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Sport come diritto alla salute

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Sport come diritto alla salute: Editoriale a cura di Ruggero Alcanterini già direttore de “L’Eco Del Litorale”

Sport: la pratica motoria salverà la salute dei cittadini

E sì, pensa che ti ripensa, ravanando tra gli editoriali di Presenza Nuova nel novembre del 1982, ho ripescato quello di Gianni Usvardi, “LO SPORT ORA E’ IN CAMPO APERTO” e il mio “AUTONOMIA SI’, CORPORAZIONE NO”, scritti all’indomani della Conferenza Nazionale dello Sport, organizzata dall’ora Ministro del Turismo con delega allo Sport, Nicola Signorello nella sede di Confindustria all’EUR.

Devo confermare che l’aria che tirava tra i millecinquecento partecipanti era proattiva, positiva. Se gli stessi beneficiari della riforma CONI e Federazioni non si fossero messi stupidamente di traverso con il supporto della stampa sportiva che cavalcava l’antico slogan de “Lo Sport Agli sportivi”, oggi la pratica motoria nel nostro Paese, nella scuola e nei territori, avrebbe un profilo sicuramente diverso, molto più vicino a quel concetto di qualità della vita che ora continuiamo a invocare.

Quella fu la vera grande occasione in cui immettere direttamente la sapienza e l’esperienza del mondo sportivo in una Legge dello Stato sarebbe stato possibile. Oggi, siamo in attesa dei Decreti Attuativi della Legge Delega approvata in Parlamento e firmata dal Capo dello Stato l’8 agosto dello scorso anno, Decreti della cui elaborazione si sta occupando il Ministro Vincenzo Spadafora in assoluta autonomia, con il suo staff. Siamo fiduciosi nelle buone intenzioni, ma l’Associazionismo Sportivo? L’Associazionismo è impegnato nella elaborazione di progetti suscettibili di finanziamento pubblico e mirati alla ripartenza post COVID 19. È un momento un po’ così…

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…Siamo seduti in cima a un paracarro
E stiamo pensando agli affari di noi
Tra una moto e l’altra c’è un silenzio
Che descrivere non saprei

Oh, quanta strada nei nostri sandali
Quanta ne avrà fatta Bartali
Quei nasi tristi come una salita
Quegli occhi allegri da italiani in gita…

L’affaire libico e i corsari barbareschi

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L’affaire libico e i corsari barbareschi in Italia: Editoriale a cura di Ruggero Alcanterini già direttore de “L’Eco Del Litorale”

Se Macron urla, Erdogan ringhia e Abdel Fattah al-Sisi si innervosice, Putin non dorme, la Lega Araba gli suona la sveglia e Israele veglia, l’Italia assiste basita. Impotente tanto quanto la NATO, l’ONU, l’OMS, l’UNESCO e l’Unione Europea. Pur se prima destinataria naturale, obbligata di tutti i rigurgiti e gli insulti possibili, con conseguenze commerciali, industriali, ambientali e non ultime antropiche, posto che, guerre guerreggiate o meno, i migranti economici prevalgono largamente sui profughi bellici e continuano ad essere oggetto di mercato con destinazione Italia, Covid o non Covid.

Insomma, noi siamo ad un tiro di schioppo da tutto questo sconquasso, a meno di mille chilometri da Tripoli, tanto quanto da Milano a Palermo, eppure lontani, esclusi brutalmente da chi ben più distante geograficamente si contende petrolio e gas senza mezzi termini, adesso con estensione dell’affaire della gestione del trasporto in Europa.

Oleodotti e gasdotti dunque in contrapposizione tra Asia ed Africa verso l’Europa, il vero motivo dello scontro, che rischia di andare ben oltre le schermaglie tribali tra gli “usurpatori” dei Ra’is Mu’ammar Gheddafi, il cui fantasma continua tormentare le coscienze di chi lo ha voluto morto in quel di Sirte il 20 ottobre del 2011, determinando cinicamente instabilità politica ed altre migliaia di vittime innocenti, salvo buon fine. Ma per capirci di più, mi sembra giusto ed opportuno rimandarvi alla storia, a quel che scrissi un paio d’anni fa…

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Il “Barbaresco” isolamento dello “stivale” Italia

Se non si trattasse di una seria realtà e se non ci riguardasse, sarei tentato di metterla sul ridere, ricavandone una e più barzellette. Purtroppo, questa storia dell’isolamento dell’Italia è tutta vera e non è questione di questi giorni, ma vecchia di anni, se non di secoli o millenni.

