22.9 C
Rome
giovedì, Agosto 6, 2026
Home Blog Page 244

Amianto, Cardillo: “L’Ona non è nemica delle istituzioni”

timore-dell-amianto
Da sinistra l'avvocato Ezio Bonanni, il giornalista Massimo Lucidi e il generale dei carabinieri Giampiero Cardillo

Sono per l’ONA e nell’ONA dalla sua nascita, come membro del Comitato Scientifico e responsabile di un Dipartimento.

Ho girato l’Italia, partecipato a incontri, conferenze e Commissioni ministeriali al seguito dell’Avv. Ezio Bonanni e dei suoi collaboratori. L’ho fatto convinto fosse indispensabile suscitare l’attenzione, il consenso e la collaborazione pubblica e privata sulla necessità di assistere, curare, sviluppare metodiche mediche nuove per evitare i seimila morti l’anno per asbesto e le migliaia di ammalati che resistono con sintomi più o meno gravi.

Uno degli obiettivi dell’ONA è quello di favorire il giusto riconoscimento economico e normativo per chi si ammala e per le famiglie di coloro che muoiono fra atroci sofferenze. Un incarico svolto con straordinaria sapienza e acuta perizia da un un grande Avvocato specialista, quale è Ezio Bonanni.

Ora l’attività giudiziaria dell’ONA sta interessando anche gli ambiti militari e delle Forze di Polizia.

Ci sono morti e ammalati da riconoscere e risarcire anche lì.

Istituzioni, in molti mezzi c’era amianto

In molti mezzi costruiti in passato, in parte ancora in servizio (navi, aerei, elicotteri, trasporti su strada e posti di manutenzione) c’era l’amianto e i 40 anni di latenza del rischio di ammalarsi producono ancora oggi danni mortali.

È giusto riconoscere a chi si ammala e alle famiglie dei militari deceduti ogni provvidenza e risarcimento, al pari di cure adeguate e sostegno economico agli ammalati.

Detto questo, da ex militare, in coscienza mi sento in dovere di spiegare che i vertici militari e delle Forze di Polizia sono alcune volte individuati dai Tribunali come coloro che devono rispondere dell’accaduto.

Ma, nella realtà e nella verità non giudiziaria, le cose stanno molte volte diversamente.

Sarebbe giusto caricarli di colpe per i danni e le morti o, addirittura, dell’intenzione di nuocere tutte le volte che non avessero ordinato e controllato l’applicazione di tutte le misure contenute nei Documenti di Sicurezza obbligatori per i posti di lavoro.

Sarebbe giusto incolparli ed esporli al pubblico ludibrio se avessero il potere, e perciò il dovere, di fermare con immediatezza tutti i mezzi militari con amianto e chiudere subito gli ambiti pericolosi, anche quando questi siano continuamente impegnati in zone d’operazione bellica, di sorveglianza, o di soccorso civile.

Ma queste decisioni molte volte sono impossibili da prendere.

Marina, prima della pandemia fondi insufficienti

Per la Marina, ad esempio, prima della pandemia, il Governo aveva stanziato 20 dei 50 milioni necessari per bonificare parte di un centinaio di navi ancora con amianto.

Sommando teoricamente la quota di navi da fermare in cantiere per bonificarle con quelle da fermare perché pericolose, in attesa di altri fondi e arsenali liberi per lavorarle, il dispositivo di difesa si ridurrebbe drasticamente e i pericoli e danni che ne nascerebbero sarebbero altri, di non poca entità.

Da molti decenni, infatti, tutte le nostre FFAA e di Polizia con i loro uomini e mezzi garantiscono il rispetto di alleanze, accordi e trattati internazionali ineludibili partecipando a operazioni militari e di soccorso civile in patria e in mezzo mondo. Si consideri solo il naviglio, i mezzi aerei e di trasporto terrestre impegnati con i migranti.

I vertici militari hanno il dovere di segnalare l’esigenza al Governo, ma non tutto il potere di imporre una (impossibile) immediata sostituzione dei mezzi o la loro bonifica istantanea. Per sostituirli non ci vuole solo il denaro, ma anche il tempo per produrne di nuovi e acquistarli, con le lunghe procedure amministrative obbligatorie.

