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Neve amianto nei film: Il Mago di Oz e It’s a wonderful life

Neve di amianto
neve bianca

La “neve di amianto” è stata usata come neve finta in molti vecchi film di Hollywood, tra cui il Mago di Oz, diretto da Victor Fleming (1939).

Dal cotone all’amianto 

Negli anni ‘20, si utilizzavano cotone, sale e farina per creare scene invernali che replicassero l’effetto neve.

Talora, la neve finta era composta da fiocchi di mais dipinti di bianco, mescolati con gesso rasato. 

Il sistema però era così rumoroso, che ogni scena innevata con dialoghi doveva essere ridoppiata.

Dei materiali citati, il cotone, sebbene relativamente innocuo, fu presto riconosciuto come materiale infiammabile, pertanto i vigili del fuoco di Los Angeles raccomandarono l’uso dell’amianto, che era considerato privo di rischi.

Fu così che si passò alla fibra killer, prodotta da aziende specializzata nella realizzazione di neve finta come “Pure White”, “White Magic” e “Snow Drift”.

Anche al di fuori degli studi cinematografici, si iniziò a commercializzare la neve d’ amianto amosite, perfetta per le decorazioni natalizie. 

I grandi magazzini ad esempio ricoprivano di amianto i villaggi in miniatura, set di treni e altro ancora.

Hollywood e i set incriminati

1) Il Mago di Oz e la tempesta di crisotilo: il caso più famoso di amianto su un set cinematografico. 

Come accennato, l’amianto venne largamente impiegato nel celebre film di Victor Fleming, per via delle sue proprietà ignifughe.

Lo troviamo nella famosa scena in cui Dorothy (Judy Garland) si addormenta in un campo di papaveri, dopo essere fuggita dalla perfida Strega dell’Est.  L’amianto bianco serviva a simulare una neve “realistica“.

Mentre il leone codardo e l’uomo di latta sono in piedi intorno lei, si abbatte una tempesta di neve.

Dietro le quinte, la neve di amianto utilizzata era in realtà costituita da amianto bianco crisotilo di qualità industriale e, sfortunatamente per gli attori e il team di produzione, chiunque fosse entrato in contatto con essa, avrebbe inalato quantità simili a quelle che lavorano in una miniera di amianto funzionante.

La fibra ha avuto un ruolo di supporto anche in altre parti del film. Per prima cosa, il manico della scopa della strega dell’Est era realizzato in amianto. Il costume di Ray Bolger, che interpretava lo Spaventapasseri, era praticamente pieno di amianto. Lo scopo era quello di proteggere l’attore durante le scene in cui era presente il fuoco.

Anche le finte spore del papavero erano fatte di crisotilo.

È interessante notare che il film fu distribuito nel 1939, lo stesso anno in cui i funzionari avevano emesso avvertimenti sugli effetti dannosi dell’amianto sulla salute. Tuttavia, Il mago di Oz è stato solo uno dei primi film a utilizzare il materiale pericoloso.

Holiday Inn: un classico natalizio

Il musical “Holiday Inn” (1942) con Bing Crosby  impiegò largamente la “lana di salamandra”. Nella scena iconica in cui Jim e Linda (Crosby e Marjorie Reynolds) duettavano cantando “White Christmas”(sarebbe diventato il disco più venduto al mondo), la fibra fioccava sui loro corpi. A lanciare il crisotilo era un macchinista.

It’s A Wonderful Life: altro film natalizio

Il classico di Natale “It’s A Wonderful Life”, girato nel giugno e luglio 1946, fece largo uso di amianto

Nel culmine di questo film, ambientato nella città immaginaria di Bedford Falls, il personaggio principale, George, implora il suo angelo custode di lasciarlo vivere, contrastando la sua depressione all’inizio del film. Mentre si trova a piangere su un ponte, la neve inizia a cadere.
Come negli altri film, il ponte e tutti gli altri set esterni erano stati rivestiti di neve di amianto bianca e polverosa di foamite (materiale utilizzato negli estintori), mescolata con zucchero, acqua, dolomite e scaglie di sapone. 

Inoltre, George si tocca il labbro inferiore poco dopo essersi appoggiato al ponte ricoperto di amianto.

A proposito del film, il compositore americano Ben Cosgrove scrisse su Il Times22712 litri di materiale sono stati utilizzati sul set, e il dipartimento degli effetti della RKO ha vinto un premio per la neve fresca. La neve artificiale si è persino attaccata in modo convincente ai vestiti e ha creato impronte perfette per le immagini”.

