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Lavoratore muore per amianto respirato nelle ferrovie

Amianto ferrovie, lavoratore
Amianto ferrovie

Amianto nelle ferrovie e nei mezzi pubblici

L’amianto è un killer  che non perdona, quasi mai. Anzi, silenzioso e beffardo, colpisce a distanza di anni chi ci ha vissuto, suo malgrado, a stretto contatto.
Un killer che, in un solo colpo, fa più di una vittima: non solo chi si è ammalato, nella maggioranza dei casi nell’esercizio della professione, o peggio ancora, perde la vita, ma anche familiari e amici, costretti ad assistere, spettatori inermi e impotenti, davanti alla sofferenza del proprio caro senza nulla potere.
Per questo, l’amianto è causa di vere e proprie tragedie familiari. Tantissimi, insomma, gli “effetti collaterali”.
E, fate attenzione, non stiamo parlando di quelli fisici, che pure basterebbero, ma di quelli spesso causati da una burocrazia cieca e sorda che aggiunge dolore a dolore.
Come nel caso del sig. Gerolamo Rissotto, al quale alla malattia si è aggiunta anche la negligenza da parte delle strutture mediche.
A raccontarci la storia di quest’uomo, esemplare lavoratore, purtroppo scomparso per mesotelioma da qualche anno, è suo figlio Paolo che ha iniziato una battaglia, dolorosa e dignitosa, in nome e nel ricordo del padre che non c’è più  e di quanti come lui hanno avuto la stessa sfortunata sorte.
Una battaglia che smetterà di combattere solo quando la giustizia avrà fatto il suo corso, riconoscendogli ciò che gli è dovuto.

Paolo, dove ha lavorato il suo papà e di cosa di occupava?

Mio padre ha iniziato a lavorare nei cantieri navali di Genova, siamo negli anni ’60.
Ovviamente, l’esposizione ad amianto era altissima nei cantieri, mio padre sapeva della presenza di questo materiale, ma in quegli anni non si conoscevano  le ripercussioni gravissime sulla salute per chi era obbligato, per motivi di lavoro, a starci a stretto contatto.

Le sue mansioni all’interno del cantiere fra l’altro lo costringevano  ad un contatto diretto con quello che, a sua insaputa, è stato un vero e proprio veleno che ha intaccato la sua salute lentamente negli anni.

Nei circa 20 anni passati in cantiere è stato prima tubista e successivamente spostato in officina come meccanico.
Negli anni 80, e precisamente dall’80 all’82 all’incirca, ha lavorato nelle Ferrovie ed era utilizzato dalla compagnia come una sorta di jolly: dove c’era carenza di personale veniva spostato e spesso lavorava all’interno delle carrozze come bigliettaio.
L’amianto in questo caso, è risaputo, era utilizzato come materiale coibentante delle carrozze.
Gli ultimi 20 anni circa, prima di andare in pensione nel 2003, li ha passati lavorando come autista dei pullman  in AMT, e anche qui, nonostante la messa al bando dell’amianto dal ’93, la compagnia si avvaleva comunque di mezzi molto vetusti la cui coibentazione era, indovini un po’?
Sempre di amianto…

Quando avete scoperto che si era ammalato di mesotelioma?

Mio padre  sapeva della presenza massiccia di amianto, ma all’epoca non ci si preoccupava più di tanto della cosa, c’era tanta disinformazione  sulla questione.
Le preoccupazioni sono iniziate quando tra i colleghi si sono verificati  i primi sintomi dovuti ad una malattia che non si conosceva ancora: il mesotelioma.
Ricordo molto bene che intorno al 92/93 un collega di papà, per giunta suo migliore amico che per me era come uno zio, una persona davvero cara, è venuto a mancare proprio per mesotelioma.
Da li iniziò a preoccuparsi di più poiché furono anche gli anni in cui il materiale venne bandito e sopratutto in cui l’informazione cominciò ad essere più chiara.
Nel frattempo, era emerso, che i tempi di incubazione erano lunghissimi, anche  20/30 anni e papà sapeva perfettamente che in tutti gli anni che aveva lavorato c’ era stato a contatto.
Cercò anche di non pensarci più di tanto poiché, ormai, non avrebbe potuto fare niente per evitarlo, nemmeno volendo.
Questo fino a quando non ha riscontrato i primi sintomi nel 2012. Ha fatto subito i controlli e gli è stato diagnosticato il mesotelioma. Poco più di un anno dopo è venuto a mancare.

Cosa è successo non appena avete scoperto la malattia?

Subito dopo che gli venne diagnosticato il mesotelioma decidemmo di portare mio padre all’Ist.
San Martino poiché ci eravamo informati e avevamo saputo che era specializzato nella gestione di questi casi, in quanto Istituto Nazionale di ricerca sul cancro.
L’assistenza ricevuta però nel nostro caso, non so quanto per sfortuna e quanto per vera e propria negligenza da parte dei medici, purtroppo non è stata all’altezza delle aspettative.
I medici infatti diedero a mio padre  “false speranze” consigliando un’operazione ad un polmone che, a detta loro, avrebbe potuto salvarlo.
Il problema, però, fu che dagli esami fatti vi erano chiari segnali che anche l’altro polmone era ormai compromesso seppur meno dell’altro che hanno voluto operare.
Ovviamente se fosse stato un solo polmone ad essere compromesso, la scelta dell’operazione sarebbe stata giusta.
Ma con entrambi i polmoni compromessi, i medici hanno sottoposto mio padre ad un’operazione pressoché inutile.
Come se non bastasse, purtroppo l’operazione è stata anche sbagliata e  mio padre è stato sottoposto successivamente ad altre operazioni per correggerla.
Una negligenza imperdonabile da parte dei medici. Sofferenza su sofferenza.
È stato un anno terribile quello, poiché mio padre non solo ha dovuto solo combattere con il tumore che avanzava e lo indeboliva giorno dopo giorno, ma anche con una serie di interventi “evitabili” che lo hanno sfiancato ancor di più.

