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Roccagorga: memoria dell’eccidio e giustizia sociale

Roccagorga, Panorama( Foto Wikimedia Commons di Pietro Scerrato Creative Commons Attribution 3.0)
Roccagorga, Panorama( Foto Wikimedia Commons di Pietro Scerrato Creative Commons Attribution 3.0)

«Nel ricordare l’eccidio di Roccagorga riaffermiamo un principio che attraversa la nostra storia: il lavoro non può mai trasformarsi in sacrificio umano e la richiesta di diritti non può essere repressa con la forza. Stare accanto ai lavoratori e ai più deboli significa difendere  la giustizia sociale e il dovere dello Stato di garantire protezione, sicurezza e legalità. Il sacrificio del popolo di Roccagorga per la libertà e la repressione dello Stato sono paralleli all’epopea del movimento operaio e delle vittime dell’amianto e l’attuale denegata giustizia» Ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni, presidente di ONA – Osservatorio Nazionale Amianto.

Il 6 gennaio segna l’anniversario dell’eccidio di Roccagorga, una delle pagine più dolorose della storia sociale italiana del primo Novecento. In quel giorno dell’Epifania del 1913, un piccolo centro dei Monti Lepini divenne simbolo tragico della repressione dello Stato contro le istanze di giustizia sociale provenienti dal mondo contadino.

Ricordare l’eccidio di Roccagorga significa sottrarre all’oblio sette vite spezzate e una comunità che pagò con il sangue il prezzo della protesta pacifica contro la miseria, le tasse oppressive e un’amministrazione locale percepita come distante e corrotta.

Roccagorga prima della tragedia

Roccagorga sorge a 547 metri di altitudine su uno sperone del Monte Nero, in una posizione dominante sulla media Valle dell’Amaseno. La sua collocazione geografica, strategica e scenografica, ha segnato profondamente la storia del borgo. Rendendolo nei secoli un luogo conteso e allo stesso tempo fortemente identitario.

Secondo la tradizione, l’origine dell’abitato risalirebbe al IX secolo, quando gruppi di popolazione in fuga dall’antica Privernum si sarebbero stabiliti su queste alture, guidati da una figura femminile entrata nella leggenda locale, la “domina Gorga”. Nel corso del XIII secolo il centro si strutturò attorno a un castrum fortificato, assumendo un ruolo stabile nel sistema difensivo e amministrativo dell’area.

Nei secoli successivi Roccagorga passò sotto il controllo della Chiesa e venne concessa in feudo a diverse famiglie nobiliari, tra cui i conti de Ceccano e i Caetani di Sermoneta. Proprio le rivalità tra i Caetani di Sermoneta e quelli della vicina Maenza portarono a episodi di estrema violenza, come la devastazione del 1521, quando le truppe di Giovanni dalle Bande Nere misero a ferro e fuoco il paese.

Tra Seicento e Ottocento il feudo passò ai Ginetti di Velletri, agli Orsini e infine ai Doria Pamphilj, ultima grande casata a esercitare il controllo su Roccagorga. Questo lungo passato feudale si è trascinata una difficilissima condizione di vita delle classi più povere, ancora drammatiche all’inizio del Novecento.

Il contesto sociale: povertà, abusi e tensioni

All’alba del 1913 Roccagorga era un paese segnato dalla miseria. Mancavano servizi essenziali come l’acqua corrente, le fognature, l’illuminazione pubblica e persino un cimitero adeguato. I contadini e i braccianti vivevano in condizioni durissime, aggravate da un sistema di potere locale percepito come chiuso e autoreferenziale.

L’amministrazione comunale era accusata di favoritismi e conflitti di interesse, mentre figure chiave della vita pubblica, come il medico condotto, erano al centro di voci e denunce per comportamenti violenti e ricattatori. In questo clima di esasperazione maturò la protesta promossa dalla Società Agricola Savoia, che portò in piazza uomini e donne a protestare per  chiedere diritti.

