26.6 C
Rome
sabato, Agosto 15, 2026
Home Blog Page 430

Amianto: tutto ciò che c’è da sapere sulla bonifica

Amianto
Amianto

L’Italia fin dagli inizi del novecento è stata una delle principali produttrici di amianto a livello mondiale. Nel 1992 ha bandito la fibra killer, stabilendo con Legge n. 257 del 27/3/1992 il divieto di estrazione, importazione ed esportazione, commercializzazione e produzione di amianto e materiali contenenti amianto.

Una fibra killer che lascia impronte incancellabili

La legge richiama a successivi decreti e circolari a cura del Ministero della Salute in cui si riportano dettagliatamente le modalità attuative degli interventi di bonifica e le relative procedure. Queste vengono affidate esclusivamente ad aziende autorizzate e iscritte alla speciale sezione dell’albo dei gestori di rifiuti.

La messa al bando ha decretato la fine di un epoca in cui in nostro paese aveva largamente utilizzato l’amianto per le sue incredibili caratteristiche. Il tutto, ignorando la pericolosità del minerale, ma rimangono le contraddizioni.

L’obbligo di bonifica: qualche contraddizione

Infatti, la legge 257/92 non impone l’obbligo di bonifica dell’amianto e dei materiali che la contengono. Di conseguenza, ad oggi, ci sono tantissimi siti contaminati da bonificare e i quantitativi dei rifiuti tossici sono esorbitanti.

Purtroppo, però, i dati relativi ai siti contaminati sono approssimativi e sottostimati. Questo perché spesso, anche se le amministrazioni comunali tentano di mettere in piedi dei programmi di monitoraggio, non sempre le risposte arrivano ed inoltre la mappatura è incompleta.

Come si deve smaltire correttamente l’amianto?

Secondo le direttive italiane, i rifiuti contenenti la micidiale fibra killer dovrebbero essere trattati prima dello smaltimento in discarica e riciclati come componenti minerali nei materiali da costruzione. Le dinamiche di un processo delicatissimo.

Un mulino ad anello ad alta energia macina i rifiuti di cemento-amianto per un massimo di 4 ore. 

Durante ogni fase della macinazione, si effettua un monitoraggio delle polveri sottilissime, per verificare la trasformazione mineralogica e morfologica delle fasi dell’amianto. Anche l’efficacia tecnologica del processo di riciclaggio viene valutata preparando e testando malte idrauliche a base di calce e polvere macinata.

Ma dove va a finire l’amianto una volta che è stato rimosso dalle coperture?

Ovviamente dovrebbe andare in discarica, purtroppo però in Italia di discariche che accettano questo l’amianto sono solo 22, di cui due non funzionanti, stando all’ultimo rapporto Inail/Dipia.

Ciò non è sufficiente a gestire la mole di rifiuti prodotti nel nostro paese.

I dati forniti dall’INAIL/Dipia hanno anche evidenziato “le volumetrie di amianto accettate e le capacità residue di ogni impianto, di accettare ancora apporti di cemento amianto, indicando anche le volumetrie residue, cioè quanto amianto ancora le discariche possono accettare (al 30/6/2013 la volumetria totale residua su tutto il territorio nazionale, e cioè la capacità ancora disponibile a smaltire RCA in futuro, è stimabile ~ 2.400.000 mc, di cui oltre il 50% dedicato al codice 17.06.05*-materiali da costruzione contenenti amianto)”.

Quanto costa costruire una discarica?

Greenreport sostiene che costruire una discarica in Italia costerebbe circa circa 5 milioni di euro .

A fronte dei 2 milioni di euro che spendiamo per cure, previdenza, malati e bonifiche in emergenza, appare evidente che realizzare delle discariche per l’amianto costerebbe meno rispetto all’impatto ambientale e sanitario che ne consegue.

I rifiuti vengono portati all’estero

Per tali motivi, la maggior parte dell’amianto smaltito in Italia, viene portato in Germania o in altri paesi. Il minerale viene trattato con un procedimento chiamato vetrificazione che consiste principalmente nel trattamento dell’amianto a temperature maggiori di 900°, con la tecnologia delle torce al plasma. Il materiale ottenuto viene poi riciclato come materiale inerte.

Esportare ha ovviamente un costo, senza contare che il trasporto di questo materiale è decisamente costoso e soggetto alla scheda del Sistri, un sistema ideato per tracciare le movimentazioni di materiali pericolosi e non, da parte delle aziende che si occupano dello smaltimento.

