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Ricerca in Lettonia: idee sostenibili per l’amianto

Amianto e ricerca, immagine AI generata da Canva
Amianto e ricerca, immagine AI generata da Canva

Uno studio pubblicato recentemente da Janis Butkevics e Dzintra Atstaja ha analizzato la problematica amianto, concentrandosi in particolare sulla situazione della Lettonia e sulle possibili alternative al conferimento in discarica. Da sempre l’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’Avv. Ezio Bonanni è in prima fila sulle novità riguardanti la materiale e quindi anche della ricerca. Divulghiamo quindi i passaggi significativi della pubblicazione su Sustainability. 

La ricerca prende in esame sia gli aspetti ambientali sia quelli economici, sociali, tecnologici e normativi

L’Italia rappresenta uno dei casi citati dalla ricerca, anche se la parte empirica dello studio si concentra sulla Lettonia.

Come sappiamo nel 1992 l’Italia ha introdotto il divieto di utilizzo ed estrazione dell’amianto.  In Francia invece il divieto nazionale è stato introdotto nel 1996. La ricerca evidenzia inoltre la necessità di considerare anche la presenza naturale di rocce contenenti amianto, che ha richiesto attività specifiche di mappatura. In Svezia, si evidenzia una presenza significativa di materiali contenenti amianto negli edifici costruiti prima degli anni Ottanta. La Polonia rappresenta un altro caso rilevante. Nel Paese sarebbero presenti oltre 15 milioni di tonnellate di rifiuti contenenti amianto, con oltre il 90% costituito da materiali in cemento-amianto. In Lituania, invece, le stime riportate dalla ricerca arrivano a circa 4,5 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto.

Il ruolo della discarica nello smaltimento dell’amianto

Il conferimento in discariche autorizzate è ancora una delle principali modalità di gestione dei rifiuti contenenti amianto.

Questa soluzione consente di confinare il materiale in strutture sottoposte a requisiti specifici. Tuttavia, secondo gli autori dello studio, il deposito in discarica può essere considerato soprattutto una soluzione di contenimento.

La ricerca sottolinea quindi l’interesse verso tecnologie capaci di modificare in modo permanente la struttura delle fibre.

L’obiettivo è passare, quando tecnicamente ed economicamente possibile, dal semplice confinamento a un processo di inertizzazione.

Come identificare l’amianto prima della demolizione

Prima di una demolizione o di una ristrutturazione è importante conoscere la composizione dei materiali presenti nell’edificio. Questo consente di separare i materiali pericolosi dagli altri rifiuti da costruzione e demolizione.

Tra le tecniche analizzate dalla letteratura citata nello studio figurano:

  • imaging iperspettrale, eventualmente combinato con metodi statistici come il PLS-DA;
  • fluorescenza a raggi X (XRF);
  • campionamento dei materiali e analisi di laboratorio.

La scelta della tecnica dipende dal progetto, dalle apparecchiature disponibili, dalle competenze degli operatori e dalla necessità di effettuare l’analisi sul posto oppure in laboratorio.

In alcuni casi può quindi essere utile combinare più tecniche.

Un ulteriore problema è costituito dall’assenza, in molti edifici esistenti, di informazioni digitali complete sui materiali e sui componenti costruttivi. Questo rende più difficile individuare rapidamente le sostanze potenzialmente pericolose.

Audit predemolizione e nuove tecnologie

L’audit pre-demolizione è un’ispezione approfondita di un edificio prima della sua demolizione o ristrutturazione per identificare, quantificare e classificare tutti i materiali presenti, inclusi quelli pericolosi.

Può comprendere l’analisi della documentazione disponibile e le ispezioni sul posto.

Tuttavia, la ricerca evidenzia che potrebbe non essere sufficiente per identificare ogni possibile fonte di contaminazione.

I tempi limitati dei progetti di demolizione possono inoltre rendere difficile effettuare inventari completi.

Per questo gli autori indicano nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale possibili strumenti di supporto.

L’imaging iperspettrale, in particolare, può essere impiegata per distinguere i materiali contenenti amianto da altri materiali  Si tratta di una tecnica analitica avanzata che combina la fotografia digitale e la spettroscopia per catturare lo spettro della luce di una scena diviso in centinaia di bande strette e continue.