Ancora amianto nei set

James Bond: Goldfinger 

Non è noto se l’amianto sia stato utilizzato in altri film di Bond, ma Goldfinger del 1964 lo ha sicuramente usato nelle tavole degli effetti speciali. Inoltre era presente nelle tubazioni che rivestivano i set, cosa che probabilmente non era nota alla troupe.

Questo accadeva negli anni ‘60, quando già gli effetti devastanti del minerale per la salute erano noti.

Effettivamente, un pittore di set cinematografici che aveva lavorato per il film, morì di cancro legato all’amianto e la sua vedova fece causa allo studio nel 2007.

Le Mans e la tuta di amianto

Nonostante il cinema avesse smesso di usare la neve di amianto verso la fine degli anni ’50, alcune produzioni cinematografiche continuarono a utilizzare il pericoloso materiale. Un esempio chiave è la tuta da corsa in amianto di Steve McQueen nel film Le Mans del 1971.

C’è chi dice no

Le preoccupazioni per la salute erano già state documentate fin dal 1897, ma la decisione di utilizzare la neve letale d’amianto ebbe la meglio.

Probabilmente uno dei fattori che fece optare per tale scelta derivò dal suo prezzo competitivo.

Fortunatamente, molti registi nel corso degli anni utilizzarono una serie di sostanze alternative per creare l’illusione della neve: polvere di marmo in Dr. Zhivago (1965), sale e farina in The Gold Rush (1925) di Charlie Chaplin, semplice vecchio sale in Superman del 1978 e schiuma spruzzabile, con ingredienti costituiti appunto da schiuma, acqua, zucchero e sapone.

Uno stop “grazie” alla guerra

Sorprendentemente, durante la seconda guerra mondiale, l’uso dell’amianto per simulare la neve finta cessò. Questo perché il materiale era necessario alla Marina per la costruzione di navi.

Attori famosi morti per esposizione all’amianto

Molti attori sono morti di mesotelioma, a causa dell’esposizione prolungata all’amianto.

Ricordiamo ad esempio Steve McQueen.

Al protagonista di “Lassù qualcuno mi ama”, fu diagnosticato un mesotelioma nel 1979 e morì nel 1980.

L’attore, credeva che l’isolamento del palcoscenico e gli indumenti acrobatici, tute e caschi da corsa contenenti fibre di amianto fossero responsabili della sua malattia.

A parte il cinema, McQueen fu ripetutamente esposto all’amianto durante i suoi anni come marine.

Ed Lauter, un altro famoso attore che aveva recitato in centinaia di film, meglio conosciuto per il suo ruolo in “The longest yard”, morì nel 2013 di mesotelioma. La sua famiglia intentò una causa contro artisti del calibro di CBS e NBC.

Anche Paul Gleason, noto per i ruoli del funzionario governativo Beeks in “Una poltrona per due”, morì di mesotelioma.

A dire il vero, la sua malattia fu imputata all’esposizione alla fibra killer quando, da giovane, lavorare nel settore delle costruzioni.

Jack Haleys Jr, figlio di Jack Haleys, (l’uomo di latta nel film Il Mago di Oz), morì nel 2001 per complicazioni respiratorie. La sua morte sollevò dubbi sul fatto che potesse essere collegata al mesotelioma causato dal padre.

L’uomo di latta” portava infatti a casa i suoi vestiti contaminati da polvere di amianto dopo le riprese.

Conclusioni 

Fortunatamente, la neve finta e le tute da corsa imbottite di amianto sono solo un retaggio del passato.

Oggi possiamo guardare indietro a questi tempi, come a una tragedia non informata che non si ripeterà mai. Se è vero che non possiamo cambiare quello che è successo, possiamo imparare e crescere dai nostri errori, e continuare a lavorare per assicurarci che nessuno soffra mai più di mesotelioma.

La strada è sicuramente lunga e piena di insidie, basti pensare alla presenza di amianto in prodotti dall’aspetto innocente come il borotalco.

Antonio Dal Cin: ha perso tutto tranne il coraggio

Antonio Dal Cin
Antonio Dal Cin

Il nome di Antonio Dal Cin torna a far notizia sulle pagine del nostro notiziario. Ricorderete sicuramente la storia di Antonio, il finanziere in congedo malato di asbestosi cui l’INPS di Latina continua a negare i suoi diritti.

È una storia lunga quella di Antonio, il leone in divisa che combatte da anni, per sé e per gli altri, accanto all’Osservatorio Nazionale Amianto.

Come lui stesso si definisce, Dal Cin è prigioniero della burocrazia italiana perché nonostante la patologia asbesto correlata da cui è affetto l’INPS di Latina non gli riconosce i benefici contributivi amianto, di cui all’art. 13, comma 7, della L.257/92.