Quali sono i rischi della bonifica?

Alcune aziende per ovviare ai costi esosi, offrono di smaltire i rifiuti a prezzi concorrenziali.

Peccato che spesso abbandonino i rifiuti o li smaltiscano in maniera irregolare, andando per prima cosa a mettere in pericolo la salute pubblica, con i relativi costi sanitari che ne conseguono che ricadono sulla collettività.

Trieste capitale dell’amianto

Trieste
Trieste

Questa è la storia di una battaglia, in cui si combatte per la vita, in nome di tutti gli uomini e le donne che sono morti ingiustamente a causa delle fibre di amianto che hanno inalato, ingerito e manipolato per compire ciò che era un loro diritto: il lavoro.

Si, perché proprio in nome dell’uniforme o della tuta che portavano, delle famiglie che hanno perso un padre, un marito, una moglie, è arrivato il momento di mettere la parola fine a questo massacro.

L’ONA a Trieste presenta “Amianto tra medicina e giurisprudenza

Solo in Italia si stimano circa 6mila decessi ogni anno, 1900 morti di mesotelioma, 600 per asbestosi, 3600 per tumori polmonari; dei 107mila che si verificano in tutto il mondo.

L’asbesto provoca anche tumore alla faringe, alla laringe, allo stomaco e alle ovaie.

Per questo motivo, il 19 Ottobre si svolgerà un convegno organizzato dall’ ONA e dall’AEA FVG (Associazione Esposti) dal titolo “Amianto tra medicina e giurisprudenza” moderato dalla Dott.ssa Silvia Stern.

Tra i relatori:

  • Ezio Bonanni, presidente ONA, che tratterà il tema “Amianto: tutele risarcitorie e previdenziali”
  • Dott. Pietro Gino Barbieri, direttore del servizio PSAL ASL di Brescia e già responsabile del registro mesoteliomi di Brescia
  • Dott.ssa Paola De Michieli, dirigente medico presso SC Medicina del lavoro dell’Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste
  • Dott.ssa Alessia Arbore, medico reparto chirurgia toracica ospedale di Cattinara, Trieste

Legge 257/1992 e il bando, non totale, dell’amianto

Una tematica molto complessa, non solo dal punto di vista sanitaria ma anche legale, perché, la famosa legge 257 del ’92 non riuscì a “bandire” completamente l’amianto.

Nonostante la L. 257/92, sono presenti ancora 40milioni di tonnellate di materiale contenente amianto, 11mila siti ancora da bonificare solo nel Lazio, 2400 scuole e 250 ospedali con presenza di Eternit nella struttura.

L’Italia – afferma Bonanni – “è stata uno dei maggiori produttori e utilizzatori di materiali di amianto (per un totale di 2.748.550 tonnellate nel periodo dal 1945 fino al 1992), il secondo in Europa, dopo l’Unione Sovietica. Poiché, nei circa 3mila prodotti e applicazioni del minerale, l’amianto ha un’incidenza dal 5 al 15%, si giunge alla stima della presenza di 45milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto”.

Una morte lenta e travagliata

Questo perché l’amianto uccide le fibre che si insidiano nei polmoni per inalazione o per ingerimento, e può provocare un tumore a distanza di anni.

Una malattia lenta e difficile da diagnosticare, soprattutto all’inizio, se non si è sottoposti ad un’adeguata prevenzione sanitaria. E non solo una morte fisica, anche psicologica.

La morte dell’anima, che uccide non solo gli ammalati, ma anche i familiari straziati dal dolore e dalla rabbia mentre si chiedono:

com’è possibile che sia morto per svolgere il proprio lavoro? Hanno portato via mio padre, mio marito, voglio giustizia!”.

Ma la giustizia non porterà mai in vita coloro che hanno perduto per sempre. E quel padre, quel marito o moglie, non sarà più con loro e non si potrà cancellare una mancanza, solo imparare a conviverci.

Lo Stato, da quando l’amianto è stato bandito con la legge 257 del 1992 non ha posto alcun rimedio anzi, ha continuato a permettere che esseri umani lavorassero in queste condizioni.

La situazione in Italia

L’ONA stima, solo in Italia, più di 1mln di siti con presenza di amianto. Almeno 50.000 siti industriali e 40 siti di interesse nazionale in cui è presente. Almeno 10, tra cui quelli Fibronit di Broni e di Bari, l’Eternit di Casale Monferrato e così via.

