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Pinguini blu kororā: trovati morti oltre 500 esemplari

pinguini blu
pinguini blu sulla spiaggia

Cosa abbia ucciso gli oltre 500 pinguini è ancora un mistero

Pinguini blu kororā (Eudyptula minor). La strage inizia a maggio, oltre 500 pinguini minori blu hanno trovato la morte nelle spiagge della Nuova Zelanda.

Le prime morti sospette di kororā (in lingua Māori) sono iniziate a maggio nelle spiagge di Ninety Mile Beach, vicino a Kaitaia (città del Northland e del distretto di Far North, circa 160 chilometri a nord-ovest di Whangārei).

Un ulteriore gruppo di uccelli privi di vita è stato rinvenuto a Cable Bay, vicino a Nelson

Il Dipartimento della Conservazione della Nuova Zelanda (DOC) ha inoltre segnalato molte altre morti sulle spiagge di tutta l’Isola del Nord, che vanno da un paio a dozzine di corpi. 

Kororā: i pinguini più piccoli del mondo

Originari della Nuova Zelanda, gli uccelli sono facili da individuare in acqua e insenature riparate, ma si fanno vedere solo dopo il tramonto.

Il loro colore varia da tonalità di blu chiaro a blu indaco-blu scuro sul dorso, a volte con un riflesso verdastro, e hanno parti inferiori bianche. L’ardesia-blu scuro sul viso si estende appena sotto l’occhio. 

Prima della muta annuale, le superfici dorsali possono essere di colore marrone chiaro. Il becco robusto e uncinato è grigio scuro, l’iride blu-grigio o nocciola, mentre le zampe sono bianche con suole scure. I maschi sono leggermente più grandi delle femmine. I giovani hanno un pelo blu brillante e sono marcatamente più piccoli degli adulti.

Questi ultimi tornano sulla terraferma tra maggio e giugno per nidificare in tane sotterranee, sotto la vegetazione, nelle fessure, tra le rocce o nelle grotte. 

Talora i piccoli pinguini blu costruiscono i loro nidi sotto case e capannoni per barche, in tubi di acqua piovana e pile di legname.

Quando si accoppiano e sistemano i nidi, sono molto rumorosi.

Gli adulti tornano a terra anche durante il periodo di muta, che dura circa due settimane (tra novembre e marzo). 

Una volta stabiliti in una zona, raramente si allontanano.

Pinguini blu, una dieta a base di pesce 

La loro dieta è composta essenzialmente da piccoli pesci, crostacei, calamari (Nototodarus sloanii), spratto snello (Sprattus antipodum), gudgeon di Graham (Grahamichthys radiata), merluzzo rosso (Pseudophycis bachus), ahuru (Auchenoceros punctatus).

Pinguini blu al centro di un mistero: colpa della pesca eccessiva?

Inizialmente, gli scienziati neozelandesi sospettavano che gli uccelli fossero morti per l’esposizione a tossine nell’ambiente o a causa di qualche malattia finora sconosciuta. Ma dopo aver eseguito le necropsie sui piccoli pinguini blu, hanno determinato che una delle ragioni del decesso avesse a che fare con il loro peso.

I piccoli pinguini dovrebbero pesare tra 0,8 e 1 chilogrammo, ma alcuni dei corpi pesavano meno della metà.

«Non avevano praticamente grasso corporeo e nemmeno muscoli», ha riferito a The Guardian, Graeme Taylor, scienziato esperto di uccelli marini, del Dipartimento della Conservazione della Nuova Zelanda.

«Quando arrivano a quella fase di emaciazione, non possono immergersi, il che alla fine li fa morire di fame o morire di ipotermia perché manca loro lo strato protettivo di grasso», ha aggiunto.

La malnutrizione dei pinguini morti mostra effettivamente che non hanno mangiato abbastanza pesce, probabilmente a causa della pesca eccessiva da parte degli esseri umani.

Ma questa è solo una delle ipotesi del decesso.

Un nesso con i cambiamenti climatici?

Taylor sospetta altresì che l’aumento delle temperature superficiali oceaniche (causato dai cambiamenti climatici e da “La Niña”) abbiano spinto i pesci in acque più profonde e fredde, dove gli uccelli non possono più raggiungerli.

