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Esposto ad amianto: Tenente Cabigiosu riconosciuto vittima del dovere

Esposto a uranio impoverito e amianto durante le missioni, Esposizione
Esposto a uranio impoverito e amianto durante le missioni: Il Tribunale di Verona condanna i ministeri Difesa e interno e riconosce il tenente Sergio Cabigiosu vittima del dovere

IIL TRIBUNALE DI VERONA HA RICONOSCIUTO IL TENENTE SERGIO CABIGIOSU, 50 ANNI, COME VITTIMA DEL DOVERE. CONDANNANDO I MINISTERI DELLA DIFESA E DELL’INTERNO A RISARCIRLO PER L’ESPOSIZIONE A SOSTANZE CANCEROGENE DURANTE LE SUE MISSIONI MILITARI. CABIGIOSU, COLPITO DA LEUCEMIA MIELOIDE CRONICA, HA OTTENUTO PRIMA DI TUTTO UNA LIQUIDAZIONE DI 285MILA EURO E UN ASSEGNO VITALIZIO MENSILE DI 2.100 EURO. AD ASSISTERE IL MILITARE, L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO

Vita e carriera del Ten. Cabigiosu: esposto a pericolosi patogeni 

Esposto a uranio impoverito e amianto: il tenente Cabigiosu (a destra nella foto) riconosciuto vittima del dovere

L’ex tenente Sergio Cabigiosu, originario di Verona, dove vive ancora oggi, ha intrapreso la sua carriera militare nel gennaio 2000. Dopo un periodo di formazione al Centro di Addestramento Alpino, è stato assegnato al VI Reggimento Alpini di Dobbiaco (Bolzano), dove ha iniziato a consolidare la sua esperienza professionale. 

Tra febbraio e luglio 2001, il militare ha ricoperto il ruolo di Vice Comandante di Plotone nell’ambito dell’operazione Joint Forge in Bosnia, con base a Sarajevo. Durante questa missione, che si svolgeva in un contesto di conflitto nei Balcani, lui e gli altri commilitoni si sono esposti a sostanze estremamente pericolose.

Tra queste vi erano radiazioni ionizzanti e non ionizzanti provenienti da uranio impoverito, oltre a benzene, benzidina, amianto e metalli pesanti. 

Le condizioni ambientali nella zona erano ulteriormente compromesse dalla contaminazione dovuta ai bombardamenti precedenti, che avevano disperso nanoparticelle e altri inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo. La situazione era aggravata dalla mancanza di adeguate misure di protezione e dalla scarsa informazione sui pericoli reali associati a tali esposizioni. 

Al termine dell’esperienza in Bosnia, Cabigiosu, trasferito all’VIII Reggimento Alpino a Cividale del Friuli (UD), ha continuato a servire la patria fino al suo congedo, avvenuto il 19 maggio 2002. 

L’esordio della malattia e la scoperta dell’esposizione

Nel 2017, Sergio Cabigiosu ha iniziato a manifestare sintomi preoccupanti, come stanchezza intensa e dolori ossei, che hanno spinto i medici a eseguire accertamenti approfonditi. Nello stesso anno, i risultati hanno confermato la diagnosi di leucemia mieloide cronica, una grave forma di cancro del sangue. 

Le indagini mediche hanno attribuito questa malattia all’esposizione prolungata a sostanze nocive, quali uranio impoverito e amianto, durante la missione “Joint Forge”. 

Nello specifico, i proiettili all’uranio, utilizzati per penetrare i veicoli e le strutture nemiche, sgretolavano edifici già degradati, rilasciando particelle di asbesto nell’ambiente circostante. 

Questa combinazione di esposizione a radiazioni e amianto ha avuto quindi un impatto devastante sulla salute del tenente. 

Per questi motivi, l’ex militare ha cercato di ottenere il riconoscimento come vittima del dovere e i benefici correlati previsti dalla legge italiana. 

L’iter legale e la sentenza del Tribunale di Verona

Deciso a ottenere giustizia per i danni subiti, Cabigiosu si era rivolto all’avvocato Ezio Bonanni. Il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) aveva quindi presentato un ricorso al Tribunale di Verona, sostenendo che la malattia del tenente fosse direttamente collegata alle esposizioni subite durante il servizio militare. 

Il ministero della Difesa e il ministero dell’Interno si erano tuttavia costituiti in giudizio, contestando il nesso causale tra il servizio svolto e la malattia contratta. Inoltre, i ministeri avevano eccepito il difetto di legittimazione passiva e invocato la prescrizione della domanda, poiché il militare l’aveva presentata molti anni dopo il termine del servizio. 