Ci sono poi 2.400 scuole, stima confermata dal CENSIS il 31 maggio del 2014.

Sono stati esposti al rischio amianto 352mila alunni e 50mila del personale docente e non docente. Anche nelle biblioteche e negli edifici culturali si registrano mille siti. L’asbesto è presente anche nei luoghi di “cura”, gli ospedali: si stimano 250 siti.

Utilizzato da sempre nelle tubature, ancora oggi la nostra rete idrica rivela presenza di amianto per 300mila km di tubature inclusi gli allacciamenti, con presenza di materiale contenenti amianto rispetto ai 500mila totali.

Il tutto, tenendo conto che la maggior parte sono stati realizzati prima del 1992, quando veniva utilizzato in tutte le attività edili e costruttive.

Nelle Forze Armate

Nelle forze armate, l’amianto è stato usato in modo considerevole, per le sue qualità di isolante te e per la sua economicità, secondo il VI rapporto RENAM, pubblicato nell’ottobre 2018, sono 830 i casi di mesotelioma, di cui 570 solo nella Marina Militare ed è solo la punta dell’iceberg. Il picco delle morti è previsto nel 2025-2030. I dati aggiornati sono disponibili nel VII Rapporto ReNaM.

La situazione in Friuli-Venezia Giulia

Per quanto riguarda il Friuli-Venezia Giulia, dall’ultimo rapporto ReNaM è possibile trarre tutti i dati precisi e in particolare il numero dei casi di mesotelioma, pari a 1.172, fino al 2015.

La stessa Regione Friuli-Venezia Giulia ha pubblicato i dati sulla presenza di amianto sul territorio, in particolar modo nella provincia di Trieste ed  è stata stimata per difetto almeno 1milione di tonnellate, rispetto ai circa 40 del territorio nazionale; con 2.300.000 m² di coperture in cemento amianto ancora presenti.

In Friuli-Venezia Giulia sono erogate dall’INAIL 1400 prestazioni economiche ogni anno e quindi il 10% su base nazionale, mentre la popolazione del Friuli è pari a 1,218 milioni rispetto ai 60 milioni di abitanti del territorio nazionale (il 2%): vi è quindi un dato 5 volte superiore rispetto alla media nazionale (gli stessi mesoteliomi sono pari al 4,3% del totale e quindi il doppio rispetto alla popolazione).

Ulteriore motivo di allarme è la concentrazione di mesoteliomi nella provincia di Gorizia, quasi esclusivamente nel Monfalconese e nella provincia di Trieste.

Il servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro della AAS n.2 “Isontina e Bassa Friulana” nel periodo compreso tra il 1 gennaio 2017 e il 4 settembre 2017ha registrato 282 casi di malattia professionale dei quali ben il 55% (155 casi) ascrivibili a patologie asbesto correlate.

La storia di Roberto Persich e la battaglia di Santina

A Trieste, durante il convegno sarà presente la moglie di Roberto Persich, giovane operaio morto a soli 46 anni a causa di un mesotelioma. Santina Pasutto, membro del consiglio direttivo AEA FGA, ha raccontato più volte all’ONA la storia della sua perdita.

Roberto lavorava come meccanico manutentore dei mezzi della nettezza urbana di Trieste. Morì nel 2008 consumato dalla malattia e lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di sua moglie e dei suoi cari.

E proprio da questo dolore Santina ha trovato la forza di combattere e di schierarsi a fianco delle vittime dell’amianto, perché sa cosa significhi perdere una persona cara a causa della fibra killer presente sul luogo di lavoro e quanta rabbia possa provocare.

La Procura di Trieste aveva archiviato il caso ma, grazie alla determinazione e alle continue battaglie legali dell’Avv. Bonanni, nel 2015 il Giudice ha emanato la sentenza condannando il comune di Trieste al risarcimento di oltre 1milione di euro per la moglie e per i figli.

Dal punto di vista legale

“La normativa comunitaria (quarto considerando della direttiva n. 477/83/CEE dell’assenza di una soglia al di sotto della quale il rischio si annulli e, per effetto del già richiamato compendio normativo, deve ritenersi sussistente il divieto di esposizione anche prima dell’introduzione dei divieti di cui alla L. 257/1992 – tra le tante Cassazione, IV Sezione Penale, sentenza n. 4915 del 2012), ragione per la quale, essendo vietata dalla legge ogni esposizione ad amianto a prescindere dai limiti di soglia, permane l’obbligo risarcitorio dei danni anche laddove l’esposizione fosse minima e comunque suscettibile di ulteriore riduzione (Cass., Sez. lav., sentenza n. 4721/1998; Cass., IV Sez. pen., sentenza n. 5117/2007).