Antonio Dal Cin, il coraggio di essere un esposto all’amianto

Antonio Dal Cin ha perso la fiducia nelle istituzioni, che spesso si son mostrate sorde ai suoi appelli di Giustizia. Tuttavia, egli non ha perso il coraggio di lottare accanto all’ONA per tutelare coloro che hanno subito danni a causa dell’amianto.

Ci vuole tanto coraggio e tenacia per non arrendersi dinnanzi ai muri di bugie e cemento che spesso hanno ostacolato la verità e la serenità del nostro finanziere in congedo.

Con tutte le certificazioni ottenute adesso spetta solo all’INPS compiere l’ultimo doveroso riconoscimento ad Antonio Dal Cin e ad altri lavoratori che purtroppo vivono nella sua stesa condizione.

Sono migliaia i lavoratori che nel corso del tempo hanno lavorato esposti a questo cancerogeno così letale.

Si scrive amianto, si legge morte!

L’amianto detto anche asbesto è un potente cancerogeno che agisce in maniera silenziosa e indisturbata. Le malattie asbesto correlate hanno, infatti, dei tempi di latenza che vanno dai 20 ai 50 anni.

Proprio come se le fibre di amianto fossero delle microscopiche bombe a orologeria pronte a distruggere l’organismo della vittima.

L’esposizione a fibre di amianto provoca gravi neoplasie come il mesotelioma, l’adenocarcinoma polmonare e tumore alle ovaie. Inoltre, le stesse fibre una volta inalate generano un’azione infiammatoria che provoca asbestosi, placche pleuriche e ispessimento pleurico.

Per saperne di più consigliamo la consultazione dell’ultima monografia IARC.

I servizi di assistenza per le vittime amianto

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Aps tutela le vittime amianto per ottenere il riconoscimento di malattia professionale, causa di servizio e riconoscimento vittime del dovere.

Inoltre, l’associazione assiste le vittime dell’amianto anche per accedere ai relativi benefici contributivi.

Scrivici per ottenere una consulenza gratuita attraverso il nostro sito web.

Smaltimento e gestione dei rifiuti nell’Unione Europea

gestione dei rifiuti
immagine dei rifiuti e scarico riversati in mare

Secondo i dati diffusi dall’Unione Europea riguardo la gestione dei rifiuti, ammonterebbero a 2,5 miliardi di tonnellate i rifiuti prodotti dai Paesi membri nel 2016. Di questi circa il 10% è rappresentato da scarti urbani.

Nei Paesi europei le statistiche dell’Eurostat mostrano come nel periodo tra il 2005 e il 2018 la quantità media totale dei rifiuti urbani pro capite nell’UE sia diminuita. La situazione, però, varia da Stato a Stato. La quantità media di rifiuti urbani per persona è maggiore in Danimarca, Germania, Malta e Cipro. Invece risulta minore in Repubblica Ceca, Romania, Polonia e Ungheria. Solitamente sono i Paesi più ricchi a produrre più rifiuti. Inoltre il turismo contribuisce ad innalzare la quota in Paesi che sono da sempre famose mete turistiche, come Cipro e Malta.

Tipologie di rifiuti: urbani e speciali, pericolosi e non

Generalmente i rifiuti vengono distinti in urbani o speciali, a seconda della loro origine. Queste due tipologie poi si differenziano ulteriormente in pericolosi e non pericolosi, in base alle loro caratteristiche.

I rifiuti urbani sono i rifiuti domestici derivanti da abitazioni civili e commerciali. Invece i rifiuti speciali, secondo il Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, sono derivanti da attività agricole, di demolizione, lavorazioni industriali, artigianali, commerciali e sanitarie. Inoltre sono compresi in questa categoria rifiuti derivanti dall’attività di recupero e smaltimento e depurazione delle acque, macchinari obsoleti e veicoli a motore. I rifiuti speciali devono essere gestiti da apposite ditte autorizzate al loro smaltimento.

Si classificano poi come pericolosi i materiali che contengono al loro interno un’elevata concentrazione di sostanze inquinanti. Essi devono essere trattati in modo da ridurne la pericolosità e renderli innocui. Tra questi vi è l’amianto.

Per questo la battaglia dell’Osservatorio Nazionale Amianto– ONA e dell’Avv. Ezio Bonanni inizia con la prevenzione primaria. Questa consiste nella messa in sicurezza dei siti contaminati e dei luoghi di lavoro, attraverso tecniche di bonifica efficaci, messe in atto da personale professionale autorizzato.

Le politiche europee per il problema rifiuti

Per far fronte all’emergenza rifiuti, nel 2018 l’Unione Europea aveva già stabilito obiettivi riguardo al riciclo, rifiuti di imballaggio e discariche che gli Stati membri avrebbero dovuto perseguire. Lo scopo finale era quello di promuovere il passaggio verso il modello più sostenibile dell’economia circolare.