Come deve essere gestita la rimozione dell’amianto

“La rimozione dei materiali contenenti amianto richiede procedure specifiche.” Dichiara l‘Avv. Ezio Bonanni commentando la ricerca. La quale conferma l’importanza di:

  •  una adeguata formazione degli operatori;
  • utilizzo di dispositivi di protezione individuale adeguati come respiratori, tute protettive, guanti;
  • monitoraggio della qualità dell’aria;
  • controlli sanitari periodici;
  • contenimento delle fibre durante le operazioni.

Per ridurre la possibilità di dispersione delle fibre durante la rimozione, i materiali possono essere bagnati con acqua prima della movimentazione. La letteratura analizzata considera anche l’utilizzo di soluzioni sigillanti specifiche come alternativa o integrazione alla bagnatura.

La gestione dei rifiuti contenenti amianto deve rispettare regole specifiche

Nella ricerca si prendono in considerazione trattamenti in grado di modificare la struttura dell’amianto e ridurne o eliminarne le caratteristiche pericolose.

Sono state analizzate procedure di stabilizzazione, inertizzazione. Oltre a vari  trattamenti chimici, termici, biologici e meccanici.

Stabilizzazione e inertizzazione: qual è la differenza?

La stabilizzazione punta principalmente a ridurre la possibilità di dispersione delle fibre.L’amianto, tuttavia, rimane sostanzialmente presente. L’inertizzazione*, invece, mira a modificare la struttura cristallochimica delle fibre fino a trasformarle in un materiale non fibroso.

Questa seconda strada sembrerebbe essere particolarmente interessante per l’economia circolare. Se il materiale trattato raggiunge caratteristiche adeguate e viene certificato secondo le norme applicabili, può infatti diventare potenzialmente utilizzabile come materia prima secondaria.

Trattamento chimico dell’amianto

I trattamenti chimici utilizzano specifici reagenti per modificare o disgregare la struttura delle fibre. La ricerca cita, tra gli esempi studiati in laboratorio, l’utilizzo di acidi organici e inorganici per trattare il crisotilo.

Alcuni esperimenti hanno prodotto sali di magnesio e silice amorfa come prodotti finali.

I risultati sperimentali sono interessanti, ma esistono ancora ostacoli importanti.

Tra questi rientrano la sicurezza nella gestione delle sostanze chimiche, la difficoltà di gestione dei residui secondari. Oltre a i notevoli costi di processo e la difficoltà nel passaggio dalla scala di laboratorio alla produzione industriale.

Trattamento termico

Secondo i ricercatori il trattamento termico dell’amianto potrebbe essere una delle soluzioni considerate più mature dalla letteratura analizzata. La ricerca esamina diverse tecnologie, tra cui: processi idrotermali, microonde, sistemi al plasma, vetrificazione,pirolisi.

Gli studi citati indicano che temperature superiori a 700 °C possono produrre importanti modificazioni strutturali. Altri risultati riportati nella ricerca indicano che la calcinazione del cemento-amianto intorno ai 1000 °C potrebbe distruggere la struttura pericolosa dell’amianto.

L’utilizzo di sistemi alimentati da energie rinnovabili o di tecnologie a basse emissioni potrebbe contribuire, secondo la ricerca, a migliorare la sostenibilità dei processi termici.

 La vetrificazione al plasma: il caso INERTAM

Uno degli esempi più avanzati citati nello studio è l‘impianto INERTAM di Morcenx, in Francia.

La struttura è operativa dal 1999 e utilizza una tecnologia basata su torce al plasma. Le temperature possono superare i 1500 °C. Ed il processo porta alla vetrificazione dei rifiuti contenenti amianto.

Il materiale risultante, commercializzato con il nome Cofalit, è stato certificato come non pericoloso secondo quanto riportato nella ricerca e può essere utilizzato in alcune applicazioni di ingegneria civile, come materiale di riempimento.

Il caso è particolarmente interessante perché mostra come un rifiuto pericoloso possa essere trasformato, attraverso un trattamento adeguato, in un materiale potenzialmente utilizzabile.

Tuttavia, i costi di investimento e di gestione rimangono un ostacolo alla diffusione su larga scala.

Le possibilità dei trattamenti biologici

La ricerca prende in considerazione anche approcci biologici.

Alcuni microrganismi e i siderofori prodotti da funghi e batteri sono stati studiati per il trattamento di materiali e terreni contaminati. Sono state inoltre analizzate le potenzialità di piante e metaboliti vegetali.