L’unico strumento di effettiva tutela della salute umana, rispetto a tale rischio, è evitare ogni forma di esposizione ed è per tale ragione che, in relazione alla conoscenza e/o conoscibilità delle capacità lesive dell’amianto per la salute umana, anche la legittimità del suo utilizzo, non rendeva tale l’esposizione dei lavoratori, che dovevano essere preservati nella loro incolumità”.

La situazione all’estero

Secondo una recente intervista rilasciata dall’Avv. Ezio Bonanni, negli ultimi anni, in seguito al divieto, la produzione e l’uso dell’amiamo, in Brasile, si è dimezzato.

Sono solo tre i Paesi che continuano a estrarre il minerale di amianto: la Russia, la Cina e il Kazakistan

Questo è stato stimato dall’ONA tenendo conto dei dati provenienti dallo United States Geological Survey (Usgs): un forte calo della produzione di amianto, da circa 2,1 milioni di tonnellate nel 2012 a circa 1,4 milioni di tonnellate nel 2015.

Ciò anche grazie all’impegno di tutte le associazioni e quindi, in Italia, dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

Anche le stime per la produzione di amianto cinese sono state tagliate di quasi il 50% nel 2014 e nel 2015. Le revisioni in Brasile e Kazakistan sono state meno sensibili, tuttavia le stime iniziali di produzione per il 2015 sono state ridotte del 15% in entrambi i Paesi, prosegue l’analisi.

Nel 2014 – sempre in base a dati consultabili – il consumo mondiale apparente di amianto è diminuito del 2%, da 2,06 a 2,01 milioni di tonnellate. Diminuzioni in consumo di oltre 10mila tonnellate sono state rilevate in Cina, Indonesia, Kazakistan, Tailandia e Ucraina, mentre il consumo in Brasile, India e Sri Lanka è aumentato di più di 10mila tonnellate.

La Cina era il principale consumatore di amianto nel 2014, seguita da Russia, India, Brasile, Indonesia, Uzbekistan, Vietnam, Sri Lanka, Thailandia e Kazakistan. Questi dieci Paesi collettivamente hanno fatto registrare il 95% del consumo di amianto in tutto il mondo.

Ecco perché la produzione mondiale di amianto è rimasta superiore ai 2milioni di tonnellate nel 2015.

La necessità di intervento secondo l’avvocato Ezio Bonanni

“Il rischio – dichiara il presidente ONA – si lega all’importazione di prodotti dalla Cina, Brasile, India e Kazakistan: È necessario, quindi, il bando globale dell’amianto e in mancanza, ove i tre Paesi ancora produttori dovessero continuare a utilizzarlo, sono necessarie azioni politiche forti dell’Unione Europea.

In particolare dell’Italia e del neo sottosegretario di Stato per i rapporti con l’Unione Europea, On.le Laura Agea che, già in passato, da relatrice della revisione della direttiva cancerogeni, nella scorsa legislatura del Parlamento Europeo, aveva sollevato la necessità di regole commerciali che ponessero il divieto di importazione in UE e in tutti i paesi dell’UE (come direttrice politica unica e coerente) di prodotti contenenti amianto o con il rischio che contenessero amianto (principio di precauzione).

Riteniamo che questa lodevole iniziativa possa essere rilanciata anche dal nostro ministro degli Esteri, On.le Di Maio, che ben conosce la problematica amianto, per le numerose iniziative dell’ONA cui ha direttamente partecipato.

Confidiamo quindi che l’azione del nuovo sottosegretario per i rapporti con l’UE, On.le Laura Agea, possa costituire quel fronte unico di tutti i Paesi europei, per impedire che merci con amianto e/o contenenti amianto, giungano anche in Italia, mettendo a rischio la salute e l’incolumità dei nostri cittadini, ancor di più rispetto ad una situazione già critica”.

Per ulteriori informazioni sul convegno che si terrà sabato a Trieste, visita l’homepage del sito dell’avv. Ezio Bonanni.

Nuove frontiere dell’energia rinnovabile

ONA, energia
ONA

Il 10 ottobre presso il Centro Ricerche Casaccia-Roma, ENEA ha realizzato un nuovo impianto sperimentale per produrre biogas, una delle fonti alternative più utilizzate per la produzione di energia rinnovabile, indicata dall’U.E tra  le fonti energetiche rinnovabili non fossili, che possono garantire non solo autonomia energetica, ma anche la riduzione graduale dell’attuale stato di inquinamento dell’aria e quindi dell’effetto serra. 