Adesso i “corsari barbareschi” hanno inteso cambiare il senso di marcia. Hanno deciso di prendere la gente ogni dove in Africa e catapultarla verso le nostre coste, piuttosto che venire a rapinare e rapire dalle nostre parti, come facevano cinque secoli fa Barbarossa ed il suo degno erede Thurgud Alì, detto Dragut.

Sul fatto che la condizione geografica faccia dell’Italia una ideale area tampone, cuscinetto o se preferite “lazzaretto” non ci piove. Sul fatto che, per necessità, dell’Italia si debba fare virtù, ovvero sacrificarla per salvare il resto d’Europa, a cominciare dalla Francia, mi pare non ci siano dubbi.

Vedete, potremmo parlare e discettare all’infinito su questioni di carattere socio-morale, di filosofia e di religione, ma non potremmo mai trovare soluzione al problema di questa pandemica trasfusione di umani da un continente all’altro, se non interrompendone il flusso forzato e doloso provocato e gestito da questa arcaica genia di predoni, che ha un consolidato bilancio, un curriculum strepitoso fatto di distruzioni, migliaia e migliaia di teste mozzate, di oltre un milione di europei ridotti in schiavitù tra il XIII e il XIX Secolo.

Ecco perché l’Italia non può non difendere le sue coste dai nuovi corsari barbareschi, che sono tornati ad assaltarla , utilizzando i poveri “migranti”. Ecco perché l’egoismo degli europei, francesi in testa, è fuori da qualsiasi giustificazione , se non quella di evitare il peggio, alzando il ponte levatoio.

La storia del “saraceno” Dragut

D’altra parte, serve a qualcosa ricordare che la situazione è precipitata nel 2011, dopo l’aggressione francese alla Libia ed il regolamento dei conti tra Sarkozy e Gheddafi, con la morte di quest’ultimo? Dunque, l’Italia, come Malta, non può che chiudere i porti e difendere il proprio territorio, in attesa che la Nato o qualcun altro stabilizzi la Libia, come del resto già fecero gli americani tra il 1801 e il 1815, inviando le loro navi da guerra.

D’altra parte, la storia dovrebbe farci riflettere sull’indole dei nostri dirimpettai. Ne volete un piccolo esemplificativo riassunto per quel che riguarda il “saraceno” Dragut, successore del terribile Barbarossa? Il 25 luglio 1546 il “corsaro” sbarcò a Laigueglia catturando tutti gli abitanti caricandoli sulle sue navi. Il 4 luglio 1549 assediò Rapallo , depredando la città e le chiese, portando via come schiave più di cento donne.

Nel 1552 assaltò Palmi e nel 1553 l’isola d’Elba , devastando i paesi di Capoliveri, Marciana, attaccando Portoferraio e mettendo sotto assedio Piombino. Quasi distrusse la città portuale di Terranova (attuale Olbia).Nel luglio del 1552, Dragut aveva assalito Camerota, facendo 400 vittime. Nel luglio del 1554 assediò per una settimana Vieste, all’estrema punta del Gargano, incendiandola e devastandola, decapitando 5000 persone sulla roccia ai piedi della Cattedrale detta “Chianca Amara”…

Morto nel 1565, durante l’ennesimo assalto a Malta, Dragut ora riposa – si fa per dire – a Tripoli, nella Moschea “Saray Dragut”. Il Monumento dei Quattro mori a Livorno celebra le vittorie riportate contro i corsari barbareschi alla fine del XVI secolo dall’Ordine dei cavalieri di Santo Stefano. Un Ordine corsaro cristiano appositamente creato a tale scopo, del quale il Granduca Ferdinando I de’ Medici era Gran Maestro.