La sentenza del Tribunale di Verona 

Il Tribunale di Verona, sezione lavoro, sotto la presidenza del Giudice dott. Marco Cucchetto, ha emesso la sentenza n. 463/2024 il 10 luglio 2024, accogliendo il ricorso del tenente Sergio Cabigiosu. Di seguito i punti salienti della decisione: 

Giurisdizione e competenza: la Corte ha confermato la giurisdizione del giudice ordinario, stabilendo che le prestazioni per le vittime del dovere non dipendono da scelte discrezionali dell’amministrazione, ma da un accertamento oggettivo dei requisiti previsti dalla normativa. Pertanto, i benefici richiesti sono stati considerati diritti soggettivi piuttosto che interessi legittimi; 

Legittimazione passiva del ministero della Difesa: il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità del ministero della Difesa nel rispondere alle richieste di benefici speciali per gli appartenenti alle Forze Armate, in linea con le disposizioni del DPR 243/2006;

Esposizione a fattori di rischio e nesso tra servizio e malattia: le prove presentate hanno dimostrato che Sergio Cabigiosu era stato esposto a un ambiente contaminato da uranio impoverito e altre sostanze nocive durante la missione “Joint Forge” in Bosnia. Questi fattori di rischio hanno contribuito allo sviluppo della leucemia mieloide cronica. Il Tribunale ha basato la sua conclusione su evidenze documentali, relazioni mediche e i risultati della Commissione parlamentare di indagine sull’uranio impoverito.

Rigetto delle contestazioni del ministero della Difesa

Le obiezioni avanzate dal Ministero della Difesa sono state respinte. Il Tribunale ha stabilito che non esisteva documentazione o prova sufficiente per negare il riconoscimento dello status di vittima del dovere a Cabigiosu. 

In conclusione, il Tribunale di Verona ha riconosciuto la gravità dell’esposizione a sostanze pericolose subita dal ricorrente durante il servizio e ha stabilito il suo diritto a essere riconosciuto come vittima del dovere, ordinando al Ministero della Difesa di concedergli i benefici previsti dalla legge 3 agosto 2004, nr. 206. 

La sentenza ha quindi condannato i ministeri a versare una speciale elargizione di 285mila euro a Cabigiosu, oltre a un assegno vitalizio mensile di 2.100 euro. 

Un caso analogo: il giornalista Di Mare e l’esposizione ai patogeni

La vicenda di Sergio Cabigiosu richiama alla memoria un altro importante episodio: quello del giornalista Rai Franco Di Mare.

Anche Di Mare, inviato di guerra durante i conflitti nei Balcani, è stato esposto a uranio impoverito e amianto nelle stesse aree in cui operava Cabigiosu. Come il tenente, Di Mare non ricevette informazioni sui pericoli delle nanoparticelle di metalli pesanti radioattivi e non ebbe a disposizione adeguate misure di protezione.

Il parallelismo evidenzia un pattern preoccupante di negligenza da parte delle autorità militari e di governo nei confronti della salute e della sicurezza dei propri militari e dei civili inviati nelle zone di conflitto. L’Osservatorio Nazionale Amianto ha seguito entrambi i casi.

In questo modo ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di tutelare maggiormente gli esposti a queste sostanze pericolose.

Le implicazioni della sentenza e il commento dell’avv. Bonanni 

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
L’avv. Bonanni, presidente ONA. «La sentenza riconosce la gravità delle esposizioni subite dai nostri militari e pone le basi per un risarcimento adeguato per i danni alla salute sofferti»

La sentenza del Tribunale di Verona rappresenta un’importante svolta giuridica. Non solo inverte l’onere della prova per l’esposizione a radiazioni e nanoparticelle di metalli pesanti, ma stabilisce un precedente. Esso potrà essere utilizzato da altre vittime al fine di ottenere riconoscimento e risarcimento.

«Si tratta di una decisione molto importante perché riconosce la gravità delle esposizioni subite dai nostri militari. Pone le basi per un risarcimento adeguato per i danni alla salute sofferti. Questa sentenza apre la strada a una maggiore consapevolezza e protezione per tutti i nostri militari esposti a sostanze pericolose sia in patria che all’estero», commenta Bonanni. 

Sono più di 8mila i malati e più di 400 i morti, solo per l’uso di proiettili all’uranio impoverito.

L’Osservatorio Amianto, unitamente al quello delle Vittime del Dovere, ha costituito un dipartimento che si occupa della tutela dei nostri militari che hanno subito gravi danni alla salute tramite uno sportello di assistenza al numero verde 800 034 294, oppure tramite il sito ufficiale.