E ci vuole pure il tempo se si dovessero demolirle in sicurezza, quando non sia conveniente bonificarle e riutilizzarle. Intanto valgano le misure di salvaguardia previste nei documenti di sicurezza, per mitigare al massimo il rischio.

Un caso analogo, la Legge 818 su misure antincendi

Una cosa analoga accadde con la prima Legge 818 sulle misure obbligatorie antincendi.

In prima applicazione i vertici militari e civili (dai comandanti di Reparto, ai direttori di ospedali, carceri o ai presidi di scuole) si trovarono in tribunale al banco degli imputati per non aver ottemperato, senza avere i soldi, il potere e l’organizzazione dipendente per farlo.

La norma fu corretta successivamente interpretandola (partecipai alla stesura della Circolare ministeriale) limitando l’incolpazione possibile dei vertici e delle direzioni operative solo quando non avessero segnalato, senza ritardo, l’esigenza a chi, superiormente, aveva il potere di stanziare fondi sufficienti per procedere agli adeguamenti necessari per mezzo degli organi tecnici preposti.

Si consideri che dal dopo guerra, con varie giustificazioni, il bilancio delle FFAA e di Polizia, VV del Fuoco compresi, è stato limitato al minimo indispensabile, salvo accorgersi della sua insufficienza di fronte a gravi sfide, come terrorismo, mafia stragista, guerre, impegni internazionali, migrazioni bibliche, ripetute calamità naturali.

Per un’azione radicale, modernizzatrice dei mezzi militari, da concludersi in pochi anni, occorrono non i milioni, ma i miliardi e ne occorrono in notevole quantità.

Occorre una buona porzione di manovra finanziaria che le casse dello Stato dovrebbero sopportare. Non sempre si trova il giusto consenso nel Governo o in Parlamento.

L’Ona stimola le istituzioni per risolvere il problema amianto

L’ONA non deve cessare e non cesserà di stimolare l’interesse delle Istituzioni anche per il settore militare per giungere all’obiettivo “Amianto Zero nelle FF AA e di P.”

Può darsi che, se da un lato il particolare e turbolento momento storico pieno di guerre, tensioni profonde, dissesto grave del territorio impedisce il fermo istantaneo dei tanti mezzi impiegati in teatri turbolenti, dall’altro può favorirne un più rapido ricambio per migliorare le prestazioni dei dispositivi in campo.

Per questo l’Ona da una parte giustamente manifesta soddisfazione per i successi giudiziari conquistati a favore delle famiglie dei deceduti e degli ammalati. Dall’altra non è nemica delle istituzioni, anzi, aiuta da sempre nella ricerca di fondi, mezzi e sistemi per eliminare i milioni di tonnellate di amianto che ancora infestano la vita degli italiani in centinaia di migliaia di giacimenti.

L’Ona getta un ponte alle istituzioni

Getto un ponte – mi ha detto l’Avv. Bonanni, discutendo di questo – tant’è che abbiamo sempre riconosciuto l’alto valore delle Forze Armate e il senso dell’onore. L’imprudenza di alcuni non può e non deve far disconoscere il sacrificio di tanti. Alle azioni giudiziarie ci si arriva perché spesso le domande non vengono accolte e allora la parola passa al giudice”.

“Siamo, però, sempre aperti al dialogo – ha aggiunto Bonanni – anche grazie al Generale dei Carabinieri Cardillo, ben più di un volto onesto della politica: professionalità e capacità al servizio della collettività”.

L’Ona ha tentato più volte di portare la propria esperienza all’interno delle Istituzioni per liberare il territorio dall’amianto.

(Sto tentando di farlo in questi giorni presentandomi in una lista civica a Roma e provincia: “Rocca Presidente” alle prossime Elezioni Regionali nel Lazio del 12 e 13 febbraio.

istituzioni

E, come è noto, la Regione è un punto amministrativo eccellente per migliorare la lotta all’Amianto).

L’unico, vero nemico dell’ONA è l’Amianto!

Arch. Giampiero Cardillo

       Gen.B. CC (cong.)

