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Non  sarà un Testo Unico a salvarci dall’Amianto

Rimozione amianto - incapsulamento amianto
Rimozione amianto

Non  sarà un Testo Unico a salvarci dall’Amianto

di

Giampiero Cardillo

Abstract

La salute del territorio abbisogna di un patto nazionale.

Perciò dovrebbe essere un  argomento da tener fuori dalla contesa politica elettorale

Il legislatore dovrebbe tener conto del fatto di non poter contare su adeguate Istituzioni operative, cui destinare una serie di provvedimenti normativi troppo complessi,  che si interconnettono tra loro: Testo Unico, Dlgs 81/08 e Codice Appalti, per esempio.

Si consideri anche che non si ridurrà  la  complessità di applicazione normativa razionalizzando solo le norme nazionali sull’amianto in un Testo Unico, ma non quelle regionali sulla medesima materia.

Sull’esempio positivo tedesco, portato a termine nella Valle della Ruhr, sarebbe meglio realizzare Grandi Progetti liberali, sussidiari, innovativi e complessi per la “rigenerazione” di vasti territori variamente “avvelenati”, compromessi e in crisi di sviluppo. 

In questo modo si  otterrebbe  per default, come sub-obiettivo, anche  la loro bonifica dall’amianto e da altri veleni, sostenendone in parte  il costo con lo sviluppo che lì si genererebbe. 

Meglio puntare soprattutto su  investimenti privati portatori di interesse,  con un limitato sostegno pubblico e  un vasto sostegno di più provvidenze EU a fondo perduto, o a debito di lunghissimo periodo, o in cofinanziamento nazionale- europeo. 

Occorre utilizzare molteplici call europee che sostengano il raggiungimento di più obiettivi diversi per uno stesso brano di territorio, compresi quelli riguardanti la sua salute.

Se invece si volesse mantenere la bonifica dell’amianto quale singolo, isolato obiettivo, come ipotizza  il Testo Unico in fieri, le Istituzioni “preposte”,  prive come ormai sono di sufficiente competenze, efficienza, efficacia e di fondi adeguati, incastrate da mille cavilli burocratici e tecnico-legali, non potranno che deluderci ancora per altri venticinque anni, come ci ha deluso la norma 257/92, ormai invecchiata assieme a noi.

L’importanza della bonifica dei siti contaminati

testo unico

Sono trascorsi  venticinque anni dal varo legge 257/92, che mise finalmente fine all’uso dell’amianto in Italia.

Ma ne abbiamo constato il fallimento nella lotta sul mortifero fronte della bonifica delle decine (30-40?) di milioni di tonnellate sparse sopra o sotto il suolo patrio.

Ora  il Parlamento sta cercando, dalla  fine di novembre dello scorso anno,  di riordinare e aggiornare tutta la normativa riferita all’amianto in un Testo Unico.

Cercherà di far ordine in 240 leggi diverse, ma poco potrà fare per le 400 norme regionali sull’argomento.

Un fallimento annunciato?

I noti, difficili rapporti Stato-Regioni sono stati finora uno dei principali ostacoli operativi delle Istituzioni preposte, già povere di competenze tecniche e amministrative specifiche e sempre più oberate da mostruosi intrecci procedurali paralizzanti.

Difficoltà che hanno addirittura impedito alla 257/92 di vedere applicato non meno di un terzo delle disposizioni che contiene.

In particolare ciò  è avvenuto nei casi di  mancata surroga da parte dello Stato di fronte alle clamorose, anche totali, inadempienze di molte Regioni, anche solo nel censire il fenomeno sul territorio.

Se si scorrono i nuovi 128 Articoli, suddivisi in 8 Titoli,  del futuro Testo Unico oggi in discussione, si vedrà che l’accento del legislatore è posto tutto al di qua e al di  di un centrorappresentato dalla completa distruzione del veleno rinvenuto sul territorio, non suscettibile di diverso sicuro trattamento, obiettivo che oggi  perseguiamo solo esportando all’estero piccole quantità di amianto, a costi altissimi, perché siano trattate definitivamente.

Non si hanno risultati apprezzabili con la sola incentivazione dell’azione dei privati detentori di amianto e con lo  stanziamento di fondi di bilancio per il comparto pubblico ove è presente amianto.

Al di qua della completa bonifica c’è il processo conoscitivo e la prevenzione dal maggior danno del fenomeno amianto (laddove lo si possa “vedere” o dove è ancora nascosto; conoscere quanto pesa e misura; chi è il titolare in capo al quale si accendono degli obblighi; quali provvedimenti adottati o da adottare nel tempo; quali e quanti controlli e manutenzioni; come organizzare i cantieri, etc).

Necessità di una nuova Agenzia Nazionale Amianto

Una nuova Agenzia Nazionale Amianto dovrebbe unificare, secondo la bozza del  nuovoTesto,  in unico registro, il censimento in progresso.

Alle ASL rimarrà il carico di ulteriori registri specifici (art.15) dove raccogliere notizie circa la pericolosità dell’amianto detenuto e ordinarne  il “trattamento” inteso come incapsulamentoconfinamento o rimozione, ma non come attività conclusiva di distruzione definitiva delle fibre killer, ove possibile. 

Nessuna provvidenza compare nella bozza di TU per incentivare la ricerca di soluzioni innovative per il trattamento definitivo dell’amianto, non conservabile in sicurezza nei manufatti ancora in uso..

Nessuna provvidenza per sostenere ricerche già in atto –all’Università  di Ancona, ad esempio- per la diagnosi precoce (già ingegnerizzata, ma non ancora disponibile)  e per un vaccino (sembra si sia  ormai  vicini alla scoperta, ma occorrono altri  fondi per sostenerne lo studio ulteriore in Italia- in Australia, utilizzando quanto già scoperto in Italia, avendo più finanziamenti, sembra siano in ormai in vantaggio.