Tuttavia, si tratta ancora di un settore in fase iniziale. Sono necessarie ulteriori ricerche prima di poter valutare.

Il trattamento meccanico non è sufficiente da solo

Anche la macinazione è stata studiata come possibile passaggio del trattamento.

La riduzione dimensionale può influenzare la reattività e la stabilità del materiale nelle fasi successive. Tuttavia, la ricerca sottolinea che il trattamento meccanico, considerato da solo, non è normalmente sufficiente per neutralizzare completamente i rischi associati all’amianto.

Può invece essere valutato come fase preparatoria per altri trattamenti, compresi quelli termici.

Il caso della Lettonia

Come anticipato la parte empirica dello studio si concentra sulla Lettonia.

Dal 1° gennaio 2001 il Paese ha vietato la commercializzazione e l’utilizzo dell’amianto e dei prodotti contenenti amianto. La Lettonia non dispone di depositi naturali di amianto. I materiali presenti derivano quindi principalmente dall’importazione di fibre o di prodotti finiti.

Una valutazione del 2023 ha stimato la presenza di circa 1 milione di tonnellate di coperture in cemento-amianto nel patrimonio edilizio lettone.

Le quantità variano molto tra i diversi territori. Le concentrazioni più elevate indicate nello studio riguardano Riga e la regione di Dienvidkurzeme, con stime rispettivamente di circa 49.000 e 53.000 tonnellate.

Circa il 60% delle coperture contenenti amianto si troverebbe su edifici non residenziali e il restante 40% su edifici residenziali.

La superficie media stimata di una copertura in cemento-amianto è di circa 140 metri quadri. Al 1° gennaio 2022, la superficie complessiva stimata delle coperture in cemento-amianto raggiungeva circa 83,6 milioni di metri quadri.

## Le regole per la gestione dei rifiuti pericolosi

La ricerca richiama quattro principi fondamentali:

Tracciabilità

I rifiuti pericolosi devono poter essere seguiti attraverso il loro percorso di gestione, con documentazione verificabile.

Divieto di miscelazione

I rifiuti pericolosi non devono essere miscelati con altre tipologie di rifiuti quando ciò compromette una gestione corretta o altera la classificazione.

Etichettatura e imballaggio

I materiali devono essere identificati, confezionati e gestiti secondo i requisiti previsti.

Impianti specifici

Gli impianti destinati al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti pericolosi devono rispettare requisiti specifici per ridurre i rischi ambientali e sanitari.

Il costo dello smaltimento può rappresentare un ostacolo

In Lettonia, secondo i dati riportati nello studio, i rifiuti contenenti amianto possono essere conferiti in dieci discariche autorizzate. (Ricordiamo che in Italia sono attualmente 15, n.d.r).

Come per tutti i Paesi del mondo la ricerca segnala che il rischio di costi elevati possano incentivare comportamenti non conformi, come il conferimento improprio o la classificazione errata dei rifiuti.

“E’ da sottolineare che come per l’Italia e a livello internazionale, i costi sanitari superano di gran lunga i costi di prevenzione, bonifica, messa in sicurezza ed eliminazione”. Continua Bonanni commentando la ricerca.

 Il sondaggio: cosa pensano le famiglie

La ricerca ha utilizzato un approccio misto, combinando analisi della letteratura, documenti normativi, dati quantitativi e interviste qualitative.

Il sondaggio ha coinvolto 2005 persone residenti in Lettonia, di età compresa tra 18 e 75 anni.

Il 67% dei partecipanti aveva avuto esperienza diretta con attività di costruzione, ristrutturazione, demolizione o lavori sul proprio terreno o su quello della famiglia.

Il questionario comprendeva 65 domande relative alla gestione dei rifiuti, alle pratiche di smaltimento, alla conoscenza dei rischi ambientali e alla disponibilità a pagare per servizi di gestione più sostenibili.

Uno dei risultati più interessanti riguarda la distanza tra ciò che le persone sanno e ciò che dichiarano di voler fare.

L’81% degli intervistati ha riconosciuto che le coperture contenenti amianto devono essere considerate rifiuti pericolosi e separate dagli altri materiali da costruzione.

Tuttavia, il 28% ha dichiarato di considerare il riutilizzo delle lastre contenenti amianto nella propria proprietà (dato piuttosto allarmante).

Solo il 53% ha indicato l’intenzione di utilizzare servizi professionali per la gestione dei rifiuti contenenti amianto.