Fate, misteri ed esoterismo nel Quartiere Coppedè

quartiere Coppedè, Fate
quartiere Coppedè


Il Quartiere Coppedè, conosciuto anche come “Quartiere delle Fate”, nasconde misteri e simboli esoterici in ogni angolo.

Fate e misteri al Quartiere Coppedè

Fate. Il Quartiere Coppedè progettato dall’architetto fiorentino Gino Coppedè fu costruito tra il 1913 e il 1926.
Il complesso comprende 17 villini e 26 palazzine ed è noto come il “Quartiere delle Fate”.
Si trova tra Via Tagliamento e Corso Trieste con epicentro in Piazza Mincio.
Sul pavimento dell’ingresso da Piazza Mincio si trova un mosaico rotondo che raffigura tre fanciulle suonatrici (lira, voce e chitarrino) in abiti romani antichi.
Esse rappresentano le metafore dei tre villini. Ad attestarlo, la scritta: “I villini delle fate, Neme, Melete, Aede”.
La sua realizzazione avvenne a singhiozzo per via dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Ciò che salta subito all’occhio è il suo stile bizzarro, unico nel suo genere e, non sono pochi i misteri e i simboli esoterici nascosti in ogni angolo.
L’intero complesso è circondato da un giardinetto secondo il modello della città giardino.

La fantasia stilistica di Coppedè

Volendo definire lo stile, potremmo dire che è un mix di Liberty e sopratutto Art Decò (con la stilizzazione e l’esaltazione degli elementi naturali: animali e floreali).
Troviamo altresì dei chiari rimandi all’arte classica, barocca, greco antica, romana, assiro-babilonese e infine forme, fregi ed immagini neo-medievali, come quelle di fate e cavalieri. E’ realizzato con la fusione di diversi materiali, come il marmo, il laterizio, il travertino, la terracotta, il vetro.
Nel complesso, questo mix eterogeneo di stili bene armonizzati fra di loro, ricrea un’atmosfera surreale, fantastica che ci catapulta in un mondo sospeso fra passato e presente.

I Villini delle Fate: la vera chicca

La vera chicca del quartiere sono i villini delle Fate, che si innalzano su tre piani.
Essi sono caratterizzati dalla presenza di archi finemente decorati con motivi geometrici asimmetrici, loggiati e finestre ricche di colonne, che formano spesso trifore e quadrifore (due e tre colonne).
Le volte sono dipinte con tinte alternate mattone e beige, mentre le pareti sono affrescate con scene di processioni, graffiti con angioletti, motivi floreali, putti, monache e frati. I colori uniformi (non è usata la tecnica del chiaroscuro), danno l’impressione di trovarsi davanti a delle litografie anni 20-30, piuttosto che un dipinto.

I disegni: un omaggio alle città d’arte italiane

I dipinti sono un chiaro omaggio alle città d’arte del nostro Paese: Firenze (città natale di Coppedè), Venezia e Roma.
A destra, un dipinto raffigura Firenze con la cupola della Chiesa di S.Maria del Fiore e il Palazzo della Signoria. Sotto si legge la scritta “Fiorenza Bella”.
Si vedono inoltre le figure di Dante e Petrarca e il panorama della città, su cui svetta cupola del Duomo realizzata dal Brunelleschi, ma anche divinità romane e animali come api e leoni alati.
Dall’altro lato del villino, sopra il parapetto sono rappresentati la lupa di Roma con Romolo e Remo e il Leone di Venezia che affronta un veliero.

Il Quartiere delle Fate nel cinema

Il Quartiere Coppedè ha ospitato diversi set cinematografici, soprattutto per la realizzazione di film di suspense.
Secondo una leggenda, lo stesso Gino Coppedè, fu ispirato dalla pellicola del 1914, Cabiria, diretta da Giovanni Pastrone per partorire il suo capolavoro architettonico. Negli anni ’70 il regista Dario Argento girò proprio in questo quartiere alcune scene dei suoi cult-horror: “Inferno” e “L’uccello dalle piume di cristallo”. Nel quartiere sono state girate tante altre scene di film, tra cui: “Il profumo della signora in nero” di Francesco Barilli,Ultimo tango a Zagarolo” di Nando Cicero e “Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy con Vittorio Gassman.