«Questa piccola specie può immergersi fino a 20 o 30 metri, ma non è così brava a immergersi molto più in profondità di così», ha spiegato lo studioso.

Ironia della sorte, il genere dei piccoli pinguini, Eudyptula, significa “buon piccolo subacqueo” in latino.

L’ipotesi potrebbe avere senso. In effetti, i piccoli pinguini blu dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda sono scampati al triste destino. 

Questo perché nella loro zona, le acque sono rimaste molto più fresche vicino alla superficie rispetto a quelle della zona Nord.

In effetti, le analisi condotte dal National Institute of Water and Atmospheric Research, hanno confermato che il 2021 è stato l’anno più caldo mai registrato in Nuova Zelanda, con temperature medie superiori al normale. 

Sono sei anni di fila che la Nuova Zelanda continua a battere il record per le temperature medie più alte mai registrate!

Un evento ciclico

«Non è la prima volta che piccoli pinguini muoiono in gran numero in Nuova Zelanda. Le morti di dozzine, o addirittura centinaia, di piccoli pinguini si sono verificate circa una volta ogni decennio, in media, a causa di difficoltà di alimentazione o tempeste estreme. Tuttavia, questa è la terza volta che si verifica una morte negli ultimi 10 anni, il che è preoccupante», ha aggiunto Taylor.

«Questo evento probabilmente non è finito e continuerà per tutto l’inverno», ha sottolineato Ian Armitage, membro del consiglio per l’organizzazione no profit Birds New Zealand. 

È stata proprio la società ornitologica della Nuova Zelanda a documentare le morti dei pinguini e a lanciare l’allarme. 

Pinguini blu, una specie a rischio estinzione 

Al momento, si stima che ci siano circa 500.000 esemplari selvatici, e appena l’anno scorso, in Tasmania, l’intera popolazione (3.000 coppie) è stata spazzata via dal recentemente reintrodotto diavolo della Tasmania.

Nel peggiore dei casi, i kororā potrebbero essere portati all’estinzione perché non hanno la possibilità di riprodursi e incrementare la loro popolazione, dopo eventi luttuosi come questo.

Per tali motivi, Il governo neozelandese ha definito i piccoli pinguini blu come specie “in declino, a rischio”, inserendoli di fatto nell’elenco delle specie in via di estinzione del Paese. 

Utile precisare che i piccoli pinguini blu sono protetti dal Wildlife Act, che è amministrato dalla DOC (Department of Conservation).

 

Fonti

The Guardian

Department of Conservation NZ

 

Foto (c) Wikipedia

Discarica amianto a Siracusa, il sequestro della Finanza

discarica abusiva Siracusa
discarica di amianto e finanzieri ad osservare

La Guardia di Finanza ha sequestrato una discarica amianto con 30 tonnellate di onduline, a Siracusa. Le Fiamme Gialle hanno scoperto tanti rifiuti tra cui anche questo materiale altamente pericoloso per la salute, perché cancerogeno.

I finanzieri del comando provinciale di Siracusa, diretti dal Colonnello Lucio Vaccaro, hanno apposto i sigilli ad un’area di oltre 300 metri quadrati. Era stata destinata allo stoccaggio abusivo di materiale di risulta, elettrodomestici usati ed eternit.

Discarica amianto, oltre 100 tonnellate di rifiuti speciali

I finanzieri della Tenenza di Noto, guidati dal capitano Mariagrazia Ponziano, hanno scoperto la zona nella quale qualcuno ha abbandonato i rifiuti. L’area si estende nelle vicinanze dell’argine nord del fiume Asinaro. Qui la guardia di Finanza ha rinvenuto più di 100 tonnellate di rifiuti speciali. Tra questi rifiuti solidi urbani, scarti di lavorazioni edili, materiale plastico, pneumatici e elettrodomestici usati.

L’amianto era abbandonato direttamente sul terreno a cielo aperto e questo ha destato non poca preoccupazione. Il materiale, infatti, può rappresentare un grave pericolo per l’ambiente per il rischio d’infiltrazioni di sostanze nocive nel terreno. Con il conseguente inquinamento del sottosuolo e del corso d’acqua.