Al di là della bonifica definitiva (intesa come distruzione delle fibre, che non risulta essere obiettivo della nuova  legge) c’è l’azione previdenzialeassistenziale e risarcitoria del danno ormai già subito da singoli o da intere categorie di persone, nonché le sanzioni e  le disposizioni processuali per punire inadempienze, inerzie , omissioni e ritardi, che hanno generato il danno.

Ma  resteranno ancora insolute le modalità di interruzione definitiva della genesi continua di nuovi rischi, procurata dal vecchio materiale già venuto allo scoperto. Sebbene si tratti di rischi temporaneamente e solo parzialmente  contrastati con il conferimento in (rare) discariche o con provvedimenti tampone sul posto.

Distruzione totale del rischio amianto

Per ottenere vera bonifica si dovrebbe giungere sino alla distruzione totale della fonte di rischio, mediante la distruzione delle fibre.

Questo è il vero nodo del problema amianto per un’Italia che ne ha davvero troppo.

Terremo l’amianto,  in un modo o in altro,  ancora con noi, attorno a noi, vicino o non troppo lontano da noi, sotto di noi, a tonnellate, immaginando di essercene disfatti, tranne per quello inviato a costi altissimi all’estero per essere distrutto (non  di rado clandestinamente scaricato in mare o sotterrato lungo la strada, però).

Non basta ridurre il numero delle decine di macro-siti  e delle centinaia di migliaia di micro-siti di amianto in giacenza palesata e registrata, concentrandolo in apposite discariche, prive di sistemi di trattamento definitivo del materiale ivi accumulato.

Restano mutati ma non eliminati, come abbiamo detto,  i pericoli e i rischi generici e specifici incombenti.

Rischi aggravati dalla instabilità meteorologica (recentemente si sono verificate trombe d’aria di grande potenza), sismica e  idro-geologica. Ma hanno un ruolo nefasto anche la rarità dei siti di accumulo e la loro facile saturazione, le difficoltà di trasporto e accesso, la manutenzione, i controlli, le eco-mafie sempre in agguato, i siti occulti di difficile individuazione e emersione.

Sono tutti  fattori di rischio che non si sa se  definire generici o specifici, considerando i tanti territori variamente compromessi e variamente allogati in Italia.

Non è facile nemmeno calcolare il rischio residuo che tali fattori, in assenza di distruzione delle fibre, possono generare in tempi medio-lunghi).

Finanziamenti per incentivare la bonifica

Il  nodo si aggroviglia, quando si riflette sulla necessità per  lo Stato di dover disporre di finanziamenti adeguati  per incentivare il settore privato a provvedere, nel tempo, ad azzerare il rischio amianto che detiene.

Come è impensabile immaginare di reperire fondi sufficienti per eliminare l’amianto dalle proprietà pubbliche.

Ci sono decine di tonnellate in gioco e forse un milione di siti grandi, medi, piccoli e piccolissimi, suscettibili  di attenzione e cura. Le somme necessarie non ci sono oggi, né ci saranno domani, data la situazione dei bilanci pubblici già gravati da un debito gigantesco e, purtroppo, ancora in crescita insostenibile.

Quali sono i Siti di Interesse Nazionale (SIN)?

Si consideri poi che,  tra le decine  di Siti di Interesse Nazionale (SIN), quelli con solo amianto sono solo sei (Casal Monferrato il più rilevante)

Tutti gli altri contengono più veleni di diversa natura, pericolosità e necessità di trattamento rispetto all’amianto.

Impensabile che il Testo Unico riguardi  provvedimenti per eliminare il solo amianto, lasciando in zona altri veleni.

Infine il nodo più intricato: le Istituzioni non dispongono di adeguati centri di progettazione, comando e controllo delle difficili operazioni di contenimento del rischio amianto, né tantomeno degli avvelenamenti più complessi di troppo vasti brani di territorio.

 Si pensi anche  ai  piccoli e piccolissimi Comuni che sopportano gravi inquinamenti sul proprio territorio.

Non ne dispongono neppure Enti a loro superiori di rango cui potrebbero rivolgersi sussidiariamente.

Solamente Individuare almeno dei responsabili del procedimento adeguati alla complessità delle  incombenze tecniche, amministrative e procedurali non è cosa facile. A  volte è impossibile.

Non porta frutti concreti neanche individuare singoli settori di primario intervento,  che però colpiscono l’immaginario elettorale, come scuole e ospedali. Esistono, infatti,  scuole inquinate, situate a pochi metri da altri siti contaminati non solo da amianto. Esistono anche scuole non lontane da siti che occultano la presenza di amianto. Privilegiare particolari tipologie edilizie concorre al far  finta di fare, cosa spesso utile alla battaglia politica, mai alla nostra salute.

La soluzione?

Le parole chiave sono:

  • concentrare risorse, perseguire più obiettivi contemporaneamente,
  • generare sviluppo e nuova ricchezza per sopportare lo sforzo congiunto pubblico-privato,
  • suscitare occasioni di investimenti di lungo periodo  sul territorio inquinato,
  • utilizzare più fondi e provvidenze EU destinate a sostenere una molteplicità di iniziative diverse,
  • accettare di avviare perlopiù solo progetti completi di risorse da investire,
  • utilizzare fondi pubblici solo per le parti del progetto generale che generano minori profitti o solo perdite finanziarie nel tempo (per incoraggiare i privati ad investire),
  • adeguare i progetti ai diversi local content territoriali, che in Italia coinvolgono spesso irripetibili beni pregevoli come paesaggio, arte diffusa, artigianato, agricoltura nobilitata, eccellenze industriali e culturali.

Costituire innovative Istituzioni temporanee di scopo per la selezione dei progetti e per la loro integrazione funzionale, non incardinate nel sistema burocratico, protette da leggi ad hoc e da un alto indice di condivisione con associazioni locali, ordini professionali, centri di ricerca locali e nazionali , rappresentanze di imprese.

Il modello RUHR in due parole, che sul sito dell’ONA compare ben studiato.

