose. Sono proprio queste proteine difettose ad innestare l’insorgenza delle malattie genetiche.
La terapia elaborata dal team di Bristol, è nata proprio per porre rimedio a queste anomalie genetiche e per ripararle.
Questo approccio terapeutico così innovativo ha preso il nome di MultiBac ed ha subito riscontrato successo nella comunità scientifica. Il motivo? Riuscire a riscrivere il codice genetico eliminando gli errori che causano una malattia genetica, è una scoperta sensazionale che aiuterà milioni di persone che ogni giorno combattono con le malattie ereditarie.
Il sangue del granchio a ferro di cavallo atlantico è resistente alle tossine e può salvare le vite umane.
Granchio a ferro di cavallo: parente di animali estinti
I granchi a ferro di cavallo sono degli artropodi marini e d’acqua salmastra della famiglia Limulidae.
Per essere esatti, appartengono al sottophylum dei chelicerati, unici membri viventi dell’ordine Xiphosurache.
Nonostante il nome, non hanno alcun legame di parentela con i granchi. I loro diretti cugini sono aracnidi, euripteridi estinti (scorpioni di mare) e trilobiti estinti.
l granchio a ferro di cavallo atlantico e altre tre specie asiatiche, sono esistiti in gran parte invariati per almeno 450 milioni di anni, ben prima dei dinosauri. Per tale ragione vengono considerati dei “fossili viventi”. Oggi però rischiano l’estinzione.
Habitat del bizzarro granchio a ferro di cavallo
La misteriosa creatura vive sulla costa est del nord America, dal Maine fino al sud della Florida, e nel golfo del Messico fino alla penisola dello Yucatán.
Si aggira dentro e intorno alle acque costiere poco profonde, su fondali morbidi, sabbiosi o fangosi.
Solitamente depone le uova durante l’alta marea primaverile, nel piano mesolitorale, detto anche zona intertidale, zona intercotidale o regione eulitorale. Tutte zone del litorale che dipendono dalle maree.
A riva, le femmine depositano grappoli di 5.000 uova delle dimensioni di una pallina da golf, su cui i maschi possono spruzzare il loro sperma.
Queste minuscole “palline verdi”, diventano una fonte di cibo vitale per la migrazione degli uccelli costieri, incluso il Nodo rosso, trampoliere in via d’estinzione.
Un nome che deriva dalle sue caratteristiche fisiche
Il corpo del granchio si suddivide in tre parti. La porzione della testa (prosoma o cefalotorace), contiene 10 occhi, il cervello, il cuore, la bocca e ha una forma a ferro di cavallo. Da qui il nome.
La seconda porzione è formata da cheliceri e zampe locomotrici. Quella centrale (opistosoma o addome) presentante delle spine laterali, racchiude le cinque paia di branchie a libro, l’opercolo genitale, e il telson, cioè la lunga coda rigida.
Il colore del carapace va dal grigio verdastro al marrone scuro (dovuto alla presenza di rame), e le dimensioni dell’adulto possono arrivare sino a 60 cm. I maschi sono notevolmente più piccoli delle femmine.
Si nutrono schiacciando il cibo, come vermi e vongole, tra le gambe e poi passando il cibo alla bocca.
A caccia del sangue salvifico del granchio
il sangue del granchio a ferro di cavallo viene estratto per effettuare test
A partire dagli anni settanta, il loro sangue bluastro e color rame viene utilizzato in campo biomedico per effettuare dei test. Prima di allora, essi si eseguivano sui conigli.
Il sangue è l’unica fonte naturale nota di Limulus Amebocyte Lysate, lisato di amebociti (LAL), un agente di coagulazione, utilizzato per rilevare endotossine che possono contaminare una varietà di prodotti medici umani. A rischio: aghi, lenti a contatto, insulina, dispositivi per via endovenosa, vaccini COVID, oltre ai normali vaccini antinfluenzali.
Una pratica che espone il granchio all’estinzione
Per ottenere il sangue, si devono spremere ben 500.000 creature all’anno.
Un processo che causa un tasso di mortalità del 15 per cento.