Prima e seconda guerra barbaresca

Le navi mercantili americane erano vittime di continui atti di pirateria. Così nel 1784, il Congresso approvò la spesa di 60.000 dollari da versare come tributo agli Stati barbareschi. Il fatto che, ciò nonostante, si registrassero ancora degli attacchi, fu un motivo determinante per la costituzione della Marina Militare degli Stati Uniti. Comprendeva una delle più famose navi d’America, la fregata pesante USS Philadelphia.

Seguirono due guerre conosciute come Prima e Seconda guerra barbaresca (1801-1805 e 1815) vinte dagli Stati Uniti, grazie anche alle capacità del loro commodoro Stephen Decatur. Infine, le suggestioni “barbaresche” per l’arte nella più ampia capacità d’espressione: Il mercato degli schiavi di Jean-Léon Gérôme (1866): un classico esempio di “orientalismo” pittorico.

Poi i corsari barbareschi sono ancora protagonisti del romanzo di Emilio Salgari Le Pantere di Algeri (1903). Compaiono in numerosi altri romanzi di avventura, tra cui Robinson Crusoe, Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, Lo sparviero del mare di Rafael Sabatini, The Algerine Captive di Royall Tyler, Master and Commander di Patrick O’Brian e il Ciclo barocco di Neal Stephenson.

Miguel de Cervantes fu imprigionato nel bagno penale di Algeri per ben 5 anni dal 1575 al 1580. L’eco della sua esperienza si ritrova in alcuni suoi libri, tra cui Don Chisciotte della Mancia. In tale occasione conobbe e divenne amico del poeta siciliano Antonio Veneziano, cui nel 1579 dedicò dodici ottave di una sua epistola. Anche il melodramma ha rappresentato (spesso in modo fiabesco) gli ambienti della guerra di corsa. Per esempio Il ratto dal serraglio di Wolfgang Amadeus Mozart e L’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini.

L’Italia tagliata

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L’Italia tagliata: Editoriale a cura di Ruggero Alcanterini già direttore de “L’Eco Del Litorale”

Ma avete notato che il traffico in città sembra quello degli Anni Cinquanta del secolo scorso? Che le seconde file ai parcheggi sono sparite d’incanto? Che sportelli e negozi non ostentano file ? Beh, qui tutti tagliano.

Dunque, mentre a Genova ostinatamente si ricuce, con il passaggio della prima auto sul nuovo Ponte di Piano, a Roma si taglia addirittura per ipotesi, dopo il briefing al Casino del Bel Respiro.

Dal cuneo fiscale all’IVA, il balletto degli sforbiciatori si alterna alla quadriglia degli elargitori di bonus e redditi, al minuetto dei controllori, in un crescendo rossiniano di pronunciamenti e richiami, in vista degli election day del 20 – 21 settembre, in cui, tra il surreale e il reale, si metteranno in gioco parte dei governatori regionali e la sopravvivenza di un numero considerevole di parlamentari nazionali, con il referendum confermativo sul taglio, che ne ridurrebbe anche il relativo costo sin dalla prossima legislatura. Intanto si tagliano i voli con Linate chiuso e Malpensa al minimo, i posti con il distanziamento sui treni, che da Napoli in giù cambiano velocità e pelle.

Il COVID 19 sembra anche lui ridimensionato da un drastico taglio e andare in vacanza, trasferendo la virulenza verso mete esotiche e imponendoci scelte autarchiche per l’incipiente estate.

Insomma, passo passo, quatti quatti, stiamo trasformando il Bel Paese, l’Italia, in un taglia e cuci di antica sapienza artigiana, in uno “Smart Working Land”. Con la formula dell’ognuno a casa sua e dell’ognun per se e Dio per tutti, continueremo dunque per forza d’inerzia. Questa sembra essere la prospettiva ad un anno esatto da quanto scrissi, riflettendo sull’origine dei nostri mali attuali…

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Italia e l’Europa: dalla speranza all’angoscia

E sì care ragazze e ragazzi, quando presi la direzione di INTERSCAMBIO, nel 1993, eravamo a cinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, all’inizio della catastrofica “operazione tangentopoli”, di fatto ad oggi mai conclusa, in un continuo carosello tra guardie e ladri.