Terra dei Fuochi. Un caso clinico legato all’inquinamento ambientale 

terra dei fuochi
Dalla Terra dei Fuochi un caso clinico seguito in Calabria dall'oncologo Pasquale Montilla, consulente ONA

LA TERRA DEI FUOCHI, UN’AREA DELLA CAMPANIA TRISTEMENTE FAMOSA PER L’ALTO TASSO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE, È TEATRO DI NUMEROSI CASI DI PERSONE CONTAMINATE DA SOSTANZE CHIMICHE TOSSICHE. IL CASO DI UNA PAZIENTE PROVENIENTE DALLA TERRA DEI FUOCHI, ORA SOTTO LA CURA DEL DOTT. PASQUALE MONTILLA, ONCOLOGO E CONSULENTE SPECIALISTA DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA).

La Terra dei Fuochi e le conseguenze per la salute 

«Da Sin a Sin. I siti di interesse nazionale rappresentano una drammatica e devastante porta d’ingresso per patologie e patogenesi ambientale. Si diventa contaminati e deportati nel desolato mondo della malattia», dichiara l’oncologo Pasquale Montilla.

Il nome Terra dei Fuochi deriva dai numerosi roghi appiccati per bruciare questi rifiuti, che generano colonne di fumo visibili anche a distanza

La “Terra dei Fuochi” indica un’ampia area situata tra le province di Napoli e Caserta, in Campania, tristemente conosciuta per il massiccio inquinamento ambientale dovuto allo smaltimento illegale di materiali tossici. Il nome deriva appunto dai numerosi roghi appiccati per bruciare questi rifiuti, che generano colonne di fumo visibili anche a distanza. La questione è emersa all’inizio degli anni 2000 grazie a diverse inchieste giornalistiche che hanno svelato il disastro in corso. 

Da allora, la Terra dei Fuochi è diventata un emblema della devastazione ambientale e delle attività illecite legate alla malavita organizzata e alla corruzione politica ed economica. In questa area, infatti, migliaia di discariche abusive smaltiscono rifiuti industriali pericolosi e rifiuti urbani senza seguire le normative ambientali.

I roghi rilasciano nell’atmosfera sostanze chimiche tossiche, come diossine e metalli pesanti, che contaminano il suolo e le falde acquifere, con conseguenze gravi per la salute dei residenti. 

A documentare le conseguenze sanitarie di questo disastro ambientale, diversi studi epidemiologici, che hanno rilevato un aumento significativo di varie malattie tra i residenti dell’area. Tra le patologie più comuni si registrano tumori, come quelli al seno e al polmone, leucemie, malformazioni congenite e malattie respiratorie croniche come l’asma. Queste condizioni sono spesso il risultato dell’esposizione prolungata a inquinanti chimici e radioattivi, che interagiscono con il biochimismo umano provocando danni cellulari e aumentando il rischio di sviluppare malattie gravi. 

Un caso clinico emblematico della Terra dei Fuochi 

Pasquale-Montilla
L’oncologo Pasquale Montilla ha seguito tempestivamente il caso clinico di una paziente proveniente dalla Terra dei Fuochi. La donna presentava una pleurite essudativa criptogenica

In questo contesto di emergenza ambientale e sanitaria, un caso clinico particolarmente significativo riguarda una giovane paziente proveniente dalla Terra dei Fuochi, che è stata trasferita in Calabria per ricevere cure mediche. Seguita dal dott. Pasquale Montilla, Oncologo Medico e Consultant Specialist in Oncology dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), la donna presentava una pleurite essudativa criptogenica resistente, una condizione caratterizzata da un’infiammazione della pleura, la membrana che riveste i polmoni. 

Gli esami condotti con immediatezza hanno rivelato la presenza di alte concentrazioni di metalli pesanti e altre sostanze chimiche tossiche nei tessuti polmonari e pleurici della paziente. 

In particolare, sono state riscontrate elevate concentrazioni di zinco, tallio, alluminio, arsenico, rame, cromo, ferro, manganese, cadmio, stagno, tungsteno, piombo, titanio e litio.

Questi contaminanti, classificati come “sostanze chimiche inorganiche ad alto peso molecolare”, possiedono configurazioni elettroniche incompatibili con il biochimismo umano (l’insieme dei processi chimici e biologici che avvengono all’interno degli organismi viventi), alterandolo gravemente.

Le valutazioni diagnostiche precedenti non avevano considerato tali sostanze chimiche tossiche, impedendo così una diagnosi molecolare precisa e tempestiva.

Malattie “idiopatiche” e influenza ambientale 

Questo caso clinico evidenzia come un’esposizione prolungata a contaminanti ambientali di origine umana possa scatenare malattie che inizialmente sembrano idiopatiche, cioè condizioni mediche per le quali non è nota una causa specifica, ma che in realtà hanno una chiara connessione con l’ambiente.

