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Mistero Difesa: morti per Amianto fra omertà e segreti

Mistero Difesa: morti per Amianto fra omertà e segreti
nave f592

Siamo difronte ad un mistero difesa, ostico e pieno di peripezie, in cui bisogna combattere per far valere i propri diritti.

Il governo italiano ha stanziato 12 milioni di euro per la bonifica di amianto sulle navi militari italiane. Nonostante questo oggi si contano ancora più di cento unità navali “contaminate” al servizio dello Stato.

La legge del 1992, che aboliva l’uso di questa fibra, non è risultata sufficiente al fine di evitare la strage. I lunghi silenzi da parte dei vertici della difesa sono assai deleteri per chi oggi combatte questa maledetta malattia.

Le navi italiane avevano amianto ovunque, prima della legge 257/92, l’amianto era legale e ampiamente usato in ogni settore. Era particolarmente utilizzato come oggetto di costruzioni nelle navi, grazie alle sue caratteristiche, purtroppo indistruttibili.

Mistero difesa: il dovere lavorativo pagato con la vita

I militari hanno continuato a lavorare senza alcun tipo di precauzione, ammalandosi e morendo. Lavoravano senza sapere che quei materiali in dotazione, di “protezione”, li avrebbero condotti alla morte.

Materiali che nella maggior parte dei casi non veniva neanche assegnato, lasciato nelle loro custodie al riparo per non essere rovinate.

La realtà dei fatti è sconcertante ma vera, le tute di protezione non venivano utilizzate, i militari si trovavano così a respirare amianto h24.

Inoltre, parti delle navi erano composte da amianto friabile.

Per questo motivo, l’effetto del moto ondoso e il lavoro dei macchinari stabilivano un’altissima percentuale di aerodispersione delle polveri e delle fibre del minerale killer.

Allo stesso modo era per le polveri provenienti dalle armi da fuoco utilizzate durante le esercitazioni. Vivevano sulle navi, e proprio il moto della navigazione metteva i marinai in un’estrema e continua esposizione.

Mistero difesa: i cambiamenti dopo il ’93

Dopo il 1993, anno in cui è entrata in vigore la legge 257/92 sul divieto di estrazione, lavorazione e commercializzazione dell’Amianto.

Le cose cambiarono, non troppo favorevolmente in quanto, il materiale posato, ha generato una contaminazione tale da favorire l’esposizione, provocando un’epidemia patologica da asbesto.

Una vera strage di uomini, più di mille tra militari e civili solo negli ultimi venti anni; una delle patologie più comuni è il mesotelioma pleurico.

La Marina Militare è stata denunciata per l’utilizzo di 40.000.000 tonnellate di amianto, soprattutto nelle navi militari.

Tante sono le vicende giudiziarie, lunghe e ostiche, in cui molte volte è impossibile stabilire un nesso, ma è doveroso avere riscatto e riconoscimento.

Le esposizioni subite sono state del tutto deleterie per chi purtroppo non ha potuto evitarle.

La professionalità del Presidente dell’Ona – Osservatorio Nazionale Amianto, l’avv. Ezio Bonanni, sa come prendere per il colletto questi atti giudiziari.

Il Ministero viene condannato: fiume di vittime dell’amianto

Il Ministero della Difesa è stato condannato al risarcimento degli eredi di un sottoufficiale della Marina Militare, morto per aver prestato servizio tra l’amianto.

L’avv. Ezio Bonanni è determinato a proseguire le battaglie vicino le famiglie delle vittime, un dovere per chi sta vivendo questo dolore.

Le morti per Amianto sono continue, così come le battaglie lunghe anni ma che riescono a ottenere risarcimenti.

Scelte di vita, come quella della Marina Militare, che ha portato solo ad una morte obbligata da un’esposizione nociva.

Mistero difesa: quanto ancora si dovrà pagare

Questo problema ancora oggi è tabù, le sentenze arrivano ma dopo lunghi anni di indagini e perizie. Si cerca in ogni modo di arrivare ad un punto certo che riesca a chiarire i tanti perché sorti dopo aver scoperto il lavoro sporco.