Secondo gli autori, questi dati mostrano la necessità di intervenire non soltanto sull’informazione, ma anche sull’accessibilità economica e pratica dei servizi di smaltimento.

Cosa hanno evidenziato le interviste agli esperti

La seconda parte della ricerca empirica ha coinvolto otto stakeholder*, intervistati tra gennaio e marzo 2025.

Il gruppo comprendeva tre rappresentanti di organismi regolatori, tre dirigenti di aziende di gestione dei rifiuti e due consulenti ambientali specializzati in rifiuti pericolosi.

Tutti gli otto esperti hanno evidenziato la necessità di considerare con attenzione il superamento della dipendenza dalla discarica.

Sette esperti su otto hanno indicato come ostacolo la mancanza di una visione nazionale chiara verso un futuro senza amianto.

Sei su otto hanno segnalato l’assenza di incentivi sufficienti all’innovazione e di percorsi regolatori chiari per la classificazione dei materiali trattati.

Il tema economico è stato indicato da tutti gli otto esperti

La realizzazione di impianti avanzati per il trattamento dell’amianto richiede investimenti elevati. Per un Paese con volumi relativamente limitati, un impianto nazionale potrebbe quindi incontrare difficoltà economiche.

Gli autori indicano per questo la possibilità di sviluppare forme di cooperazione regionale, soprattutto tra Paesi vicini.

Una struttura condivisa potrebbe aumentare i volumi trattati e migliorare le economie di scala.

Naturalmente, una simile soluzione richiederebbe accordi normativi, logistici e tecnici tra i Paesi interessati.

Come finanziare la rimozione dell’amianto

Il finanziamento è uno dei punti centrali dello studio.

Il sondaggio mostra che il 91% degli intervistati sostiene un’iniziativa finanziata dallo Stato per favorire la rimozione dell’amianto.

Tra le possibilità discusse dagli autori compare una tassazione differenziata dei rifiuti conferiti in discarica.

Anche in Italia gli incentivi fiscali sono tra le soluzioni proposte da Bonanni.

L’obiettivo sarebbe utilizzare gli strumenti fiscali per incentivare una gestione più sostenibile dei materiali riciclabili e, contemporaneamente, generare risorse da destinare alla gestione dei rifiuti pericolosi.

La struttura concreta di un simile sistema dovrebbe comunque essere valutata sulla base del quadro normativo ed economico di ciascun Paese.

Per il futuro, sarà quindi necessario combinare prevenzione, informazione, finanziamenti, competenze tecniche, innovazione tecnologica e regole chiare.

Tra gli obiettivi oltre a sviluppare sistemi capaci di ridurre progressivamente il rischio associato a questo materiale c’è il sogno quindi di trasformare un rifiuto problematico in una risorsa gestibile secondo i principi dell’economia circolare.

 

Amianto, Esercito e Vigili del Fuoco: mesotelioma e vittima del dovere, vicenda in appello

statua della giustizia
Giustizia (Foto free di Frank Magdelyns da Pixabay)

Una lunga storia professionale tra Esercito e Vigili del Fuoco, l’esposizione all’amianto e, molti anni dopo, la diagnosi di mesotelioma pleurico. È la vicenda esaminata dal Tribunale di Catania nella sentenza n. 1935/2026, pubblicata il 29 aprile 2026.

Il caso riguarda un ex dipendente dei Vigili del Fuoco di Catania, indicato negli atti con le iniziali C.R.L.M., deceduto nel dicembre 2023 all’età di 72 anni.

Il Tribunale ha riconosciuto il rapporto tra l’esposizione professionale ricostruita nel corso del giudizio e la patologia, riconoscendo inoltre all’uomo lo status di equiparato alle vittime del dovere.

La decisione, tuttavia, è stata impugnata dai Ministeri della Difesa e dell’Interno. La controversia proseguirà quindi nei successivi gradi di giudizio.

Amianto, una storia di esposizione iniziata nell’Esercito

La ricostruzione contenuta nella pronuncia prende in esame diversi periodi della vita lavorativa dell’uomo.

Il primo risale al servizio militare di leva nell’Esercito, dove svolgeva mansioni di “marconista carro”. Secondo quanto esaminato dal giudice, durante quel periodo il militare sarebbe entrato in contatto con mezzi, apparati e materiali che all’epoca potevano contenere amianto.

L’esposizione non si sarebbe però limitata agli anni del servizio militare.