Quando avete conosciuto l’ Avv. Ezio Bonanni

È stato allora che, di fronte a un evidente caso di “malasanità”, mi sono messo in moto per reagire e fare qualcosa.
Mi misi in contatto con l’ONA (Osservatorio Nazionale Amianto) nella persona del suo presidente avv. Ezio Bonanni  che ci ha subito consigliato intanto di procedere per trovare chiarezza da un punto di vista medico.
Siamo in attesa dell’udienza che ci sarà il prossimo luglio in cui finalmente il giudice si pronuncerà sperando si concluda intanto una parte di questo calvario.
Poi c’è il capitolo che riguarda  i riconoscimenti da un punto di vista lavorativo e anche qui l’avvocato Ezio Bonanni è al mio fianco quotidianamente. Da un punto di vista legale e personale, stiamo lavorando alla costituzione di un Comitato Vittime della ferrovia Genova Caselle e AMT (azienda trasporti di Genova). Dobbiamo assolutamente tenere alta l’attenzione di autorità e media affinché nessuno dimentichi le vittime e le loro famiglie.
Faremo di tutto  per poter procedere al meglio nella nostra “battaglia” che non è solo per chi non c’è più, ma per fare in modo che quanto è successo a noi e alle nostre famiglie, non si ripeta in futuro.
Dobbiamo dire basta tutti insieme a questa sofferenza, a un lungo elenco di morti che potevano e dovevano essere evitate”.
 
Ci auguriamo che il Sig. Rissotto Paolo e tutte le altre vittime dell’amianto in Genova, e nel resto della Liguria e d’Italia, abbiamo giustizia.
Ogni anno più di 6mila persone perdono la vita per patologie asbesto-correlate.  Più di 1.500 solo per il mesotelioma – e poi ci sono i tumori polmonari, quelli del tratto gastro-intestinale, all’ovaio e le patologie non neoplastiche. Tra le quali quelle fibrotiche (asbestosi, ispessimenti pleurici, placche pleuriche).

L’azione dell’Osservatorio Nazionale Amianto

Sono anni che l’Osservatorio Nazionale Amianto si batte per la bonifica. Per evitare le esposizioni e quindi le nuove patologie che si manifesteranno nei prossimo 20/30/40 anni. I malati e i morti di oggi sono il risultato di esposizioni avvenute nei decenni scorsi.
L’Osservatorio Nazionale Amianto ha istituito diversi dipartimenti di assistenza.
Tutti i cittadini possono rivolgersi all’associazione, facendone richiesta con una semplice e-mail all’indirizzo osservatorioamianto@gmail.com.
Il Sig. Paolo Rissotto è il coordinatore del Comitato Vittime Amianto in Genova-Caselle e AMT, ed eventuali altre vittime e familiari possono rivolgersi a lui, inoltrando una e-mail all’Osservatorio Nazionale Amianto, ovvero contattando il Presidente, Avv. Ezio Bonanni, al n. 335/8304686.

Amianto in ospedale ad Anzio

Pericardite - Pronto Soccorso, Anzio

Amianto nelle incubatrici, nelle sale operatorie e capsule dentali

Amianto nelle incubatrici, nelle sale operatorie e persino nell’impasto dell’amalgama delle capsule dentarie. Le fibre letali di amianto, fino a 24 anni fa, venivano impiegate per realizzare macchinari e strutture miscelate con il cemento, ma anche all’interno di elementi fondamentali dell’attività odontoiatrica inseriti direttamente nella bocca dei pazienti.

E così, il quadro della situazione analizzata dall’Istituto nazionale infortuni sul lavoro all’interno degli ospedali italiani, risulta sconvolgente.

Il rapporto dell’Inail

Secondo il V Rapporto Mesoteliomi redatto da INAIL, sarebbero 280 i casi di mesotelioma solo nel settore sanità e servizi sociali rilevati nel periodo compreso tra il 1993 e il 2012.

“Questi dati sono fortemente sottostimati e tali comunque da rappresentare l’1,9% dei casi su 15.014, il totale di quelli che sono stati denunciati al ReNaM nel periodo preso in considerazione- spiega l’avvocato Ezio Bonanni, Presidente dell’Ona. “Purtroppo le prove acquisite sulla presenza e utilizzo di materiali contenenti amianto mostrano un impiego talmente massiccio che questi numeri sono solo la punta dell’iceberg”.

L’amianto, infatti, è stato utilizzato non solo in strutture e aziende private ma anche negli ospedali, in particolare quelli costruiti fino alla primavera del 1993, data nella quale è entrato in vigore il divieto dell’utilizzo del minerale.

Un numero elevato in relazione ai lavoratori

“L’incidenza di mesotelioma, o di malattie correlate da asbesto, è notevole tenendo conto del numero limitato di coloro che hanno lavorato e lavorano nel settore sanità, rispetto ad altri settori produttivi dell’economia del Paese – continua il presidente Bonanni- e questo testimonia un utilizzo davvero importante di amianto anche in luoghi strategici e delicatissimi del percorso sanitario”.

Dalle incubatrici alle sale operatorie

In base alle ricerche effettuate dall’Osservatorio, da Nord a Sud Italia, l’amianto all’interno degli ospedali è stato impiegato sia nella realizzazione delle strutture che spruzzato nelle pareti, nella colla, nelle mattonelle. Tracce di amianto sono state ritrovate anche negli impianti: quello elettrico, di riscaldamento e idraulico. Ovviamente, coibentazioni in cemento-amianto sia delle caldaie che delle tubature. Insomma, ovunque.