Un permesso statale del Delaware (USA), richiede alle società biomediche di mantenere i granchi a temperature fresche e riportarli nel loro habitat entro 36 ore. Possono inoltre raccoglierne al massimo 1.000 esemplari a giorno. Purtroppo ciò non basta a salvare la vita ai granchi.
Poiché i granchi sanguinanti vengono raramente rintracciati dopo il loro rilascio, scienziati e sostenitori dell’ambiente dicono che è difficile sapere con certezza quanti granchi muoiono effettivamente, o sono altrimenti danneggiati, a causa dell’emorragia, che drena grandi quantità del loro sangue.
Sicuramente, decine di migliaia di esemplari muoiono ogni anno lungo la costa orientale a causa di tale raccolta biomedica. A riferirlo è la Commissione per la pesca marina degli Stati atlantici.
Alcun studi hanno altresì evidenziato che i granchi, dopo essere stati dissanguati, si muovono più lentamente, diventano meno attivi e sembrano deporre le uova meno frequentemente.
L’intervento dell’IUCN a tutela della specie
In un recente rapporto , si legge che, l’aumento della necessità di sangue di granchio a ferro di cavallo, guidato in parte dall’emergere di medicine personalizzate come le terapie cellulari e geniche, può comportare “un peso troppo grande” per le specie atlantiche.
carapace del granchio a ferro di cavallo
L’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), che determina lo stato di conservazione della fauna selvatica, ha pertanto considerato come “vulnerabili” i granchi a ferro di cavallo atlantici.
Nello specifico, è stata dichiarata specie “vulnerabile” in America.
Il gruppo considera inoltre i granchi “in pericolo” nel Golfo del Maine, nel Medio Atlantico, aree che includono Cape Cod. Stesso discorso per le popolazioni che vivono in Asia, minacciate a causa della perdita di habitat e del sovrasfruttamento per l’uso nel cibo e nelle esche, oltre che nell’industria farmaceutica.
Nonostante IUCN abbia snocciolato dati sulla progressiva diminuzione dei granchi, i funzionari del Massachusetts hanno citato sondaggi che suggeriscono che la popolazione della regione è aumentata.
La salute degli uomini prima di ogni cosa?
Per le aziende biomediche, lo sfruttamento del sangue dei granchi vale più della loro sopravvivenza. Birgit Girshick, direttore operativo del Charles River Laboratories di Wilmington, Massachusetts, ha declamato «Siamo davvero orgogliosi di quello che facciamo. E’ necessario per la sicurezza dei pazienti».
Per gli ambientalisti invece, la diminuzione della popolazione di granchi a ferro di cavallo, potrebbe avere conseguenze ecologiche significative per una serie di altre specie e per l’intero ecosistema.
A rischiare la vita, oltre ai granchi stessi, sono tutti quegli uccelli costieri in via d’estinzione, che si affidano alle loro uova per nutrirsi.
Nonostante il cambiamento climatico sia un fenomeno spesso al centro dell’attenzione pubblica, almeno negli ultimi anni, la crisi climatica avanza inesorabile, nonstante gli sforzi compiuti dall’umanità.
Fino ad oggi eravamo abituati a pensare alle conseguenze della crisi climatica, relative solo all’ambiente e alla salute dell’uomo. Abbiamo però trascurato che il quadro è molto più ampio e complesso.
Le conseguenze dei cambiamenti climatici porteranno l’uomo dinnanzi a scenari catastrofici. Non è una minaccia, ma bensì un appello di alcuni esperti dell’Università di Cambridge.
Conseguenze nefaste dei cambiamenti climatici
“Ci sono molte ragioni per credere che il cambiamento climatico possa diventare catastrofico, anche a livelli di riscaldamento modesti”, afferma il Dott. Luke Kemp, autore dello studio ed esperto dell’Università di Cambridge.
Quali scenari catastrofici porterà il cambiamento climatico?
Quando si parla di scenari catastrofci, si allude a terribili conseguenze che prevedono addirittura l’estinzione del genere umano.