Successivamente, infatti, l’uomo iniziò la propria lunga attività professionale nei Vigili del Fuoco di Catania.

Quarant’anni nei Vigili del Fuoco

Per circa quattro decenni l’uomo prestò servizio presso il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco.

In una prima fase lavorò nell’area destinata alle attività di rimessa. In seguito si occupò anche di interventi di riparazione e manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche.

È proprio questa lunga attività lavorativa a essere stata analizzata nel procedimento.

La sentenza ha preso in considerazione la documentazione disponibile, le testimonianze raccolte e gli elementi emersi dalla consulenza tecnica d’ufficio.

Il quadro ricostruito nel processo ha portato il Tribunale a riconoscere un ruolo concausale dell’esposizione all’amianto nell’insorgenza della malattia.

La diagnosi di mesotelioma pleurico

Il 16 dicembre 2019 arrivò la diagnosi di mesotelioma pleurico di tipo epitelioide.

Si tratta di una neoplasia strettamente associata all’esposizione alle fibre di amianto e caratterizzata, spesso, da una lunga latenza tra esposizione e comparsa della malattia.

L’uomo è morto il 28 dicembre 2023, circa quattro anni dopo la diagnosi.

Nel procedimento giudiziario sono stati quindi ricostruiti sia la storia professionale sia i diversi periodi nei quali, secondo gli elementi acquisiti, sarebbe avvenuta l’esposizione.

Il ruolo della prevenzione del rischio amianto

Un altro aspetto esaminato nella sentenza riguarda le misure di prevenzione.

Secondo quanto riportato nel provvedimento, nel corso del giudizio non sarebbe stata fornita dimostrazione sufficiente dell’adozione, durante i periodi considerati, di adeguate misure di protezione specificamente riferite al rischio amianto.

Il giudice ha inoltre esaminato gli aspetti relativi all’informazione dei lavoratori, ai dispositivi di protezione e alla sorveglianza sanitaria.

Si tratta di elementi particolarmente importanti nelle controversie riguardanti le esposizioni professionali, soprattutto quando la malattia compare molti anni dopo il periodo lavorativo.

Il riconoscimento come vittima del dovere

Il Tribunale di Catania ha quindi accolto in larga parte il ricorso e ha riconosciuto la posizione dell’uomo nell’ambito della tutela prevista per le vittime del dovere.

Dopo la morte, la controversia è stata portata avanti dalla vedova, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

Il riconoscimento giudiziario comporta conseguenze anche sul piano dei benefici spettanti ai familiari, secondo quanto stabilito dalla normativa applicabile.

La decisione è stata impugnata

La sentenza di primo grado non rappresenta però la conclusione della vicenda.

Il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno hanno proposto impugnazione, contestando la decisione del Tribunale.

Sarà quindi il giudizio di appello a stabilire se il riconoscimento ottenuto in primo grado verrà confermato, modificato o eventualmente riformato.

Bonanni: «Dietro ogni causa ci sono vite distrutte e famiglie»

Sulla vicenda è intervenuto l’avvocato Ezio Bonanni, che assiste la vedova e che da anni segue procedimenti riguardanti l’esposizione professionale all’amianto:

«Dietro ogni causa ci sono vite distrutte e famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo. Le istituzioni dovrebbero essere le prime a riconoscere il sacrificio dei propri uomini, non costringere le loro famiglie a estenuanti battaglie per ottenere giustizia».

Amianto e mesotelioma: il problema della lunga latenza

La vicenda richiama ancora una volta uno degli aspetti più complessi delle malattie correlate all’amianto: il lungo intervallo di tempo tra l’esposizione e la comparsa della patologia.

Una persona può essere stata esposta alle fibre durante il periodo lavorativo e ricevere una diagnosi molti decenni più tardi.

Questo rende particolarmente importante ricostruire la storia professionale, gli ambienti di lavoro, le mansioni svolte e i materiali utilizzati.

Nel caso esaminato dal Tribunale di Catania, proprio la ricostruzione dei diversi periodi di servizio ha avuto un ruolo nel procedimento.

La battaglia giudiziaria continua

Con l’impugnazione dei Ministeri, la vicenda passa ora a una nuova fase.

L’eventuale conferma del riconoscimento ottenuto in primo grado sarà quindi affidata al giudizio di appello.