Così, a marzo 2020, la Commissione europea ha lanciato un piano d’azione per l’economia circolare, al fine di eliminare gli sprechi attraverso una migliore gestione delle risorse. Infine, a febbraio 2021 il Parlamento europeo ha votato per il nuovo piano d’azione per l’economia circolare.

Inoltre sono state approvate misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio. Si dovrebbe giungere quindi a un’economia sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050.

Obiettivi Unione Europea

Economia circolare: i vantaggi per l’ambiente e la società

Le risorse limitate e i cambiamenti climatici rendono necessario il passaggio da una società basata sullo schema “produzione-consumo-scarto” a una circolare . Questa soluzione taglierebbe le emissioni di CO2, stimolando allo stesso tempo la crescita economica e creando opportunità di lavoro. Tale piano è ovviamente incentrato anche sulla prevenzione dei rifiuti e la loro gestione ottimale.

La circolarità e la sostenibilità devono essere integrate in tutte le fasi della catena del valore per raggiungere un’economia completamente circolare: dalla progettazione alla produzione, fino al consumatore.

In altre parole, non bisogna solamente ridurre al minimo i rifiuti tramite il riutilizzo, la riparazione e il riciclo dei prodotti esistenti. Occorre considerare l’impatto ambientale di un determinato oggetto sin dalla fase di progettazione, optando per soluzioni che ridimensionino il più possibile lo sfruttamento delle risorse naturali.

Infatti, fino all’80% dell’impatto ambientale dei prodotti è determinato nella fase di progettazione. Inoltre il consumo globale di materiali dovrebbe raddoppiare nei prossimi quarant’anni. Con esso aumenterà anche la quantità di rifiuti generati ogni anno di ben 70% entro il 2050. In più, metà delle emissioni totali di gas serra e più del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico provengono dall’estrazione e dalla lavorazione delle risorse.

I settori a maggior impatto ambientale

Oltre a ridurre l’uso della plastica e lo spreco di cibo, un altro ambito a cui prestare attenzione è quello dell’industria tessile. Questo campo, infatti, fa uso di molte materie prime e di acqua, a fronte di meno dell’1% di materiale riciclato.

Anche l’industria edile è responsabile di oltre il 35% dei rifiuti totali dell’UE. Per questo motivo si richiede che la durata del ciclo di vita degli edifici venga prolungata. Inoltre devono essere stabiliti degli obiettivi di riduzione dell’impronta di carbonio dei materiali, così come dei requisiti minimi sull’efficienza energetica e delle risorse.

Un altro responsabile della gran parte dei rifiuti in Europa è l’industria dell’imballaggio. Perciò sono stabilite nuove regole per far sì che i packaging dei prodotti diventino economicamente riutilizzabili o riciclabili entro il 2030.

Anche i rifiuti elettronici ed elettrici rappresentano il flusso di rifiuti in più rapida crescita nell’UE, di cui meno del 40% viene riciclato. Per quanto riguarda le batterie, si dibatte ancora sulla produzione e sul tipo di materiali impiegati. Si richiede, in particolare, che abbiano una bassa impronta di carbonio e rispettino i diritti umani, nonché gli standard sociali ed ecologici.

Gestione dei rifiuti: settori

Regole dell’Unione Europea: gerarchia della gestione dei rifiuti

Per quanto riguarda, invece, i rifiuti, è fondamentale attuare delle politiche risolutive per aumentare il riciclo di alta qualità, ponendo fine alle discariche e diminuendo l’incenerimento degli scarti.

Secondo la “gerarchia della gestione dei rifiuti”, contenuta nelle regole dell’Unione Europea, le soluzioni da preferire sono prevenzione e riutilizzo. Occorre dare al prodotto una seconda vita e un nuovo utilizzo prima che diventi un rifiuto. Per questo sono in atto iniziative per combattere l’obsolescenza programmata e migliorare la durata e la riparabilità dei prodotti.

A seguire si pongono il riciclo e altri metodi di recupero. Un esempio è la combustione dei rifiuti con gli inceneritori per generare energia. Il semplice smaltimento in discarica, il metodo più economico ma anche il peggiore per l’ambiente e la salute, deve essere l’ultima opzione da prendere in considerazione.

I metodi di gestione dei rifiuti negli Stati membri

Gestione dei rifiuti in Europa

Tuttavia anche i metodi per la gestione dei rifiuti sono molto diversi a seconda degli Stati membri. Secondo, infatti, i dati raccolti dall’Eurostat nel 2017 , lo smaltimento in discarica è quasi inesistente in Paesi del nord-ovest come Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Germania, Austria, Finlandia. Questi gestiscono i rifiuti urbani soprattutto attraverso l’utilizzo di inceneritori e metodi di riciclo. Tra essi, la Germania e l’Austria sono in cima alla classifica degli Stati che riciclano di più.