Fonti alternative e riduzione dell’inquinamento, fra utopia e realtà

Un ciclo virtuoso che sfrutta la materia di scarto trasformandola in combustibile di origine non fossile, da utilizzare sia nei trasporti sia per produrre calore ed energia elettrica.

L’impianto dovrebbe aumentarne resa e contenuto in metano per oltre il 70%, riducendo volumi, tempi e costi di produzione d’energia, rispetto agli impianti “tradizionali”.

L’apparato sperimentale, è stato realizzato nell’ambito del Programma Industria 2015 ed è finalizzato all’incremento dell’efficienza del processo di digestione anaerobica attraverso infrastrutture, fermentatori da banco, circuiti e impianti sperimentali di piccola taglia, fino ad impianti pilota veri e propri del volume di alcuni metri cubi.

A finanziarlo, il Ministero dello Sviluppo Economico, in collaborazione con l’azienda Ladurner Ambiente (capofila del progetto).

Energia rinnovabile: il presente e il futuro

L’impianto si presta ad essere alimentato con biomasse “povere”, come canne, paglia, residui agricoli o rifiuti organici, ma al momento funziona solo con gli scarti provenienti dalla mensa del Centro Ricerche Casaccia.

In futuro verrà ingrandito e dotato di altri componenti per sperimentare, anche attraverso la collaborazione sinergica dell’industria del settore, nuove tecnologie attraverso cui si dovrebbe essere in grado di produrre bioidrogeno e biometano.

Nel dettaglio, si sta progettando la realizzazione di una copertura con pannelli fotovoltaici, che non solo potranno alimentare le utenze dell’impianto ma saranno anche in grado di produrre, mediante elettrolisi dell’acqua, una corrente di idrogeno da utilizzare in processi all’avanguardia per la bioconversione della CO2 contenuta nel biogas in metano.

I servizi di tutela e assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus  e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti e vittime dell’amianto e altri cancerogeni. L’associazione con il pool di tecnici, assiste i cittadini per la bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria).

L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. Fermo il ruolo della prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive, assicurano maggiori chance di guarigione. Ovvero di maggiore sopravvivenza a migliori condizioni di salute. L’ONA guida anche il pool di legali, per la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale, tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto.

Anche i lavoratori che sono ancora privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto. In caso di insorgenza di malattia professionale, l’ONA avvia il percorso INAIL per l’indennizzo e/o la rendita. In caso di servizio reso nelle Forze Armate, ovvero in esposizione ad amianto ed altri cancerogeni, nel rapporto di pubblico impiego non privatizzato. La struttura medico legale dell’ONA avvia le domande amministrative di riconoscimento di causa di servizio e quelle di vittima del dovere. Tutte le vittime e i loro famigliari hanno diritto al risarcimento di tutti i danni. In caso di decesso, le somme sono liquidate ai famigliari, loro eredi legittimi.

assistenza ona

Il biometano: c’è chi dice si. Il parere di Vito Pignatelli

Parimenti al gas naturale, il biometano è una fonte di energia rinnovabile. Ottenuta dalla lavorazione della frazione organica dei rifiuti urbani e dalla valorizzazione di prodotti e sottoprodotti della filiera agricola e agroindustriale.

Secondo ambientalisti ed economisti, il biometano può essere immesso nelle infrastrutture del gas naturale apportando grandi benefici.

Il responsabile del Laboratorio ENEA di “Biomasse e Tecnologie per l’Enegia”, Vito Pignatelli ha dichiarato:

“La produzione di biogas da impianti di digestione anaerobica è considerata una tecnologia matura ampiamente diffusa sul territorio nazionale, in particolare nel Nord Italia, ma presenta delle criticità, specie nel caso di utilizzo di una percentuale rilevante di biomasse povere”,

Ciò infatti comporta costi elevati per l’eventuale immissione in rete del biogas, che per legge deve avere un contenuto minimo di metano del 97%.