Proprio in quell’anno iniziava il nostro calvario, con la nascita dell’inedito asse franco-tedesco, alla faccia del trattato di Roma che ci vedeva protagonisti sin dal 1957.

Iniziava un processo di erosione della nostra stabilità, di isolamento, sino alla inevitabile fluttuazione della lira e all’avvio della nostra lunga interminabile caduta libera, giusto mentre partiva la rottamazione della Prima Repubblica d’Italia, facendo di quasi tutti i partiti e della politica storica, dei fondamentali della nostra economia, degli stessi pilastri italiani alla base dell’Unione Europea, un unico fascio da gettare alle ortiche o meglio sul rogo.

Così si rivelava la strategia di chi ci voleva ridimensionare, minimizzare, liquidando rapidamente la nostra intrapresa internazionale, chiudendo o svendendo quasi tutte le aziende a partecipazione statale, premessa per la cessione complessiva del brand italiano alla concorrenza.

Passando per una isterica crisi di sistema, obtorto collo avremmo versato addirittura il “Contributo straordinario per l’Europa”, ovvero la bellezza di quattromilatrecento miliardi delle vecchie lire per rispettare il Parametri del Trattato di Maastricht, impegnati dal Governo Prodi nel dicembre del ’96 e pagati in nove rate mensili dai lavoratori dipendenti e in due trance dagli autonomi italiani l’anno successivo.

Irreversibile catarsi socio-ambientale

Quella riduzione dello 0,6% del disavanzo statale di allora ci portò peraltro a mettere la testa sul ceppo predisposto da Kohl e Chirach. Infatti i successivi aggiustamenti per l’entrata in funzione dell’Euro (1 gennaio 2002) segnarono definitivamente il nostro tracollo.

Il cambio sfavorevole, il rifiuto di emettere l’Euro di carta, la decisione di partire dal valore di 5 (controvalore dei 10 marchi e dei 50 franchi) e la conseguente eliminazione di equivalenti per ben tre tagli delle nostre banconote in lire (1000, 2000, 5000) portò di fatto alla contrazione formale e sostanziale del valore della nostra economia, ad uno spasmo traumatico, ad una improvvisa aritmia del nostro benessere, riducendo drasticamente del cinquanta per cento gli stipendi, le pensioni ed i risparmi, mentre raddoppiavano le bollette, i biglietti della metro, il costo del cibo…

Dire che siamo stati e continuiamo ad essere vittime di una truffa colossale è nel percepito, nella stato delle cose che conta in assoluto, senza se e ma, anche rispetto a tutte le criptiche spiegazioni degli economisti e al delirio della nuova politica.

Il degrado, il crollo demografico, la scomparsa degli investimenti, la negazione del futuro, la guerra tra poveri, i ricorso alla svendita degli ultimi beni e riserve pubbliche testimoniano la negatività, se non la perversità di quel che accadde tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta del secolo scorso, il ventesimo, quello delle guerre mondiali e delle bombe atomiche, delle dittature e dei totalitarismi, del futurismo immaginario e della negazione del futuro reale con l’invenzione della plastica, il suicidio da amianto, l’industria senza remore sul fossile, lo sfruttamento intensivo e l’avvelenamento del Pianeta, l’inizio probabile possibile di una irreversibile catarsi socio-ambientale.

Tik Tok, la ripartenza

100 mila lire -Tik Tok
100 mila lire

Editoriale a cura di Ruggero Alcanterini già direttore de “L’Eco Del Litorale”

Beh, sì, non quel Tik Tok da ragazzi, che ha sdraiato Donald a Tulsa, ma il Tik Tok della “ripartenza”, che coincide con la chiusura al Bel Respiro, il Casino che l’Algardi inventò quattrocento anni fa per lo svago di Donna Olimpia e Innocenzo X, nella vigna dei Pamphilj, trasformata in Villa e che oggi è ancora nel ruolo per la strategia del tarocco.

In definitiva, sempre la stessa, la filosofica magia del barocco tarocco, quella che consentì di restituire il gradimento popolare al diruto e spogliato Stadio di Domiziano, trasmutato nella fantasmagorica Piazza Navona da Bernini in competizione con Borromini, come tante chiese, monumenti, strade, piazze e lo stesso San Pietro, con la leggerezza degli svolazzi e la cattiveria degli sberleffi, tra stucchi, travertino e riconversione di marmorei fasti imperiali.