L’amianto anche esfoliato e volatile

In particolar modo, l’amianto, smaltito abusivamente in spregio alle vigenti disposizioni normative, è stato ritrovato in molti punti esfoliato e volatile. Ovviamente nessuna tecnica di bonifica era stata utilizzata per renderlo innocuo, come il confinamento o l’incapsulamento. Questo ha aumentato il rischio di dispersione, sia nel terreno sia nell’atmosfera delle fibre killer.

L’eternit, un misto di amianto e cemento è stato brevettato nel 1901, ma è stato utilizzato in particolare tra gli anni ’60 e ’80. Come da sempre spiega l’Osservatorio nazionale amianto, e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, questo materiale è presente in grande quantità in Italia. Ha capacità ignifughe e fonoassorbenti ed è particolarmente flessibile. Questo lo ha reso prezioso per le aziende che lo hanno impiegato in molteplici usi.

Discarica amianto, tutti i rischi e il lavoro dell’Ona

Purtroppo, però, l’amianto è cancerogeno e il suo impiego ha causato malattie e decessi tra gli operai che lo lavoravano e, nel caso di grandi siti industriali, anche nella popolazione limitrofa.

L’avvocato Bonanni ha ricostruito, nel “Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“, come si conoscesse il pericolo legato a questo minerale. Già negli anni ’40 due studi dimostrarono i danni causati. Purtroppo in Italia la Legge lo ha messo al bando soltanto nel 1992 e oggi si conta un numero altissimo di vittime, perché le patologie asbesto correlate hanno lunghi periodi di latenza.

Le malattie legate all’asbesto sono prima di tutto il mesotelioma, e poi il tumore del polmone, della laringe, dell’esofago e delle ovaie. Il primo tipo di cancro è causato esclusivamente dall’amianto e per questo tutti i casi dal 1992 sono registrati dall’Inail nel VII rapporto ReNaM. L’Ona stima, però, che le vittime siano molte di più, circa 7mila l’anno.

Per questo da sempre è al fianco delle vittime e delle loro famiglie e offre un’assistenza legale gratuita e supporto per qualsiasi aspetto legato al cancerogeno. Ha anche realizzato una App per il monitoraggio dei siti contaminati. Le bonifiche, realizzate da ditte specializzate in totale sicurezza, sono l’unico modo per fermare la “strage silenziosa”.

Crollo Marmolada, 20 dispersi. Colpa del cambiamento climatico?

Marmolada
crollo della marmolada

Il responsabile del crollo della Marmolada e delle vittime, il cui numero purtroppo è destinato a salire, è del cambiamento climatico. Ne sono convinti gli esperti che spiegano come sul ghiacciaio ieri è stata raggiunta la temperatura record di 10 gradi, ma che avrebbe inciso anche il caldo estremo delle ultime settimane.

Marmolada, il crollo dopo ondata di calore

Un’ondata di calore anomala, molto lunga, con temperature molto più alte della media stagionale, che avrebbe causato, ieri pomeriggio, il distacco del seracco di ghiaccio che è crollato a 300 chilometri orari su due cordate di alpinisti, travolgendole.

Il giorno dopo il bilancio è drammatico: sono 6 le vittime accertate, 8 i feriti e forse 20 i dispersi. “Una carneficina”. Sarà difficile anche riconoscere le persone decedute, hanno detto gli inquirenti all’Ansa. Il ghiaccio e le rocce hanno, purtroppo, smembrato i corpi. Ora le salme, ricomposte, sono state portate al Palaghiaccio di Canazei, dove è stata allestita la camera ardente. Si tratta di 3 italiani, 1 cecoslovacco e un uomo e una donna ancora non identificati.

Una tragedia immane che, chi conosce la montagna, spiega non fosse prevedibile. Ieri il tempo era buono, una splendida giornata, il momento ideale per salire. Eppure qualcuno dice che da giorni correvano piccoli ruscelli di acqua che indicavano lo scioglimento.

Marmolada, la Procura apre un fascicolo per disastro colposo

Eventi eccezionali, come quello avvenuto sulla Marmolada, il gruppo montuoso più alto delle Dolomiti, che purtroppo, sono sempre più frequenti. E’ chiaro che dove prima si poteva pensare di salire in sicurezza, ora non è più possibile farlo. Che, davanti al riscaldamento globale ormai evidente, dovremo imparare a calcolare anche questi rischi.