Il 6 gennaio 1913: lo Stato sparò sul popolo

La mattina del 6 gennaio 1913 ebbe vita la manifestazione dei contadini contro le condizioni economiche e la cattiva gestione del Comune. L’intervento delle forze dell’ordine e dei reparti del Regio Esercito evolvette in tragedia. I soldati aprirono il fuoco sulla folla, colpendo spesso alle spalle persone che tentavano di fuggire.

Sette persone persero la vita: Erasmo Restaini, 34 anni; Salvatore Ferrarese, 55; Fortunata Ciotti, 25 anni, incinta all’ottavo mese; Vincenza Babbo, 44; Mario Restaini, 27; Vincenzo Mancini, 28; e il piccolo Carlo Salcani, di soli cinque anni. Oltre quaranta furono i feriti. La morte della giovane donna incinta, lasciata agonizzante in strada, e quella del bambino furono un trauma terribile.

Processi e rovesciamento della verità

Alla violenza seguì l’umiliazione giudiziaria. Il processo celebrato a Frosinone vide imputati decine di manifestanti, comprese molte donne, accusati di violenze contro i pubblici ufficiali. Le vittime furono trasformate in colpevoli. Le condanne sancirono una verità processuale che ribaltava i fatti, aggravando il senso di ingiustizia.

Una storia che mise d’accordo diverse posizioni politiche

Il quotidiano socialista “Avanti!”, diretto allora da Benito Mussolini, dedicò ampio spazio alla strage, definendola senza mezzi termini un “assassinio di Stato”. Gli articoli e le vignette provocarono un dibattito acceso in tutta Italia e portarono a un processo a Milano contro i redattori del giornale, conclusosi con l’assoluzione e una significativa riaffermazione della libertà di stampa.

Anche Antonio Gramsci, negli anni successivi, individuò nell’eccidio di Roccagorga una delle radici profonde della mobilitazione popolare che avrebbe condotto alla Settimana Rossa del 1914. Leggendo quei fatti come espressione di una repressione sistematica contro il mondo contadino meridionale.

La ricostruzione storica

Una delle ricostruzioni più rigorose dell’eccidio è quella proposta da Eleonora Piccaro, sociologa e studiosa originaria di Roccagorga, che ha dedicato a questi eventi una ricerca fondata su documenti giudiziari, archivi di polizia e stampa dell’epoca. Il suo lavoro ha mostrato come l’eccidio abbia inciso profondamente sull’identità politica e sociale del paese.

Piazza VI Gennaio per non dimenticare

Oggi a Roccagorga Piazza VI Gennaio, elegante ellisse barocca tra le più suggestive d’Italia, è il cuore simbolico della comunità. Da un lato si erge il palazzo baronale, antico castello feudale. Dall’altro la Collegiata dei Santi Erasmo e Leonardo, con la sua facciata convessa. È qui che il ricordo dell’eccidio continua a vivere, come luogo di riflessione civile.

A oltre un secolo di distanza, l’eccidio di Roccagorga è un punto di riferimento contro l’abuso di potere. Ed un monito per il diritto alla protesta delle classi più deboli.

Fonti: Comune di Roccagorga, Camminoregiacamilla
In copertina: Roccagorga, Panorama( Foto Wikimedia Commons di Pietro Scerrato, Creative Commons Attribution 3.0)

Amianto vicino scuola: i genitori tengono i figli a casa

Amianto, problema globale, Petah Tikva
Amianto, problema globale (Foto esclusivamente descrittiva free di Alexa da Pixabay)

Come più volte sottolineato dall’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, il problema della presenza di amianto nelle scuole (e in zone limitrofe), è diffuso in ambito nazionale ed internazionale.