Quel Tik Tok, che allora segnava il tramonto di una visione rinascimentale, nel tralignare della luce lasciata in pegno dal fuggitivo Michelangelo Merisi da Caravaggio, rovinato dalla passione per la pallacorda, oggi torna come segnale altrettanto dirimente e anticipatorio di un inesorabile inatteso passaggio epocale, anch’esso legato alla nebulosa socioeconomica da sempre compagna delle pandemie, che secoli fa erano pestifere e ricorrenti.

Da Garibaldi a Giuseppe Conte, lo spirito tricolore

Come ricordato, per oltre una settimana l’attuale padrone di casa, Giuseppe Conte, ha visto e dialogato con i tanti invitati agli Stati Generali dell’Economia, in un contesto che fu pure teatro di episodi cardine del nostro primo Risorgimento, della estrema difesa della Repubblica Romana e della prima bandiera tricolore, giusto il 3 giugno del 1849 e dove, oltre allo spirito di Giuseppe Garibaldi richiamato ogni mezzogiorno dal cannone del Gianicolo, continua aggirarsi proprio l’anima inquieta e vendicativa della “Papessa”. Non a caso, ad un tiro di schioppo dal suo Giardino Segreto, fa bella mostra la Porta di Tira Diavoli. Diciamo un manufatto celebrativo del predecessore Paolo V Borghese, pronubo di sventure e distintivo per la qualità dell’acqua traianea restituita ai romani nel 1612, situata all’inizio dell’antica Via Aurelia.

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Ecco, da quell’Arco posto a sostegno del ripristinato acquedotto, continua a passare la famosa Acqua Paola, quella che offenderebbe il gusto e difetta di potabilità, tanto da azzerarne il valore. E da quell’Arco parte ogni notte proprio l’indemoniata Donna Olimpia con il suo cocchio per terribili incursioni al centro della Città Eterna. Insomma, un bel contesto storico architettonico in cui ambientare le ipotesi sulla “ripartenza” che viene annunciata all’insegna di una nuova inventiva, che vada ben oltre l’idea di una semplice riforma.

Per l’appunto, oggi, sembra che riaprano gli uffici e molti dei consegnati allo smart working dovrebbero rientrare in trincea, compresi i quadri scelti di Sport e Salute e del CONI, alle prese con la gestione della post emergenza, non meno complicata della prima fase, in cui dobbiamo evitare di ricadere.

Riapriamo computer e faldoni. Leggiamo le carte. Mettiamo mano a nuovi progetti, tenendo ben presenti pregi e difetti di un passato prossimo, ma irrimediabilmente remoto, dopo il trauma del Coronavirus.

Tik Tok: l’importanza di non ricadere in errori

A proposito di Tik Tok e sulla importanza di non ricadere in errori, peccati ed omissioni fatali, vi voglio riproporre quel che cronisti e biografi coevi ricordano proprio a riguardo del citato Caravaggio, simbolica italica figura, icona delle nostre storiche Centomila Lire, virtuoso del pennello e non meno di spada e foul play. Karel van Mander, nel 1601, scriveva di lui:

“Quando ha lavorato per un paio di settimane, se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco, un servo di dietro e gira da un gioco di palla all’altro, molto incline a duellare e a far baruffe”…

Il 28 maggio del 1606, a quattro passi da Piazza Navona, alla Pallacorda, l’epilogo, secondo Giovanni Pietro Bellori, Sandro Corradini e Gaspare Celio :

“…venuto però a rissa nel gioco della palla a corda con un giovane suo amico, battutosi con le racchette, e prese l’armi, uccise il giovane, restando anch’egli ferito”… “la rissa fu per giuditio dato sopra un fallo, mentre si giocava alla racchetta”… “ma pigliandola nel gioco della palla con un certo Ranuccio da Terni, e venendo a costione seco, cagione che ne haveva havuta una racchettata esso Michele, ne restò occiso esso Ranuccio”.