Quali sono i benefici del biometano

“Grazie alle innovazioni sviluppate nei laboratori dell’ENEA, come ad esempio l’impiego di miscele selezionate di funghi e batteri e la separazione dei diversi stadi del processo di digestione anaerobica in due diversi reattori (processo bistadio), oltre ad aumentare le rese di conversione di biomasse povere, siamo anche in grado di prevenire perdite di produttività in quanto, se si verifica un problema nel primo reattore, mentre si interviene su questo, il secondo continua a produrre metano regolarmente”, spiega Pignatelli, che poi aggiunge:

“I benefici sono comunque anche altri e di carattere più generale: utilizzando scarti alimentari contribuiamo alla riduzione dei rifiuti e con l’impiego di biomasse povere siamo in grado di valorizzare economicamente scarti dell’agricoltura, che rimangono in gran parte inutilizzati o, in prospettiva, recuperare a fini produttivi terreni degradati o comunque non utilizzabili per l’agricoltura convenzionale, come le aree in prossimità delle discariche”.

Utile precisare che l’intero processo produttivo del biogas viene gestito e controllato da un software. In grado di programmare e monitorare il volume e la composizione del biogas prodotto e i principali parametri di processo quali temperatura, pH e livelli.

Differenza tra compostaggio e digestione anaerobica

Importante fare una differenza tra compostaggio e digestione anaerobica.

Perché?

  • Il compostaggio viene considerato il modo più sano per gestire i rifiuti organici. Il processo si svolge in presenza di aria (aerobico) e produce il compost, materiale di scarto domestico attraverso cui rigenerare e fertilizzare il terreno (è il sistema che l’Europa, i medici e gli scienziati ritengono migliore).
  • Gli impianti di digestione anaerobica – chiamati anche centrali a biogas/biometano o biodigestori – invece inquinano. E, secondo alcuni detrattori, rappresenterebbero una truffa ai danni dei cittadini che pagano gli incentivi concessi a questi impianti. Sarebbero soggetti a esplosioni e sversamenti, produrrebbero emissioni nocive e un digestato pericoloso per la presenza di nitrati, metalli pesanti e spore di Clostridium Botulinum. (3.000 casi di botulismo in Germania vicino alle centrali a biogas).

Processo Ilva: cosa sta accadendo

Processo Ilva
Processo Ilva

Il processo Ilva e gli ultimi aggiornamenti. Presso il Tribunale di Taranto si è tenuta l’udienza preliminare di uno dei filoni del processo Ilva che vede alla sbarra 12 ex Dirigenti imputati per l’omicidio colposo di tre lavoratori (morti a causa del mesotelioma provocato dall’esposizione all’amianto) e per le lesioni colpose di un altro lavoratore.

ONA ammessa tra le parti civili all’interno del processo

Il G.u.p., Rita Romano, ha rigettato la richiesta di estromissione dell’Osservatorio Nazionale Amianto della difesa degli imputati.

L’ONA, presieduta dall’Avv. Ezio Bonanni è stata infatti ammessa in qualità di parte civile, in quanto “ente esponenziale rappresentativo della categoria delle vittime dell’amianto”.

Secco il commento del Presidente Bonanni che dichiara “Basta con la strage silenziosa tra i lavoratori e cittadini di Taranto, sta accadendo qualcosa di inammissibile. La politica imponga la bonifica e la messa in sicurezza dell’ILVA e si occupi della tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini”.

I servizi di assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus  e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti e vittime dell’amianto e altri cancerogeni. L’associazione con il pool di tecnici, assiste i cittadini per la bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria).

L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. Fermo il ruolo della prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive, assicurano maggiori chance di guarigione. Ovvero di maggiore sopravvivenza a migliori condizioni di salute. L’ONA guida anche il pool di legali, per la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale. Tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto.

Anche i lavoratori che sono ancora privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto. In caso di insorgenza di malattia professionale, l’ONA avvia il percorso INAIL per l’indennizzo e/o la rendita. In caso di servizio reso nelle Forze Armate, ovvero in esposizione ad amianto ed altri cancerogeni, nel rapporto di pubblico impiego non privatizzato, la struttura medico legale dell’ONA avvia le domande amministrative di riconoscimento di causa di servizio e quelle di vittima del dovere. Tutte le vittime e i loro famigliari hanno diritto al risarcimento di tutti i danni. In caso di decesso, le somme sono liquidate ai famigliari, loro eredi legittimi.

assistenza ona

Le battaglie di ONA

L’ONA si batte da oltre 11 anni per la questione amianto in tutto il territorio italiano, fornendo assistenza medica, legale, psicologica e tecnica, gratuitamente, a tutti i cittadini che ne facciano richiesta.