I contaminanti chimici e radiochimici, che cambiano costantemente, interagiscono con il nostro biochimismo, rappresentando un serio pericolo per la salute umana. Le malattie causate da questi “esposomi amplificati“, cioè l’insieme delle esposizioni ambientali cui una persona è stata sottoposta nel corso della vita, comprese sostanze chimiche tossiche, inquinanti e altri agenti ambientali, subiscono danni tossici a causa di un effetto sinergico devastante.

Questo significa che l’interazione tra questi vari fattori ambientali amplificati produce danni alla salute molto più gravi rispetto alla somma dei singoli effetti di ciascun contaminante. 

Le patologie legate a questi fattori ambientali devono quindi essere considerate come nuove categorie nelle diagnosi differenziali e riconosciute come una nuova classe di malattie, i cui meccanismi fisiopatologici sono ancora da comprendere appieno. Gli esami effettuati sulla paziente hanno escluso la presenza di infezioni virali, batteriche o fungine, così come di anomalie citologiche indicative di neoplasie, confermando che la causa della malattia non era attribuibile a queste condizioni comuni. 

«Si conferma pertanto che agenti chimici tossici in ancoraggio fenotipico nei tessuti polmonari e pleurici determinano attivazione di processi infiammatori a futuro rischi di processi neoplastici», dichiara il dottor Montilla. 

Versamento pleurico migliora dopo corretta diagnosi e terapia

Il consulente dell’Osservatorio, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, spiega che grazie al supporto dell’associazione è stato possibile stabilire «un importante collegamento fra un approccio descrittivo e clinico della malattia a quello meccanicistico della causa». 

Questo significa che si è riusciti a mettere in relazione i dettagli clinici della malattia con le sue cause ambientali. Attualmente, questo caso clinico, che ha una patogenesi ambientale, è stato inserito nel database dell’ONA. Il team di specialisti, guidato da Montilla, esaminerà ancora il caso per fare ulteriori riflessioni e precisazioni medico-legali. 

L’impegno del’ONA

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
L’avv. Bonanni, presidente ONA, insiste sulla necessita di “bonificare, bonificare, bonificare”

«L’Osservatorio Nazionale Amianto, attraverso il “Dipartimento per la tutela, la prevenzione e la cura del mesotelioma”, prosegue il suo impegno per assistere i pazienti che hanno ricevuto questa diagnosi e per coloro che presentano sintomi correlati, indipendentemente dal quadro clinico – afferma l’avv. Ezio Bonanni -. In alcuni casi, fortunatamente, le condizioni infiammatorie non evolvono in forme cancerogene come il mesotelioma della pleura, il tumore del polmone o altre malattie asbesto correlate.  Naturalmente – conclude il presidente ONA – i progressi in campo medico non fanno venir meno la necessità di bonificare, bonificare, bonificare per evitare ora e in futuro altre esposizioni all’amianto e quindi il danno potenziale della trasformazione del rischio in un vero e proprio trauma costituito dalla malattia e, in molti casi, purtroppo dalla morte».

L’ONA APS, prosegue il suo impegno nel supporto alle vittime e ai familiari attraverso il sito e con il numero verde 800 034 294. 

Esposizione uranio e amianto: ministero della Difesa condannato 

Esposizione a uranio e amianto: il ministero della Difesa condannato a risarcire l'orfano di un colonnello
Esposizione a uranio e amianto: il ministero della Difesa condannato a risarcire l'orfano di un colonnello

LA CORTE D’APPELLO DI L’AQUILA, HA CONDANNATO IL MINISTERO DELLA DIFESA A RISARCIRE CON 250MILA EURO IL FIGLIO DEL COLONNELLO RAFFAELE ACQUAFREDDA, MORTO A 50 ANNI PER UN CANCRO AL RENE. LA MALATTIA È STATA CAUSATA DALL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO E ALL’URANIO IMPOVERITO DURANTE IL SERVIZIO MILITARE.  LA DECISIONE È ARRIVATA DOPO CHE L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO, AVEVA PRESENTATO UN RICORSO PER OTTENERE IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI DEL GIOVANE ORFANO, NEGATI IN PRIMO GRADO 

Raffaele Acquafredda, la storia dell’esposizione ad uranio ed asbesto 

Il Colonnello Raffaele Acquafredda, vittima dell’esposizione all’uranio e all’amianto, aveva prestato servizio servizio in teatri di guerra ad alto rischio, come nell’ambito dell’operazione “Joint Guardian”

Raffaele Acquafredda, originario di Montesilvano, un comune della provincia di Pescara in Abruzzo, ha mostrato sin da giovane un forte senso del dovere e una vocazione per la carriera militare, che lo hanno spinto a intraprendere un lungo percorso nelle forze armate italiane. Nel 1985, a soli 21 anni, si è arruolato nell’Esercito Italiano, servendo la Patria con dedizione e impegno fino al 2006. 