Un esempio internazionale

Un’ondata di preoccupazione ha colpito la periferia di Tel Aviv a Petah Tikva. I genitori degli studenti di una scuola elementare hanno deciso di tenere i propri figli a casa per un mese. La ragione è la scoperta casuale della presenza di amianto nel terreno vicino all’istituto. L’asbesto, noto per i rischi gravi che comporta per la salute, individuato inizialmente durante i lavori di costruzione di una nuova strada nelle vicinanze della scuola. Successive analisi, però, hanno confermato la presenza della sostanza persino più vicino ai confini del plesso scolastico, generando forte apprensione tra le famiglie.

La scoperta ha subito innescato timori legittimi sulla sicurezza dei bambini e sulla possibilità di esposizione ad un materiale classificato come cancerogeno. Ed ha portato molte famiglie a prendere una decisione drastica ma prudente: evitare di mandare i figli a scuola fino a chiarimenti ufficiali e interventi di bonifica.

La risposta del Comune di Petah Tikva

Il Comune di Petah Tikva, tuttavia, ha smentito qualsiasi negligenza, dichiarando di aver seguito le procedure standard previste per la gestione di situazioni simili. Le autorità locali hanno sottolineato che i lavori di costruzione della strada erano monitorati e che l’amianto lo hanno rilevato come parte di controlli ambientali di routine.

Il caso ha portato a una riflessione più ampia sull’importanza di adattare protocolli rigidi per la tutela della salute dei minori. Anche perché il minimo ritardo nella comunicazione può aumentare l’ansia e spingere le famiglie a prendere decisioni autonome per proteggere i propri figli.

Impatto sulla routine scolastica e sulla comunità

La decisione dei genitori di tenere i figli a casa ha avuto un impatto immediato sulla vita quotidiana delle famiglie e sulla routine scolastica. Per un mese, le lezioni sono state sospese per molti studenti, costringendo i genitori a organizzare soluzioni alternative . Sebbene la misura abbia creato disagi, le famiglie hanno ritenuto che la priorità fosse proteggere la salute dei minori, prevenendo qualsiasi rischio legato all’esposizione all’amianto.

Oltre all’impatto pratico, la vicenda ha alimentato un dibattito più ampio sulla sicurezza ambientale nelle aree urbane in crescita come Petah Tikva. La scoperta della sostanza tossica ha spostato l’attenzione sulle problematiche legate alla presenza di infrastrutture vecchie o materiali storici che possono diventare pericolosi durante lavori di costruzione o ristrutturazione. Molti esperti sottolineano come sia fondamentale implementare controlli costanti e comunicazioni tempestive per evitare che situazioni simili generino panico e interruzioni prolungate nella vita scolastica.

Prossimi passi e misure di sicurezza

Le autorità locali hanno assicurato che verranno effettuate ulteriori analisi per determinare l’entità della contaminazione e definire un piano di bonifica efficace. L’obiettivo principale è garantire un ritorno sicuro dei bambini a scuola. Nel frattempo, i genitori rimangono vigili e continuano a monitorare la situazione, collaborando con le istituzioni. Per assicurarsi che qualsiasi intervento sia eseguito secondo standard di sicurezza elevati.

Questa vicenda sposta l’attenzione sull’importanza di una gestione proattiva delle aree scolastiche e dei terreni soprattutto in contesti urbani dove la presenza di vecchi materiali da costruzione può rappresentare un rischio concreto.

Fonte: Haaretz

Rivoluzione reti idriche Consorzio “Centro-Sud”: addio amianto

amianto e reti idriche acqua (foto free da Pixabay)
amianto e reti idriche acqua (foto free da Pixabay)

Investimenti storici per una gestione sostenibile dell’acqua in Puglia

Il Consorzio di Bonifica “Centro-Sud” ha avviato un piano senza precedenti per il miglioramento delle infrastrutture idriche nel centro-sud della Puglia, tra cui bonifica amianto in alcuni acquedotti, con un investimento complessivo superiore a 180 milioni di euro. Dopo anni di progettazione, i progetti finanziati nell’ambito dell’Accordo per la Coesione – FSC 2021-2027 entrano finalmente nella fase realizzativa. La sottoscrizione dei disciplinari attuativi con Regione e Sezione Servizi Territoriali delle risorse idriche segna l’inizio di interventi fondamentali per la sicurezza e l’efficienza della rete idrica.