Alcune persone potrebbero credere che questo sia un responso esagerato e allarmista, ma non hanno nemmeno idea di quanto queste possibilità possano essere vicine alla realtà.
Estinzione dell’uomo, fame, povertà, guerre ed epidemie, sembrano piaghe bibliche o gli elementi per un film apocalittico, ma corrispondono invece a quello che sarà sicuramente il nostro futuro.
Le temperature degli oceani sono quasi arrivate al collasso, determinando così anche il deterioramento di alcuni habitat con conseguente dimezzamento della biodiversità. Per non parlare poi delle terribili conseguenze sui poli e sullo scioglimento dei ghiacci.
Orso polare in difficoltà a causa dello scioglimento dei ghiacci.
Le conseguenze del surriscaldamento terrestre, naturalmente si ripercuotono anche sulla terra ferma e quindi sull’uomo. Occorre precisare, che anche le ondate di calore a cui stiamo assistendo proprio negli ultimi giorni, non sembrano un fenomeno climatico “ordinario”.
Il cambiamento climatico, sempre secondo lo studio in oggetto, determinerebbe anche crisi finanziarie e conseguenti conflitti bellici tra le maggiori potenze mondiali.
La guerra non porta mai nulla di buono e porterebbe solo fame, povertà e distruzione. Anche le malattie sarebbero facilmente trasmissibili attraverso insetti come zanzare e zecche.
Questo fattore potrebbe innestare numerose epidemie da cui l’uomo difficilmente riuscirebbe a fuggire. Ci basta dare uno sguardo a ciò che è accaduto con la diffusione del coronavirus.
Una pandemia che ha messo a dura prova tutti i Paesi del mondo, costringendo l’uomo ad adattarsi a quello che sembra un nuovo stile di vita.
Le conseguenze del Coronavirus sull’umanità.
L’uomo sarà capace di adattarsi anche in futuro a quelle che possono essere le terribili conseguenze del cambiamento climatico? Questo solo il tempo potrà stabilirlo, ma studi come quello condotto dal Dott. Kemp potrebbero prepararci a questo futuro così nefasto.
I cambiamenti climatici hanno già influenzato la storia del mondo?
I ricercatori dell’Università di Cambridge sottolineano come i cambiamenti climatici hanno già influenzato il corso della storia del Pianeta.
La Terra già in passato è stata scenario di altre estinzioni di specie. È il caso dell’Era Glaciale, evento di questo tipo che forse l’uomo ha studiato più da vicino.
A differenza di allora però, la Terra è messa a rischio non solo dal cambiamento climatico e da eventi estremi di origine naturale. In questa occasione purtroppo, anche l’uomo mette il carico da 90 per determinare l’autodistruzione del pianeta.
Lo sfruttamento estremo delle risorse terrestri sta dando inizio a quella che potremmo definire la fine. Tuttavia, sono proprio i libri di storia ad insegnare che per ogni inizio c’è una fine, proprio come è accaduto per chi ha popolato il pianeta prima di noi.
immagine di una persona che si tocca lo stomaco arrossato
Uno studio americano ha identificato una co-occorrenza sincrona precedentemente sottovalutata tra i due tipi di tumore
Tumore: scoperto il nesso tra le due malattie rare
Tumore. Un recente studio ha rivelato un potenziale legame tra il mesotelioma e i tumori stromali gastrointestinali.
A suggerirlo, una revisione retrospettiva effettuata dal San Diego Moores, divisione di oncologia chirurgica dell’Università della California.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Annals of Surgical Oncology. Nello specifico, gli studiosi hanno rilevato che un paziente su 17 sottoposto a resezione per tumori stromali gastrointestinali, noti come GIST, ha anche cellule di mesotelioma aperitoneale nelle vicinanze.
La potenziale relazione tra i due tipi di cancro potrebbe aiutare a sviluppare una futura terapia adiuvante molto più incisiva.
«C’è sicuramente molto lavoro da fare in termini di una migliore comprensione della relazione», ha spiegato il Jason Sicklick, chirurgo oncologo specialista in GIST, nonché coautore dello studio. «Non posso dire esattamente dove porterà questo studio, ma è sicuramene importante dal punto di vista diagnostico».