L’ambasciata del Marocco

Sempre nel quartiere si trova un altro suggestivo edificio: l’Ambasciata del Marocco. Costruito tra il 1918 e il 1926, ha le pareti rivestite di mattoncini e travertino, un piccolo loggiato all’ingresso e un caratteristico lampadario in ferro battuto che pende de un arco ornato con grandi maschere, efebi e decorazioni floreali.

La fontana delle rane nel quartiere delle fate

Oltrepassando l’arco del Palazzo degli Ambasciatori si arriva a Piazza Mincio, al cui centro si trova la Fontana delle Rane. Qui zampillano delle simpatiche ranocchie. Piccola curiosità: per la sua realizzazione si dice che l’architetto Gino Coppedè prese spunto dalla fontana delle tartarughe del Bernini, presente nel ghetto. La fontana è anche famosa per via del bagno che i Beatles vi fecero, completamente vestiti, dopo un concerto tenuto al Piper.

Il palazzo del ragno

Poco distante sorge il Palazzo del Ragno, in Piazza Mincio 4. L’edificio, costruito nel 1920, deve il suo nome ad un mosaico in bianco e nero posto sopra all’entrata, che raffigura l’aracnide simbolo di laboriosità. La sua facciata principale si erge come una torretta. Ai lati dell’ingresso ci sono delle colonne ondulate e sulla chiave di volta dell’arco, Coppedè posizionò un altro volto, simile a quello posizionato all’ingresso del quartiere. Al terzo piano c’è un balconcino con loggia, sopra il quale si trova un dipinto ocra e nero. L’opera immortala un cavallo sormontato da un incudine tra due grifoni e a fianco si può leggere la scritta “labor”.

Camminando si scorge la Nike alata, circondata da aquile e la Madonnella. Nel cuore del quartiere c’è inoltre l’albero della vita.

Quartiere Coppedè: fate ed esoterismo

Coppedè era un massone e di conseguenza ha disseminato il quartiere di simboli esoterici.
Il lampadario posizionato sotto l’arco d’ingresso sarebbe un simbolo del “viaggio iniziatico” alla ricerca della luce. E in effetti, i massoni sono anche soprannominati i “figli della luce” (della conoscenza), chiave per accedere alle verità nascoste. Basti pensare che durante il rito dell’iniziazione, il profano fa appunto richiesta di entrare il loggia per “trovare la luce”.
Sull’arco si può notare una coppa che ricorda quella del Santo Graal, mentre colonne, torrette e figure apotropaiche (contro il maligno), rimandano alla Torre di Babele e al Tempio di Salomone.

Sul Palazzo Hospes Salve si legge infine “Entra in questa casa chiunque tu sia; Sarai un amico. Io proteggo l’ospite”.


Fonte
sotterraneidiroma.it

viaggiesapori.net

Mafia e mafioso: origine e primi usi dei termini 

Mafioso mafia
Peppino Impastato, Mafioso mafia

Da dove derivano il termine Mafia e il suo derivato “mafioso”? Quando e chi li utilizzò per la prima volta? Scopriamo le diverse teorie.

Mafia: tante ipotesi sul nome 

Secondo la Crusca, il sostantivo maffia deriverebbe, dall’arabo maḥyāṣsmargiasso” o da mo’afiah: “arroganza, tracotanza, prevaricazione”.

La “f” rafforzativa inserita all’interno della parola, sarebbe una peculiarità della pronuncia siciliana ed essendo estranea alla tradizione latina, questo dettaglio comproverebbe effettivamente le sue origini arabe.

Mafia viene da Maffeo/Matteo?

Un’altra teoria sostiene che potrebbe derivare dal nome Maffeo/Matteo. Di quale Matteo si parla? Ovviamente non di Messina Denaro…

Scherzi a parte, il Matteo in questione sarebbe l’Apostolo. 

In effetti, se leggiamo il racconto della sua conversione nel Vangelo di Luca, ci rendiamo conto che Matteo non era un semplice pescatore come gli altri Apostoli, bensì un ricco pubblicano.

E per di più, era piuttosto spocchioso. 