Modello RUHR: bonifica solo su vaste aree

Il modello RUHR significa infatti concentrare l’attività di bonifica  solo su vaste aree inquinate, adottando grandi progetti di “rigenerazione” territoriale, focalizzando l’obiettivo al suo sviluppo economico e civile  e non al solo disinquinamento, che si otterrà solamente per default.

Perseguire la chiusura del ciclo di bonifica, ove possibile, mediante stazioni di trattamento ad alto contenuto tecnologico innovativo. Il Titolo  6 del Testo Unico, invece, ripropone l’accordo di programma in caso di cofinanziamento MiSE- privati. È il modello dei patti in deroga ai piani regolatori urbani, che tendono a “giustificare” l’erogazione dei soldi pubblici per progetti di rilevante dimensione per riconvertire ex aree industriali o singoli edifici industriali in stato di abbandono. Le indicazioni di obblighi sociali del progetto sono la figlia di fico. Che hanno rovinato tante periferie urbane con centri commerciali o stadi di calcio, con attorno milioni di metri cubi concessi in deroga alle norme urbanistiche in vigore. Le polemiche Comune-Regione-Stato per l’ex area industriale di Bagnoli ha favorito trent’anni di liti e soldi buttati. È un modello fallimentare. Occorre il coraggio di mettere in campo qualcosa di nuovo, ma già sperimentato altrove, come sopra accennato.

Ridurre al minimo la permanenza di materiale inquinante in discariche. Da considerare sempre deposito provvisorio di una attività di distruzione, scissione  o conversione e di eventuale recupero per riuso dei materiali inquinanti depositati, ridotti a componenti riutilizzabili: ecco un altro obiettivo non derogabile.

La cura, per quanto sopra detto, non è il solo disinquinamento, che come obiettivo isolato è impossibile da perseguire.

È, invece, lo sviluppo nel lungo periodo la soluzione: la “rigenerazione” territoriale che produce ricchezza.

Le risorse non possono essere  i soldi  pubblici a fondo perduto, ma capitali investiti in ambiente istituzionale protetto da inefficienze, inefficacia e corruzione, sostenuti anche da fondi pubblici.

Gli attori principali dell’impresa e le risorse

Gli attori principali dell’impresa dovranno coincidere con  la coralità delle risorse tecniche, umane, economiche del territorio (local content) e di chi si convinca, al di fuori di esso, sia una occasione di investimento industriale e finanziario da non perdere.

Se ci sono riusciti i tedeschi nella Ruhr, i francesi a Metz, gli americani a Pittsburg, gli spagnoli a Bilbao e Valencia , perché non dovremmo riuscirci anche noi?

Perciò occorre conformare il nuovo Testo Unico in fieri  e le 400 norme regionali, che sono fuori dalle competenze riformatrici del Parlamento , con norme integrate,  utili a favorire questa innovativa ottica (lo  sviluppo che cura il territorio avvelenato) già sperimentata altrove  con successo.

Il Presidente dell’ONA, Avv. Ezio Bonanni ha aperto un dialogo con le Istituzioni su questi argomenti alcuni anni fa. Inizialmente ha  suggerito che  fosse giunto il tempo di passare dalla “protesta alla proposta”, dai tribunali ai cantieri, dalla scienza forense alla ricerca di cure e vaccini.

Oggi, vedendo cosa contiene la bozza di Testo Unico, chiede sia fatto un ulteriore passo avanti. Passare non solo dalla protesta alla proposta, ma anche ad una serie di progetti concreti, Grandi Progetti di rigenerazione territoriale di lungo termine.

I soli che si sono rivelati già rivelati fuori d’Italia veramente efficaci.

Un apposito Dipartimento dell’ONA è pronto a collaborare con le istituzioni per questo nuova sfida che non possiamo perdere.

Salvatore Garau: necessario è il ruolo della sanità militare

Militari italiani - Salvatore Garau
Militari

Salvatore Garau: “A partire dal 17 febbraio 2017, l’AFEA Onlus (Associazione Famiglie Esposti Amianto) entra a far parte del Coordinamento Amianto pro Comparto Difesa (CAD).

Da parte nostra è vivo e fervido l’impegno, in ogni sede e in ogni luogo. Affinché la lacunosa legislazione vigente, che lo stesso Consiglio di Stato ha dichiarato essere in qualche parte oscura, imperfetta od incompleta, venga modificata in favore dell’affermazione dei diritti degli operatori della Difesa e Sicurezza Nazionale Vittime dell’Amianto e degli altri fattori nocivi.

Su questo versante ribadiamo, inoltre, la ferma contrarietà alla sola ipotesi di passare all’INAIL la competenza della valutazione del danno subìto dal personale delle Forze Armate. Se tale ipotesi dovesse concretizzarsi sarebbe un danno permanente per tutti i gli operatori della Difesa e Sicurezza Nazionale! Un esempio lampante di inadeguatezza dell’INAIL è rinvenibile nelle negate certificazioni dell’esposizione ad Amianto nei confronti del personale militare imbarcato!

Il problema da superare rimane la normativa non adeguata. È necessario creare ed enfatizzare il ruolo della sanità militare, in quanto la stessa INAIL non è a conoscenza di tutte le molteplici attività svolte dai militari. Riteniamo che l’obiettivo del Progetto di Legge (PdL) AC 4243 presentato dall’On. Cirielli e altri, accolga positivamente, sebbene in parte, le istanze delle Vittime rappresentate con il documento CAD 012/2016 PREVENIRE-CURARE-ASSISTERE.

Pertanto, le Associazioni componenti il CAD, unitariamente e singolarmente, chiedono ai Parlamentari di ogni schieramento e alle Associazioni che si battono per l’affermazione dei diritti degli operatori della Difesa e Sicurezza Nazionale di sostenere la ratio del predetto PdL AC 4243, affinché la specificità riconosciuta al personale del Comparto difesa e sicurezza non rimanga, come si legge in alcuni documenti, una manifestazione mirabile di ipocrisia,[…]”.