Ma ci sono dei ritrovamenti che fanno rabbrividire più di altri: quello all’interno delle apparecchiature destinate ai neonati e quello all’interno dei materiali utilizzati dai dentisti. L’amianto è stato utilizzato nelle sterilizzatrici, incubatrici, mense, carrelli riscaldati portavivande, lavanderie, stirerie e persino nelle sale operatorie.

Una scia di morti“Tra le mansioni più colpite dal mesotelioma pleurico quella degli infermieri professionali, con 7 casi, seguiti da 4 portantini continua Bonanni – ma in base ad una ricerca dell’Ona sono stati riscontrati anche 3 casi di medici ai quali non fa riferimento il V Rapporto Mesoteliomi”.

Sembra quasi una cosa impossibile, eppure l’amianto il cui impiego ha conseguenze letali per l’uomo, è stato utilizzato persino dagli odontotecnici: 4 casi di morte per malattie da asbesto correlate sono state scoperte fino a questo momento.

Un lunghissimo periodo di latenza

L’inalazione di una singola fibra di amianto può rimanere in incubazione, all’interno del corpo umano, dai 25 ai 40 anni, per poi manifestarsi in un mesotelioma pleurico o in altre forme di asbestosi per le quali non vi sono cure ma morte certa.

Purtroppo fino agli anni ’60, l’amianto era utilizzato nell’impasto nella amalgama delle capsule dentarie oltre che nella microfusione a cera persa. “In molti ospedali italiani sono state rimosse quasi interamente le strutture in amianto, ma in moltissimi altri nosocomi sono ancora presenti- conclude Bonanni- e l’Ona sta lavorando per poter completare la rimozione”.

Ecco in quali strutture ospedaliere è stata accertata la presenza di amianto che ha portato al decesso di numerosi lavoratori.

Gli ospedali coinvolti

Le strutture ospedaliere dove è stata rilevata una quantità importante di amianto sono gli ospedali Civili di Brescia, in particolare presso Reparto di Cardiologia, l’ospedale “V. Cervello” di Palermo, nel reparto di Emodinamica, e l’ospedale Vittorio Emanuele” di Gela, reparto di Ortopedia.

L’amianto è stato utilizzato in questi tre ospedali per quattro categorie di interventi: materiali che rivestono superfici applicati a spruzzo o a cazzuola; rivestimenti isolanti di tubi, forni, reattori e caldaie; una miscellanea di altri materiali comprendente, in particolare, pannelli ad alta densità (cemento amianto), pannelli a bassa densità (cartoni), prodotti tessili; pavimentazioni in laminato plastico. Questo tipo di pavimento è costituito da una matrice plastica, generalmente una miscela di polimeri organici, caricata con polveri minerali per ottenerne una maggiore rigidità e durezza.

Un’altra struttura interessata dalle fibre letali è il Policlinico Gemelli di Roma, dove è altissima la densità di amianto, in particolare nelle cucine. Qui,  negli edifici prefabbricati in cui sono state utilizzate lastre piane o ondulate in cemento amianto; nei rivestimenti di soffitti, più raramente di pareti; in ambienti come per esempio, le sale operatorie che necessitano di isolamento sia termico, sia acustico, sia soprattutto da rischio di incendio; rivestimenti anticondensa di locali dove si producono elevate quantità di vapore d’acqua; negli isolamenti termici di caldaie e tubazioni per il trasporto di fluidi ad alte o basse temperature.

Inoltre, nel Policlinico Gemelli in Roma, materiali contenenti amianto sono stati utilizzati oltre 3 mila applicazioni comprese le pitture e i rivestimenti con miscelazioni varie (con presenza tra il 5 e il 15%), stucchi, adesivi, mastici, stucchi per calafataggio.

Policlinico Umberto I di Roma

Fino al 2012, al Policlinico Umberto I di Roma sono rimasti componenti in amianto, in particolare, elementi che rivestono superfici, rivestimenti isolanti di tubi, forni, reattori e caldaie. Più una miscellanea di altri materiali comprendente, pannelli ad alta densità, pannelli a bassa densità e prodotti tessili; pavimentazioni in laminato plastico.

Ospedale Militare di Anzio

Un altro caso è quello dell’Ospedale Militare di Anzio le cui verifiche tecniche, eseguite negli anni, hanno confermato quanto la struttura fosse strapiena di eternit dalla tettoia fino all’intonaco spruzzato sulle pareti.

Per leggere l’articolo, pubblicato su Panorama, cliccare qui.

IMPORTANTE PASSO AVANTI DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Corte di Cassazione
Corte di Cassazione

Non sarà più necessario dettagliare la quantità di fibre per centimetro cubo presenti nel luogo di lavoro.

Ma siamo sicuri che si tratti veramente di una novità?

Ma l’INPS perché continua ancora a non applicare una legge dello Stato?

Dopo due gradi di giudizio di rigetto della richiesta dei benefici previdenziali previsti per gli esposti ad amianto, utile per il prepensionamento, ovvero per la rivalutazione delle prestazioni pensionistiche già liquidate, la Corte di Cassazione, sezione lavoro, ribalta il giudizio, perché afferma il principio secondo il quale non vi è obbligo, data la lunga esposizione lavorativa, di dettagliare “la quantità di fibre per centimetro cubo presenti nel luogo di lavoro”. Secondo la sentenza 06543/17: “non è necessario che il lavoratore fornisca la prova atta a quantificare con esattezza la frequenza e la durata dell’esposizione, potendo ritenersi sufficiente (…) che si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, la rilevante probabilità di esposizione del lavoratore al rischio morbigeno, attraverso un giudizio di pericolosità dell’ambiente di lavoro, con un margine di approssimazione di ampiezza tale da indicare la presenza di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia indicata dalla legge”.