Con questa manovra il Consorzio conferma quindi il suo ruolo chiave nella gestione delle risorse idriche regionali, trasformando la rete idrica in un esempio di innovazione, sicurezza e rispetto ambientale. L’approccio adottato punta infatti alla modernizzazione delle infrastrutture e alla riduzione degli sprechi e alla valorizzazione delle acque reflue, segnando una svolta concreta per la Puglia.

Modernizzazione e sicurezza delle reti idriche

Il presidente del Consorzio, Francesco Ferraro, sottolinea come questa operazione rappresenti un vero e proprio progetto strategico. Tra gli interventi più rilevanti spicca la canalizzazione dell’”Adduttore San Giuliano” nel territorio di Taranto, con un finanziamento di quasi 70 milioni di euro, destinata a ridurre drasticamente le perdite idriche in un’infrastruttura storica.

Rimozione dell’amianto e tutela della salute pubblica

Un capitolo centrale del piano riguarda la sostituzione delle condotte in cemento-asbesto negli acquedotti rurali della Murgia. Ferraro evidenzia come la rimozione dell’amianto sia un impegno concreto per la sicurezza dell’acqua e la protezione della salute e che investire in reti sicure significherebbe garantire qualità dell’acqua e sostenibilità a lungo termine.

Il progetto comprende il recupero e l’efficienza dell’acquedotto rurale della Murgia, essenziale per le attività agricole interne, e il potenziamento del comprensorio irriguo di Bari Orientale, strategico per un territorio ad alta intensità produttiva. Grazie a queste opere, l’acqua depurata proveniente dall’impianto di Japigia non sarà più dispersa in mare, ma riutilizzata per irrigare in modo sostenibile.

L’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto da diversi anni segnala la necessità della bonifica delle tubazioni di reti idriche in cemento amianto.  Secondo quanto dichiarato dall’Avv. Ezio Bonanni, ha anche pubblicato in passato dati che mostrano che l’acqua potabile di tutta Italia contiene fibre disperse di amianto ed organizzato diversi convegni sul tema.

Fonte: Quotidiano di Bari

Protocollo Montilla diagnosi causale e salute pubblica

Avv. Ezio Bonanni e Dott. Pasquale Montilla
Avv. Ezio Bonanni e Dott. Pasquale Montilla

«Non esistono malattie irreversibili senza una diagnosi causale completa». È da questo presupposto, richiamato dall’avv. Ezio Bonanni, presidente nazionale dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), che prende forma il valore scientifico e civile del Protocollo Montilla in esposomica. Oggi riconosciuto come uno dei più avanzati strumenti di analisi delle patologie metallo-correlate da esposizioni ambientali complesse.

Il protocollo rappresenta un punto di svolta nel modo di intendere la prevenzione, la diagnosi e la tutela medico-legale del diritto alla salute. Infatti consente di superare i limiti degli approcci esclusivamente statistici e di riportare l’attenzione sulla persona, sulla sua storia espositiva reale e misurabile.

Dalle missioni militari alla ricerca scientifica

Il Protocollo Montilla nasce dall’osservazione clinica di militari italiani impiegati in missioni internazionali, in particolare nei Balcani, esposti a contaminanti multipli tra cui metalli tossici e uranio impoverito. In numerosi casi, questi soggetti presentavano patologie oncologiche e neurodegenerative considerate, secondo i criteri tradizionali, non più trattabili.