Tesi di Salvatore Garau condivise dall’ONA

Le tesi descritte da Salvatore Garau, sono condivise da ONA, rappresentata dal suo Presidente, Avv. Ezio Bonanni. Ne parla anche nel corso del recente convegno dal titolo “Amianto nella marina militare”. Qui ha ribadito che su queste posizioni le tesi di tutte le associazioni e delle vittime sono univoche.

“L’Osservatorio Nazionale Amianto, lotta da tempo affinché ci sia giustizia e perché chi ha sbagliato paghi – dichiara l’Avv. Ezio Bonanni, il Presidente dell’ONA -. È un diritto delle vittime quello di sapere se ci sono o meno delle responsabilità per le loro malattie, ovvero per il decesso dei tanti militari, non solo quelli della marina ma anche quelli dell’esercito e dell’aviazione.

E’ un loro diritto quello di vedersi riconosciuta la causa di servizio e gli indennizzi riconosciuti alle vittime del dovere, parificate alle vittime del terrorismo. Molte volte ho visto queste vittime aggirarsi per i tribunali, chiedere le date di fissazione delle udienze, penali e civili, oppure sollecitare gli organi amministrativi. Il tutto affinchè decidano sulle loro istanze. Uno Stato può dirsi civile prima di tutto se bonifica. Poi se cerca di riparare i danni che ha creato – continua il Presidente.

Qui siamo di fronte ad un vero bollettino di guerra. Ciò è inaccettabile. Potevano essere utilizzati materiali sostitutivi. Potevano esserci delle dotazioni specifiche. Invece, ancora oggi, dobbiamo continuare ad assistere ad istanze di giustizia e qualche volta a delle incredibili assoluzioni anche per prescrizione!

Chiediamo giustizia per questi morti, servitori dello stato che hanno messo la loro vita al servizio dello stato e sono stati ripagati con malattie sofferenze, lutti e tragedie- dichiara l’Avvocato Bonanni-. Confidiamo e ci auguriamo che ci possa essere una puntuale applicazione degli strumenti di prevenzione primaria e di sorveglianza sanitaria, così come di indennizzi e risarcimenti”.

Vittime amianto: l’ONA sostiene i lavoratori nei guai con INPS

Fibra di amianto
Amianto

I lavoratori di Vasto si ammalano, alcuni, purtroppo sono già morti. Il Tribunale in primo grado e la Corte di Appello in secondo grado aveva dato loro ragione e l’INPS in via amministrativa aveva pure accolto le domande, però nel frattempo l’INPS che cosa fa?

Impugna la sentenza in cassazione e succede l’incredibile: il ricorso dell’INPS viene accolto. Sono i tempi dell’ultimo governo Berlusconi e dell’inizio di quello di Mario Monti e in Italia, come nel resto d’Europa, c’è bufera sui pensionati.

Un atteggiamento, quello dell’INPS, veramente inspiegabile. Un paradosso tutto italiano: da un lato, infatti, c’è il riconoscimento dell’esposizione alle fibre killer, anche attraverso quanto ricostruito dagli specialisti; dall’altro, invece, i funzionari dell’Inps continuano ad impugnare tutte le sentenze che confermano l’esposizione degli operai locali, allungando enormemente i tempi per l’eventuale chiusura delle pratiche di concessione dei contributi previdenziali.

L’Osservatorio Nazionale Amianto si è fatto carico di questa triste situazione che è in corso un po’ in tutta Italia, tra dichiarazioni di prescrizione dei benefici e di decadenza, tra soluzioni penali nei confronti dei responsabili alle difficoltà per ottenere i risarcimenti.

I coordinatori dell’ONA Vasto

Ne abbiamo parlato con Franco Cucinieri e Ivo Menna, entrambi coordinatori della sede ONA di Vasto, che fin dalla prima hanno sostenuto le ragioni dei lavoratori e hanno ingaggiato una durissima battaglia che aveva portato a due sentenze vittoriose, solo che in Cassazione si è ritenuto, contrariamente a quanto risultava dalle carte processuali e soprattutto dalla sentenza di appello e di primo grado, circa il superamento della soglia delle 100 ff/ll vi era il rigetto delle domande dei lavoratori.

Nel contempo sul caso, sia il tribunale di Vasto in primo grado che d’Appello in secondo grado, avevano già sentenziato in forma definitiva la condanna dell’INAIL per il decesso per amianto di uno dei lavoratori, tanto che la vedova percepisce il riscontro assicurativo INAIL e le viene sottratto dopo anni di riconoscimento quello risarcitorio INPS per la morte del congiunto. Per altri lavoratori deceduti non si è proceduto tempestivamente a causa della mancata conoscenza da parte degli operai del danno che l’amianto in tutte le sue forme, massicciamente in forma friabile cioè quello più dispersivo, presente nel ciclo produttivo avrebbe loro procurato.

Successivamente è intervenuto l’Avv. Ezio Bonanni, il quale ha chiesto alla Corte di Cassazione di prendere atto dell’errore che si evince dal contenuto della sentenza di appello, in cui si scrive a chiare note che la ricostruzione fattuale è sostenuta sulla base di un superamento della soglia e sul presupposto che la Corte di Cassazione è giudice del diritto e non del fatto.

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Però non c’è stato nulla da fare

A questo punto, il ricorso alla Corte Europea, l’istanza di infrazione alla Corte di Giustizia, l’impegno dell’On.le Antonio Boccuzzi e dell’On.le Cesare Damiano della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, che hanno lavorato gomito a gomito con l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, e da questa feconda collaborazione è venuto alla luce l’art. 1 comma 250 della Legge 232/2016, che permette il pensionamento immediato per coloro che sono riconosciuti affetti da mesotelioma, tumore polmonare e asbestosi.

I lavoratori di Vasto sono già quasi tutti deceduti o ammalati di patologie asbesto correlate e il caso è stato portato all’attenzione della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati grazie all’interessamento dell’On.le Antonio Boccuzzi e dell’On.le Cesare Damiano, che ne è presidente.