Ma si tratta veramente di una sentenza “nuova”?

L’Avv. Ezio Bonanni, già nella sua prima pubblicazione “Lo Stato dimentica l’amianto killer” (marzo 2009), aveva fatto riferimento a questo principio, che peraltro aveva ricavato dalla giurisprudenza coeva. L’autore, già legale di migliaia di cittadini esposti ad amianto, aveva anticipato quello che è un principio che ora è divenuto granitico, fermo restando che le fibre, sono dannose “Anche basse concentrazioni e sporadiche esposizioni” perché non sussiste una soglia al di sotto della quale il rischio si annulla e perchè tutte le esposizioni  hanno un “ruolo acceleratore… e conseguente rilevanza causale, connessa alla abbreviazione della latenza e all’anticipazione dell’evento letale” (cfr. Cassazione Sezione Penale, con la Sentenza n° 42128 del 12.11.2008)”.

“Il rischio amianto non si limita ai siti industriali dove veniva estratto, prodotto e lavorato o nelle altre fabbriche e luoghi di lavoro, ma si estende all’intero territorio e per tutta la popolazione, anche donne e bambini, più sensibili e fragili ed anche come pesante ipoteca per le generazioni future. Basti soltanto osservare che spesso le scuole hanno i tetti in cemento amianto e le pareti dei muri intonacate con amianto a spruzzo e che, dunque, ne sono esposti i bambini!!! Discariche a cielo aperto, vecchi capannoni, fabbriche, opifici e macchinari, alcuni abbandonati all’incuria del tempo, altri ancora pienamente operativi, cantieri navali e siti di ogni tipo, erano completamente disseminati di amianto in matrice friabile e compatta. Il limite di soglia, il concetto di valutazione e limitazione del rischio, si trasforma nell’accettazione del rischio, nel prospettare l’evento – malattia – come il possibile risultato della condotta anche omissiva, e ciò nonostante accettarlo sul presupposto di indennizzare il danno. Un corretto argomentare giuridico parlerebbe di dolo eventuale e non di norme di prevenzione e di sicurezza sul lavoro!!! Infatti, per le malattie asbesto correlate, ad eccezione dell’asbestosi, non esiste limite di soglia ed anche poche fibre possono essere fatali. Si sostiene erroneamente che l’articolo 3 stabilisca «un limite di concentrazione al di sotto del quale le fibre d’amianto devono considerarsi respirabili nell’ambiente di lavoro tanto da non obbligare all’adozione di misure protettive specifiche (!) e mostrando così di ritenere insufficiente agli effetti del beneficio da attribuire ai lavoratori esposti all’amianto (che non abbiano contratto malattia professionale) la presenza della sostanza in quantità tale da non superare il limite anzidetto e da non rappresentare per tale ragione un concreto pericolo per la salute» (Cass. 21682/2004 seguita da tantissime Sentenze di merito). Si tratta di una tesi che non ha fondamento giuridico (oltre che scientifico) e non può davvero giustificarsi alla luce della legge, sotto alcun aspetto”.

La dimostrazione dell’esposizione

Tuttavia il principio è passato e dunque bisognava e bisogna dimostrare l’esposizione ultradecennale alle famose 100 fibre litro.

Una prova difficilissima da tendere, soprattutto se rapportata a periodi che risalgono anche a trent’anni or sono, riferiti a condizioni che ormai si sono modificate, a siti lavorativi che non esistono più o nella migliore delle ipotesi hanno subito dei radicali cambiamenti.

Per evitare  che il diritto alle rivalutazioni potesse: “essere sempre negato o affermato a piacimento; significa affidare al potere politico, amministrativo e sindacale la facoltà di stabilire dove e quando riconoscere il diritto”, l’Avv. Ezio Bonanni e l’Osservatorio Nazionale Amianto hanno sempre sostenuto che debba applicarsi il principio per il quale la prova debba essere attinta da ragionamento logico deduttivo e sulla base della: “semplice verosimiglianza di quel superamento, la probabilità che quella soglia esista anche soltanto nell’ambiente” (Cassazione Sezione Lavoro n. 16119/2005).

La massima di questa Sentenza è chiarissima

al fine del riconoscimento di tale beneficio, non è necessario che il lavoratore fornisca la prova atta a quantificare con esattezza la frequenza e la durata dell’esposizione, potendo ritenersi sufficiente, qualora ciò non sia possibile, avuto riguardo al tempo trascorso e al mutamento delle condizioni di lavoro, che si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, la rilevante probabilità di esposizione del lavoratore al rischio morbigeno, attraverso un giudizio di pericolosità dell’ambiente di lavoro, con un margine di approssimazione di ampiezza tale da indicare la presenza di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia massima di tollerabilità” (Cass. 16119/2005).

Non va poi dimenticato che la mancanza di parametri espositivi all’interno della norma non rappresentava certo una svista o una dimenticanza del legislatore, dovendo essere considerata una scelta politica consapevole: coerente con l’azione nociva della sostanza (l’amianto nuoce a prescindere da limiti di soglia); conforme ai dettami dell’ordinamento (il d.lgs. 277 tutela a fini preventivi qualsiasi esposizione ad amianto), corrispondente al rischio assicurato nel sistema previdenziale delle malattie professionali (“l’esposizione comunque”) questo è quanto citato dall’Avv. Ezio Bonanni nel suo libro, circa 8 anni fa.