Oggi ci troviamo a dover attendere ancora l’inizio delle ultime bonifiche. Vengono fornite le informazioni sull’amianto e naviglio militare, in attesa che venga creata una banca dati ad hoc.

Le bonifiche da effettuare sono ancora 11, oltre a 9 già parzialmente iniziate, per passare poi alla strumentazione piccola.

Il Ministero della Difesa dovrebbe mettersi in primo piano e riconoscere tutte le vittime, ponendo così fine ai diversi contenziosi giudiziari.

Atti che non vedono una fine, statisticamente è già stato possibile dedurre una tempistica in cui si potrà dichiarare che il rischio è finito.

Si parla ancora di qualche decina d’anni; oggi ci troviamo negli anni di maggiore presentazione, vista l’incubazione (30 anni) di questo killer all’interno dell’organismo.

Monitoraggio aereo amianto: fotogrammetria con i droni

Monitoraggio aereo amianto: fotogrammetria con i droni
drone in volo

Il monitoraggio aereo amianto è uno dei progetti delineati e studiati in questo ultimo periodo per l’ONA Osservatorio Nazionale Amianto. Attraverso la fotogrammetria, tecnica di rilievo, è possibile acquisire dati di più fotogrammi e analizzarli tra di loro.

L’applicazione degli strumenti di ultima generazione in ambito aerofotogrammetria, riesce ad operare attraverso la creazione di modelli digitali del terreno.

Monitoraggio amianto aereo: tecniche di acquisizione

Attualmente l’utilizzo dei droni rappresenta una delle tecniche di acquisizione dei dati del territorio tra le più affidabili. La misurazione è composta da diverse tecniche:

  • Ortofoto
  • Rilievi geologici
  • Servizi topografici
  • Modelli 3D
  • Mappatura cantieri e territori
  • Rendering edifici
  • Monitoraggi siti con dissesto idrogeologico
  • DEM – Digital Elevation Model

I vantaggi nell’uso del drone sono molteplici. Grazie alla mappatura georeferenziata è possibile avvicinarsi fino a 5cm dalle aree interessate.

UAV: mappatura aerea dell’amianto

Gli UAV sono considerati degli aeromobili senza pilota. Dalle documentazioni si attesta che i primi rilievi risalgono al 1900, e si effettuavano con i palloni e l’elio. Come è noto, attualmente sono utilizzati per scopi aeronautici e per la geomantica.

Inoltre, la tecnologia ci offre la possibilità di calcolare le aree con una precisione quasi impeccabile. Il rilievo fotogrammetrico per la mappatura dell’amianto è utile per rilevare abusivismi, grazie al confronto che si ha con le mappe catastali.

Droni in decollo: pianificazione e procedure da attuare

Nel 1992 l’amianto è stato vietato, ma per il suo smaltimento non sono stati ben definiti nè i tempi nè i modi. Un lavoro senza fine, visto che tale fibra è stata utilizzata nei modi più disparati.

Il primo passo è l’individuazione delle coperture in cemento-amianto, attraverso la mappatura si ha accesso a dati e immagini. Mentre, il lavoro successivo è quello di incrociare i dati ottenuti riuscendo a individuare tutte le coperture “non a norma”, con una precisione del 99%.

La pianificazione e la gestione della sicurezza aerea sono fondamentali, poiché viene svolta prevalentemente in contesti urbani ed industriali.

Monitoraggio aereo amianto: la mappatura annuale

La regolamentazione della mappatura amianto si trova nei testi di riferimento: Legge 93/2001 e il relativo D.M. 101/2003. Testi normativi che delineano la mappatura della presenza di amianto sul territorio nazionale, ossia il “piano nazionale amianto”.

Ogni regione deve obbligatoriamente trasmettere al Ministero i dati relativi alla presenza di asbesto, entro il 30 giugno. Purtroppo, questa trasmissione negli anni è venuta a mancare, tanto che ad oggi ci sono molte regioni che presentano documentazioni incomplete e non omogenee.