Durante la sua carriera, ha partecipato a numerose missioni all’estero, spesso in contesti estremamente pericolosi. Come Ufficiale Superiore di Artiglieria della Brigata Multinazionale Nord a Sarajevo e, in seguito, come addetto all’artiglieria terrestre ha prestato servizio in teatri di guerra ad alto rischio, come nell’ambito dell’operazione “Joint Guardian“. Durante queste missioni, è stato esposto al fuoco dei cecchini e a contaminazioni ambientali, tra cui nano particelle di uranio impoverito e altri metalli pesanti. 

Inoltre, ha subito l’esposizione a vari agenti chimici e cancerogeni, compresi polveri e fibre di amianto che contaminavano l’aria, l’acqua e il suolo nelle zone di conflitto. 

La malattia e il decesso 

Dopo dieci anni di diffide e solleciti da parte dell’ONA, il ministero della Difesa ha riconosciuto la causa di servizio per l’esposizione e ha dichiarato Acquafredda vittima del dovere

Nel 2010, dopo anni di contatto con queste sostanze pericolose, i medici hanno diagnosticato ad Acquafredda un cancro al rene. Una patologia spesso legata all’esposizione all’uranio impoverito e ad altre sostanze chimiche tossiche. La diagnosi è stata un duro colpo per il militare e la sua famiglia, segnando l’inizio di una lunga battaglia contro la malattia. Nonostante gli sforzi e le cure ricevute, il tumore è avanzato inesorabilmente e, il 1° ottobre 2012, Acquafredda è morto a soli 50 anni, lasciando la moglie e due figli ancora molto giovani 

L’iter legale e il ruolo dell’ONA 

Grazie all’impegno dell’Avv. Ezio Bonanni, Presidente ONA, l’orfano del colonnello riceverà circa 250mila euro per i ratei arretrati e un vitalizio mensile di 2100 euro

Alla morte di Acquafredda, l’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, ha preso in carico la causa della famiglia del colonnello. L’avv. Bonanni, noto per il suo impegno nella tutela dei diritti dei lavoratori esposti all’amianto e ad altre sostanze tossiche, ha deciso di avviare una battaglia legale per ottenere il riconoscimento della causa di servizio per Acquafredda e i relativi benefici per i suoi familiari. 

Dopo dieci anni di diffide e solleciti da parte dell’ONA, il ministero della Difesa ha riconosciuto la causa di servizio per l’esposizione. Ha dichiarato Acquafredda vittima del dovere. Di conseguenza, ha erogato le relative prestazioni previdenziali alla vedova e a una delle figlie. Tuttavia, ha negato i diritti del figlio orfano, ritenendo che non fosse a carico fiscale del padre al momento della sua morte. Questa decisione è stata confermata in primo grado dal Tribunale di Pescara il 20 gennaio 2023. 

Il presidente dell’ONA ha quindi impugnato questa decisione ha portato il caso in secondo grado. In questa sede, la Corte d’Appello di L’Aquila ha riformato la sentenza del Tribunale di Pescara. Dopo aver esaminato attentamente i dettagli del reddito del figlio di Acquafredda, la Corte ha stabilito che «al momento del decesso del padre, il figlio era fiscalmente a carico. Considerando che il reddito prodotto nel 2012 era in gran parte successivo alla morte del genitore». Questa interpretazione ha riconosciuto il diritto del giovane orfano ai benefici economici previsti per i figli a carico di vittime del dovere, come specificato dall’art. 6 della legge n. 466/1980. 

L’orfano riceverà circa 250mila euro per i ratei arretrati e un vitalizio mensile di 2100 euro. 

Ma la battaglia non finisce qui: no all’esposizione a uranio e amianto

Attualmente, il caso del colonnello Acquafredda è al centro di ulteriori procedimenti legali. I familiari del militare hanno promosso una causa al TAR. Per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Un altro giudizio è in corso al Tribunale di L’Aquila per affrontare il danno da lutto subito dalla vedova e dai due orfani. 

Il commento del presidente ONA, avv. Ezio Bonanni La recente sentenza della Corte d’Appello ha rappresentato un importante passo avanti nel riconoscimento dei diritti dei militari. Stabilendo un precedente significativo per future richieste di giustizia. «Prosegue l’epidemia dei nostri uomini in divisa impegnati nelle missioni per effetto dell’uso di proiettili all’uranio impoverito: più di 400 i deceduti e 8.000 i malati – denuncia l’avv. Ezio Bonanni – come Osservatorio Nazionale Amianto proseguiamo il nostro impegno in rappresentanza e tutela dei nostri militari e di tutte le vittime che hanno subito l’esposizione alla fibra killer». 