Nel passo indicato da Luca (5, 29) egli declama: “Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola”. 

Insomma trasformò la sua conversione in un’esibizione di lusso e di superiorità. Tutti atteggiamenti tipici della maffia.

Piccola curiosità: nella zona di Foggia, quando qualcuno a tavola si abbuffa senza ritegno, si usa rimproverarlo dicendo “eh, Sande Mattèe!”

Altro rompicapo: la datazione dei termini mafia e mafioso

Circa la nascita del termine, esistono diverse teorie e notevoli dubbi.

Se effettivamente il vocabolo fu preso in prestito dagli arabi, durante la loro dominazione (827-1091), non si capisce come sia rimasto nascosto per almeno otto secoli. Non ci sono infatti prove scritte dello stesso.

Se invece ha una datazione più recente (in epoca postunitaria) si potrebbe spiegare come mai è stato registrato solo a fine Ottocento. 

Il primo documento in cui si menziona una “cosca mafiosa”, per descrivere le fratellanze coinvolte in attività criminali, fu infatti firmato dal procuratore della Gran Corte criminale di Trapani nel 1837.

Il primo processo di mafia ebbe luogo tra il 1882 e il 1885 e si svolse contro il gruppo chiamato “La Fratellanza” o “Mano fraterna” di Agrigento.

Secondo alcune fonti, il suo derivato “mafioso” sarebbe apparso per la prima volta nel testo teatrale di Giuseppe Rizzotto e Gaetano MoscaI mafiusi di la Vicaria di Palermu” (1863).

Mafia=bellezza, grandiosità?

Lo scrittore ed etnologo Giuseppe Pitrè (1841-1916) noto per il suo pionieristico lavoro nell’ambito del folclore siciliano, nonché sodale di Giovanni Verga (1840-1922), precisò tuttavia che il vocabolo non era stato coniato da Rizzotto. Nel borgo palermitano di Santa Lucia, dove era nato, lo si usava già correntemente. 

Addirittura, avrebbe avuto un’accezione positiva. Era sinonimo di: bellezza, grandiosità, sicurezza e fierezza d’animo e baldezza. 

L’uomo di mafia era un uomo rispettato. Non un criminale, uno stragista così come lo intendiamo ai nostri giorni.

Mafia all’interno di un vocabolario 

Con buona pace per Pitrè, la parola mafia fu inserita nella lessicografia ufficiale del Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina (Palermo, 1868-1873) con i significati di “braveria, baldanza, tracotanza, pottata, spocchia” e come “nome collettivo di tutti i mafiosi”. Da allora, essa catalizza tutte le lordure che conosciamo. 

Mafia e mafioso, fenomeno tristemente noto

Inizialmente il fenomeno era prettamente legato alla difesa dei latifondi. Nacque come “banditismo”, basti pensare alla figura di Salvatore Giuliano (per lo meno all’inizio della sua storia) novello Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri. 

Con il passare del tempo tuttavia si trasformò in un patto scellerato fra la nobiltà terriera, politica, Istituzioni, clero, Servizi segreti deviati, Massoneria deviata e via discorrendo. 

Da allora, la mafia è sinonimo di sangue e dolore e se il periodo stragista è terminato, è perché la mafia ha cambiato vesti. E’ diventata più fine, si è annidata negli alti scranni, praticamente in ogni luogo di potere. Strizza l’occhio all’imprenditoria, ha le mani in pasta in tutto ciò che fa reddito e gode della tacita complicità del ceto basso, cui lascia piluccare le briciole. 

La mafia è solo Sicilia? 

La risposta è no. In Sicilia ha la sua manovalanza, fatta di gente che non sa dove sbattere la testa e figlia dell’ignoranza. Il suo cuore pulsante è altrove. 

Mafia e mafioso, conclusioni 

Da dove derivi il termine mafia, chi lo usò per la prima volta, come si è evoluta e come si evolverà? 

Ognuna di queste domande non sembra avere una risposta certa. L’unica certezza che abbiamo è che, come disse Peppino Impastato (1948-1978): “La mafia è una montagna di merda”.