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus, ha sempre lamentato in questi anni e continua a lamentare ancora, dopo che la legge ha festeggiato le nozze d’argento proprio in questi giorni, la sostanziale disapplicazione, per quella parte che stabilisce il diritto dei lavoratori esposti per più di 10 anni ad essere collocati ad un periodo pari al 50% di quello di esposizione; e per quelli che sono malati di patologie asbesto correlate anche se esposti ad un periodo inferiore, e senza che valga il cosiddetto limite di soglia delle 100 fibre litro (art 13 comma 7 legge 257/92).

Ora la Corte di Cassazione non fa che ribadire un principio già affermato più volte e che comunque di buon senso, anche perché altrimenti sarebbe impossibile dimostrare l’esposizione ultradecennale a concentrazioni superiori alle 100 fibre litro e quindi ci sarebbe l’impossibilità di far valere il diritto, violando il diritto di difesa e di azione in giudizio con conseguente incostituzionalità della norma.

Gli ultimi sviluppi dalla giurisprudenza della suprema corte

Gli ultimi sviluppi dettati dalla giurisprudenza della suprema corte, sono invece portavoce di sorprese non sempre positive per quei lavoratori che disgraziatamente sono stati esposti a amianto.

Oltre ad aver respirato le fibre che ora sono nel loro corpo, invadendone tutti gli organi, con il rischio di insorgenza di patologie, quasi sempre mortali, e che comunque subiscono giorno dopo giorno i danni dovuti alla loro capacità infiammatoria, a queste difficoltà probatorie aggiunge anche la prescrizione decennale del diritto e la decadenza triennale, riferita non ai ratei ovvero alla differenza dei ratei, ma all’intero diritto, una decadenza tombale.

Il raggio di luce è costituto dalla recente normativa di cui all’art 1, comma 250, della Legge 232/16, attraverso la quale  approva la norma che prevede l’immediato pensionamento per tutti coloro che, per motivi di lavoro, hanno contratto mesotelioma pleurico, mesotelioma pericardico, mesotelioma peritoneale, mesotelioma della tunica vaginale del testicolo, carcinoma polmonare e asbestosi, purché riconosciuti dall’INAIL, ovvero dall’ente assicuratore, senza che ci sia la necessità di alcuna soglia di riconoscimento di inabilità/invalidità. Per maggiori informazioni sulla normativa è possibile consultare il notiziario ONA.

“Noi come associazione chiediamo che i requisiti dell’esposizione da amianto vengano accertati da un ente terzo (ASL), e non dall’INAIL o dall’INPS, in quanto quest’ultimo è ritenuto privo di un apparato tecnico adeguato – dichiara il Presidente Ezio Bonanni -. Noi, come ONA, esponiamo delle proposte concrete. Proponiamo che valga il precedente: una volta accertata la presenza di amianto in uno stabilimento, anche in caso di esposizione dovuta alla contaminazione ambientale, andrebbero riconosciuti a tutti i benefici”.

Non  sarà un Testo Unico a salvarci dall’Amianto

Rimozione amianto - incapsulamento amianto
Rimozione amianto

Non  sarà un Testo Unico a salvarci dall’Amianto

di

Giampiero Cardillo

Abstract

La salute del territorio abbisogna di un patto nazionale.

Perciò dovrebbe essere un  argomento da tener fuori dalla contesa politica elettorale

Il legislatore dovrebbe tener conto del fatto di non poter contare su adeguate Istituzioni operative, cui destinare una serie di provvedimenti normativi troppo complessi,  che si interconnettono tra loro: Testo Unico, Dlgs 81/08 e Codice Appalti, per esempio.

Si consideri anche che non si ridurrà  la  complessità di applicazione normativa razionalizzando solo le norme nazionali sull’amianto in un Testo Unico, ma non quelle regionali sulla medesima materia.

Sull’esempio positivo tedesco, portato a termine nella Valle della Ruhr, sarebbe meglio realizzare Grandi Progetti liberali, sussidiari, innovativi e complessi per la “rigenerazione” di vasti territori variamente “avvelenati”, compromessi e in crisi di sviluppo. 

In questo modo si  otterrebbe  per default, come sub-obiettivo, anche  la loro bonifica dall’amianto e da altri veleni, sostenendone in parte  il costo con lo sviluppo che lì si genererebbe. 

Meglio puntare soprattutto su  investimenti privati portatori di interesse,  con un limitato sostegno pubblico e  un vasto sostegno di più provvidenze EU a fondo perduto, o a debito di lunghissimo periodo, o in cofinanziamento nazionale- europeo. 

Occorre utilizzare molteplici call europee che sostengano il raggiungimento di più obiettivi diversi per uno stesso brano di territorio, compresi quelli riguardanti la sua salute.

Se invece si volesse mantenere la bonifica dell’amianto quale singolo, isolato obiettivo, come ipotizza  il Testo Unico in fieri, le Istituzioni “preposte”,  prive come ormai sono di sufficiente competenze, efficienza, efficacia e di fondi adeguati, incastrate da mille cavilli burocratici e tecnico-legali, non potranno che deluderci ancora per altri venticinque anni, come ci ha deluso la norma 257/92, ormai invecchiata assieme a noi.

L’importanza della bonifica dei siti contaminati

testo unico

Sono trascorsi  venticinque anni dal varo legge 257/92, che mise finalmente fine all’uso dell’amianto in Italia.

Ma ne abbiamo constato il fallimento nella lotta sul mortifero fronte della bonifica delle decine (30-40?) di milioni di tonnellate sparse sopra o sotto il suolo patrio.

Ora  il Parlamento sta cercando, dalla  fine di novembre dello scorso anno,  di riordinare e aggiornare tutta la normativa riferita all’amianto in un Testo Unico.

Cercherà di far ordine in 240 leggi diverse, ma poco potrà fare per le 400 norme regionali sull’argomento.