 

Sospiro (CR) 166mila euro per eliminare l’amianto dal centro sportivo Jumbo

Fotovoltaico
Fotovoltaico (Foto free di andreas160578 da Pixabay)

Il Comune di Sospiro, in provincia di Cremona, prepara la candidatura al bando regionale per la bonifica dell’amianto negli edifici pubblici. Il progetto riguarda la copertura degli spogliatoi del centro sportivo comunale Jumbo e comprende anche un nuovo impianto fotovoltaico.

Un intervento da 166mila euro per rinnovare la copertura e rimuovere i manufatti contenenti amianto.

È questo il contenuto del progetto esecutivo già approvato dall’amministrazione comunale, che sarà candidato al bando regionale dedicato alla rimozione e alla sostituzione dell’amianto negli edifici pubblici.

L’avviso prevede la possibilità di ottenere un contributo a fondo perduto fino al 100% della spesa ammissibile, con un tetto massimo fissato a 350mila euro.

Via la copertura in cemento-amianto

Il progetto nasce dalla relazione tecnica e dalla valutazione dello stato di conservazione della copertura esistente.

I lavori prevedono innanzitutto la rimozione e lo smaltimento di poco più di 275 metri quadrati di copertura in cemento-amianto.

Successivamente sarà interessata dai lavori anche la tettoia sul lato nord dell’edificio, che verrà smontata e poi riposizionata.

Il progetto prevede inoltre la realizzazione di una nuova struttura di supporto composta da profili omega in acciaio zincato, sulla quale sarà installata la nuova copertura.

Pannelli coibentati

Il nuovo manto sarà costituito da pannelli coibentati, con lamiera esterna effetto coppo e finitura di colore rosso.

L’intervento comprende anche il rifacimento degli elementi destinati alla raccolta e allo smaltimento delle acque piovane, con la sostituzione di canali di gronda, pluviali, converse e scossaline in lamiera.

Non si tratta quindi soltanto della rimozione del materiale esistente, ma di una riqualificazione complessiva della copertura degli spogliatoi.

 Previsto anche un impianto fotovoltaico

Tra le opere inserite nel progetto figura anche la realizzazione di un impianto fotovoltaico.

L’intervento combina quindi la bonifica della copertura con lavori finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica dell’edificio che ospita gli spogliatoi del centro sportivo.

Il costo complessivo previsto è di 166mila euro. La scadenza per presentare la candidatura al bando regionale è fissata al 10 novembre 2026, mentre la graduatoria definitiva degli interventi finanziati è attesa entro la fine di marzo 2027.

Il progetto si inserisce nella riqualificazione del centro sportivo

Secondo una delle fonti per il vicesindaco di Sospiro Mauro Demicheli, il progetto costituisce un ulteriore tassello del percorso di riqualificazione avviato dall’amministrazione comunale nel centro sportivo.

L’intervento sugli spogliatoi è solo uno altri lavori già realizzati o programmati nel polo sportivo, tra cui interventi sugli impianti e attività di messa in sicurezza delle tribune in relazione alla normativa vigente.

Sempre secondo quanto dichiarato dal vicesindaco, una volta completato anche questo intervento, non dovrebbero rimanere altri edifici comunali con componenti in amianto.

 

Amianto e USA, bonifica ex Baker School: esempio per il recupero degli edifici

USA e amianto, foto Canva Ai generated
USA e amianto, foto Canva Ai generated

La decisione del Comune di Sparta (Stato Tennesee, USA) di finanziare la rimozione dell’amianto dall’ex Baker School riporta al centro il tema della bonifica degli edifici: il riconoscimento pubblico potrebbe inoltre contribuire a creare una competizione positiva tra enti e territori. Un intervento che potrebbe diventare un modello per incentivare il recupero di immobili da tempo inutilizzati.

Bonifica dell’amianto: il progetto per l’ex Baker School

La decisione è stata presa durante una recente riunione del consiglio comunale. Secondo quanto riferito dall’amministrazione, alla gara hanno partecipato sei imprese.

L’intervento riguarda in particolare le attività necessarie a mettere in sicurezza gli spazi interni e a preparare l’immobile per eventuali lavori successivi.

Il finanziamento arriva da un contributo pubblico destinato agli interventi ambientali. La disponibilità delle risorse, tuttavia, non sarebbe sufficiente a coprire l’intero processo di demolizione o di riqualificazione dell’edificio.

 Un primo passo verso la riqualificazione dell’area

La rimozione dell’amianto costituisce una fase preliminare importante quando si interviene su strutture datate che contengono materiali potenzialmente pericolosi come l’asbesto.