Si accalorano Ivo Menna e anche Franco Cucinieri, volontari dell’ONA, associazione articolata in tutto il territorio nazionale e in Abruzzo in modo particolare: «Il calvario nelle aule dei tribunali inizia nel 2003 quando i lavoratori chiesero il diritto al risarcimento e alla salute dei lavoratori esposti all’amianto. Nell’aprile 2008 il Tribunale di Vasto dà ragione ai lavoratori e condanna Inps e Inail che si erano opposti. I due enti fanno ricorso alla Corte di Appello che, però, conferma il primo grado di giudizio». Questa sentenza che vede riconosciuto il diritto in termini di risarcimento di malattia è stata frutto della ostinazione determinazione e tenacia dei lavoratori che hanno fatto ricorso persino al Capo dello Stato nel 2008 con una lettera «chiedendo un suo intervento autorevole per rompere il muro del silenzio».
Solo alla fine, il 4 agosto 2009 la Regione Abruzzo promulga la legge regionale n. 11 che prevede le norme per la individuazione e lo smaltimento dell’amianto, la sorveglianza sanitaria dei lavoratori ex esposti ad amianto, l’utilizzo dei dati del Registro regionale sugli effetti neoplastici causati dall’esposizione all’amianto, la raccolta di dati sanitari ed amministrativi da strutture ospedaliere ed Inail, relativamente alle patologie correlate all’amianto.

Poi succede qualcosa. La sentenza è esecutiva ma nulla si nuove per i lavoratori che, a distanza di oltre un anno, con una azione dimostrativa e di protesta decidono di occupare la sede Inps, pretendendo l’applicazione della sentenza che in teoria già doveva essere stata applicata.

Questa cosa probabilmente, ci raccontano Cucinieri, ha fatto scattare un meccanismo di discriminazione nei nostri confronti, una sorta di vendetta da parte dell’ente provinciale. Così, quando siamo andati in Cassazione in terzo grado ci sono stati annullati tutti i precedenti gradi di giudizio INPS in maniera fuorviante e maldestra. La sentenza, assurda, in pratica, ribalta tutto.

Ora avete deciso di rivolgervi direttamente al presidente Tito Boeri?

Si, il quale fino ad oggi non ha ancora risposto, però ad un’altra lettera dell’Avv. Ezio Bonanni per i lavoratori di Piombino c’è stato invece un riscontro da parte della Direzione Centrale.

Questo è gravissimo, come ha già sottolineato l’On.le Cesare Damiano nel corso del dibattito parlamentare dando voce alle istanze dell’Osservatorio Nazionale Amianto e alle richieste dei lavoratori e alle vedove dei deceduti.

Assistiamo al paradosso di benefici amianto che non vengono riconosciuti a coloro che sono ammalati di amianto, ma non perché lo diciamo noi, bensì perché ci sono le carte che lo certificano: referti ospedalieri e certificati di morte.

Avevamo ottenuto la vittoria in tutti i gradi di giudizio e solo all’ultimo grado, dopo anni di lotte, è arrivata la beffa che non sappiamo spiegarci.

Cito testualmente dai documenti un estratto in cui l’on. Damiano si pronuncia in questa maniera: “il caso dimostra una vera e propria ferocia burocratica che è necessario affrontare”. Damiano che è stato un Ministro della Repubblica si pronuncia in questo modo parlando espressamente di “ferocia”.

Riteniamo che ci sia una lobby che sia contro i lavoratori dell’amianto, già pesantemente colpiti dalla responsabilità dello Stato che troppo tardi ha messo al bando il minerale con la Legge 257/1992, quando se ne conosceva la pericolosità fin dall’inizio del secolo scorso. Un enorme buco nero pagato col sangue dei nostri lavoratori, e ora l’INPS, dopo aver liquidato le maggiorazioni con dei provvedimenti amministrativi, che cosa fa? Chiede indietro i soldi.

Noi siamo stati danneggiati più volte e su più fronti. Siamo stati danneggiati per il tipo di lavoro che si faceva, poiché lavoravamo in una raffineria. Siamo stati danneggiati dall’amianto.

E, infine, oltre il danno la beffa perché siamo stati danneggiati da chi doveva, in teoria, tutelarci: dal comportamento dei sindacati, Inps e Inail, per i fatti così come si sono svolti.

Cosa dovevamo dimostrare di più?

Poi, come se non bastasse, siamo stati danneggiati da queste iperplasia. Cosa dovevamo dimostrare di più?

Ci sono stati anche dei procedimenti penali chiusi con prescrizione e poi la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del procuratore generale presso la Corte di Appello e il processo penale ha ripreso il suo corso. Cosa dobbiamo dimostrare ancora? Dobbiamo morire tutti per amianto?

Non arretreremo di un centimetro al comportamento dell’Inps. Abbiamo ottenuto il sostegno dell’Osservatorio Nazionale Amianto e del suo illustre presidente, avv. Bonanni, che si batte con l’elmetto nel tentativo di rintuzzare le pretese dell’Inps. Noi vogliamo rendere pubblica questa storia.

Questo comportamento è crudele nei nostri confronti e anche nei confronti dei morti e delle vedove inermi, vittime dell’amianto e al tempo stesso della burocrazia.

La gente deve sapere. Io sto lottando in prima persona per aiutare queste persone non solo perché sono coinvolto personalmente ma perché qui la gente sta anche perdendo la dignità.

Molte persone mi chiamano dicendomi che se non si risolve la questione non sanno come comportarsi anche davanti alle proprie famiglie, i propri figli.

Anche Ivo Menna non arretra di un millimetro e ci dettaglia su una situazione drammatica in cui i lavoratori sono vittime due volte. Prima dell’amianto, poi dell’ingiustizia. 

“Questa situazione va avanti dal 2003.Tra i lavoratori che si sono ammalati di asbestosi, alcuni sono purtroppo deceduti. Quello che mi sento di dire è che abbiamo riscontrato che l’inps si sta comportando abdicando anche al concetto di pietas omerica.