Un fallimento annunciato?

I noti, difficili rapporti Stato-Regioni sono stati finora uno dei principali ostacoli operativi delle Istituzioni preposte, già povere di competenze tecniche e amministrative specifiche e sempre più oberate da mostruosi intrecci procedurali paralizzanti.

Difficoltà che hanno addirittura impedito alla 257/92 di vedere applicato non meno di un terzo delle disposizioni che contiene.

In particolare ciò  è avvenuto nei casi di  mancata surroga da parte dello Stato di fronte alle clamorose, anche totali, inadempienze di molte Regioni, anche solo nel censire il fenomeno sul territorio.

Se si scorrono i nuovi 128 Articoli, suddivisi in 8 Titoli,  del futuro Testo Unico oggi in discussione, si vedrà che l’accento del legislatore è posto tutto al di qua e al di  di un centrorappresentato dalla completa distruzione del veleno rinvenuto sul territorio, non suscettibile di diverso sicuro trattamento, obiettivo che oggi  perseguiamo solo esportando all’estero piccole quantità di amianto, a costi altissimi, perché siano trattate definitivamente.

Non si hanno risultati apprezzabili con la sola incentivazione dell’azione dei privati detentori di amianto e con lo  stanziamento di fondi di bilancio per il comparto pubblico ove è presente amianto.

Al di qua della completa bonifica c’è il processo conoscitivo e la prevenzione dal maggior danno del fenomeno amianto (laddove lo si possa “vedere” o dove è ancora nascosto; conoscere quanto pesa e misura; chi è il titolare in capo al quale si accendono degli obblighi; quali provvedimenti adottati o da adottare nel tempo; quali e quanti controlli e manutenzioni; come organizzare i cantieri, etc).

Necessità di una nuova Agenzia Nazionale Amianto

Una nuova Agenzia Nazionale Amianto dovrebbe unificare, secondo la bozza del  nuovoTesto,  in unico registro, il censimento in progresso.

Alle ASL rimarrà il carico di ulteriori registri specifici (art.15) dove raccogliere notizie circa la pericolosità dell’amianto detenuto e ordinarne  il “trattamento” inteso come incapsulamentoconfinamento o rimozione, ma non come attività conclusiva di distruzione definitiva delle fibre killer, ove possibile. 

Nessuna provvidenza compare nella bozza di TU per incentivare la ricerca di soluzioni innovative per il trattamento definitivo dell’amianto, non conservabile in sicurezza nei manufatti ancora in uso..

Nessuna provvidenza per sostenere ricerche già in atto –all’Università  di Ancona, ad esempio- per la diagnosi precoce (già ingegnerizzata, ma non ancora disponibile)  e per un vaccino (sembra si sia  ormai  vicini alla scoperta, ma occorrono altri  fondi per sostenerne lo studio ulteriore in Italia- in Australia, utilizzando quanto già scoperto in Italia, avendo più finanziamenti, sembra siano in ormai in vantaggio.

Al di là della bonifica definitiva (intesa come distruzione delle fibre, che non risulta essere obiettivo della nuova  legge) c’è l’azione previdenzialeassistenziale e risarcitoria del danno ormai già subito da singoli o da intere categorie di persone, nonché le sanzioni e  le disposizioni processuali per punire inadempienze, inerzie , omissioni e ritardi, che hanno generato il danno.

Ma  resteranno ancora insolute le modalità di interruzione definitiva della genesi continua di nuovi rischi, procurata dal vecchio materiale già venuto allo scoperto. Sebbene si tratti di rischi temporaneamente e solo parzialmente  contrastati con il conferimento in (rare) discariche o con provvedimenti tampone sul posto.

Distruzione totale del rischio amianto

Per ottenere vera bonifica si dovrebbe giungere sino alla distruzione totale della fonte di rischio, mediante la distruzione delle fibre.

Questo è il vero nodo del problema amianto per un’Italia che ne ha davvero troppo.

Terremo l’amianto,  in un modo o in altro,  ancora con noi, attorno a noi, vicino o non troppo lontano da noi, sotto di noi, a tonnellate, immaginando di essercene disfatti, tranne per quello inviato a costi altissimi all’estero per essere distrutto (non  di rado clandestinamente scaricato in mare o sotterrato lungo la strada, però).

Non basta ridurre il numero delle decine di macro-siti  e delle centinaia di migliaia di micro-siti di amianto in giacenza palesata e registrata, concentrandolo in apposite discariche, prive di sistemi di trattamento definitivo del materiale ivi accumulato.

Restano mutati ma non eliminati, come abbiamo detto,  i pericoli e i rischi generici e specifici incombenti.

Rischi aggravati dalla instabilità meteorologica (recentemente si sono verificate trombe d’aria di grande potenza), sismica e  idro-geologica. Ma hanno un ruolo nefasto anche la rarità dei siti di accumulo e la loro facile saturazione, le difficoltà di trasporto e accesso, la manutenzione, i controlli, le eco-mafie sempre in agguato, i siti occulti di difficile individuazione e emersione.

Sono tutti  fattori di rischio che non si sa se  definire generici o specifici, considerando i tanti territori variamente compromessi e variamente allogati in Italia.

Non è facile nemmeno calcolare il rischio residuo che tali fattori, in assenza di distruzione delle fibre, possono generare in tempi medio-lunghi).

Finanziamenti per incentivare la bonifica

Il  nodo si aggroviglia, quando si riflette sulla necessità per  lo Stato di dover disporre di finanziamenti adeguati  per incentivare il settore privato a provvedere, nel tempo, ad azzerare il rischio amianto che detiene.

Come è impensabile immaginare di reperire fondi sufficienti per eliminare l’amianto dalle proprietà pubbliche.