È proprio in questo contesto che l’intuizione scientifica del dott. Pasquale Montilla, oncologo clinico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha aperto una prospettiva nuova. L’attenzione si è spostata dalla semplice correlazione epidemiologica alla misurazione biologica diretta dell’esposizione, attraverso l’analisi dei contaminanti presenti nei tessuti e nelle matrici biologiche.

L’approccio esposomico e il riconoscimento accademico

Il termine “Protocollo Montilla” è stato formalmente definito dal prof. Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino e MIT Cambridge e dalla dott.ssa Rita Celli, medico legale, in qualità di componenti della Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito, a seguito di una divulgazione scientifica trasmessa dalla Rai nel programma Leonardo Scienza.

Nel percorso di consolidamento metodologico, un ruolo centrale è svolto anche dal prof. Medana, ordinario del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari del Politecnico di Torino, che ha riconosciuto il valore innovativo del metodo esposomico e ha avviato un confronto diretto con l’oncologo Montilla sul suo potenziale applicativo nell’analisi avanzata delle esposizioni complesse.

L’approccio esposomico consente di integrare dati ambientali, biologici e clinici in un quadro scientifico coerente, superando la frammentazione degli studi tradizionali e restituendo una lettura causale individuale della malattia.

Risultati clinici e responsabilità terapeutica

Uno degli aspetti più rilevanti del Protocollo Montilla riguarda i risultati clinici osservati. Alcuni militari, precedentemente considerati fuori trattamento, hanno mostrato risposte terapeutiche quando il percorso clinico è stato riorientato sulla base dell’identificazione causale dell’esposizione.

Questa evidenza rappresenta una concreta proof of concept dell’efficacia del modello esposomico clinico. Dimostra che l’irreversibilità non può essere dichiarata in assenza di una diagnosi completa e che la responsabilità scientifica e terapeutica impone di indagare fino in fondo le cause ambientali della patologia.

Dal Protocollo Mandelli ai SIN: una medicina che cambia

Il Protocollo Montilla si colloca come evoluzione scientifica dello storico Protocollo Mandelli, adottato dalle Commissioni parlamentari di inchiesta, superandone i limiti descrittivi. Oggi è in grado di offrire una dimostrazione biologica del nesso causale individuale e di aprire la strada a una reale tutela medico-legale del diritto alla salute.

Secondo l’avv. Ezio Bonanni, questo modello è destinato a trovare applicazione anche nei Siti di Interesse Nazionale (SIN), dove l’incidenza di patologie oncologiche a genesi ambientale è elevata e documentata da studi come il Progetto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il Protocollo Montilla segna così un passaggio culturale profondo: dalla statistica alla persona, dall’associazione alla causa, dall’irreversibilità presunta alla giustizia biologica. Una nuova forma di responsabilità pubblica applicata alla medicina e alla tutela dei diritti fondamentali.

Processo Eternit: Avv. Bonanni (ONA) chiede chiarezza Report

Avv. Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto
Avv. Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto

«La decisione di prescrivere il caso Eternitnon è stata una mera questione tecnica, ma il risultato di una specifica interpretazione, che ha considerato il disastro da amianto come un reato istantaneo con effetti duraturi, piuttosto che un reato continuativo o a lungo termine. È necessario fare piena luce su quanto emerso dalla trasmissione Report. In qualità di legale di alcune delle vittime, già nel corso dell’udienza ebbi modo di contestare la tesi del sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello». Così l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), commenta le nuove ricostruzioni emerse dall’inchiesta giornalistica di Report, che ha riportato al centro dell’attenzione il processo Eternit, uno dei più gravi disastri ambientali e sanitari della storia italiana.

Come già evidenziato dall’Avv. Ezio Bonanni in un articolo del 2023, Report ha sottolineato un collegamento in passato tra la Germania nazista e le fabbriche Dazag.