La procura di Trento ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di disastro colposo contro ignoti. Un atto dovuto, considerando che ci sono state vittime, che servirà ad accertare eventuali responsabilità.

Le ricerche intanto sono continuate tutta la notte, anche con l’aiuto di droni che con le termocamere possono trovare superstiti. Sii continuano ad identificare i proprietari delle auto parcheggiate all’inizio del percorso. È stato diffuso anche un numero verde da utilizzare soltanto per segnalare eventuali dispersi: 0461/495272.

Dramma sulle Dolomiti, a Canazei Mario Draghi

A Canazei arriverà questa mattina, 4 luglio 2022, il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Con lui ci saranno il capo del Dipartimenti della Protezione civile, Fabrizio Curcio, le autorità locali e i soccorritori. Dovranno decidere come continuare con le ricerche sulla Marmolada: il pericolo, infatti non è passato. C’è ancora una grossa parte del ghiacciaio che rischia di staccarsi causando un’altra valanga.

Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto esprimere il suo cordoglio. Ha telefonato al governatore trentino, Maurizio Fugatti. Ha ringraziato anche i soccorritori che sono impegnati nella ricerca delle vittime, in condizioni sicuramente non facili.

Al momento, anche per consentire le operazioni di soccorso, la Marmolada è chiusa al pubblico.

Amianto, Regioni dovranno tracciarlo e smaltirlo sul territorio

Regioni
operai con adeguate precauzioni intenti nella rimozione di un tetto di amianto

Le Regioni dovranno tracciare l’amianto smaltito durante le bonifiche e conferirlo nelle discariche del territorio. Questa un’importante novità definita nel Programma nazionale di gestione dei rifiuti.

Il documento stilato da ogni Regione dovrà essere aggiornato con l’indicazione degli impianti che gestiranno il rifiuto pericoloso. Si ridurranno così i costi del trasferimento dei materiali contenenti asbesto in altre Regioni o addirittura all’estero.

Questo, però, nel caso in cui le strutture non vengano indicate, potrebbe causare ancora maggiori ritardi nelle bonifiche. In Italia, infatti, la mancanza di discariche adeguate a rifiuti speciali, proprio come l’amianto, è un problema annoso.  

Certo il ministero della Transizione Ecologica ha indicato la giusta strada. Resta da vedere se sarà realizzata nel breve periodo permettendo finalmente di bonificare i siti contaminati che sono ancora un milione su tutto il territorio.

L’obiettivo delle Regioni dovrà essere quello di “orientare le politiche pubbliche ed incentivare le iniziative private per lo sviluppo di un’economia sostenibile e circolare”.

Regioni, secondo l’Inail 23 mln di tonnellate da smaltire

Secondo stime di Inail, sarebbe ancora da rimuovere e smaltire ancora 23 milioni di tonnellate di materiali. In realtà, secondo le stime Ona sono 40 milioni le tonnellate sul territorio.

Gli impianti attualmente autorizzati non bastano certo a recepirle tutte e ne servono altri. Secondo quanto riportato dal Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti le discariche operative sono 19 (9 al Nord, 2 al Centro e 8 al Sud). “In previsione dello smantellamento e bonifica dei manufatti contenenti amianto presenti sul territorio nazionale, – si legge ancora nel Programma – si rende necessaria un’implementazione del sistema impiantistico”. Ovviamente con meno impianti aumentano i costi, non solo dovuti ai trasporti, ma anche alla mancanza di concorrenza.  

Le Regioni dovranno realizzare nuovi impianti

Per questo le Regioni devono individuare il fabbisogno di smaltimento dell’amianto presente e provvedere alla costruzione di impianti adeguati. Per invertire la rotta. Negli ultimi anni, infatti, le tonnellate di amianto smaltito sono diminuite. Sono passate in dieci anni da oltre 530mila tonnellate del 2012 alle 385mila del 2020. Non è certo l’amianto che manca, considerando i numeri di cui parlavamo prima. Anche i fondi stanziati, se pur non sufficienti sono comunque molti di più rispetto a quelli che vengono effettivamente utilizzati dagli Enti e dai privati per provvedere alla rimozione del minerale killer.