COTRAL e amianto: condanna al risarcimento dei danni

Cotral
Cotral

Cassazione dichiara risarcibile danno psichico dalla Cotral

Con la sentenza della dott.ssa Chiara Serafini, giudice della XII Sezione civile del Tribunale di Roma, si condanna la Cotral per la morte di un manovale.

Il risarcimento, da parte della Cotral a favore della vedova, è di 294mila euro. Vincenzo è deceduto il 22 luglio del 2011 a causa di un carcinoma polmonare, provocato dall’inalazione di polveri e fibre di amianto.
Ha lavorato come manovale dal 1981 al 1992 nell’officina meccanica di Poggio Mirteto (Rieti) svolgendo varie mansioni.

Si occupava della manutenzione delle scale mobili delle stazioni della metropolitana della Cotral di Roma, in ambienti, allora, contaminati da polveri e fibre di amianto. Infatti, all’epoca, l’asbesto era utilizzato nella coibentazione delle carrozze, nei ferodi dei freni, in varie componenti della metropolitana e delle scale mobili.

Dunque, un’esposizione professionale alle fibre di asbesto superiore alle 100 ff/ll (fibre/litro) ha causato la morte di Vicenzo. L’INAIL, gli ha rilasciato, nel 2008, la certificazione che dimostra l’intensa e prolungata esposizione per oltre 10 anni.

Le polveri presenti nelle stazioni metro, all’interno della sala macchine, non venivano né bagnate né aspirate ma raccolte con la scopa provocando, così, la cosiddetta l’aerodispersione delle fibre. Vincenzo si occupava anche della manutenzione degli autobus (cambio dei ferodi, funzionalità dei freni, delle guarnizioni) e utilizzava, per rimuovere i residui di asbesto, una pistola ad aria compressa.

Questa era la causa della “nuvola di amianto”, le polveri si libravano nell’aria ed erano aspirate non solo da Vincenzo ma da tutti quelli che lavoravano con lui.

Accertamenti per il riconoscimento dei beni previdenziali

Per stabilire la veritiera esposizione in ambiente lavorativo si effettua sia la
ricostruzione dell’ambiente sia la valutazione di altri casi esposti.

La consulenza tecnica del dott. Antonio Catone del 19 marzo 2013, resa davanti al Tribunale di Frosinone – Sez. Lavoro, nel procedimento n. 3799/10 RG, dimostra, alla fine del suo elaborato,  l’esposizione del signor R. R., dipendente Cotral, durata fino al 31 dicembre 2003.

Un’altra consulenza, elaborata dall’ingegner Sabatini nel procedimento n. 1018/10 RG, ha accertato una esposizione qualificata di altro collega di lavoro di Vincenzo fino al 31 dicembre 2004.

Questo non solo conferma che si utilizza l’asbesto in quell’ambiente ma addirittura che l’esposizione è durata fino all’anno 2004

La storia di Vincenzo, dipendente Cotral

Negli atti, si richiamano solo alcune delle molteplici sentenze dei diversi tribunali e della Corte di Appello di Roma in favore dei lavoratori esposti in questa società. Eppure, si mette al bando l’amianto con la legge 257 del 1992.
Quindi, molte persone potevano essere informate, avrebbero potuto adottare mezzi di protezione individuale, ma non è stato così.

Il 29 ottobre, in seguito all’insorgenza di un dolore acuto alla clavicola sinistra, Vincenzo decise di andare in ospedale. In seguito ad accertamenti, si ricovera il giorno seguente al San Camillo di Rieti. A novembre, non era più in grado di compiere gli indispensabili atti quotidiani, a causa del carcinoma polmonare con metastasi ossee, celebrali ed epatiche. La documentazione fu trasmessa da Vincenzo all’INPS, per l’accertamento di invalidità civile.

Si riconosce come portatore di handicap in situazione di gravità e non autonomo (comma 3 art.3 L.104/92) e non autonomo (L. 18/80) (cfr. doc. 8 e 8 bis verbale definitivo INPS accertamento invalidità civile 28.12.2010);


A maggio del 2011 Vincenzo fu ricoverato al Policlinico A. Gemelli Di Roma. Dopo cicli di terapie e sofferenze fisiche e psicologiche Vincenzo è deceduto, in seguito all’aggravamento del tumore polmonare e della diffusione delle metastasi.