Fonti 

Salvatore Trovato (Atti del XXI Congresso Internazionale di Linguistica e Filologia Romanza, Vol. III, Tübingen, Niemeyer, 1998, pp. 919-925).

G.M. Da Aleppo e G.M. Calvaruso (Le fonti arabiche del dialetto siciliano. Vocabolario etimologico, Roma, Loescher, 1910) 

Alberto Nocentini: Piazza delle lingue: Lingua e storia

Il vaccino anti Covid non ha aumentato le malattie del cuore

mRNA boccetta di vaccino anti Covid
mRNA boccetta di vaccino

Un nuovo studio sul vaccino anti Covid lo assolve da eventi avversi. Secondo la ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Vaccines, i vaccini non avrebbero aumentato le malattie al cuore. Sotto la lente erano diversi casi di infarti e ictus, ma anche arresti cardiaci, miocarditi, pericarditi e trombosi venose profonde.

Vaccino anti Covid, lo studio dell’università di Bologna

Per 18 mesi i ricercatori dell’università di Bologna, guidati da Lamberto Manzoli, hanno studiato la popolazione della provincia di Pescara, in Abruzzo. In particolare è stata monitorata l’incidenza di alcune gravi patologie cardiovascolari e polmonari. Naturalmente gli scienziati non hanno tralasciato fattori come l’età e il sesso dei partecipanti allo studio, così come il rischio clinico.

Nessuna crescita di malattie gravi

Il risultato che balza agli occhi è che tra i vaccinati non c’è stata una crescita di malattie gravi. Il livello di sicurezza dei vaccini che sono stati somministrati per arginare i contagi è stato confermato.

I ricercatori spiegano che è comunque importante continuare a monitorare i vaccinati nel lungo periodo e ampliare anche la popolazione di riferimento. Un’altra evidenza della ricerca è che le persone che hanno terminato il ciclo vaccinale sono più protette di chi ha avuto il coronavirus.

Scendono in Italia i contagi

Intanto scendono, nell’ultima settimana, 13-19 gennaio 2023, tutti gli indicatori del Covid in Italia. Diminuiscono i ricoveri, le terapie intensive, i contagi e i decessi. I casi sono – 38%.

I morti passano da 576 a 495, con una media di 71 al giorno. Ci sono più di 50mila positivi in meno sul territorio nazionale e diminuiscono dello stesso numero le persone in isolamento domiciliare. I numeri calano in tutte le regioni. Insomma, se in Cina la situazione sembra essere di nuovo molto grave, in Italia l’inverno non sta creando grandi problemi. Questo lo si deve anche a vaccini che hanno funzionato e alla capillare campagna vaccinale.

In Cina nella stessa settimana i morti soltanto in ospedale sono stati 13mila. Il numero non tiene conto, infatti, di tutte quelle persone che sono decedute in casa. I dati arrivano direttamente dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie.

“Avatar 2 : La Via dell’Acqua” e il messaggio ambientalista

avatar
avatar, la via dell'acqua

Avatar 2: La Via dell’Acqua” del regista ed esploratore di oceani James Cameron è il sequel dell’omonimo film del 2009. Questa volta esploriamo il mondo acquatico. Scopriamo quale messaggio ambientalista vuole lanciare.

Il film Avatar 2: La Via dell’Acqua” 

Il film è un misto di epopea fantascientifica e narrazioni degne di un abile documentarista, ci catapulta negli ecosistemi acquatici di Pandora, una luna aliena abitabile, lontana 4,4 anni luce dalla Terra.

Qui vivono i Na’Vi, umanoidi dalla pelle blu. Nel primo film del 2009, gli abitanti della luna erano costretti a difendersi dai terrestri, intenzionati a colonizzare il loro mondo per sfruttarne le risorse. 

Gli omini blu vivevano nelle foreste pluviali e potevano contare sull’appoggio di soldati e scienziati umani, solidali con la loro causa. 

Nel secondo episodio, il regista si sposta negli pseudo-oceani del mondo lontano.

Tra finzione e pseudo-realtà

In Avatar 2, il regista e il suo team hanno immaginato una moltitudine di specie, sia di fantasia sia pseudo-reali. Accanto a quelle che sembrerebbero delle barriere coralline, nuotano creature marine che ricordano i pesci palla e i pesci leone. Fluttuano e ondeggiano forme di vita che presumibilmente avrebbero abitato gli antichi oceani della Terra. 