Invece, nei Paesi dell’est e sud Europa l’utilizzo delle discariche rappresenta ancora il metodo principale per la gestione dei rifiuti. Per Malta, Cipro e Grecia più dell’80% dei rifiuti finisce in discarica, mentre per Bulgaria, Croazia, Slovacchia e Romania più del 60%, infine per Spagna e Portogallo circa il 50%.

Altri Stati membri, come Estonia, Lussemburgo, Francia, Irlanda, Slovenia, Italia, Lettonia, Lituania, smaltiscono circa un terzo dei rifiuti nelle discariche, ma usano anche gli inceneritori e riciclano più del 40% dei rifiuti domestici, ad eccezione dell’Estonia e della Lettonia.

Talco amianto: Johnson & Johnson risarcirà $ 2,12 miliardi

talco amianto Johnson & Johnson
Johnson & Johnson

WASHINGTON – Caso: “talco all’amianto”. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto l’appello di Johnson & Johnson, contro il verdetto risarcitorio di $ 2,12 miliardi di dollari (inizialmente aveva stabilito un risarcimento di $4,7 miliardi di danni).

La sentenza si è espressa infatti a favore di 22 donne che si sono ammalate di cancro, dopo aver utilizzato talco per bambini contenente amianto.

Amianto nel borotalco
Amianto nel borotalco

L’Alta Corte non ha spiegato la decisione per cui non ha accolto il caso, ma ha lasciato in vigore una sentenza della corte d’appello federale dello scorso anno a sostegno della multa. 

Il caso del talco all’amianto

Le donne, ascoltate nel 2018, avevano affermato che la società non aveva adeguatamente avvertito dei rischi associati all’uso dei loro prodotti.

Johnson & Johnson aveva impugnato la sentenza, ma il giudice, in quel caso, aveva stabilito che la nota azienda aveva “travisato la sicurezza di questi prodotti per decenni”.

La giuria, dando ragione elle vittime, aveva effettivamente scoperto che i prodotti a base di talco  contenevano amianto e che il talco legato all’amianto può causare il cancro alle ovaie.

Ciò avrebbe dimostrato “una condotta particolarmente riprovevole da parte degli imputati”. 

Dal verdetto del 2018, due querelanti si sono ritirate, nove di esse (nel caso del Missouri) sono decedute.

La scelta della giuria 

Il caso al centro della decisione del 25 maggio, è forse il più importante delle migliaia di cause legali che Johnson & Johnson ha dovuto affrontare per via della nota polvere di talco

Stando ai dati aziendali pubblicati sul New York Times, finora più di 9.000 donne hanno intentato azioni legali contro la società. 

Talco cancerogeno
Talco cancerogeno

In totale, la J&J ha affermato di aver affrontato più di 19.000 reclami simili.

Le cause, che risalgono al 2013, hanno avuto diversi livelli di successo: dopo un iniziale risarcimento di $ 117 milioni per le querelanti, ad aprile la Corte d’Appello aveva ribaltato la sentenza. 

Il richiamo volontario del talco all’amianto

Il talco è uno dei minerali più morbidi in grado di ridurre l’attrito. Possiede inoltre una grande capacità di assorbire oli e odori.

J&J ha venduto la polvere a base di talco, Johnson’s Baby Powder, per più di 100 anni e ha creato molti altri prodotti utilizzando il talco. 

Per via della “costante raffica di pubblicità per controversie legali” sul prodotto, Johnson & Johnson ha dovuto richiamare volontariamente un singolo lotto di talco per bambini nel 2019, afferma l’American Cancer Society.

Si tratta di ben 33.000 flaconi di talco per bambini, che, secondo i regolatori federali contenevano tracce di amianto in una singola bottiglia del prodotto.

Ciononostante, Johnson & Johnson ha continuato a sostenere che avrebbe “difeso vigorosamente” la sicurezza del prodotto.

Oggi, il talco per bambini non è più venduto da Johnson & Johnson negli Stati Uniti e in Canada, sebbene sia ancora disponibile in alcuni altri paesi.

Dopo la decisione della Corte, le azioni della società sono scese dell’1,8% a $ 166,16.

Botta e risposta 

1) La società, insoddisfatta per ovvie ragioni dall’esito del processo, ha dichiarato di non aver ottenuto un processo equo “dal momento che la giuria ha assegnato quasi 5 miliardi di dollari a 22 donne, danni successivamente ridotti di oltre la metà”.