Amianto, i fondi per le bonifiche non utilizzati

Tra il 2014 e il 2020 infatti, per le bonifiche degli edifici pubblici, sono stati stanziati da Regioni e Province 385 milioni di euro. Gli interventi ammessi al finanziamento, però, sono stati poco meno di 97.

Le criticità sono tante. E per i siti privati è ancora più difficile. I finanziamenti non coprono l’intera somma necessaria, né tanto meno il ripristino dei luoghi e in questo periodo di minaccia di una seria recessione non tutti posso permettersi il lusso di essere lungimiranti.

I rischi legati all’asbesto

Le aziende hanno utilizzato l’amianto in molteplici produzioni fino alla sua messa al bando con la legge 257/1992. L’asbesto è ritenuto, infatti, un minerale con grandi capacità: è ignifugo e fonoassorbente. Facile da lavorare ed economico.

Purtroppo però, e i lavoratori lo hanno capito al prezzo della vita, è cancerogeno. Negli anni ha causato oltre 31mila casi di mesoteliomi (come registrato nel VII rapporto ReNaM dell’Inail), e tutta una serie di patologie asbesto correlate, molte delle quali mortali.

L’Osservatorio nazionale amianto, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, ha raccolto i dati aggiornati (quelli del rapporto Inail si fermano al 2017), nel “Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. L’associazione contribuisce alle bonifiche, che ritiene fondamentali per fermare la strage, con una App realizzata appositamente per la mappatura dei siti contaminati. Offre, inoltre, un’importante assistenza legale gratuita per le vittime e i loro familiari.

Ondate di calore, più violenze e morti: stop al cambiamento climatico

ondate di calore
terra secca sole che tramonta ondate di calore

Il caldo afoso di questi giorni, che rientra in quelle che gli esperti chiamano ondate di calore, porta tutti a riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico. Se prima queste non erano percepibili, ora non si può più chiudere gli occhi davanti a temperature che sono abbondantemente al di sopra della media e che persistono anche per 10 giorni.

Il disagio e i problemi per la salute colpiscono larga parte della popolazione e forse potrebbe essere un bene. In molti potrebbero prendere coscienza dell’importanza di un passo indietro che gli scienziati e gli attivisti chiedono da tempo.

Ondate di calore: il cambiamento climatico aumenta l’intensità

Sono diversi gli studi scientifici che dimostrano che il cambiamento climatico acuisce le ondate di calore. Queste sono sempre, in tante parti del mondo, più lunghe, più calde e più frequenti.

Uno studio pubblicato su Nature Climate Change ha aggiunto che negli anni scorsi su 732 siti dei 6 continenti studiati, il 37% di tutte le morti correlate al caldo possono essere attribuite direttamente al cambiamento climatico.

Il costo in vite umane aumenta nei Paesi più poveri, sfiora il 77% di decessi in più in Ecuador e il 61% nelle Filippine. Si tratta di Paesi più caldi, è vero, ma anche con abitazioni che gestiscono peggio la distribuzione del calore e che non hanno aria condizionata. Inoltre i servizi che possano far fronte alle emergenze e alle esigenze dei più deboli sono insufficienti.

Le ondate di calore

Per ondata di calore si intende una successione di giorni in cui siano presenti temperature giornaliere (massime e/o minime) elevate. Provocano forti impatti sulla salute degli esseri umani, specialmente delle persone più anziane. Queste ultime sono, infatti, maggiormente soggette a risentire degli effetti di un marcato aumento della temperatura prolungato su più giorni. Hanno ovviamente conseguenze sociali ed economiche ed è interesse di tutti che le città studino azioni volte a contrastarne gli effetti.

Uno studio molto interessante in questo senso è quello pubblicato sulla Rivista geografica italiana, CXXIX, Fasc. 2, del giugno 2022, che studia questo fenomeno nella città di Torino. Si intitola: “Cambiamenti climatici e ondate di calore in ambito urbano. Temi, problemi e vissuti della cittadinanza nel caso torinese”. L’obiettivo è quello di capire appunto come fare a proteggere la popolazione.

Le città hanno caratteristiche urbanistiche che possono contribuire a creare isole di calore. Queste si verificano – spiega lo studio – dove le temperature di aria e suolo della zona urbanizzata siano significativamente maggiori delle stesse temperature rilevate nelle aree circostanti.