L’auspicio è che il ministero della Difesa, ora condannato, non solo risarcisca adeguatamente la famiglia di Acquafredda, ma riveda anche le proprie politiche per prevenire casi simili in futuro. 

L’ONA APS continua a sostenere le vittime e i loro familiari attraverso il suo sito ufficiale e il numero verde 800 034 294. Offrendo assistenza e consulenza legale. 

Casale Monferrato: risarcimento INAIL alla vedova Patrucco 

amianto - Casale Monferrato, amianto: risarcimento INAIL alla vedova Patrucco
Casale Monferrato, amianto: risarcimento INAIL alla vedova Patrucco

Con sentenza passata in giudicato n. 422/2023 pubblicata il 10 gennaio 2024 RG. 2/2021, il Tribunale di Vercelli ha condannato l’INAIL a risarcire la Signora Rita Sempio, vedova di Vincenzo Patrucco, deceduto a 67 anni per via di un mesotelioma pleurico causato dall’esposizione all’amianto sul lavoro.

La vedova, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, riceverà un risarcimento previdenziale che comprende una rendita mensile di circa 1.740 euro, oltre alle maggiorazioni previste dal Fondo Vittime Amianto. Inoltre, la signora riceverà tutti gli arretrati a partire dal giorno successivo al decesso del marito, per un totale approssimativo di 150mila euro, cifra che sarà erogata anche agli eredi di Patrucco.

Amianto a Casale Monferrato. La storia di Vincenzo Patrucco

Vincenzo Patrucco, nato e vissuto a Casale Monferrato, ha lavorato per diversi anni come operaio nel settore del trasporto e della lavorazione di cemento e amianto. Con questa mansione, fu impiegato in S.E.A. (Scavi Estrazioni Autotrasporti), dal 1 gennaio 1977 al 31 maggio 1983. Successivamente, ha lavorato per la ditta Prandi Maria Angela “Bargero Franco” dal 1 gennaio 1984 al 31 agosto 1990. Infine, per la S.p.A. Gaiero dal 1° al 26 ottobre 1990 e per la ditta Marco Vacca nel settore autotrasporti, dal 1° gennaio 1992 fino alla fine della sua carriera nel 2006.

Durante questi anni, Patrucco è stato esposto costantemente all’amianto, senza adeguate protezioni, esponendosi così a gravi rischi per la salute. Prima dell’entrata in vigore della Legge 257/92, che ne ha vietato l’uso e stabilito misure di protezione per i lavoratori, il minerale era ampiamente utilizzato per rivestire tubazioni, isolare sistemi termici e acustici, e nelle guarnizioni e componenti dei freni. 

Nel mese di aprile 2016, gli è stata diagnosticata una neoplasia, nota come mesotelioma pleurico, causata dall’inalazione di fibre killer. La malattia ha progredito rapidamente e ha portato alla sua morte il 18 luglio 2016.

L’iter legale 

Dopo il decesso di Vincenzo Patrucco, la vedova Rita Sempio ha presentato una domanda di riconoscimento della rendita ai superstiti e di indennizzo all’INAIL. 

Il 25 ottobre 2016, l’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro ha riconosciuto la malattia professionale di Patrucco, con un grado invalidante pari all’85%. Tuttavia, il 23 novembre 2016, l’Ente ha rigettato la richiesta di rendita ai superstiti, motivando il provvedimento con il fatto che «per il decesso dellassicurato non può essere riconosciuto il diritto alla rendita ai superstiti in quanto la morte non è riconducibile allevento».

Il ricorso e il primo esame

In seguito al rigetto, la signora Sempio ha presentato ricorso formale per contestare la decisione dell’INAIL. Il ricorso è stato notificato all’Istituto e si è basato sulla tesi che il decesso di Patrucco fosse effettivamente legato alla malattia professionale, ossia al mesotelioma pleurico. La difesa, affidata all’avv. Ezio Bonanni, presidente dellOsservatorio Nazionale Amianto, ha argomentato che la malattia di Patrucco era direttamente connessa all’esposizione alle fibre killer durante il suo lungo periodo di lavoro in ambienti contaminati.

Esame delle prove: l’amianto e l’esposizione professionale

Durante il procedimento legale, il Tribunale di Vercelli ha esaminato in dettaglio le prove presentate da entrambe le parti per determinare se la morte di Vincenzo Patrucco fosse causata dalla malattia professionale legata all’esposizione al patogeno.

Particolare attenzione è rivolta alla consulenza tecnica d’ufficio (CTU), che ha analizzato le cartelle cliniche, i referti medici e altre evidenze pertinenti, concludendo che il decesso era « concausato dagli effetti disfunzionali delle lesioni di natura professionale da cui era affetto».