Eravamo abituati che di fronte alla morte, anche del più crudele nemico, ci fosse la possibilità di onorare i nostri morti. E invece nel nostro caso ciò non è successo.

L’Inps, ottenendo in Cassazione la vittoria, dopo aver continuato a erogare i benefici concessi con i provvedimenti amministrativi, a un certo punto sta chiedendo indietro le somme.

Ma come è possibile? Come è possibile chiedere indietro dei soldi che sono stati liquidati alle vittime dell’amianto dall’INPS in applicazione dell’art. 13 comma 8 della Legge 257/1992? Non comprendiamo le ragioni per le quali l’INPS stia ponendo in essere tale condotta.

Una cosa è certa: questa condotta è illegittima e daremo battaglia in tutti i tribunali, in Italia, in Europa e in tutto il pianeta, faremo conoscere questa shoah italiana delle vittime dell’amianto.

È un paradosso che i lavoratori malati di asbestosi, che avevano ottenuto dall’INPS in via amministrativa l’accredito delle maggiorazioni amianto, ora se le vedono chiedere indietro.

Non sono un esperto di diritto, ma credo che queste condotte meritino un attento esame nelle sedi opportune e doverose e faremo delle indagini per capire per quali motivi ci sono questi atteggiamenti e speriamo che Boeri, al quale ci siamo rivolti, ci voglia ricevere, agire in contraddittorio con noi, sentire le nostre ragioni, lavorare con noi e con le vedove.

Rivolgiamo un appello allo Stato e al Papa

Rivolgiamo un appello allo Stato e al Papa e a tutti gli uomini di buona volontà: dobbiamo combattere una battaglia civile, di civiltà e giustizia, ritrovare quella pietas omerica, il rispetto per i deceduti, in questo caso i morti per amianto, proprio dall’esempio di Achille, che restituì al vecchio Anchise il corpo ormai straziato del figlio deceduto nell’epico scontro.

Provi ad immaginare per un secondo di avere un genitore che si è ammalato di asbestosi a causa della considerevole quantità di amianto a cui era esposto sul posto di lavoro. Non solo quindi il calvario della salute, ma anche quello burocratico per ottenere il riconoscimento.

Qui non solo siamo all’assurdo, lo abbiamo superato di gran lunga perché non si riconoscono le leggi dello Stato.

L’Inps dopo la decisione in primo e secondo grado, doveva astenersi dal proseguire le cause ed è altrettanto non condivisibile il fatto che il giudice di Cassazione si sia poi pronunciato sul fatto e non solo sul diritto.

A questo punto noi andremo avanti e combatteremo in modo civile, inizieremo lo sciopero della fame, una mobilitazione forte con tutto l’Osservatorio Nazionale Amianto, guidato dal suo presidente.

La Cassazione ha poi ribaltato le due sentenze precedenti evidenziando un accanimento nei confronti di questi lavoratori colpevoli di aver occupato la sede inps per far valere un loro diritto. Qui siamo al paradosso: i lavoratori, già danneggiati da un punto di vista della salute per i quali, è anche necessario intervenire con l’applicazione della Sorveglianza Sanitaria Specifica, sono stati anche puniti perché esigevano il rispetto di quanto la legge aveva stabilito.

Amianto: 25 anni dalla messa al bando del killer silenzioso

estrazione

A 25 anni dall’entrata in vigore della legge 257 del 1992, la messa al bando dei prodotti contenenti amianto, l’Italia conserva ancora 40 milioni di tonnellate di materiale contaminato: un rischio reale e concreto per tutta la popolazione.

L’amianto invade edifici pubblici e privati, ospedali e tubature degli acquedotti. Ma il dato più allarmante riguarda le scuole: oggi 2400 istituti espongono al rischio circa 350.000 studenti e 50.000 lavoratori, tra docenti e personale non docente. 

Ogni anno in Italia l’amianto uccide più di 6.000 persone, provocando mesoteliomi, tumori del polmone, della laringe, della faringe, dell’esofato, del fegato, del colon e perfino dell’ovaio, asbestosi, placche ed ispessimenti pleurici, gravi complicazioni cardio-vascolari. 

Un bollettino di guerra che miete vittime più dei terroristi

Numeri che fanno tremare e che aiutano a comprendere quanto questo killer si sia insinuato nella nostra quotidianità a 360°, non risparmiando nessuno, nemmeno i più piccoli. Proprio di questo si è parlato oggi, durante la trasmissione sull’emittente TV2000, che ha dedicato un approfondimento sul tema amianto.

L’Avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, associazione rappresentativa dei lavoratori e cittadini esposti e vittime dell’amianto ha dichiarato: “Siamo costretti giorno dopo giorno a registrare decine di nuovi casi di patologie asbesto-correlate. Purtroppo l’epidemia di queste malattie è ancora in corso, per i lunghi tempi di latenza perché possono arrivare fino a 40-50 anni. Ecco perché l’unico sistema per evitare nove malattie e quindi nuovi decessi è quello di evitare ogni forma di esposizione a queste fibre killer, e ciò attraverso la bonifica. Solo così sarà possibile vincere l’epidemia”.

L’ONA ha messo in campo proposte concrete:

  • Abolire l’obbligo dei piani di lavoro per le piccole bonifiche: è proprio su queste piccole bonifiche che la burocrazia incide per l’80/90% del costo. “Se debbo rimuovere pochi metri di tettoia, è veramente necessario un progetto?”
  • Intervento dei Comuni per le piccole rimozioni, attraverso personale specializzato, attingendo anche tra i lavori in mobilità, previa loro qualificazione professionale e integrazione dello stipendio.
  • Detrazione fiscale degli interventi di rimozione amianto estesa anche all’imprenditoria.

In questo modo, si risparmia sulle spese sanitarie e anche le attività di bonifica possono in realtà portare ad un rilancio del settore occupazionale.