La ricerca dimostra anche che le conseguenze sulla salute sono più importanti nelle fasce sociali più basse.  “L’accesso alle risorse e ai servizi non è infatti lo stesso per le persone che abitano in un medesimo luogo, così come diverso è il loro grado di responsabilità nei confronti del degrado ambientale e diversi sono i costi che determinate politiche ambientali implicano per differenti gruppi sociali”.

Non solo per le persone più povere ma anche per le donne, più colpite, secondo il rapporto su “Climate Change and Land” pubblicato dall’IPCC nel 2019 (IPCC,  2019) dai cambiamenti climatici rispetto agli  uomini. Hanno, infatti, una capacità di adattamento più bassa per diverse cause.

La mortalità aumenta durante le ondate di calore

Durante un’ondata di calore prolungata aumentano i decessi, dovuti in particolare a problemi cardio-circolatori e a infarto. Per contrastare le alte temperature il nostro fisico reagisce attivando il sistema cardiovascolare, ma è uno sforzo per l’organismo, che aumenta quando le ondate di calore sono più prolungate. Per questo a volte la capacità di termoregolazione si blocca e sopraggiunge uno stress termico fisiologico che può essere davvero pericoloso.

Il riscaldamento globale è responsabile del 37% delle morti legate alle ondate di calore estremo avvenute tra il 1991 e il 2018. La percentuale è stata calcolata da uno studio pubblicato su Nature Climate Change. Gli esperti hanno ricostruito la mappa globale dei decessi da caldo record elaborando i dati di 732 località in 43 paesi. Da questi sono riusciti a scorporare i decessi aggiuntivi causati dal global warming indotto dall’uomo.

Il continente dove la percentuale di vittime è più alta è l’America centrale e meridionale. In alcuni paesi come Ecuador e Colombia l’aumento per cause antropiche tocca il 76%. Anche se meno il riscaldamento globale incide anche in alcune capitali europee: a Roma i morti in eccesso sono in media 172 (32% del totale), ad Atene 189 (26%), a Madrid 177 (quasi 32%).

Conseguenze del caldo estremo sul comportamento

Il caldo intenso e prolungato ha conseguenze sul comportamento delle persone e accentua aggressività e violenza. Gli studi Sanz-Barbero  et  al., 2018 e Schinasi  e  Hamra,  2017, hanno dimostrato il nesso tra le ondate di calore e violenze, anche sessuali. Come pure i femminicidi.

Qui possono fare molto i servizi destinati alle popolazioni più a rischio, che come abbiamo detto sono quelle economicamente più svantaggiate. Anche informazioni legate a come affrontare questo tipo di situazioni possono aiutare e limitare i danni.

Danni che sono anche psicologici. Durante queste giornate infinite in cui è difficile anche muoversi aumenta la sofferenza psicologica, i compiti che dobbiamo svolgere ogni giorno ci sembrano all’improvviso difficilissimi e ci si può sentire impotenti e frustrati.

Cosa si può fare per i più fragili

Per questo è fondamentale attivarsi a livello politico per mettere in campo nelle città azioni che possano contribuire a ridurre la mortalità, ma anche le violenze e i disagi dovute alle ondate di calore.

Possono aiutare soprattutto centri di aggregazione in cui fornire assistenza e informazioni alle persone più vulnerabili. In questo modo è possibile anche monitorarle e studiare le possibili strategie per affrontare il caldo estremo in particolare per i più fragili. Gli anziani abbiamo detto in primo luogo, ma anche le donne, e le fasce sociali più basse.

Fermare il cambiamento climatico

Contestualmente alla soluzione immediata per contrastare l’emergenza ed evitare un numero troppo elevato di decessi è necessario pensare a bloccare il cambiamento climatico.

Nell’accordo di Parigi del 2015, i Paesi si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto gli +1,5°C rispetto all’era pre-industriale. Temperature più alte creano, come abbiamo visto, ondate di calore peggiori, maggiore siccità e inondazioni e l’aumento del livello del mare. Le azioni che seguono questi accordi, però, non sono ancora sufficienti.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, lavorano da anni per la tutela dell’ambiente. Prima di tutto cercando di liberare il territorio dall’asbesto. Ma anche più in generale l’associazione ha ben chiaro il concetto che la tutela dell’ambiente è strettamente legata alla tutela della salute.