Posizione di INAIL

In tutto ciò, INAIL si è costituito in giudizio, contestando il riconoscimento del nesso causale tra la malattia e il decesso. L’ente ha sollevato un’eccezione di prescrizione, affermando che il diritto alle prestazioni fosse scaduto secondo gli articoli 111 e 112 del D.P.R. n. 1124/1965. Inoltre, ha insistito sul rigetto della domanda, sostenendo che il decesso era avvenuto per “emorragia cerebrale” e non direttamente a causa della malattia professionale.

Decisione del tribunale

Il 15 novembre 2023, il Tribunale di Vercelli ha discusso il caso e ha emesso la sentenza. Il giudice ha rigettato l’eccezione di prescrizione, considerando il documento del 4 novembre 2019 come valido per interrompere il termine prescrizionale. Inoltre, ha accertato che il decesso di Patrucco era effettivamente causato da malattie professionali correlate all’amianto.

In merito alla prescrizione, la sentenza ha affermato: «Leccezione di prescrizione sollevata dallistituto resistente è infondata. Il termine prescrizionale è stato interrotto dal documento del 4 novembre 2019, che ha confermato la contestazione contro il rigetto del 23 novembre 2016».

Conclusioni della sentenza

Il Tribunale ha accolto il ricorso e ha ordinato all’ INAIL di erogare le prestazioni previdenziali dovute. In particolare, ha condannato l’ente a costituire in favore di Rita Sempio «le prestazioni previdenziali di cui allart. 85 del D.P.R. 1124/65, inclusi lassegno funerario e la rendita ai superstiti con decorrenza dal 19 luglio 2016». 

La sentenza ha incluso anche la maggiorazione delle prestazioni del Fondo Vittime Amianto, come previsto dalla Legge 244/07.

Il commento dell’avvocato Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto

Ezio Bonanni
L’avv. Ezio Bonanni, difensore dei familiari di Vincenzo Patrucco

L’avvocato Ezio Bonanni, che ha assistito i familiari di Patrucco, ha commentato: «LINAIL continua a negare il riconoscimento del mesotelioma causato dallamianto e costringe i familiari dei defunti a intraprendere lunghe azioni giudiziarie. La nostra battaglia non finisce qui; agiremo per ottenere anche le maggiorazioni contributive e la riliquidazione della pensione di reversibilità».

Corsa all’uranio nell’era nucleare e i danni globali

la corsa all'uranio e le conseguenze
la corsa all'uranio e le conseguenze

NEGLI ANNI IMMEDIATAMENTE SUCCESSIVI ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE, GLI STATI UNITI FURONO CATAPULTATI NELL’ERA NUCLEARE, SPINGENDO IL PAESE VERSO UNA CORSA SFRENATA ALL’URANIO. QUESTO MINERALE, UN TEMPO CONSIDERATO UN SOTTOPRODOTTO DELL’ESTRAZIONE DI ALTRI MINERALI COME IL RAME E L’ARGENTO, DIVENNE IMPROVVISAMENTE DI GRANDE INTERESSE STRATEGICO PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA NUCLEARE E ARMI. TUTTAVIA, IL PREZZO DI QUESTA CORSA AL MINERALE SAREBBE STATO ALTO, NON SOLO PER I LAVORATORI COINVOLTI MA ANCHE PER L’AMBIENTE E INTERE COMUNITÀ

Gli inizi della corsa all’uranio

corsa all'uranio
Il Progetto Manahattan era un programma di ricerca e sviluppo in ambito militare che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale

La scoperta del potere dell’uranio avvenne nel contesto del Progetto Manhattan, un programma top-secret avviato nel 1942 dagli Stati Uniti per sviluppare le prime armi nucleari. Nel corso dello stesso, scienziati e ingegneri realizzarono che il minerale poteva subire fissione nucleare. In questo processo, il nucleo dell’atomo si divide, liberando una grande quantità di energia. Questa scoperta rese l’uranio essenziale non solo per la produzione di armi nucleari, ma anche per lo sviluppo futuro dell’energia atomica.

Negli anni ’50, il governo degli Stati Uniti lancia un programma per incentivare l’estrazione del minerale, arruolando un esercito di cercatori privati per esplorare i territori occidentali del Paese. Tuttavia, ciò che sembrava un’opportunità di guadagno per molti, si rivelò rapidamente una trappola mortale.

L’ascesa e la discesa dell’industria dell’uranio. La corsa è finita

L’estrazione del metallo radioattivo, iniziata nei primi anni del XX secolo, esplose in un vero e proprio boom economico. Nuove scoperte di grandi giacimenti, come quella di Charlie Steen nello Utah, arricchirono rapidamente molti cercatori e fecero nascere numerose miniere nel Sud-Ovest degli Stati Uniti.