In questi anni, particolarmente incisivo è stato l’operato della Onlus a Taranto, testimone di un vero e proprio disastro sociale, politico ed economico.

Qui, l’esigenza di reddito soggiace sulla contraddizione che vede contrapposte, e messe pericolosamente sullo stesso piano, tre questioni inconciliabili  per una società basata sul profitto: la salute, l’ambiente e il lavoro.

La logica del profitto ha preferito infatti risparmiare sui costi dell’impatto ambientale e su quelli del lavoro (incluse le più basilari norme sicurezza), generando morte e devastazione di enormi proporzioni.

L’alto tasso di disoccupazione ed il precariato hanno purtroppo preparato il terreno per l’accettazione, volenti o nolenti del ricatto del lavoro.

Sulla questione Ilva, intessuta di forti mancanze, è spesso intervenuto l’Avv. Ezio Bonanni.

Il legale ha sottolineato le mancanze della politica, le mancanze delle istituzioni. La mancanza di coraggio, l’assenza di leggi adeguate, l’assenza in genere di un orizzonte accettabilmente ordinato, l’assenza di una ragionevole prevedibilità sul chi fa cosa.

E ha più volte invocato la tutela anche preventiva, con la bonifica e messa in sicurezza dell’impianto siderurgico con la rimozione dell’amianto e degli altri cancerogeni, e avanzato l’ipotesi di una responsabilità in solido degli apparati pubblici, non solo perché lo stabilimento è stato istituito dallo Stato e/o era a partecipazione statale, ma anche perché vi fu un difetto di vigilanza, ovvero una certa accondiscendenza rispetto a coloro che si sono resi responsabili della violazione delle norme di sicurezza in materia di amianto e di altri cancerogeni.

A Taranto record di malattie cancerogene

Alla città di Taranto va la maglia nera per il numero assoluto di malattie cancerogene.

Cosa sta accadendo? Il 70% dei tumori denunciati è correlato al settore metalmeccanico. Si tratta di un’incidenza altissima tenendo conto che numerosissimi casi di leucemia ed altre patologie hanno colpito anche chi non ha mai lavorato negli stabilimenti industriali, tra cui bambini. Per questi motivi, si configura il c.d. disastro ambientale. 

Il G.u.p. ha poi autorizzato la citazione dei Responsabili civili indicati dall’O.N.A. Onlus nell’atto di costituzione di parte civile, ossia la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del presidente p.t., e del Ministero dello Sviluppo Economico – Dipartimento per l’Impresa e l’Internazionalizzazione, che verranno citati per la prossima udienza.

Accolte le tesi di Bonanni che nel processo, si è costituito parte civile con l’Avv. Fabio Alabrese, del Foro di Taranto, sempre più determinato nella sua: “battaglia di legalità per assicurare giustizia ai lavoratori dell’Ilva, ai loro familiari, e alla popolazione civile per il risarcimento dei danni subiti”. “E’ inaccettabile che sia stato creato un danno all’ambiente così rilevante da mettere al rischio anche la popolazione generale, comprese le future generazioni – dichiara ancora il legale – la Magistratura non basta, è necessario un intervento della politica, che deve guidare lo sviluppo e l’attività imprenditoriale assicurando il rispetto dei diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e della salute”.

Il G.u.p. ha rinviato la causa al 21 gennaio 2020. Per conoscere tutti i dettagli sulla vicenda ILVA vi consigliamo di consultare questo nostro articolo.

Colpo di scena nel processo amianto in Marina

Marina Militare
Marina Militare

Il 6 Novembre 1881, nasceva l’Accademia Navale, Istituto di formazione erede delle antiche tradizioni delle quattro Repubbliche Marinare.

Per una strana coincidenza, il 6 Novembre 2018, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha deciso di annullare la Sentenza di Appello di Venezia che il 16 marzo 2017 aveva assolto, per intervenuta prescrizione, gli ex vertici della Marina Militare.

La Corte di Cassazione annulla la Sentenza  di Appello di Venezia

Su di loro pendeva l’accusa di omicidio e lesioni colpose per la morte da mesotelioma di due sottufficiali.

Accusati inoltre di violazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro e omissione di misure per tutelare i militari.

Gli stessi militari che non erano stati informati dei rischi legati alla presenza di amianto a bordo delle navi.

Adesso, con un clamoroso colpo di scena, il processo tornerà per un nuovo giudizio. Ovvero, il terzo, questa volta dinnanzi la Corte Penale di Appello di Venezia.