Ci sono decine di tonnellate in gioco e forse un milione di siti grandi, medi, piccoli e piccolissimi, suscettibili  di attenzione e cura. Le somme necessarie non ci sono oggi, né ci saranno domani, data la situazione dei bilanci pubblici già gravati da un debito gigantesco e, purtroppo, ancora in crescita insostenibile.

Quali sono i Siti di Interesse Nazionale (SIN)?

Si consideri poi che,  tra le decine  di Siti di Interesse Nazionale (SIN), quelli con solo amianto sono solo sei (Casal Monferrato il più rilevante)

Tutti gli altri contengono più veleni di diversa natura, pericolosità e necessità di trattamento rispetto all’amianto.

Impensabile che il Testo Unico riguardi  provvedimenti per eliminare il solo amianto, lasciando in zona altri veleni.

Infine il nodo più intricato: le Istituzioni non dispongono di adeguati centri di progettazione, comando e controllo delle difficili operazioni di contenimento del rischio amianto, né tantomeno degli avvelenamenti più complessi di troppo vasti brani di territorio.

 Si pensi anche  ai  piccoli e piccolissimi Comuni che sopportano gravi inquinamenti sul proprio territorio.

Non ne dispongono neppure Enti a loro superiori di rango cui potrebbero rivolgersi sussidiariamente.

Solamente Individuare almeno dei responsabili del procedimento adeguati alla complessità delle  incombenze tecniche, amministrative e procedurali non è cosa facile. A  volte è impossibile.

Non porta frutti concreti neanche individuare singoli settori di primario intervento,  che però colpiscono l’immaginario elettorale, come scuole e ospedali. Esistono, infatti,  scuole inquinate, situate a pochi metri da altri siti contaminati non solo da amianto. Esistono anche scuole non lontane da siti che occultano la presenza di amianto. Privilegiare particolari tipologie edilizie concorre al far  finta di fare, cosa spesso utile alla battaglia politica, mai alla nostra salute.

La soluzione?

Le parole chiave sono:

  • concentrare risorse, perseguire più obiettivi contemporaneamente,
  • generare sviluppo e nuova ricchezza per sopportare lo sforzo congiunto pubblico-privato,
  • suscitare occasioni di investimenti di lungo periodo  sul territorio inquinato,
  • utilizzare più fondi e provvidenze EU destinate a sostenere una molteplicità di iniziative diverse,
  • accettare di avviare perlopiù solo progetti completi di risorse da investire,
  • utilizzare fondi pubblici solo per le parti del progetto generale che generano minori profitti o solo perdite finanziarie nel tempo (per incoraggiare i privati ad investire),
  • adeguare i progetti ai diversi local content territoriali, che in Italia coinvolgono spesso irripetibili beni pregevoli come paesaggio, arte diffusa, artigianato, agricoltura nobilitata, eccellenze industriali e culturali.

Costituire innovative Istituzioni temporanee di scopo per la selezione dei progetti e per la loro integrazione funzionale, non incardinate nel sistema burocratico, protette da leggi ad hoc e da un alto indice di condivisione con associazioni locali, ordini professionali, centri di ricerca locali e nazionali , rappresentanze di imprese.

Il modello RUHR in due parole, che sul sito dell’ONA compare ben studiato.

Modello RUHR: bonifica solo su vaste aree

Il modello RUHR significa infatti concentrare l’attività di bonifica  solo su vaste aree inquinate, adottando grandi progetti di “rigenerazione” territoriale, focalizzando l’obiettivo al suo sviluppo economico e civile  e non al solo disinquinamento, che si otterrà solamente per default.

Perseguire la chiusura del ciclo di bonifica, ove possibile, mediante stazioni di trattamento ad alto contenuto tecnologico innovativo. Il Titolo  6 del Testo Unico, invece, ripropone l’accordo di programma in caso di cofinanziamento MiSE- privati. È il modello dei patti in deroga ai piani regolatori urbani, che tendono a “giustificare” l’erogazione dei soldi pubblici per progetti di rilevante dimensione per riconvertire ex aree industriali o singoli edifici industriali in stato di abbandono. Le indicazioni di obblighi sociali del progetto sono la figlia di fico. Che hanno rovinato tante periferie urbane con centri commerciali o stadi di calcio, con attorno milioni di metri cubi concessi in deroga alle norme urbanistiche in vigore. Le polemiche Comune-Regione-Stato per l’ex area industriale di Bagnoli ha favorito trent’anni di liti e soldi buttati. È un modello fallimentare. Occorre il coraggio di mettere in campo qualcosa di nuovo, ma già sperimentato altrove, come sopra accennato.

Ridurre al minimo la permanenza di materiale inquinante in discariche. Da considerare sempre deposito provvisorio di una attività di distruzione, scissione  o conversione e di eventuale recupero per riuso dei materiali inquinanti depositati, ridotti a componenti riutilizzabili: ecco un altro obiettivo non derogabile.

La cura, per quanto sopra detto, non è il solo disinquinamento, che come obiettivo isolato è impossibile da perseguire.

È, invece, lo sviluppo nel lungo periodo la soluzione: la “rigenerazione” territoriale che produce ricchezza.

Le risorse non possono essere  i soldi  pubblici a fondo perduto, ma capitali investiti in ambiente istituzionale protetto da inefficienze, inefficacia e corruzione, sostenuti anche da fondi pubblici.

Gli attori principali dell’impresa e le risorse

Gli attori principali dell’impresa dovranno coincidere con  la coralità delle risorse tecniche, umane, economiche del territorio (local content) e di chi si convinca, al di fuori di esso, sia una occasione di investimento industriale e finanziario da non perdere.