Le pubblicazioni e i manuali dell’epoca promettevano che la ricerca dell’uranio fosse sicura e redditizia, minimizzando i rischi associati all’esposizione ai materiali radioattivi.

Il boom dell’uranio continuò pertanto fino al 1964, quando la domanda cominciò a declinare a causa delle pressioni per il disarmo nucleare e del crollo dei prezzi del minerale. 

La crisi energetica degli anni ’70 e la crescente consapevolezza dei rischi ambientali —come la contaminazione delle falde acquifere e del suolo — e per la salute, legati al minerale, causarono un brusco calo nella produzione dello stesso. Il governo federale sciolse la Commissione per l’Energia Atomica nel 1974 e iniziò una fase di declino per il settore nucleare.

I siti Superfund

Oggi, le miniere abbandonate rappresentano una continua fonte di inquinamento e pericolo per le comunità locali e l’ecosistema. Questi siti, denominati “Superfund” sono aree contaminate, identificate dal governo degli Stati Uniti e inclusi in un programma gestito dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), che si occupa di i investigare e bonificare i terreni per proteggere la salute pubblica e l’ambiente.

La questione dei militari e l’eredità del conflitto

La corsa all’uranio non ha coinvolto solo i minatori, ma anche i militari statunitensi. Durante le loro missioni di pace, hanno subito una pesante esposizione a radiazioni, sia attraverso il contatto con materiali radioattivi sia attraverso la gestione di test nucleari.

Gli effetti sulla salute dei militari sono stati oggetto di crescente attenzione e ricerca. I soldati che lavoravano vicino ai siti nonché nelle operazioni di gestione dei processi di estrazione e stoccaggio, hanno mostrato un aumento dei tassi di cancro e altre gravi malattie. 

Nonostante gli sforzi per riconoscere e compensare questi danni, molti veterani continuano a lottare con le conseguenze, a lungo termine, della loro esposizione. Entriamo nel dettaglio.

Test nucleari

Durante la Guerra Fredda (1947-1991), gli Stati Uniti condussero numerosi esperimenti nucleari, principalmente nel Nevada Test Site.

Spesso, i soldati si trovarono ad osservare gli esperimenti da vicino o per gestire le conseguenze dei test, senza adeguate protezioni contro le radiazioni.

I militari erano anche coinvolti nella sorveglianza e nella protezione delle miniere di uranio e dei magazzini. Questa esposizione avveniva in un periodo in cui le precauzioni per la protezione radiologica erano minime. I soldati si trovarono pertanto a contatto diretto con materiali radioattivi e polveri contaminanti.

Inoltre, i veterani che prestavano servizio in Paesi con attività nucleari o che avevano basi con materiali radioattivi subirono l’esposizione a radiazioni anche a causa dell’ambiente contaminato. In molti casi, le pratiche di gestione dei rifiuti nucleari erano inadeguate. 

Statistiche e conseguenze

Le conseguenze per i militari sono state severe. Studi hanno dimostrato che i veterani coinvolti in attività nucleari hanno un’incidenza più alta di malattie gravi come il cancro ai polmoni, leucemie e altre patologie respiratorie. 

Un rapporto del Dipartimento per gli Affari dei Veterani degli Stati Uniti ha rivelato che, tra gli anni ’50 e ’60, almeno 1.200 soldati ricevettero diagnosi di malattie legate all’esposizione a radiazioni. Molti di questi hanno ricevuto risarcimenti o assistenza sanitaria specifica.

Tuttavia, la mancanza di dati sistematici e la difficoltà nel tracciare le esposizioni hanno complicato la valutazione precisa del numero di vittime.

Quindi, il numero effettivo potrebbe essere significativamente più alto, poiché molte persone non registrarono o diagnosticarono i casi in tempo.

Impatti ambientali e sociali

Oltre ai danni alla salute dei militari e dei minatori, la corsa all’uranio ha avuto effetti devastanti anche sull’ambiente. Le miniere abbandonate e i siti contaminati hanno lasciato un’eredità di inquinamento, con radiazioni che hanno devastato il suolo e le falde acquifere. Questo ha portato a problemi di salute anche tra le popolazioni locali, amplificando le difficoltà legate alla gestione e alla bonifica dei siti.

Ad essere maggiormente colpite, le comunità native americane, in particolare i Navajo. Le miniere di uranio situate nelle loro terre hanno provocato una crisi sanitaria e ambientale, con alti tassi di cancro e altre malattie.

Insomma, la corsa all’uranio ha portato a enormi successi tecnologici e militari, ma ha anche lasciato un’eredità di malattie, inquinamento e devastazione ecologica. È un ricordo del prezzo che spesso si paga per il progresso. Un appello alla responsabilità nella gestione delle risorse naturali e nella protezione della salute umana.