Parlando di “cifra sproporzionata”, le querelanti hanno affermato invece che l’entità del risarcimento del danno rientra nell’intervallo che i tribunali hanno concluso e non equivale a una punizione sproporzionata.

2) Il Processo Missouri. Per l’azienda, il caso del Missouri avrebbe seguito una “formula vincente”, cioè quella di presentare reclami da altre giurisdizioni davanti a un’unica giuria che poteva essere pregiudicata, con conseguente risarcimento dei danni “fuori misura”.

La decisione di riunire le accuse in un unico processo, avrebbe pertanto rappresentato una violazione del diritto dell’azienda a un giusto processo ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti. 

“Non avevano chiesto alla Corte Suprema di esaminare se i prodotti causassero il cancro. Invece, hanno chiesto di considerare l’argomento della società, secondo cui i tribunali del Missouri hanno combinato ingiustamente i casi di quasi due dozzine di donne provenienti da diversi stati la cui gravità del cancro variava ampiamente”.

Amianto nel talco
Amianto nel talco

La risposta di quanti agivano in nome dei querelanti è stata tuttavia assai chiara: “i tribunali del Missouri hanno giurisdizione su reclami fuori dallo stato come quelli del caso in questione”.

Hanno precisato altresì che è comune per i tribunali riunire i casi per un processo se sono molto simili “quando predominano questioni comuni, come la sicurezza del prodotto e la conoscenza degli imputati del suo pericolo, come hanno fatto qui .”

Ancora botta e risposta

3) La presunta contaminazione. Il talco, il minerale da cui si produce la polvere, è chimicamente correlato all‘amianto.

Viene spesso estratto vicino alla pericolosa fibra killer e gli studi hanno dimostrato che esiste un rischio di contaminazione incrociata durante l’estrazione, ma dagli anni ’70 i prodotti a base di talco dovevano essere privi di amianto.

Johnson & Johnson ha tuttavia negato che i suoi prodotti fossero contaminati o che causassero il cancro.

”Le questioni che erano davanti al tribunale sono legate alla procedura legale e non alla sicurezza”, ha affermato J&j.

“Decenni di valutazioni scientifiche indipendenti confermano che il borotalco di Johnson è sicuro, non contiene amianto e non provoca il cancro”.

In realtà, gli scienziati hanno testimoniato di aver trovato l’amianto in campioni del prodotto, nonostante la società avesse sostenuto il contrario.

4) La predisposizione genetica. J&j ha dichiarato “alcune delle donne avevano predisposizioni genetiche o familiari per il cancro, mentre altre no. Mettere insieme tutti i casi ha confuso la giuria e ha offuscato le distinzioni legali separate per ciascuna richiesta”.

Secondo il National Cancer Institute , “il peso delle prove non supporta un’associazione tra l’esposizione al talco perineale e un aumento del rischio di cancro ovarico”.

Per quanto riguarda i potenziali rischi per la salute dei prodotti a base di talco, l’American Cancer Society ha affermato che “non è chiaro se i prodotti di consumo contenenti polvere di talco aumentino il rischio di cancro”

Risultati ambigui

Uno studio del governo degli Stati Uniti su migliaia di donne non ha trovato prove evidenti che collegassero il talco per bambini al cancro ovarico, ma l’autore principale ha affermato che i risultati sono stati “molto ambigui”.

Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che le donne hanno un aumentato rischio di cancro ovarico con l’uso di talco nell’area genitale, ma altre no. 

In buona sostanza, la maggior parte degli studi suggerisce che sono necessarie ulteriori ricerche.

Due giudici si astengono

Due dei giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti non hanno preso parte alla revisione del caso.

Si tratta di Samuel Alito e Brett Kavanaugh.

Il primo possiede azioni della società, dunque si sarebbe ravvisato un conflitto d’interesse.

Il secondo, si è astenuto perché il padre lavorava per un gruppo di lobby del settore che aveva fatto pressioni contro l’etichettatura del talco come cancerogeno e l’inclusione di un’etichetta di avvertimento sui prodotti a base di talco.

Uno schieramento di avvocati alquanto insolito

A rappresentare le donne erano: l’ex procuratore generale Kenneth Starr, che era un membro del team legale del presidente Donald Trump durante il suo primo processo di impeachment al Senato;

l’ex procuratore generale John Ashcroft, che ha servito nell’amministrazione del presidente George W. Bush;

Tom Goldstein, l’editore di SCOTUSBlog, che ha lavorato come analista legale di NBC News.

Johnson & Johnson ha affidato il caso a Neal Katyal, che fungeva da procuratore generale nell’amministrazione Obama.

