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Gesù: gli insegnamenti segreti nel Vangelo di Tommaso

Gesù
Gesù e San Tommaso

Nel Vangelo di Tommaso possiamo leggere 114 detti attribuiti a Gesù. L’antico testo non è tuttavia stato incluso nei Vangeli canonici. Scopriamo perché.

Gesù secondo Tommaso

Gesù avrebbe pronunciato 114 (o 121 a seconda della numerazione proposta dagli studiosi moderni) sentenze molto importanti. Esse si trovano nel Vangelo di Tommaso, un testo più antico della Bibbia, escluso dai Vangeli canonici del Nuovo Testamento.

Scritto probabilmente tra il 140 e il 300 d.C, del volume si era persa ogni traccia e secondo alcuni studiosi, avrebbe attinto alla cosidetta “Fonte Q”, raccolta di detti di Gesù che circolava in forma orale.

Fu ritrovato in Egitto nel 1945 (abbandonato in un antico cimitero) e tradotto dal copto al greco. A scoprilo, un ragazzo che stava cercando del fertilizzante. 

Il manoscritto scomparso si trovava all’interno di un vaso di argilla sigillato. Altri dodici vasi contenevano dei testi su papiro: i famosi manoscritti di Nag Hammadi.

Gesù e il segreto dell’illuminazione spirituale

Fin qua nulla di strano. La cosa che stupisce è che nel Vangelo di Tommaso, la salvezza si può raggiungere attraverso la conoscenza e la comprensione della verità. 

Non si mansionano le opere o gli atti di fede, professati dalla Chiesa cattolica.

Gesù insomma appare più come un “mistico”, un maestro spirituale che avrebbe insegnato ai suoi discepoli il segreto dell’illuminazione spirituale.

Il Vangelo degli gnostici 

Bandito dalla Chiesa, a tramandare il Vangelo di Tommaso furono gli “gnostici” (dal greco γνῶσις “gnòsis”, “conoscenza”).

Secondo i suoi seguaci, Gesù sarebbe stato un essere altamente illuminato, sceso sulla Terra per insegnare agli uomini la via della liberazione dalle illusioni materiali.

Cosa significa esattamente questo concetto?

In pratica, attraverso un percorso spirituale, chiunque può elevarsi su un piano trascendentale e connettersi intimamente alla “Sorgente”. Facile intuire come mai questa visione potesse far tremare la Chiesa, lo storico intermediario tra Uomo e Dio.

“Il regno è dentro di voi”

Una delle affermazioni riporta “Il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi sarete conosciuti e saprete che siete figli del Padre vivente”.

Un concetto che richiama la “legge di attrazione e vibrazione”

Insomma, il Regno dei cieli è eterno. Esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi per coloro che saranno capace di entrarvi e connettersi con la mente “pulsante” che ha creato l’Universo.

Come connettersi alla “sorgente”

Quando di due farete uno solo, diventerete figli dell’Uomo e se direte ‘montagna spostati‘, quella si sposterà”.

Nel Vangelo di Tommaso, Gesù spiega che per connettersi con la “Sorgente eterna” della creazione, bisogna raggiungere l’armonia tra pensieri ed emozioni. Solo superando ogni dualismo mentale, ogni conflitto interiore, possiamo essere “Uno”, proprio come Dio.

Gesù: essere pieni di luce

“Perciò io dico, quando uno sarà indiviso sarà ricolmo di luce ma quando è diviso sarà ricolmo di tenebre”.

Questa frase invita ancora una volta al superamento delle dualità: per influenzare il mondo esterno dobbiamo riconoscerlo come parte di noi.

Come entrare nel Regno dei cieli?

Nel versetto 22 del Vangelo di Tommaso, i discepoli di Gesù, chiedono al Messia come fare per entrare nel Regno dei cieli.

La risposta: “quando farete del due Uno e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno e il sopra come il sotto e il sotto come il sopra”.

Ancora una volta, il rimando alla legge di attrazione e vibrazione è evidente. 

Dal momento che abbiamo parlato di questa legge per ben due volte, facciamo chiarezza sull’argomento.

La legge di attrazione

Gli insegnamenti esoterici sostengono che mente e materia sono distinti ma non separati. Gli oggetti fisici sono pensieri condensati da una Mente originaria e fanno parte di un’unica coscienza universale.

I nostri pensieri e sentimenti si propagano nello spazio e nel tempo come onde di forza magnetica, attirando determinate cose nella vita, in base alla frequenza che emanano.

Se i nostri pensieri hanno una frequenza “bassa” attireremo eventi negativi. Viceversa, se hanno una frequenza “alta” attireremo eventi positivi. 

Il meccanismo ricorda quello del diapason, lo strumento acustico che serve ai musicisti per accordare gli strumenti musicali. Quando una frequenza dinamica entra in contatto con ciò che contiene la stessa frequenza in forma statica, essa inizierà a vibrare.

Per questo è sempre bene focalizzarsi su frequenze vibrazioni “giuste” e confrontarsi con persone “positive”

Il detto “chi pratica lo zoppo impara a zoppicare” è abbastanza descrittivo in questo senso.