Sempre la Corte d’appello aveva altresì attribuito le spese processuali sulle parti civili (Medicina Democratica e l’Associazione nazionale esposti amianto). 

Mesotelioma nelle forze armate: aggiornamento 2021

L’Osservatorio Nazionale Amianto è dalla sua costituzione che si schiera in prima linea per la tutela dei lavoratori. In particolare per gli appartenenti alle forze armate e comparto sicurezza che rischiano la vita a causa dell’esposizione a cancerogeni.

Per saperne di più vi invitiamo a consultare l’episodio della trasmissione ONA News, avente per oggetto: Mesotelioma nelle forze armate e tutela degli orfani.

Processo amianto in Marina: il fatto

Nel 2005, dopo la morte per mesotelioma pleurico da asbestosi del capitano di vascello Giuseppe Calabrò e del meccanico di bordo Giovanni Baglivo, entrambi ricoverarti all’ospedale di Padova, il PM padovano Sergio Dini aveva avviato un’indagine volta ad individuare le responsabilità di tali decessi.

Il 22 marzo 2012 il giudice di Padova aveva tuttavia assolto i vertici della Marina perché “il fatto non sussiste”. 

In secondo grado, era infine scattata l’assoluzione per la prescrizione dei termini. 

La Cassazione aveva successivamente annullato con rinvio ai giudici d’appello, i quali hanno riconfermato l’assoluzione, di nuovo azzerata dalla Cassazione. 

Perché è stato richiesto l’annullamento?

La richiesta si è basata sostanzialmente sia sul fatto che la Corte di Appello di Venezia, nella sentenza  non aveva motivato la violazione di Legge che era stato oggetto del ricorso, sia perché la motivazione appariva illogica e contraddittoria.

Amianto nelle navi della Marina: dove si trova?

L’amianto a bordo delle navi si trovava ovunque. L’asbesto serviva a proteggere dal calore per questo era presente nelle guarnizioni, dentro i macchinari, nelle porte tagliafuoco e nei forni delle cucine.

I militari lavoravano a contatto con la fibra killer senza usare mascherine, guanti o altre protezioni. Perché quella sostanza non brucia i polpastrelli, non irrita gli occhi, non emana odori repellenti. 

L’amianto veniva lavorato a mani nude ed i residui  venivano usualmente raccolti con scopa e paletta e gettati nelle comuni immondizie.

Tutto ciò avveniva senza che i militari fossero stati avvertiti del pericolo, nonostante già nel 1906 lo scienziato inglese H.M. Murray aveva collegato il cancro al respiro dei “corpuscoli dell’asbesto”.

Un silenzio di tomba sul processo amianto in Marina

Le massime autorità della Marina, tuttavia hanno sempre dichiarato “di non sapere nulla dei rischi relativi alla presenza dell’amianto”, mette a verbale in Procura a Padova l’ammiraglio Mario Host.

Anche se poi ammette che nell’ambiente giravano voci: “Dagli scambi con ufficiali di altre Marine, a partire dagli anni 90, ho saputo che il primo abbinamento tra amianto e asbestosi è stato riscontrato durante la Seconda Guerra Mondiale nella Reich Marine hitleriana a carico degli equipaggi degli U-Boot.

E che nella U.S. Navy, nel primo Dopoguerra, dove l’amianto era ampiamente diffuso, di fronte a un consistente numero di casi di asbestosi, la politica governativa si era orientata a risarcire economicamente le vittime o le famiglie delle vittime, perché non era possibile sostituire questo materiale data l’enorme consistenza della flotta”.

Soldi, soldi, soldi… Il silenzio è stato mantenuto in nome del Dio denaro. 

Del resto, per sostituire un solo interruttore Otomax ci vogliono 1.768 euro; una porta con telaio 3.276, un fumaiolo da 135 mila a 169 mila. 

Non parliamo degli eventuali costi legati alle bonifiche e a quelli per i risarcimenti.

I parenti del meccanico alle caldaie Giovanni Baglivo hanno avuto 850 mila euro. E così quelli del puntatore Giuseppe Calabrò.

E qui è scattata la corsa al negazionismo da parte di Inail, vertici militari, Governi ecc…

Anche perché, come abbiamo detto più volte, questo tipo di cancro può rivelarsi a distanza di anni, ed il numero delle vittime dell’amianto può continuare a crescere fino a una vetta probabile nel 2020. 

Oggi però assistiamo ad un vento di cambiamenti, sarà vero?

assistenza ona