Nel caso dell’ex Baker School, l’amministrazione ha spiegato che le modalità con cui verrà effettuata la bonifica potranno incidere sulle successive operazioni edilizie.

L’obiettivo dichiarato dal Comune è arrivare, nel lungo periodo, alla completa liberazione dell’area. Per raggiungere questo risultato potrebbero essere necessari ulteriori finanziamenti.

L’amministrazione sta quindi valutando la possibilità di individuare altre fonti di sostegno economico.

Perché finanziare le bonifiche e premiarle è importante

Molti immobili pubblici o privati rimangono inutilizzati per anni perché la presenza di amianto o di altri materiali da bonificare rende particolarmente costoso avviare un intervento.

Il problema può creare un circolo vizioso: l’edificio non viene recuperato perché la bonifica è costosa e, allo stesso tempo, il passare degli anni può aumentare le difficoltà tecniche ed economiche dell’intervento.

Per tale motivazione strumenti di finanziamento pubblico dedicati alla rimozione dei materiali pericolosi possono rappresentare un incentivo concreto.

Come detto aspetto particolarmente interessante è la possibilità di trasformare iniziative di questo tipo in un modello di incentivo alle bonifiche.

La premiazione o il riconoscimento pubblico dei Comuni, delle imprese o degli enti che completano interventi di rimozione dell’amianto potrebbe contribuire a valorizzare le amministrazioni che affrontano il problema.

Un eventuale sistema di “Bonifica Awards”, ad esempio, potrebbe premiare progetti capaci di combinare sicurezza, sostenibilità, recupero del territorio e trasparenza nell’utilizzo dei finanziamenti.

Oltre il premio simbolico

Un programma strutturato potrebbe prevedere anche maggiore visibilità ai progetti virtuosi, accesso a percorsi di assistenza tecnica, riconoscimenti economici o punteggi aggiuntivi nei successivi programmi di finanziamento.

L’idea, in questo senso, sarebbe quella di trasformare una bonifica necessaria in un’opportunità per stimolare nuove iniziative.

Dalla rimozione dell’amianto al recupero degli spazi

La bonifica, da sola, non risolve necessariamente tutti i problemi di un edificio abbandonato.

Nel caso dell’ex Baker School, le risorse attualmente disponibili sono destinate alla fase relativa all’amianto e non sarebbero sufficienti per completare tutte le operazioni necessarie alla demolizione dell’immobile.

È proprio questo uno dei nodi più frequenti nei progetti di recupero.

Per ottenere risultati duraturi occorre infatti collegare la bonifica a un progetto successivo: demolizione, ristrutturazione, nuova destinazione d’uso o riqualificazione dell’area.

Un finanziamento iniziale può quindi rappresentare il punto di partenza di un percorso più ampio.

Anche altri interventi entrano nell’agenda del Comune

L’obiettivo potrebbe essere quello di rendere più conveniente, più rapido e più trasparente intervenire sugli edifici problematici, trasformando aree degradate o inutilizzate in nuovi spazi per la comunità.

La bonifica dell’ex Baker School potrebbe quindi essere letta non soltanto come un intervento locale, ma come uno spunto per discutere di politiche più ampie sulla sicurezza degli edifici, sulla rimozione dell’amianto e sul recupero del patrimonio immobiliare.

Ex Circolo Artisti: la precisazione dello storico staff

musica, circolo
e musica (foto free di William Gallardo da Pixabay)

In un precedente articolo avevamo ripreso la notizia della possibile riapertura del Circolo degli Artisti in seguito alla chiusura.

Ma il Circolo degli Artisti non tornerà a via Casilina Vecchia 42. A chiarirlo è lo stesso staff dello storico spazio culturale romano, che ha diffuso una lunga presa di posizione sul futuro dell’area e sulle attività previste dai nuovi assegnatari.

Secondo il Circolo, però, il progetto annunciato non rappresenterebbe una prosecuzione della precedente esperienza culturale.

 Il nuovo progetto e la distanza dal passato

Il punto centrale della replica riguarda proprio l‘identità dello spazio.

Lo staff sostiene che il soggetto che si appresta a utilizzare l’area non abbia alcun legame con il Circolo degli Artisti, con i suoi soci o con i precedenti collaboratori.