Rischio scuola: doverosi sopralluoghi nelle scuole italiane

L’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto ha raccolto dati in merito alla problematica relativa alla contaminazione dei plessi scolastici. Le scuole amianto in Italia sono ben 2400, questo vuol dire che circa 300.000 studenti e 50.000 insegnanti e non sono esposti a questa fibra mortale.

Attraverso l’osservazione aerea con i droni si spera che ci sia un contributo positivo per l’aggiornamento della situazione amianto. Conseguentemente serve a poter agire in tempi certi e celeri attuando il programma migliore per la rimozione e successiva bonifica.

Pet Therapy: un aiuto dagli animali

Pet Therapy
golden retriver all'ospedale vicino ad un bambino

Alla scoperta della “pet therapy”

La pet therapy è una “cura” che prevede l’interazione tra una persona e un animale addestrato, al fine di superare problemi fisici e mentali.

Si divide in tre rami

  1. rieducazione attraverso il contatto e l’osservazione dell’animale (Eaa);
  2. riabilitazione attraverso attività svolte con gli animali (Aaa);
  3. terapia assistita con l’ausilio animale (Taa). 

Solitamente si impiegano cani e gatti, tuttavia si può ricorrere anche a pesci, cavie, cavalli, asini, rapaci, delfini e altri animali.

L’elenco degli animali che possono essere coinvolti è definito dal Dpcm del 28 febbraio 2003.

Ad ogni modo, nella selezione dell’animale più adatto per i programmi assistiti, bisogna prendere in considerazione diversi fattori, primo fra tutti il paziente cui è destinato.

È essenziale infatti che si sviluppi la giusta empatia fra animale e malato: un animale eccessivamente nervoso, potrebbe impaurire il paziente, mentre un animale eccessivamente timido potrebbe non stimolare in modo adeguato un soggetto già di per sé introverso. 

Quando è nata la pet therapy?

Il primo a ricorrere a questo tipo di terapia fu lo psichiatra infantile statunitense Boris Levinson, negli anni ‘60.

Il medico notò che il suo cane Jingles aveva aiutato un bambino autistico a progredire.

Da quelle osservazioni nacquero alcune teorie scritte nel “Il cane come coterapeuta” e la pet teraphy, quale disciplina di aiuto alle terapie tradizionali, iniziò ad essere seriamente considerata dalla medicina ufficiale.

Il percorso italiano 

La prima proposta di legge che ne prevedeva il riconoscimento fu promossa dall’onorevole Piero Ruzzante nel 1997.

Nel 2003, l’allora deputata Carla Castellani presentò una seconda proposta di legge.

Il riconoscimento vero e proprio avvenne nello stesso anno con il Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 28 febbraio del 2003.

Il decreto “recepisce un accordo tra il Ministero della Sanità e le Regioni sul benessere apportato dalla presenza degli animali, in particolare in alcune situazioni e patologie definendo le specie di animali da compagnia da utilizzare”.

Inoltre sancisce che questo approccio terapeutico debba venire esercitato da personale con competenze specifiche.

Il 25 marzo 2015 è arrivato un accordo tra Stato e Regioni, che definisce in maniera maggiormente dettagliata la pet therapy. 

Fido in pole position 

Il cane è senza dubbio l’animale che più frequentemente viene chiamato a svolgere il ruolo di co-terapeuta ed è di lui che parleremo in questo articolo.

Solo negli Stati Uniti si addestrano oltre 50.000 cani da terapia. I motivi sono diversi:

  1. Rapporto uomo-cane. Il cane è stato uno dei primi animali con i quali l’uomo ha instaurato un legame. È un animale socievole, che cerca il rapporto con l’uomo ed è abituato a un ordine gerarchico;
  2. È inoltre un animale capace di adattarsi a situazioni disparate e docile nel ricevere un’educazione. Tutte caratteristiche che lo predispongono a una più completa e profonda interazione con gli utenti della pet therapy. 
  3. Parte di ciò che rende il cane speciale e che è una delle poche specie che generalmente non ha paura degli estranei. 

Requisiti importanti per la pet therapy 

Il primo passo nella pet therapy è la selezione dell’animale adatto. 

