“Non si tratta solo di risarcire le vittime. Si tratta di riconoscere che siamo dentro un fallimento culturale, prima ancora che giuridico. L’amianto è il simbolo di una civiltà che ha scelto il profitto sopra la vita umana.”
Ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni prima dell’intervista con Radio Lazio Sudper la trasmissione “Riflettori Accesi”, che verrà trasmessa l’8 giugno alle 21:00.
La voce della giustizia contro l’amianto
Avvocato, fondatore e presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), Ezio Bonanni è una figura complessa e polarizzante, che ha saputo coniugare rigore giuridico, passione civile e un raro sguardo sistemico. Ma per capire davvero il significato del suo impegno contro l’amianto, è necessario andare oltre il diritto.
La sua narrazione si distacca dal consueto attivismo legale. Bonanni non parla solo di norme o sentenze, ma di un immaginario collettivo distorto, in cui istituzioni e politica dovrebbero cooperare per rendere possibile la bonifica del mondo.
Una logica da scardinare
L’omertà sociale e istituzionale che ha riguardato la storia dell’amianto può essere letta come un meccanismo di rimozione collettiva, simile a quello che in antropologia si osserva nei casi di “morte accettabile” o “sacrificio del corpo produttivo”. Bonanni rifiuta con veemenza questa logica.
Nonostante il bando dell’amianto in Italia nel 1992 (Legge 257/1992), l’eredità della sua produzione e uso è ancora largamente visibile, sia in termini sanitari che socioculturali. Ciò rende l’amianto una ferita sociale dove chi è colpito subisce traumi intergenerazionali.
In questo contesto fatto di opacità, da oltre due decenni, Bonanni ha affrontato migliaia di procedimenti legali, ottenendo condanne storiche e risarcimenti per migliaia di vittime. “Ma la vera sfida” afferma lui stesso, “è culturale”:
Una posizione etica che si rifà non solo alla giurisprudenza, ma a un’idea di giustizia sostanziale, in cui il diritto è anche memoria, riparazione, pedagogia civile.
Si auspica l’adozione di una governance integrata che unisca epidemiologia, scienze sociali e diritto ambientale, con coinvolgimento attivo delle comunità locali.
Oltre l’attivismo tecnico
“L’amianto non è solo una sostanza. È un crimine sociale e culturale, è il nodo simbolico di un’intera civiltà industriale, che ha sacrificato vite umane in nome del profitto. Io non voglio solo vincere cause. Voglio che un giorno le generazioni successive possano dire: ‘abbiamo imparato la lezione’. Perché l’amianto è solo il primo nome di una lunga lista di cecità collettive. E bisogna bonificare, restituire dignità alle vittime, andare avanti.” Ha affermato Bonanni.
In fondo, è questa la più radicale forma di giustizia.
Uno studiodel progetto BiominAB-3D ha utilizzato tecniche di microscopia e radiazione di sincrotrone per svelare la natura dei corpuscoli dell’amianto, causa del mesotelioma.
Tra i ricercatori dell’iniziativa, il Dott. Fabrizio Bardelli.
Come spesso ricordato da ONA – Osservatorio Nazionale Amianto e riconosciuto dall’OMS, l’amianto è direttamente correlato a vari tipi di cancro.
Cosa accade a livello microscopico alle fibre di amianto
Dopo una lunga stasi nei polmoni, le fibre sviluppano uno strato di ferro trasformandosi in quelli che sono definiti corpuscoli dell’asbesto. Ciò causa una risposta tossica della cellula.
Durante il progetto BiominAB-3D sono stati effettuati approfonditi test strutturali, morfologici, chimici e spettroscopici. E impiegate tecniche con microsonda a raggi X.
La tomografia a raggi X ha fornito dettagli della morfologia 3D esterna e interna dei corpuscoli di amianto. Per il ferro, è stata utilizzata la spettroscopia di assorbimento di raggi X. La struttura delle fibre di amianto è stata svelata mediante microscopia elettronica a trasmissione (TEM).
I risultati hanno svelato la forma chimica e la quantità di ferro contenuto nei corpuscoli dell’asbesto.
La tomografia computerizzata ha mostrato i corpuscoli nel tessuto dei polmoni con immagini dalla definizione dettagliatissima, mai avuta prima.