L’uomo ha fatto parte della squadra dietro l’accusa del procuratore generale del Minnesota nel caso George Floyd, ed è stato anche un analista legale di NBC News.

Una vittoria per la giustizia: stop al talco all’amianto 

Intervistato dalla CNN, Mark Lanier, un avvocato dei querelanti nel caso, ha definito la sentenza una “vittoria per la giustizia“.

“Questa è stata una vittoria non solo per le donne straordinarie e le loro famiglie che abbiamo avuto il privilegio di rappresentare, ma una vittoria per la giustizia”.

“Questo risultato è esattamente ciò che separa l’America dal resto del mondo. Questa decisione invia un messaggio chiaro ai ricchi e ai potenti: sarete tenuti a rispondere quando causerete un danno grave in base al nostro sistema di giustizia equa ai sensi della legge”.

Johnson & Johnson
Johnson & Johnson

Intervento del Presidente ONA in merito alla vicenda

“Ventidue sono le sole donne che hanno esposto denuncia contro l’azienda americana. Ma il numero delle donne colpite dal cancro alle ovaie causato dal talco amianto è molto più elevato.

Bisogna continuare la lotta contro l’amianto e soprattutto occorre combattere per ottenere la bonifica globale di tutti i siti contaminati. Noi come associazione continueremo a tutelare tutte le persone le cui vite purtroppo, hanno avuto modo di intrecciarsi con questo cancerogeno così letale.”

Sono queste le parole dell’Avv. Ezio Bonanni, Presidente ONA che non rinuncia al dovere di tutelare tutte le vittime amianto e di altri cancerogeni.

Marina Militare: nuovo riconoscimento di vittima del dovere

MM sommergibile Zaccaria
MM sommergibile Zaccaria

Ex sottufficiale Marina riconosciuto Vittima del dovere

Un colpo di mitra partito per sbaglio. Basta un attimo. E la tua vita cambia per sempre.
Questa è la storia di Riccardo Zaccaria che ha lavorato nella Marina Militare dal 1980 al 1983, arruolandosi a soli 17 anni.
Un collega inesperto spara un colpo e lo colpisce all’inguine. In un attimo di terrore, tra la vita e la morte, Riccardo dovrà scegliere se lottare o abbandonarsi all’agonia.

Non una morte fisica ma la morte nella vita. Costretto a “vivere” per sempre con un handicap. E tra la strada del dolore e la rassegnazione lui sceglie quella della giustizia. Quella che gli è stata negata nonostante l’evidenza dei fatti.
Sceglie di non piegarsi all’ingiustizia, a non farsi sopraffare dal dolore ma di combattere. Per se stesso e per coloro che hanno subito danni sul luogo di lavoro e ai quali è stata chiusa la porta in faccia.

La storia di Riccardo Zaccaria

“Avevo 17 anni quando mi arruolai come volontario nella Marina Militare. Lessi un annuncio su un giornalino locale e decisi di intraprendere questo percorso, perché a quell’età ero giovane e in cerca di esperienze nuove. Questo lavoro mi avrebbe permesso di viaggiare e vedere il mondo.

Dopo essermi sottoposto alle visite mediche per valutare se fossi idoneo al servizio, mi chiesero di presentarmi a Taranto alle scuole dei sottufficiali della Marina Militare e così partii.
Mi trovai improvvisamente catapultato in un nuovo mondo. Prima vivevo a Ferrara con la mia famiglia. In questi due anni svolsi vari tipi di mansioni, ero imbarcato sui sommergibili. Ero un furiere.  Il mio lavoro mi piaceva, un’avventura continua

L’incidente avvenne il 13 ottobre del 1982 alle 13:30 mentre svolgeva servizio di vigilanza: Ero in attesa del cambio guardia e avevo appena terminato il mio turno. Dopo di me doveva subentrare un altro sottufficiale con la sua squadra ma prima si effettuava il controllo delle armi. 

Il commilitone, cioè il ragazzo di Leva che era lì con me in quel momento fece un gesto inconsulto nel controllare il fucile. Partì un colpo dal mitra e mi ferì l’inguine. 

Mi sparò a 40 centimetri di distanza, a bruciapelo”.

La reazione di Zaccaria: dolore e shock

È impossibile poter descrivere quel momento – continua Riccardo – riuscii a malapena a slacciarmi il cinturone e far cadere la pistola a terra.  Mi aprii i pantaloni per capire dove mi aveva colpito.  Vidi il foro e capii immediatamente quanto era grave. Quel giorno pioveva e, per non svenire, misi la faccia nella pozzanghera.  Sono riuscito a carponi a uscire dalla guardiola”.
 Riccardo ebbe la forza di togliersi la divisa. Dopodiché non capì più nulla. Il collega che gli aveva sparato scappò via dopo aver fatto cadere il mitra.  Arrivarono, poi, i soccorsi e lo trasportarono all’ospedale più vicino, quello civile de “La Spezia”.