Altre forme di tumore raro nelle immediate vicinanze
I tumori stromali gastrointestinali (GIST) sono delle forme rare di cancro dell’apparato digerente.
Tumore stromale intestinale
Essi hanno origine nella parete muscolare dell’esofago, dello stomaco, dell’intestino tenue fino al canale anale. Sono caratterizzati da una crescita di cellule nervose nelle pareti degli organi.
In passato, alcuno studi avevano dimostrato che i GIST si verificano in pazienti con altre neoplasie maligne, in una percentuale che dal 14% al 33%.
Ad oggi tuttavia non si era mai presa in considerazione la loro relazione con il mesotelioma peritoneale. Eppure, in sei degli otto pazienti, i noduli di mesotelioma sono stati trovati vicino ai GIST.
Utile precisare che il mesotelioma, causato dall’inalazione o dall’ingestione di fibre di amianto, è più probabile che si verifichi nelle persone con la mutazione del gene oncosoppressore BAP-1.
La sorprendente ricerca del Moores Cancer Center
Tra il luglio 2010 e giugno 2021, i ricercatori del Moores Cancer Center hanno effettuato una revisione retrospettiva che ha coinvolto 137 pazienti sottoposti a resezione GIST.
Lo studio ha esaminato i dati demografici dei pazienti, la storia tumorale passata, i rapporti intraoperatori, l’imaging trasversale, il punteggio dell’indice di cancro peritoneale (PCI), l’analisi somatica di sequenziamento di nuova generazione (NGS) e l’istologia.
Durante l’intervento chirurgico si è scoperto che otto dei 137 pazienti avevano PM (mesotelioma peritoneale) sincrono.
Cancro che era stato diagnosticato precedentemente solo in uno di essi, affetto da mesotelioma maligno sincrono (MM). Altri quattro avevano tumori aggiuntivi e/o tumori benigni.
Tutti gli altri avevano un mesotelioma papillare ben differenziato (WDPM), che si trovava principalmente nella regione del GIST primario (89%)
Il settantacinque per cento dei GIST ha avuto origine dallo stomaco.
Tutti i tumori sono stati rimossi chirurgicamente.
Recidività della malattia per le due forme di tumore
Dopo quattordici mesi di follow-up, la recidiva GIST era scomparsa in tutti e otto i malati.
«Il mesotelioma è stato uno dei tumori che ha mostrato una maggiore co-occorrenza sia prima che dopo la diagnosi GIST», hanno sottolineato gli autori. «Gli alti tassi di co-occorrenza di GIST e PM (mesotelioma peritoneali) rispetto all’incidenza indipendente di ciascuno suggeriscono il potenziale per una relazione simbiotica locale e non indipendente».
GIST e mesotelioma: una relazione sottostimata
Secondo gli autori dello studio, l’alta percentuale di co-occorrenza di GIST e mesotelioma è stata sottostimata.
Mesotelioma:L’importanza della ricerca
Ciò è imputabile, a loro parere, a causa della mancanza di consapevolezza fra il loro nesso.
In aggiunta, si deve a una limitata capacità, da parte dei chirurghi, di valutare i pazienti per alcuni tumori a base peritoneale.
«I medici dovrebbero essere consapevoli [della relazione] al momento dell’operazione», ha affermato Sicklick. «E se vengono trovati piccoli impianti peritoneali, non dovrebbero ignorarli ma pensare di rimuoverli per scopi diagnostici e potenzialmente terapeutici».
L’importanza della diagnosi precoce nel trattamento
Attualmente, non esistono speranze di sopravvivenza per chi è affetto da mesotelioma peritoneale.
Se diagnosticato nella sua fase iniziale, può tuttavia essere trattato utilizzando la chirurgia citoreduttiva e la chemioterapia intraoperatoria. Terapie che possono allungare le aspettative di vita. Da qui l’importanza della diagnosi precoce.