La distribuzione del silicio osservata ha suggerito inoltre che le fibre potrebbero migrare nel tessuto circostante e avere un ruolo nelle malattie correlate all’amianto. Considerazione da confermare con l’utilizzo della TEM.
L’amianto rappresenta ancora una grave minaccia per la salute in tutto il mondo. Anche se vietato in tutti i paesi europei, il suo utilizzo è ancora consentito in Canada, Russia, Brasile, Cina, India e alcuni altri paesi asiatici.
Specifichiamo che anche se la produzione e il commercio di amianto è illegale in Italia dal 1992, nel nostro Paese ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di amianto da bonificare.
Il dott. Bardelli conclude: “Il lungo periodo di latenza, fino a 50 anni dal momento dell’esposizione allo sviluppo delle malattie, significa che il picco della mortalità è previsto tra pochi anni nella maggior parte dei paesi, è quindi importante tenere alto il livello di consapevolezza del pericolo dell’amianto, ed effettuare ricerche che possano portare a terapie sanitarie e strategie di prevenzione più efficaci”.
Un avvertimento reso noto spesso anche dall’Avv. Ezio Bonanni nelle sue pubblicazioni e conferenze.
“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.” (Giovanni Falcone)
Oggi, 23 maggio, ricorre il 33° anniversario della Strage di Capaci, uno dei momenti più tragici e simbolici della storia repubblicana italiana. Un giorno che ha spezzato vite e aperto gli occhi del Paese sul volto brutale della mafia. Alle 17:58 del 23 maggio 1992, un’autobomba caricata con oltre 500 chili di tritolo esplose sull’autostrada A29 uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, sua moglie e magistrato, e i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Giovanni Falcone: il magistrato che sfidò Cosa Nostra
Giovanni Falcone nacque a Palermo nel 1939 e rappresenta, insieme ai colleghi e amici Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto e Paolo Borsellino, una delle figure più illustri e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.
Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, intraprese la carriera di magistrato, distinguendosi fin da subito per la sua intelligenza, etica e fermezza. La sua visione investigativa rivoluzionò il metodo di contrasto alla criminalità organizzata.
Attraverso l’analisi dei flussi finanziari (“follow the money”) e l’uso innovativo delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Falcone fu tra i protagonisti del Maxi Processo di Palermo, il più imponente nella storia contro la mafia.
“Il vero “tallone d’Achille” delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano dietro di sè i grandi movimenti di denaro connessi alle attività illecite più lucrose. Lo sviluppo di queste tracce, attraverso un’indagine patrimoniale che segua il flusso di denaro proveniente dai traffici illeciti, è quindi la strada maestra” (Giovanni Falcone)
La sua tenacia e il suo rigore lo resero bersaglio di Cosa Nostra, che lo considerava il nemico pubblico numero uno. Ma Falcone, pur consapevole del pericolo, non si piegò mai alla paura. Fu ucciso per questo. Ma il suo esempio, come quello dell’amico e collega Paolo Borsellino, è diventato un faro per le generazioni successive.
Il legame con la giustizia: continuità attraverso le battaglie civili
“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. In questa frase di Falcone si esplica l’idea che è importante continuare a portare avanti il suo insegnamento, affinché non venga cancellata la sua memoria.
Nella lotta all’amianto e nella lotta alla mafia, c’è una comunione di intenti che guarda verso la stessa direzione. Coesiste una comune idea alta di giustizia: il diritto è uno strumento di riscatto, per smascherare i poteri occulti, per sanare le ferite profonde della società. E’ un mezzo per la lotta alla cultura dell’impunità, della negligenza, dell’omertà.
“Lo Stato ha il dovere di proteggere i suoi servitori, ma anche i suoi cittadini. Nel giorno in cui ricordiamo Giovanni Falcone e le vittime di Capaci, è fondamentale riaffermare che la giustizia vera non termina con la condanna del crimine, ma attraverso la prevenzione del danno, la tutela della vita, il rispetto della verità. Perché ogni morte evitata, ogni risarcimento ottenuto, ogni bonifica eseguita è un piccolo, grande atto di giustizia.” Ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA).