Tumore indenizzabile come malattia professionale

La moglie, decise di rivolgersi al prof. Pierluigi Bernardini, associato di Medicina del Lavoro presso l’Università Cattolica del  Sacro Cuore, specializzato in pneumologia e cardiologia, il quale sostenne l’origine professionale della neoplasia polmonare che aveva determinato la morte del marito.
Nella relazione, il professore, fece riferimento anche alle tabelle INAIL che, considerano il tumore indennizzabile come malattia professionale.

“Con atto INAIL del 13.01.2014 (cfr. doc. 17: Risposta INAIL 13.01.2014 con la quale si puntualizza che l’Ente ha ritenuto la sussistenza della riconducibilità causale del tumore al polmone del sig. Cecchini allo svolgimento della sua attività lavorativa presso la società convenuta in relazione al periodo dal 01.12.1981 al 31.12.92), veniva puntualizzato che “… il periodo considerato rilevante ai fini del riconoscimento della tecnopatia da amianto è stato esclusivamente quello intercorrente tra il 01.12.81 al 31.12.1992, periodo che peraltro è già stato oggetto di certificazione ex art.13 comma 8 L.257/92”: quindi l’ente ha ritenuto che il periodo rilevante ai fini causali dell’insorgenza del tumore polmonare è stato quello dall’01.12.81 fino al 31.12.92”.

Grazie all’Avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, legale che ha seguito il caso e che si batte per tutelare gli esposti all’asbesto, questa, come tante altre battaglie sono state vinte.

Le sofferenze del soggetto sono anche psichiche

La Corte di Cassazione, il 23 gennaio del 2014, ha, per la prima volta, individuato come categoria di danno non patrimoniale risarcibile il “danno da perdita della vita”.

Cosa significa?

Che la vittima ha il diritto di risarcimento a tutti i danni non patrimoniali: da quello biologico, morale a quello esistenziale.

Quanto al danno morale e alla sua quantificazione, deve essere osservato come non si possa ridurre unicamente alle “sofferenze fisiche e psichiche”, cui fanno riferimento le SS.UU. n. 26972, che attengono al dolore fisico e non al perturbamento interiore e alla lesione della dignità della persona umana e agli aspetti legati alla violazione delle norme di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione, come chiarito dalla medicina legale, la quale precisa che le sofferenze fisiche non confluiscono nel danno morale:

«Con la dizione “sofferenze fisiche e psichiche” si dovrebbero designare più propriamente le manifestazioni delle malattie del corpo e della mente, da sempre incluse nella nozione di danno biologico. Il “dolore intimo”, il “turbamento dell’animo”, la “sofferenza morale” meglio descrivono la componente emozionale del danno non patrimoniale: emozioni che generano sì sofferenza, anche profonda, ma che non rientrano nell’ambito della patologia».

Lo spavento emotivo e il dolore fisico

Purtroppo, le patologie di origine professionale, causano un grande shock fisico ed emotivo per la persona malata, come nel caso di Vincenzo, che ha saputo di aver lavorato a contatto con l’asbesto troppo tardi.

È stato esposto inconsapevolmente e questo provoca, dal punto di vista morale, abbattimento, rabbia e dolore.
Rabbia verso le persone che sapevano e non hanno parlato, paura per quello che ci aspetta, pensieri ossessivi sul fatto che tutto questo poteva essere evitato. E infine, dopo l’insorgenza del tumore, il dolore e la consapevolezza di dover lasciare i propri cari.

É questa la vera malattia. Non avere la consapevolezza di ciò che si fa e delle conseguenze delle proprie azioni. Ma, in questi casi, la consapevolezza non si poteva raggiungere attraverso la riflessione personale, solamente tramite l’informazione, arrivata troppo tardi.

E solo la giustizia potrà, se non cancellare il danno, evitare, con il tempo, che questo si ripeta.

Non è nella rassegnazione ma nella ribellione di fronte alle ingiustizie, che noi ci affermeremo -Paulo Freire