Se ci sono riusciti i tedeschi nella Ruhr, i francesi a Metz, gli americani a Pittsburg, gli spagnoli a Bilbao e Valencia , perché non dovremmo riuscirci anche noi?

Perciò occorre conformare il nuovo Testo Unico in fieri  e le 400 norme regionali, che sono fuori dalle competenze riformatrici del Parlamento , con norme integrate,  utili a favorire questa innovativa ottica (lo  sviluppo che cura il territorio avvelenato) già sperimentata altrove  con successo.

Il Presidente dell’ONA, Avv. Ezio Bonanni ha aperto un dialogo con le Istituzioni su questi argomenti alcuni anni fa. Inizialmente ha  suggerito che  fosse giunto il tempo di passare dalla “protesta alla proposta”, dai tribunali ai cantieri, dalla scienza forense alla ricerca di cure e vaccini.

Oggi, vedendo cosa contiene la bozza di Testo Unico, chiede sia fatto un ulteriore passo avanti. Passare non solo dalla protesta alla proposta, ma anche ad una serie di progetti concreti, Grandi Progetti di rigenerazione territoriale di lungo termine.

I soli che si sono rivelati già rivelati fuori d’Italia veramente efficaci.

Un apposito Dipartimento dell’ONA è pronto a collaborare con le istituzioni per questo nuova sfida che non possiamo perdere.

Salvatore Garau: necessario è il ruolo della sanità militare

Militari italiani - Salvatore Garau
Militari

Salvatore Garau: “A partire dal 17 febbraio 2017, l’AFEA Onlus (Associazione Famiglie Esposti Amianto) entra a far parte del Coordinamento Amianto pro Comparto Difesa (CAD).

Da parte nostra è vivo e fervido l’impegno, in ogni sede e in ogni luogo. Affinché la lacunosa legislazione vigente, che lo stesso Consiglio di Stato ha dichiarato essere in qualche parte oscura, imperfetta od incompleta, venga modificata in favore dell’affermazione dei diritti degli operatori della Difesa e Sicurezza Nazionale Vittime dell’Amianto e degli altri fattori nocivi.

Su questo versante ribadiamo, inoltre, la ferma contrarietà alla sola ipotesi di passare all’INAIL la competenza della valutazione del danno subìto dal personale delle Forze Armate. Se tale ipotesi dovesse concretizzarsi sarebbe un danno permanente per tutti i gli operatori della Difesa e Sicurezza Nazionale! Un esempio lampante di inadeguatezza dell’INAIL è rinvenibile nelle negate certificazioni dell’esposizione ad Amianto nei confronti del personale militare imbarcato!

Il problema da superare rimane la normativa non adeguata. È necessario creare ed enfatizzare il ruolo della sanità militare, in quanto la stessa INAIL non è a conoscenza di tutte le molteplici attività svolte dai militari. Riteniamo che l’obiettivo del Progetto di Legge (PdL) AC 4243 presentato dall’On. Cirielli e altri, accolga positivamente, sebbene in parte, le istanze delle Vittime rappresentate con il documento CAD 012/2016 PREVENIRE-CURARE-ASSISTERE.

Pertanto, le Associazioni componenti il CAD, unitariamente e singolarmente, chiedono ai Parlamentari di ogni schieramento e alle Associazioni che si battono per l’affermazione dei diritti degli operatori della Difesa e Sicurezza Nazionale di sostenere la ratio del predetto PdL AC 4243, affinché la specificità riconosciuta al personale del Comparto difesa e sicurezza non rimanga, come si legge in alcuni documenti, una manifestazione mirabile di ipocrisia,[…]”.

Tesi di Salvatore Garau condivise dall’ONA

Le tesi descritte da Salvatore Garau, sono condivise da ONA, rappresentata dal suo Presidente, Avv. Ezio Bonanni. Ne parla anche nel corso del recente convegno dal titolo “Amianto nella marina militare”. Qui ha ribadito che su queste posizioni le tesi di tutte le associazioni e delle vittime sono univoche.

“L’Osservatorio Nazionale Amianto, lotta da tempo affinché ci sia giustizia e perché chi ha sbagliato paghi – dichiara l’Avv. Ezio Bonanni, il Presidente dell’ONA -. È un diritto delle vittime quello di sapere se ci sono o meno delle responsabilità per le loro malattie, ovvero per il decesso dei tanti militari, non solo quelli della marina ma anche quelli dell’esercito e dell’aviazione.

E’ un loro diritto quello di vedersi riconosciuta la causa di servizio e gli indennizzi riconosciuti alle vittime del dovere, parificate alle vittime del terrorismo. Molte volte ho visto queste vittime aggirarsi per i tribunali, chiedere le date di fissazione delle udienze, penali e civili, oppure sollecitare gli organi amministrativi. Il tutto affinchè decidano sulle loro istanze. Uno Stato può dirsi civile prima di tutto se bonifica. Poi se cerca di riparare i danni che ha creato – continua il Presidente.

Qui siamo di fronte ad un vero bollettino di guerra. Ciò è inaccettabile. Potevano essere utilizzati materiali sostitutivi. Potevano esserci delle dotazioni specifiche. Invece, ancora oggi, dobbiamo continuare ad assistere ad istanze di giustizia e qualche volta a delle incredibili assoluzioni anche per prescrizione!

Chiediamo giustizia per questi morti, servitori dello stato che hanno messo la loro vita al servizio dello stato e sono stati ripagati con malattie sofferenze, lutti e tragedie- dichiara l’Avvocato Bonanni-. Confidiamo e ci auguriamo che ci possa essere una puntuale applicazione degli strumenti di prevenzione primaria e di sorveglianza sanitaria, così come di indennizzi e risarcimenti”.