Il caso Eternit e la prescrizione: un nodo irrisolto

Il processo Eternit continua a essere un punto di riferimento per il dibattito sulla giustizia ambientale. La decisione della Corte di Cassazione del 2014, che ha annullato le condanne dichiarando il reato prescritto, ha sollevato interrogativi sulla capacità del sistema giuridico di affrontare le malattie a lunga latenza causate dall’amianto. Secondo Bonanni, “la scelta di considerare il disastro da amianto come un reato istantaneo ha impedito di riconoscere la realtà delle patologie che si manifestano decenni dopo l’esposizione.”

Casale Monferrato: la realtà delle vittime

A Casale Monferrato, nonostante le bonifiche e le dichiarazioni di SIN (Sito di Interesse Nazionale), i residenti continuano a convivere con la presenza di eternit nei tetti e nei materiali di costruzione, seppur incapsulati. Anche oggi si registrano nuove diagnosi di mesotelioma, con un ritmo di quasi un caso a settimana, evidenziando la persistenza del problema sanitario.

Le rivelazioni di Report: le relazioni internazionali

Report avrebbe inoltre rivelato comunicazioni riservate tra un collaboratore di Schmidheiny, e un ex agente dei servizi segreti in ambito internazionale. Queste mail sono state oggetto di ricostruzione giornalistica e sollevano interrogativi sul contesto diplomatico e politico che circondava la vicenda.

L’impatto sulla giustizia ambientale

La trasmissione di Report evidenzia come, oltre al merito del processo, esistano dinamiche più ampie che riguardano gli interessi economici globali. Bonanni sottolinea l’importanza di non sacrificare la tutela della salute pubblica per interessi economici e di mantenere la giustizia come pilastro fondamentale nella lotta contro le conseguenze dell’amianto.

Eternit bis e la continua ricerca di giustizia

Oggi, il cosiddetto processo Eternit bis continua a tenere alta l’attenzione. Nonostante le condanne parziali (l’ultima del 2025 ha visto la riduzione della condanna a 9 anni) la possibile prescrizione rimane un rischio concreto per le vittime e per le comunità colpite.

Il dolore nei territori dell’amianto

A Casale Monferrato, a Cavagnolo e in tutti i territori colpiti dalla presenza Eternit, il numero dei morti per mesotelioma e altre patologie asbesto-correlate continua a crescere. Proprio mentre il reato veniva dichiarato prescritto. Per le comunità locali, quella decisione ha rappresentato il simbolo di una giustizia che forse non è stata in grado di tenere conto dei tempi lunghi delle malattie da amianto. Una contraddizione che pesa ancora oggi e che rende le nuove rivelazioni particolarmente dolorose.

Pressioni, immagine del Paese e interessi economici

Dalle comunicazioni emerge inoltre un’altra ipotesi particolarmente delicata: la strategia di far leva sull’impatto che una sentenza definitiva di condanna avrebbe potuto avere sull’immagine dell’Italia e sulla capacità di attrarre investimenti internazionali. Un argomento che, se confermato nel suo peso politico e culturale, racconta di un processo non isolato, ma inserito in una rete globale.

Giustizia ambientale e responsabilità collettiva

Le bonifiche incomplete, la presenza diffusa di amianto sul territorio nazionale e l’aumento continuo delle diagnosi impongono una risposta che sia giudiziaria, politica e sanitaria. «Senza verità non c’è prevenzione, senza giustizia non c’è tutela», conclude l’avv. Ezio Bonanni. «Il diritto alla salute non può soccombere davanti a equilibri di potere che nulla hanno a che fare con le vittime».

L’inchiesta di Report e le dichiarazioni di Ezio Bonanni accendono i riflettori sulla necessità di fare chiarezza e di garantire che la giustizia ambientale non venga mai compromessa da interessi esterni. Per le vittime dell’amianto, la verità e la prevenzione restano obiettivi fondamentali, che devono guidare ogni passo verso una società più giusta e sicura.

Eternit, RANUCCI report
Eternit, immagine dalla trasmissione Report