Ero in stato di shock ma anche il militare che mi ha sparato lo era. Dopo mezz’ora ero in ospedale sul tavolo operatorio. La mia vita era appesa a un filo.  Effettuarono un trattamento medico per chiudere i vasi sanguigni.

 Il proiettile mi aveva trapassato da parte a parte nella zona inguinale. Ovviamente non ero cosciente durante questa procedura medica. Mi hanno dato della morfina per i forti dolori. Quando mi sono svegliato ero in stato di shock. Non sapevo neanche chi fossi. Venni interrogato in quelle condizioni ma era difficile ricordare. Solo dopo una settimana mi tornò la memoria”.

I disagi dopo l’incidente avvenuto in servizio per la Marina Militare

Purtroppo Riccardo si trovò in una situazione molto dolorosa che comportò disagi fisici e psicologici. “Tutt’ora vedo il bossolo che viene espulso dall’otturatore, il fumo dalla canna. È qualcosa che ti lascia il segno per sempre”. Anche di notte, mi racconta, ha incubi che ricordano questo momento terrificante.

Allora, essendo giovane, il fisico lo sosteneva ma non poteva, comunque, più fare la stessa vita di prima: correre, sollevare pesi, andare in bici, muoversi liberamente senza sentire dolore.La mobilità con il tempo è diventata sempre più faticosa”.

Dopo 6 mesi dall’incidente Riccardo tornò a lavorare per la Marina Militare. Ancora zoppicava.

A circa 40 anni, il fisico ormai non lo supportava più e si ritrovò nel buio totale. Era consapevole che non ne sarebbe mai più uscito perché la sua situazione fisica si aggravava giorno dopo giorno. 

Dopo l’incidente avevo spesso di avere la sensazione che le ferite fossero ancora aperte: “sento ancora la corrente, le lesioni che pulsano. È come se una scossa elettrica mi attraversasse il corpo tutti i giorni per 10-15 minuti. Il dolore mi ha accompagnato per tutta la vita e, purtroppo, soffrirò fino alla morte”.

Dopo cinque anni dall’incidente ho iniziato a chiedere il risarcimento dei danni tramite un legale del posto. Mi risposero che ero già stato liquidato sufficientemente. Invece non ho avuto nulla. Non ho mai percepito un centesimo. Come se non fossi mai stato sparato”.

“Parlando con un ex collega che era ancora in servizio, nel 2014, decisi di chiedere l’aggravamento. Nel 2015 la CMO confermò il mio stato di peggioramento dandomi l’ottava categoria. Successivamente, durante la causa attuale, il giudice chiese la CTU. Questa, ha confermato quanto dichiarato dalla CMO di La Spezia. Il Sig. Zaccaria è affetto, secondo gli esperti, da “Sindrome dolorosa regionale complessa (CPR) cioè una condizione dolorosa, postraumatica, localizzata a un arto, per la quale ha ritenuto ricorrere il nesso di arma da fuoco e l’attuale quadro clinico”. Riconobbero in parte, l’invalidità del Sig. Zaccaria e gli assegnarono una pensione.

Dal 2015 percepisco una pensione minima (PPO). Questo è quello che ho avuto dalla Marina Militare”.

L’incontro con l’avvocato Ezio Bonanni e il riconoscimento di “Vittima del dovere”

Grazie ad Antonio Dal Cin mi misi in contatto con l’avvocato Ezio Bonanni nel 2018. Sapevo, che si occupava di coloro che erano state Vittime del dovere e che non avevano avuto il riconoscimento dei benefici“. Tramite l’avvocato Bonanni fece la domanda di riconoscimento di “Vittima del dovere”.Mandai a Ezio tutti i referti e documenti riguardanti il mio caso.

Così inizia la sua battaglia legale. A fianco dell’avvocato Ezio Bonanni, un uomo che lotta da anni per le vittime del dovere, per fare in modo che la giustizia sia praticata e non raggirata. Perché la legge sia rispettata, senza disuguaglianze sociali. E dimostrare che, per quanto possa essere doloroso, lottare contro le ingiustizie è l’unico modo per cambiare le cose.

Grazie a lui ho vinto questa battaglia e tra un mese percepirò i benefici legati allo status di Vittima del dovere”. Anche se questa “guerra ” non potrà restituirgli la sua salute, non potrà più condurre una vita normale solo combattendo potrà avere pace. E vincere per impedire ai potenti di dominare coloro che ” non sono in grado di difendersi”.

“Frangar, non flectar”. Mi spezzerò ma non mi piegherò