ONA: l’importanza della prevenzione e della ricerca
Dal momento che non esiste una soglia di sicurezza per l’esposizione alle fibre di amianto, va da sé che il problema deve essere risolto a monte, evitando qualsiasi forma di contatto con il pericoloso patogeno.
L’amianto provoca non solo il mesotelioma, ma anche tutta una serie di patologie asbesto correlate. Così come si legge nell’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. L’Ona tutela le vittime e i loro familiari con un’assistenza legale e medica.
Altro punto importante è la ricerca. Ad oggi non esiste una cura salvifica. Si possono solo allungare le aspettative di vita di un malato in attesa di un nuovo miracolo della scienza.
Fonti
Courelli, A., et al. (2022, 18 luglio). Co-localizzazione dei tumori stromali gastrointestinali (GIST) e del mesotelioma peritoneale: una serie di casi. Estratto dahttps://link.springer.com/article/10.1245/s10434-022-12211-x
Co-localizzazione dei tumori stromali gastrointestinali (GIST) e del mesotelioma peritoneale: una serie di casi
Drammatica riduzione delle foreste sul pianeta: in 60 anni diminuite del 60% per ogni abitante. La notizia arriva dalla rivista Environmental Research Letters che ha pubblicato uno studio dell’Istituto giapponese di ricerca su foreste e prodotti forestali.
Le superfici boschive continuano a venire depauperate, mentre la popolazione aumenta esponenzialmente.
Foreste, in italia tendenza invertita
In Italia la tendenza è invertita, con un aumento del 18% dei boschi in meno di 10 anni. L’incremento delle foreste nei Paesi più sviluppati non compensa, però, la forte deforestazione in quelli più poveri.
Distrutti nel mondo 437 milioni di ettari
I numeri del nuovo studio internazionale sono impietosi. In 60 anni, a fronte di una crescita delle foreste di 355 milioni di ettari, si è registrata una distruzione di 437 milioni di ettari. Una perdita complessiva di 81 milioni di ettari, circa 3 volte l’intera superficie dell’Italia.
Ovviamente questi dati vanno valutati con la comparazione di quelli relativi all’aumento della popolazione mondiale, che nello stesso periodo è aumentata da 3 miliardi di persone a quasi 8.
Effettuando questo semplice calcolo si può affermare che c’è stata una diminuzione della superficie forestale pro capite di oltre il 60%, passando da 1,4 ettari di foreste disponibile per ogni persona nel 1960 ad appena 0,5 ettari nel 2019.
Meno foreste influiscono sugli ecosistemi forestali
“La continua perdita e il degrado delle foreste – hanno spiegato gli autori della ricerca – influiscono sull’integrità degli ecosistemi forestali, riducendo la loro capacità di generare e fornire servizi essenziali e sostenere la biodiversità. Ha anche un impatto sulla vita di almeno 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo, prevalentemente nei paesi in via di sviluppo, che dipendono dalle foreste per vari scopi”.
I Paesi più colpiti, in cui pochi prendono le decisioni e detengono il potere, sono quelli più poveri e quelli delle regioni tropicali. “Anche il ruolo delle nazioni più sviluppate in questa perdita di foreste – ha concluso Ronald Estoque, dell’Istituto di ricerca su foreste e prodotti forestali e responsabile dello studio – deve essere studiato più a fondo. Con il rafforzamento della conservazione delle foreste nei paesi più sviluppati, la perdita di foreste viene spostata nei Paesi meno sviluppati”.
L’Ona e la tutela dell’ambiente
L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, lavorano alacremente per tutelare l’ambiente. In primo luogo con la lotta decennale all’amianto, causa del mesotelioma, che contamina il nostro terrorio. E poi con la lotta agli altri cancerogeni e al preservamento degli ecosistemi.
L’avvocato Bonanni, che sull’asbesto ha scritto anche: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“, organizza incontri a livello istituzionale e con i cittadini per sensibilizzare sull’argomento. I singoli possono fare molto con le loro abitudini, ma tanto deve partire dalla politica e dalla cooperazione internazionale per raggiungere obiettivi, come quello di fermare il surriscaldamento globale, che non sono più procrastinabili.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.OkNoLeggi di più