E non è un caso che avvenga spesso la sua collaborazione con la Dott.essa Paola Vegliantei Presidente dell’Accademia della Legalità.
Il concetto di fair play, inteso come rispetto delle regole e dell’altro, va ben oltre il campo sportivo. Esso rispecchia una visione di giustizia, equità e responsabilità collettiva che affonda le sue radici nella storia del pensiero occidentale.
Connessioni solide e attuali
Quando il fair play è messo in relazione con l’opera di Ruggero Alcanterini e dell‘Avv.Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto(ONA), emerge un esempio concreto di applicazione di questo principio nella società civile.
Ruggero Alcanterini: sport come modello della società civile
Il fair play è un’idea rivoluzionaria: un principio regolativo della convivenza umana, che intreccia giustizia, rispetto, responsabilità e solidarietà. A portare avanti con coerenza e rigore questo ideale è da anni Ruggero Alcanterini, giornalista, intellettuale, presidente del Comitato Nazionale Italiano Fair Play (CNIFP), promotore instancabile di una visione etica dello sport e della società.
Ruggero Alcanterininon considera lo sport come un fatto meramente agonistico. Per lui, lo sport è cultura, linguaggio simbolico, palestra morale. In una delle sue tante riflessioni pubbliche ha dichiarato: “Il fair play è la misura del grado di civiltà di una comunità. Dove c’è fair play, c’è rispetto per la persona. Se c’è rispetto, c’è educazione. Dove c’è educazione, c’è pace.”
Una visione radicale dove lo sport, ponendosi come modello, può insegnare la responsabilità, il limite, il rispetto dell’altro. È infatti in questo contesto che l’avversario si trasforma in partner, la vittoria in merito condiviso, l’errore in occasione di crescita.
L’idea che il rispetto delle regole comuni generi uno spazio di libertà condivisa è una delle fondamenta della civiltà. Eppure, nel nostro tempo, il concetto di limite è spesso vissuto come costrizione, perdita, freno. Il fair play propone un rovesciamento semantico: il limite è la condizione per l’incontro, la regola è la cornice che rende possibile il gioco, la responsabilità è la forma più alta di libertà. E’ qui che Alcanterini si avvicina al pensiero di autori come Hans Jonas e Martha Nussbaum, che mettono al centro dell’etica contemporanea la cura, la fragilità, il riconoscimento reciproco.
Le radici storiche e filosofiche del fair play
Platone, nella Repubblica, distingue tra “dikaiosyne”, ossia la giustizia e “pleonexia” intesa come l’avidità che infrange le regole comuni. Il giusto cittadino quindi è colui che rispetta l’armonia sociale. Aristotele, nell’etica nicomachea, insiste sulla virtù come equilibrio e sul concetto di giustizia distributiva e correttiva. Successivamente, Immanuel Kant ha affermato che ogni azione etica deve essere conforme a un principio universalizzabile. E’ coerentemente con questa visione che il fair play si configura come un dovere morale.
Sarà Jean-Jacques Rousseau a introdurre nel “Contratto sociale” il concetto secondo cui le leggi giuste sono quelle che tutti si darebbero se agissero con spirito di equità.
In una prospettiva di continuità John Rawls, nel suo “Una teoria della giustizia”, affermerà che le istituzioni giuste sono quelle che avrebbero aiutato anche i più svantaggiati.
Coerenza di pensiero con ONA – Osservatorio Nazionale Amianto
Un pensiero che si riflette nel lavoro di Ezio Bonanni e dell’ONA, che lotta per correggere squilibri storici di potere, restituendo dignità e voce a chi è stato escluso dalla protezione sociale, in particolare le vittime dell’amianto. Nel contesto italiano, dove per decenni la questione amianto è stata ignorata o minimizzata, Bonanni ha rappresentato una voce controcorrente, applicando una logica di fair play sociale. Ciò si traduce nel ridare a ciascuno ciò che è stato tolto, lottare affinché anche chi non ha voce abbia giustizia. E ciò è perfettamente in linea con il pensiero di Rawls quando afferma che le istituzioni operino a favore dei più svantaggiati.