Sia l’animale prescelto sia il suo formatore devono soddisfare inoltre determinati requisiti:

1) un esame fisico dell’animale deve confermare che è immunizzato e privo di malattie;

2) bisogna che il cane abbia frequentato un corso di addestramento all’obbedienza;

3) occorre una valutazione del temperamento e del comportamento dell’animale;

4) l’organizzazione promotrice deve possedere un’idonea certificazione.

Una volta approvato il team animale/formatore, gli animali vengono assegnati alla terapia in base alle esigenze di una persona specifica. 

Il tipo, la razza, la taglia, l’età e il comportamento naturale dell’animale determineranno a quale paziente dovrà essere destinato. 

Riguardo alla razza, alcune sembrano aver dimostrato un maggior grado di socialità e per questo vengono più facilmente scelte (es. il Golden Retriever). 

I benefici 

In linea di massima, tutte le persone beneficiano dell’interazione con i cani. 

Sopratutto in ospedale, i malati possono avere meno ansia se è presente un animale domestico.  

Nella riabilitazione, i pazienti possono essere più motivati a riprendersi e a praticare la loro terapia quando lavorano con un animale domestico.  

Le persone che hanno disabilità sensoriali a volte possono comunicare più facilmente con un animale.  

Anche se la pet therapy da sola non è risolutiva, associata ad una terapia vera e propria darà il suo valido contributo.

Qualche esempio?

Accarezzare un cane può rilasciare endorfine che producono un effetto calmante.

Questo può aiutare ad alleviare il dolore, ridurre i livelli di ormone dello stress e migliorare lo stato psicologico generale, regolare la respirazione e abbassare la pressione sanguigna. 

Pare inoltre che, grazie alla terapia, si riesca a rilasciare ossitocina, l’ormone “dell’amore”, che stimola il desiderio sessuale, favorisce l’affettività e l’empatia.

Gli obiettivi della pet therapy

Gli obiettivi della pet therapy sono diversi e definiti di volta in volta a seconda delle esigenze de paziente. 

I relativi progressi vengono poi registrati e monitorati in sessioni strutturate.

Tra gli obiettivi più comuni:

1) migliorare le capacità motorie e il movimento articolare;

2) migliorare il movimento assistito o indipendente; 

3) aumentare l’autostima;

4) aumentare la comunicazione verbale;

5) sviluppare abilità sociali;

6) migliorare le interazioni con gli altri;

7) motivare all’esercizio fisico

Altri vantaggi della pet therapy includono:

Di seguito potrai leggere altri vantaggi riscontrati dopo aver effettuato questa particolare terapia:

1) un ottimo antidepressivo;

2) diminuisce il senso di solitudine e l’isolamento;

3) riduce la noia;

4) riduce l’ansia grazie ai suoi effetti calmanti;

5) aiuta i bambini ad apprendere abilità empatiche ed educative.

Rischi della pet therapy

I rischi della pet therapy riguardano sostanzialmente la sicurezza e l’igiene.  

1) Le persone allergiche ai peli di animali possono avere reazioni durante la pet therapy;

2) Sebbene non comuni, possono verificarsi lesioni umane quando vengono utilizzati animali non idonei;

3) Gli animali stessi possono subire lesioni;

4) In alcuni casi, le persone possono diventare possessive nei confronti degli animali ed essere riluttanti a rinunciare alla loro presenza dopo le sedute. 

A chi si rivolge la pet therapy?

A parte che chiunque può trarre giovamento della vicinanza con gli animali, la pet therapy è rivolta sopratutto a: 

1) persone sottoposte a chemioterapia;

2) residenti in strutture di lungodegenza;

3) persone ricoverate con insufficienza cardiaca cronica;

4) persone con disturbo da stress post-traumatico;

6) bambini sottoposti a riabilitazione fisica o psichica;

7) vittime di ictus e persone sottoposte a terapia fisica per recuperare le capacità motorie;

8) persone con disturbi di salute mentale;

9) pazienti affetti da autismo o anziani con parkinson e alzheimer. 

Non è che si sfruttano gli animali? 

I benefici della pet therapy sull’uomo sono reali, ma gli animali sono altrettanto contenti?

La risposta si presta a molteplici considerazioni. 