Incontriamo così dei destrieri da guerra dal lungo collo, gli Ilu che somigliano ai plesiosauri, rettili marini estinti e gli skimwing, animali giganteschi che sembrano un incrocio tra un esemplare di Lepisosteidi e un pesce volante.

Poi ci sono i tulkun, mastodontiche creature intelligenti, simili alle balene.

Il clan dei Metkayina

Gli abitanti che incontreremo in questo nuovo episodio sono i Metkayina, un clan indigeno che si è adattato evolutivamente per vivere nell’acqua. Hanno una coda che serve per la propulsione, riescono a stare in apnea ma hanno anche bisogno dell’aria per respirare.

Sono inoltre dotati di una terza palpebra, come i coccodrilli e i gufi.

Ed è proprio la palpebra a proteggere i loro occhi quando si immergono ad alta velocità nell’acqua a cavallo degli Ilu, le creature che hanno addomesticato e con le quali vivono in simbiosi.

Piccola curiosità: il clan descritto da Cameron ricorda i Sama i Bajau, tribù polinesiane strettamente legate all’oceano.

Un lavoro di altissima qualità

Cameron, mente creativa di The Abyss e Titanic, collabora anche con National Geographic Explorer.

Nel 2012, effettuò per la nota società di divulgazione scientifica la sua prima immersione in solitaria sul fondale delle Fosse delle Marianne, con la spedizione Deepsea Challenge.

Avatar 2 ci mostra gli oceani del passato

Intervistato da National Geographic, Cameron ha dichiarato «Questo film vuole essere un modo per mostrare come potrebbero essere stati i nostri oceani 300, 400, 500 anni fa, prima che ci avviassimo a diventare una civiltà industriale. Se guardando questo film gli spettatori – a parte seguire le vicende della famiglia Sully [i protagonisti del film], le loro relazioni e i vari drammatici conflitti – verranno affascinati da questa esperienza sottomarina, dalla sensazione di vita pulsante, di magia e di mistero, allora forse saranno portati a riflettere su ciò che attualmente stiamo perdendo qui sul nostro pianeta».

Avatar 2 e gli effetti visivi straordinari 

Al di là della trama avvincente, anche gli effetti visivi sono davvero straordinari. 

Grazie alla tecnologia sofisticata e all’accuratezza descrittiva, si ha l’impressione che Pandora sia un posto reale. Ogni azione, la cavalcata di ogni creatura, è basata sulla fisica del mondo reale. Stesso discorso per le riprese acquatiche.

Avatar 2: qualche cifra

Distribuito dalla 20th Century Studios il film uscito il 14 dicembre 2022 è il sequel in live action del film campione d’incassi Avatar del 2009. Ha incassato undici milioni di euro in una settimana e attualmente è il sesto incasso più alto di sempre della storia del cinema.

Costato 460 milioni di dollari: è uno dei film più costosi di sempre.

Il messaggio ambientalista 

Cameron non ha voluto soltanto emozionarci con un film strepitoso, ha soprattutto voluto lanciare un appello “ambientalista”.

«Ho voluto che questo film parlasse dell’acqua, di come il luogo in cui la vita ha avuto origine sulla Terra si è evoluto nel tempo, e delle meraviglie che ancora oggi vi possiamo ammirare – nonostante il suo preoccupante stato di salute, causato dall’ azione dell’uomo».

E ancora «Tra 50 o 75 anni la maggior parte delle barriere coralline del pianeta saranno visibili solo nei film. E questo non va bene. Quando ero piccolo sognavo di diventare un subacqueo per poter vedere con i miei occhi tutta questa meraviglia e questa bellezza, e poi per decenni ho potuto esplorare e ammirare questo mondo. I miei figli e i miei nipoti non avranno questa opportunità. Quindi il mio se vogliamo è un grido d’allarme: per ricordare, celebrare e innamorarsi di nuovo, e grazie a questo dedicarci a proteggere ciò che stiamo perdendo».