Non si tratta solo di ottenere risarcimenti economici, ma di ristabilire la dignità della persona umana. Con ONA il fair play diviene azione politica: riconoscere il torto, promuovere la verità, costruire la memoria pubblica. Michel Foucault ha sottolineato l’importanza della verità come pratica sociale. E Bonanni, denunciando la “congiura del silenzio” sull’amianto, ha incarnato questa verità militante.
Il fair play diviene quindi una forma mentis, un principio guida per una società giusta. Ezio Bonanni e l’ONA dimostrano come questi ideali possano diventare strumenti concreti per trasformare la realtà, partendo dai margini, dalle vittime, dagli esclusi. L’equità si conquista con la lotta, la perseveranza e la forza della verità.
Lo sport, nella sua dimensione etica e educativa, dovrebbe essere considerato come un bene culturale immateriale, al pari della musica, della poesia o della filosofia.
Non esiste infatti vera libertà senza rispetto, e che non esiste comunità senza regole condivise. In un mondo sempre più diviso, il fair play può ancora essere un ponte, un’alleanza, un patto. A patto, appunto, che ci crediamo fino in fondo.
World Fair Play Day: il 19 maggio al Senato una giornata storica
Il19 maggio la prima Giornata mondiale del Fair Play. Nella prestigiosa Sala Koch del Senato della Repubblica, istituzioni, mondo sportivo e imprenditoriale si sono riuniti per promuovere una cultura basata sul rispetto, anche in termini di tutela dell’ambiente e delle persone. (Leggi qui l’articolo dedicato).
Il Tribunale Amministrativo Regionale del Friuli Venezia Giulia ha emesso una sentenza storica. Risarcimento di 600 mila euro per i familiari di un maresciallo luogotenente triestino della Marina Militare, deceduto a soli 63 anni a causa di un mesotelioma pleurico, tumore maligno direttamente collegato alla prolungata esposizione all’amianto durante il servizio.
L’amianto e una diagnosi fatale
L’uomo,residente a Trieste, ma nato a Taranto, aveva dedicato 36 anni della sua vita alla Marina, tra basi a terra e navi della vecchia generazione, in un periodo che va dal 1966 al 2004. La diagnosi fatale arrivò nel 2008, cinque anni dopo il congedo. Nel 2013, fu riconosciuta la causa di servizio e attribuito alla vittima lo status di vittima del dovere con i relativi benefici previdenziali per la moglie rimasta sola. Tuttavia, la famiglia ha deciso di proseguire il percorso giudiziario, ottenendo infine dal TAR il riconoscimento della responsabilità del Ministero. E quindi il risarcimento “iure hereditario”, ossia ereditato dagli aventi diritto.
L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto ha condotto la battaglia legale, da oltre 30 anni impegnato per la giustizia ambientale e sanitaria in Italia.
Un dramma personale e sociale
Oltre al profilo giuridico, questo caso ha un forte valore antropologico e sociologico, poiché mette in luce il rapporto tra individuo, istituzioni e cultura del lavoro in contesti militari e industrial.
L’idea che servire lo Stato potesse comportare rischi letali rappresenta una frattura profonda nel patto sociale. Il lavoratore, alcuni militari, sono stati per decenni esposti a sostanze tossiche senza consapevolezza né strumenti di difesa, spesso in nome di un dovere percepito come inviolabile.
Un’ingiustizia spesso consapevole ma sistemica, invisibile e persistente, che ha segnato intere generazioni di lavoratori.
La responsabilità delle proprie azioni
Questo tipo di sentenze non è solo una vittoria giuridica per le famiglie, ma rappresenta un momento di riflessione collettiva.
Bonanni non lavora solo nelle aulee dei tribunali, ma ricostruisce una verità pubblica che sia monito per il futuro. La figura del militare contaminato dall’amianto diventa un simbolo del sacrificio silenzioso, non celebrato, spesso ignorato. Si evidenzia l’urgenza di rivedere i modelli di gestione del rischio lavorativo, la comunicazione istituzionale, e soprattutto la centralità del corpo umano come limite e misura dell’organizzazione sociale.
Questa sentenza, pur importante, rappresenta un importante tassello in un mosaico complesso. L’Osservatorio Nazionale Amianto continuerà a vigilare, supportare le vittime e promuovere una cultura della prevenzione e della giustizia sociale. Perché ogni vita salvata o risarcita è una pagina di verità restituita.
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