Buona parte del mondo vegan non vede di buon occhio questo genere di terapia, proprio in virtù del fatto che rientra nella logica dello “sfruttamento” animale. La scienza tuttavia ci rassicura.

Uno studio pubblicato su Applied Animal Behavior Science evidenzia che i cani da terapia nei reparti di oncologia pediatrica non sono stressati dal loro “lavoro”.

Pare addirittura che lo apprezzino.

 “Ciò che ha reso unico questo studio è stato il fatto che era multisito – si è svolto in cinque diversi ospedali in tutto il paese”, afferma l’autrice dello studio Amy McCullough, direttrice nazionale della ricerca e della terapia presso American Humane, un’organizzazione per il benessere degli animali con sede a Washington, DC.

Come lavorano i cani

I ricercatori hanno misurato i livelli di cortisolo, un ormone elevato in risposta allo stress, nella saliva dei cani.  

I tamponi sono stati prelevati sia a casa sia il durante le sedute di terapia in ospedale.

Gli scienziati non hanno trovato alcuna differenza tra i livelli di cortisolo dei cani dello studio a casa e in ospedale, prova che i cani da terapia non erano particolarmente stressati.

In ogni caso, il compito principale dei volontari è assicurarsi che i cani non si stressino troppo.

Per questi motivi, ogni due ore agli animali viene concessa una pausa per giocare a palla o fare un pisolino. 

Rendere il lavoro divertente

“La scoperta è coerente con una ricerca precedente”, spiega Lisa Maria Glenk, del Vienna’s Università di Medicina Veterinaria.

 “Gli studi precedenti fornivano solo informazioni limitate o nulle sulle attività della sessione, il che rendeva difficile identificare le pratiche che aumentano i livelli di stress nei cani”, afferma Glenk.

Riguardo alla piacevolezza del loro lavoro, lo studio sul cancro pediatrico ha evidenziato che i cani sembravano più felici durante alcune attività rispetto ad altre.

Se un bambino parlava con il cane o giocava con il suo giocattolo, per esempio, sembrava suscitare reazioni più amichevoli, rispetto a quando un bambino sfiorava semplicemente l’animale.

Per evitare dunque di “sfruttare” i cani da terapia, gli addestratori e i certificatori dovrebbero cercare di coinvolgerlo in attività piacevoli, non semplicemente “tollerabili”.

Pet Therapy

Progetto Amianto: la società malata e gli effetti criminosi

Progetto Amianto: la società malata e gli effetti criminosi
persona ha in mano del materiale bianco

Il progetto amianto è ideato per lo sviluppo di un sistema di monitoraggio di tutto lo spazio urbano. L’urbanizzazione costituisce un fertile campo di indagine per la ricerca criminologica.

In Italia si sviluppano fenomeni significavi legati ai comportamenti criminali per il controllo sociale.  Per questa ragione, i metodi di ricerca sono mutati ed evoluti nel corso del tempo. La scuola di Chicago portò avanti i primissimi studi che riguardano il cambiamento sociale scaturito dalle azioni umane sull’ambiente. 

Per limitare la commissione di crimini e i relativi disagi che ne conseguono, si deve predisporre un approccio multidisciplinare alle problematiche legate alla fibra killer.

Per approfondimenti: Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed.2021.

Criminologia ambientale: il progetto amianto che salva il futuro

La environmental criminology (criminologia ambientale) è un campo in continua espansione, studia e osserva come gli eventi criminosi interagiscono con la società. Infatti, l’ allarme dei crimini ambientali trova spesso poco spazio tra le notizie in primo piano. La società prende conoscenza, nella maggior parte delle volte, in modo drammatico, dalle conseguenze.

Con le varie inchieste sugli innumerevoli smaltimenti illegali di ingenti quantità di rifiuti nocivi, hanno generato danni irreversibili per l’ambiente e la salute dell’uomo.

Progetto amianto: combattere il virus delle ecomafie

La normativa pone finalmente in primo piano l’ambiente con la legge 68/2015 “Eco-reati. Si cerca di proiettare tutto verso un senso del dovere verso la legalità, del rispetto, che informi e formi le persone.