Particolare attenzione viene riservata anche al programma annunciato per la nuova gestione. Tra le attività indicate ci sarebbero eventi musicali all’aperto e la proiezione di incontri sportivi.

Secondo il Circolo, si tratterebbe di una proposta profondamente diversa da quella che per anni ha caratterizzato via Casilina Vecchia, basata invece su musica, arti, spettacolo e sperimentazione culturale.

La trasformazione dello storico spazio

Uno degli aspetti maggiormente contestati riguarda la trasformazione degli spazi esterni.

Secondo quanto afferma lo staff, nel corso degli interventi sarebbero state eliminate numerose piante, strutture e allestimenti che contribuivano all’identità del luogo.

Per chi ha frequentato il Circolo degli Artisti, infatti, il parco e gli ambienti esterni costituivano una parte importante dell’esperienza.

Il riferimento è anche al viale dei ciliegi, diventato negli anni uno degli elementi caratteristici del complesso.

Lo staff sostiene che sarebbe stato possibile valutare soluzioni alternative, come la conservazione del patrimonio vegetale e la realizzazione di un progetto ambientale e culturale più ampio.

La chiusura del Circolo e le conseguenze

Nel lungo intervento viene ricordata anche la storia della chiusura dello storico locale romano.

Il Circolo sostiene di essere stato al centro, negli anni, di una campagna mediatica che avrebbe contribuito alla fine dell’attività. Lo staff nella loro pagina facebook sottolinea inoltre che le vicende giudiziarie richiamate nel comunicato si sarebbero concluse, secondo quanto affermato, con assoluzioni o proscioglimenti per i soggetti coinvolti (tra cui anche questioni relative all’amianto).

La chiusura avrebbe avuto conseguenze anche sul piano occupazionale.

La richiesta al Comune di Roma

Nel suo intervento lo staff racconta di aver chiesto all’amministrazione capitolina di riesaminare la vicenda alla luce degli sviluppi giudiziari citati.

La richiesta sarebbe stata rivolta, tra gli altri, agli uffici e agli esponenti politici competenti sul patrimonio comunale.

L’obiettivo indicato è verificare se esistano ancora le condizioni giuridiche per una possibile restituzione degli spazi ai precedenti aventi diritto.

Il progetto “Circolo degli Artisti 3.0”

La replica non si limita alle critiche.

Lo staff sostiene infatti di aver elaborato un nuovo progetto denominato “Circolo degli Artisti 3.0”, pensato per riportare negli spazi una proposta culturale multidisciplinare.

L’idea, secondo quanto spiegato, sarebbe quella di coinvolgere band romane, musicisti e artisti appartenenti a diverse discipline, creando un luogo dedicato alla produzione culturale contemporanea.

Non un semplice locale, quindi, ma un progetto rivolto alla città e agli operatori del settore.

Lo staff afferma inoltre di voler sottoporre direttamente la proposta al sindaco di Roma Roberto Gualtieri, ricordando anche una sua precedente esperienza musicale al Circolo.

Il nodo economico del patrimonio pubblico

Un’altra parte importante della presa di posizione riguarda la gestione economica del patrimonio comunale.

Tra cui gli affitti non incassati durante il periodo successivo alla chiusura, i costi degli interventi effettuati sull’area.

 L’appello al sindaco Gualtieri

La parte conclusiva dell’intervento è rivolta direttamente al Campidoglio.

Lo staff chiede al sindaco Roberto Gualtieri di prestare attenzione alla vicenda e di valutare la possibilità di un confronto diretto sul progetto culturale.

Il Circolo afferma di voler continuare a chiedere chiarimenti anche durante la prossima fase politica cittadina, qualora non fosse possibile ottenere un incontro attraverso i normali canali istituzionali.

La richiesta principale rimane quella di fare chiarezza sulla gestione dell’area e sulle decisioni assunte nel corso degli anni.

 Una vicenda non ancora conclusa

Il messaggio dello staff si conclude con un ringraziamento alle persone che negli anni hanno frequentato il Circolo degli Artisti.

Per i suoi promotori, quello spazio ha rappresentato un punto di incontro tra musica, arte, spettacolo e sperimentazione, con una particolare attenzione alla scena indipendente e alle nuove forme espressive.

Il Circolo annuncia infatti nuovi approfondimenti e ulteriori ricostruzioni sulla propria pagina Facebook, con l’intenzione di ripercorrere le diverse fasi della storia degli spazi di via Casilina Vecchia