“L’Osservatorio Nazionale Amianto è sempre in prima linea per tutelare e garantire il riconoscimento delle “vittime del dovere” e proprio a tal proposito ci sentiamo di avanzare alcune proposte, riguardanti sia i privati cittadini che gli enti pubblici – spiega nel dettaglio l’avv. Ezio Bonanni durante la trasmissione TV2000  – per quanto riguarda i privati proponiamo la possibilità di eliminare il piano di lavoro per la bonifica da amianto e, già questo permetterebbe di far risparmiare ai cittadini circa 1.200 euro, dando così a tutti la possibilità di poter procedere al suo smaltimento in maniera corretta e sicura, evitando così il pericolo di ritrovarlo ai margini della strada e nelle aree pubbliche, soluzione che purtroppo molto spesso viene intrapresa dalla popolazione che non può permettersi di sostenere economicamente i costi per uno smaltimento “in regola”.

Per le Provincie e i Comuni, vorremmo che venisse seguito l’esempio del Comune di Napoli, che in modo virtuoso, come sostenuto da ONA, prevede la possibilità di impiegare lavoratori in mobilità, prevedendo un’integrazione dello stipendio, per lo smaltimento dell’amianto. Ovviamente si tratterebbe di persone precedentemente formate e non improvvisate che, attraverso l’utilizzo di una struttura mobile, provvederebbero a rimuovere l’amianto e a portarlo direttamente in discarica a costo zero.

L’attivismo dell’Osservatorio Nazionale Amianto

Tutto questo – continua l’Avvocato Ezio Bonanni – porterebbe ad un sostanziale risparmio per l’intera società, in quanto un minor numero di malati porta ad un minor costo di spese sanitarie e sociali”.

L’Osservatorio Nazionale Amianto, che dal 2008 si schiera al fianco delle vittime e dei familiari vittime dell’amianto, ha in corso il censimento delle diverse patologie asbesto-correlate attraverso la piattaforma digitale REPAC ONA, strumento che permette di avere un quadro complessivo completo riferito a tutte le patologie asbesto correlate e non già circoscritto ai soli casi di mesotelioma che sono gli unici censiti dal sistema pubblico.

L’Osservatorio Nazionale Amianto continua, infatti, a rivendicare un aggiornamento delle tabelle Inail (rispetto all’ultimo DM del 09.04.2008 / 11.12.2009 / 12.09.2014), con l’inserimento di tutte le patologie della lista 2 e 3 nella lista 1.

Secondo Iarc 2012 (International Agency for Research on Cancer), tra le neoplasie causate dall’esposizione all’amianto, oltre al mesotelioma, che è solo la punta dell’iceberg, e i tumori della laringe, dell’ovaio, della faringe, dello stomaco, del colon retto e quelle fibrotiche – asbestosi, placche pleuriche e ispessimenti pleurici e per complicazioni cardiocircolatorie, rientrano anche il cancro alla laringe e alle ovaie, ed, inoltre è stata confermata l’associazione tra esposizione ad amianto e maggiore incidenza di cancro alla laringe, allo stomaco e al colon retto. L’Inail ha inserito nella lista 1, oltre alle patologie fibrotiche, i mesoteliomi, il tumore al polmone, il tumore alla laringe, il tumore dell’ovaio, e nella lista 2 il tumore della faringe, il tumore dello stomaco e il tumore del colon retto e nella lista 3 il tumore dell’esofago.

È possibile rivedere l’intera puntata attraverso questo link.

Mario Di Vico: “Mio padre ucciso dall’amianto!”

Vittima del dovere
Vittima del dovere

Ad un eroe civile no riconoscimento di vittima del dovere

Mario è il figlio di Leopoldo Di Vico, Maresciallo Capo dell’Esercito Italiano, vittima del dovere, che è morto a soli 58 anni dopo atroci sofferenze, per aver contratto un cancro da amianto. Ha combattuto Leopoldo, per lui, per la sua famiglia, per gli altri suoi commilitoni, e vicino a lui la moglie, e l’Avv. Ezio Bonanni, anche quando, in Senato, dopo il suo intervento c’era stato chi aveva sostenuto che “si tratta di una battaglia persa, Di Vico morirà e anche le altre vittime dell’amianto continueranno a morire”.

Gli rispose l’Avv. Ezio Bonanni, richiamandola al rispetto del senso della dignità della persona umana, e poi tutti gli altri cittadini che avevano avuto modo di seguire l’intervento che era stato diffuso sugli organi informativi del Senato.

Mario di anni ne ha appena 29, ma basta parlarci al telefono qualche minuto per capire che è dovuto crescere troppo in fretta, perdendo il papà e anche la spensieratezza dei suoi giovani anni, e assistendo allo scempio della presenza dello Stato al funerale del padre, come pluridecorato e con encomi, e al tempo stesso con la vedova e gli orfani cui vengono negati i diritti.

Mario sa perfettamente che niente e nessuno purtroppo potrà ridargli indietro il suo papà, le cose che avrebbe voluto raccontargli e tutto il tempo prezioso da vivere insieme, ma ha le idee chiarissime: per suo papà chiede giustizia e continuerà la sua battaglia fino a quando non l’avrà ottenuta, e la giustizia è anche per centinaia di migliaia di militari, dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina, dei Carabinieri e di tutto il Comparto Sicurezza (Polizia di Stato e Vigili del Fuoco) esposti ad amianto e ad altri agenti patogeni e cancerogeni nello svolgimento del loro servizio, spesso privi di ogni informazione sul  rischio e sulle misure di sicurezza.

Sig. Mario, ci racconta la storia di suo papà?

“Mia madre ha seguito mio padre ogni istante della sua malattia, io lavoro al Nord mentre i miei vivono a Roma. Quando papà si è ammalato ho fatto richies

ta per usufruire dei permessi di lavoro tramite la legge 104 e riuscivo a stare con lui una settimana ogni due mesi. In questa settimana mi adoperavo per accompagnarlo a tutte le visite che servivano e a fare la chemioterapia.