L’Associazione dell’ONA ogni giorno studia e progetta soluzioni per le vittime di amianto. Non solo dal supporto telematico, ma anche dalla segnalazione tramite l’APP amianto, si arriva a quello che vuole essere il progetto amianto.

I reati commessi dalle ecomafie si suddividono in 3 aspetti: produzione, trasporto e smaltimento. Il monitoraggio di questi siti d’interesse criminale è fondamentale.

Profilazione geografica della fibra mortale

La criminologia ambientale lavora sul profilo geografico, usufruendo della mappatura delle aree contaminate dall’amianto. Una misurazione delle aree esposte alla fibra killer, un monitoraggio costante delle stesse attraverso l’uso dei droni, o altri strumenti utili per la profilazione geografica.

Inoltre, un’ulteriore indagine analizza le posizioni geografiche dei reati così da poter determinare la zona e le persone che gestiscono tutto il giro criminale.

Attraverso i metodi qualitativi e quantitativi si comprende al meglio il comportamento che detiene una persona all’interno dello spazio indagato.

Progetto amianto: sviluppare nuovi approcci d’indagine

Le investigazioni sull’ecomafie si concentrano sugli spostamenti dei criminali, ciò per determinare l’estensione dello spazio che abitualmente occupano. L’area che si crea è detta “zona di quiete” ossia un posto sicuro dove il reo può perpetrare le sue attività illegali in sicurezza. Mentre la “zona cuscinetto” è il posto in cui si eviterà sempre di commettere crimini, visto che si trova vicino la propria abitazione.

Ad ogni modo, la formula di Rossmo è utilizzata per predire o geolocalizzare il luogo in cui vive il soggetto deviante posto sotto osservazione. Una mappa composta da una griglia sovrapposta di piccoli quadrati denominati “settori”.

Formula Rossmo
Formula di Rossmo

La profilazione geografica è importante e innovativa per il progetto amianto, utile per una perfetta mappatura fatta anno per anno del territorio italiano.

Progetto amianto le orme del “Criminal Geographic targeting”

Con la Criminal Geographic Targerting, è possibile tracciare una Mappa tridimensionale. La mappa jeopardy surface (superfice di pericolo), al fine di stimare la probabilità del luogo utilizzato dal criminale, utilizza colori e algoritmi.

Nel complesso, il modello CGT è correlato da un numero di punti disponibili per le analisi successive. Quindi, più informazioni si hanno sui luoghi del crimine e più si ha una mappa precisa.

I dati spaziali, ovvero, tempo, distanza e movimento da e verso il crimine, sono analizzati per la produzione del modello tridimensionale della superficie di pericolo.

D’altra parte è una metodologia investigativa all’avanguardia, che include un’ampia revisione del settore del profilo criminologico.

Aeronautica militare vittime del dovere: divisa bella e letale

Aeronautica militare
Aeronautica militare

Ali azzurre vittime in tempo di pace: Aeronautica Militare vittime del dovere. Il giuramento, segna la fedeltà al dovere, al lavoro per cui si viene chiamati, al decoro e all’orgoglio di portare sempre alta la bandiera italiana. Un fascino, quello della divisa dell’Aeronautica Militare, che indugia sicurezza, stabilità nel lavoro e protezione.

Se ci addentriamo nella fattispecie di ogni piccolo centimetro della Forza Armata, nelle strumentazioni, si riscontrano diverse problematiche, alcune purtroppo inevitabili e irrisolvibili.

Amianto nelle forze armate: è allarme nazionale

Gli hangar, gli aerei e così anche le tute ignifughe dei militari erano composti e realizzati con l’amianto, almeno fino agli anni Novanta.

Dai vari studi messi in atto da un’equipe di esperti, sembrerebbe che l’Aeronautica Militare sia stata per lungo tempo in un mondo diverso. Infatti, la cosiddetta “Arma Azzurra” sembrava separata da tutto ciò che accadeva in altri posti, in cui il pericolo di asbesto era del tutto ignorato.

Nello stesso periodo, nel resto del paese questo materiale rappresentava un gravissimo problema che ha generato una situazione di allarme nazionale.

Aeronautica militare vittime del dovere: presenza di amianto

Diverse sono le notizie pervenute in cui l’amianto veniva utilizzato negli aerei civili e militari. Difatti, la fibra killer era presente nel materiale di attrito usato per i freni.

Per lo stesso motivo, è stato ritrovato amianto anche nei cartoni utilizzati per la conservazione dei cibi caldi. Così come nelle tele utilizzate durante la saldatura di materiale metallico, nelle guarnizioni e anche nella realizzazione di pannelli insonorizzatori per gli aeromobili.

L’amianto era utilizzato in modo esponenziale all’interno della Forza Armata, prima della legge del 1992 ma anche dopo.

Aeronautica Militare
(c) Terni Oggi

Infatti, sono molti i soldati che hanno indossato le tute antincendio con questa composizione. Le stesse tute venivano indossate sulla pista di volo per il soccorso aereo e nelle altre varie situazioni di emergenza.

È in atto una vera e propria strage all’interno del personale civile e militare dell’aviazione, così come nella Marina Militare, Esercito e nelle altre Forze Armate.

A confermarlo, è la IARCAgenzia internazionale per la ricerca sul cancro, attraverso la pubblicazione della sua ultima monografia.

Amianto: il cancerogeno cucito sulla pelle

I militari e i civili del comparto aviazione lavoravano ignari di ciò che indossavano. Ciò che per loro era sicurezza e protezione, in realtà era il loro nemico “cucito sulla pelle”.

L’uso dell’amianto nel settore aeronautico è stato costante fino ai giorni attuali. Difatti, è tanto ovvio che l’esposizione sia avvenuta anch’essa in modo costante durante le fasi di lavorazione e manutenzione degli aerei.

I dispositivi di protezione utilizzati fino agli anni novanta erano nocivi, proprio da questo si è determinata gran parte dell’esposizione amianto. In tal caso non c’erano misure preventive da mettere in pratica, l’unica prevenzione consisteva nella sostituzione di questi materiali altamente cancerogeni con altri privi di amianto.

Occorre precisare che l’amianto deve essere sostituito se presenta segni di usura e quindi fuoriuscita di fibra.

L’aerodispersione delle fibre di amianto provoca l’insorgenza di numerose malattie asbesto correlate. Alcune di esse sono altamente invalidanti come il mesotelioma, l’asbestosi e il tumore al polmone.

Proprio come il caso del Sig. Nicola Panei, malato di asbestosi per aver prestato servizio nell’Aeronautica Militare. Lo stesso Panei ha affermato di aver indossato le tute ignifughe di amianto per anni durante la sua attività di servizio.

Per approfondimenti consulta l’intervento del Sig. Nicola Panei nella conferenza ONA del 07.07.2017 tenutasi presso la Regione Lazio.

Aeronautica militare vittime del dovere: il riconoscimento

Il personale civile e militare dell’Aeronautica che ha contratto un danno biologico da amianto, può ottenere il riconoscimento di vittima del dovere.

Nel dettaglio, coloro che nell’esecuzione del servizio in una delle attività di cui all’art. 1, co. 563, L. 266/2005, hanno subito delle infermità o lesioni invalidanti, sono vittime del dovere.

L’avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto è in prima linea per la tutela delle vittime del dovere.

Sono molti e positivi i risultati ottenuti nel tempo dall’associazione in favore dei militari esposti. Attraverso i servizi gratuiti ONA è possibile chiedere ed ottenere anche il riconoscimento di causa di servizio, l’equo indennizzo e l’equiparazione alle vittime del terrorismo.

Approfondisci su: Servizi di assistenza gratuita.

La normativa quando equipara le vittime del dovere a quelle del terrorismo lascia indietro, però gli orfani non a carico. Se per quelli delle vittime del terrorismo spettano i benefici assistenziali destinati ai superstiti, non è così invece per i figli non a carico delle vittime del dovere. Per saperne di più leggi l’articolo: “Equiparazione vittime del dovere e del terrorismo” e scopri l’ultima sentenza della Cassazione 2022.