La storia del mio papà somiglia a tante altre storie di persone che, purtroppo, si sono ammalate sul posto di lavoro mentre prestavano servizio per lo Stato: per 37 anni è stato nell’esercito, era una specie di jolly: dove c’era necessità di personale veniva inserito. Questo perché voglio spiegare che ha ricoperto tante mansioni diverse all’interno delle varie attività militari che si svolgevano, in particolare nelle attività di officina e autosezione, dove era sempre a stretto contatto con l’amianto specie quando faceva i cambi delle gomme dei mezzi militari. Ma lo stesso discorso vale tutte le volte che si è occupato delle mense da campo. Potrei continuare col dire che anche l’ufficio dove lavorava aveva il tetto in eternit, e l’eternit è sempre amianto. E’ andato anche in missione, per ben due volte, in Kosovo e Albania, merita un riconoscimento per il contributo che ha dato e invece gli è stato negato persino il diritto di essere riconosciuto vittima del dovere. Non ci posso credere…”

Quali sono i diritti delle vittime del dovere?

Ho chiesto all’Avv. Ezio Bonanni di spiegarmi bene in che cosa consiste questa normativa e quali sono i diritti della mia povera madre ormai vedova e miei e di mio fratello, orfani troppo presto.

La normativa è farraginosa e si richiama a quelle delle vittime del dovere che inizialmente erano coloro che erano deceduti in servizio in modo cruento, spesso assassinati, ed è singolare che si faccia riferimento alle vittime dell’amianto come vittime del dovere, perché sono persone che sono state assassinate da coloro che hanno violato le regole cautelari.

Il militare si è messo nelle mani dello Stato, e come mio padre, è stato fatto lavorare con amianto presente perfino nelle cucine, nei carri armati e insieme con la presenza di altri cancerogeni, dal benzene, agli IPA, etc., fino all’uranio impoverito, senza alcuna protezione, solo la divisa militare, come se fosse un Superman e invece è morto anche lui, ucciso dall’amianto.

Perché l’amianto uccide, è un killer spietato e implacabile. Non risparmia nessuno e non ci sono soglie al di sotto delle quali non ci sia rischio.

La normativa in materia di “vittime del dovere” prevede che tutti i dipendenti e appartenenti alle amministrazioni dello Stato che abbiano subito una invalidità permanente in seguito a lesioni riportate in attività di servizio o nell’espletamento delle funzioni di istituto, nonché tutti gli altri soggetti equiparati che abbiano contratto infermità permanentemente invalidanti o alle quali consegue il decesso in occasione di missioni dentro e fuori dei confini nazionali (riconosciute dipendenti da causa di servizio per le particolari condizioni ambientali od operative), tra le quali rientrano le condizioni e le situazioni di esposizione ad amianto, e quindi con insorgenza delle patologie asbesto correlate, hanno diritto al riconoscimento dello status di vittima del dovere con conseguente concessione dei relativi benefici economici, previdenziali e fiscali.

Le vittime del dovere e il Consiglio di Stato

L’art. 20 del D.Lgs. 183/10 prevede espressamente la equiparazione di coloro che hanno contratto patologie asbesto correlate nel corso e a causa dello svolgimento del servizio nell’Esercito Italiano alle vittime del dovere, con previsione dell’incremento di spesa già stanziata dall’art. 1, comma 562, della l. 266/05, che prevede l’estensione dei benefici previsti delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata a tutte le vittime del dovere, individuate ai sensi dell’art. 13, della l. 13.08.1980 n. 466.

Il Consiglio di Stato, con atto del 01.06.2010, n. 02526/2010, ha reso un parere con il quale ha stabilito che “ai fini del riconoscimento della condizione di equiparato alla vittima del dovere, è necessario e sufficiente che il militare abbia contratto l’infermità in occasione o a seguito dello svolgimento della attività di servizio a bordo di unità navali, ovvero su mezzi o in infrastrutture militari nei quali era documentalmente presente amianto

Il povero Leopoldo Di Vico, vittima del dovere, ha svolto la sua attività di servizio in esposizione a polveri e fibre di amianto, tuttavia si è visto negare il diritto al riconoscimento dello status di vittima del dovere.

“L’avv. Bonanni ha già fatto ricorso al Tar”, prosegue Mario Di Vico, “sta facendo un grande lavoro, ci assiste e ci aggiorna ogni giorno, fino a notte fonda e io sono fiducioso perché l’Ona ci sta seguendo passo dopo passo in questa battaglia di giustizia: mio padre è un lavoratore come tanti altri che per anni sono stati a strettissimo contatto con l’amianto, è tutto documentabile e dimostrabile, e noi non ci spieghiamo come un diritto non possa essere riconosciuto. La nostra battaglia legale andrà avanti, non mi fermo, sono pronto a rivolgermi a tutti i più importanti mezzi di comunicazione, prima o poi mi dovranno ascoltare”.

Quando avete scoperto che suo padre si era ammalato?

“Era novembre del 2011, un giorno all’improvviso si è reso conto di avere dei rigonfiamenti, uno al rene e uno alla gola. È andato subito a farsi i controlli ma ormai era troppo tardi, non c’era più niente da fare: era pieno di metastasi. Mio padre nemmeno lo sapeva ma io parlai con il dottore che lo aveva in cura, per i medici sarebbe morto dopo circa tre mesi.  Ma lui era un uomo molto forte, anche fisicamente, e soprattutto voleva vivere ed è sopravvissuto per più di tre anni, fino al 2015. Ma è comunque morto giovanissimo: aveva appena 58 anni quando ci ha lasciati. Papà ha sofferto tantissimo, specie l’ultimo periodo, un uomo della sua stazza, non riusciva neanche ad alzare una sedia. È stato un dolore immenso, per me, per la mia famiglia, per mia madre, un dolore che si rinnova ogni giorno, che nessuno può lenire, ma al dolore per la perdita si aggiunge quello di non aver visto riconosciuto finora un suo diritto. Perché, lo ripeto, mio padre ha servito lo Stato ed è morto per questo, mio padre ha creduto nello Stato e lo Stato non può abbandonarci così: questo ci fa soffrire ancora di più”.