Gesù e i segreti della manifestazione nel versetto 8

Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato, perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato”.

E ancora “l’uomo è come un pescatore saggio che gettò la rete in mare e la ritirò piena di piccoli pesci. Tra quelli, il pescatore saggio scoprì un ottimo pesce grosso. Rigettò tutto gli altri pesci in mare e potè scegliere il pesce grosso con facilità”.

Questi versi ci fanno capire che solo focalizzandoci su quello che vogliamo, le circostanze della vita ci porteranno nella giusta direzione, in modalità che talora possono sembrarci “miracolose”.

I cinque alberi del Paradiso 

“Perché vi sono cinque alberi nel Paradiso. Non mutano in inverno e in estate e le loro foglie non cadono. Chiunque li conoscerà non sperimenterà la morte”.

I cinque alberi si riferiscono ai cinque sensi non disturbati da distrazioni esterne.

Quando riusciamo a farli lavorare sincronicamente, si genera un campo mentale molto potente, in grado di portarci verso la direzione giusta.

Conclusioni

Leggendo il Vangelo apocrifo di Tommaso non possiamo che trovare stimoli sempre attuali e pratiche che possono effettivamente segnare in modo indelebile il nostro cammino.

Il suo ritrovamento è scomodo? A voi l’ardua sentenza!

Fonti

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“Dimash Kudaibergen: la più bella voce del mondo”

Dimash
Dimash

Dimash: con un’estensione vocale, che comprende 6 ottave e una nota, raggiungendo la nota D8 (fischio del delfino) è stato definito “la voce più bella del mondo”.

Dimash: un’estensione vocale unica 

Dimash Kudaibergen. Nato a Aqtöbe (Kazakistan) il 24 Maggio 1994 è un giovane cantautore e polistrumentista famoso per la sua straordinaria voce.

Per certi versi, ricorda Farinelli “il Dio del Belcanto”, la cui estensione andava dal La2 al Do5.

Quella del giovane kazako comprende 6 ottave e 1 nota. Con un range vocale che inizia da C2 (in “The love of tired swans”) e arriva a D8, detta la “fischio di delfino”, (in “Unforgettable Day”-Live Gakku).

Raggiunge insomma tutti i registri vocali esistenti, dalle note di basso alle note di fondo del baritono registro e, a salire, i vari registri di tenore, controtenore e i più alti tipici femminili di soprano.

Supera per intenderci Mariah Carey.

Infine, la chicca: il registro di fischio D8, una nota che non esiste nel pianoforte e che assomiglia molto a un ultrasuono.

Una voce senza spazio e tempo 

Chi lo sente cantare per la prima volta, non può non rimanere sconvolto dalla sua padronanza della tecnica e dalla straordinaria fluidità esecutoria. 

Verrebbe da chiedergli: “Da quale Pianeta vieni?”

La sua voce non ha né spazio, né tempo, diventa l’archetipo stesso del Big Bang primordiale. La sua intonazione è pura, il trillo splendido, il petto straordinariamente potente nel controllo del fiato e la gola così agile, da eseguire gli intervalli più ampi velocemente, con la massima facilità e sicurezza.

I passaggi spezzati, come pure ogni altro genere di melisma non presentano alcuna difficoltà per lui.

Dimash la voce di “Diva dance” nel film “Il quinto elemento”

Raccontiamo un piccolo aneddoto per capire la portata del talento naturale di Dimash.

Nel film “ Il quinto elemento” di Luc Besson (1997), venne eseguita un’aria musicale tratta dalla Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. Parte dell’aria fu eseguita con una voce sintetica creata al computer, poiché non si riusciva a trovare una voce umana in grado di padroneggiare una tale gamma.

In seguito, la stessa è stata interpretata da Dimash, ovviamente senza l’ausilio della tecnologia.

Se aprissero il mio cuore vedrebbero la musica 

Ascoltando Dimash, dalle note sussurrate, all’esplosione energetica degli acuti, limpidi e modulati, perfettamente padroneggiati dalla tecnica e da un evidente dono naturale, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una creatura soprannaturale. O all’incarnazione stessa della Musica. “Se aprissero il mio cuore vedrebbero musica, se aprissero la mia mente incontrerebbero di nuovo solo musica”, ha dichiarato una volta Dimash.

E la cosa non ci sorprende affatto.

“SOS d’un terrien en détresse” 

Questo è forse uno dei pezzi più significativi dell’artista kazako.

L’interpretazione di Dimash? Da subito emerge il carattere di una vocalità che non pone limiti.

La prima nota, emessa con delicatezza, viene rafforzata fino a raggiungere un volume incredibile, sostenuto da arcate di fiato pazzesche. Poi, con la stessa padronanza, la voce diminuisce fino a divenire un soffio. Oltre a un virtuosismo declinato in vocalizzi, scale vorticose e sbalzi di ottava, c’è molto di più: mimica, teatralità, presenza scenica ed emotività ci lasciano senza fiato, in estasi, rapiti, incantati.

Dimash ovunque tranne che in italia 

Le tournée di Dimash si svolgono praticamente in ogni angolo del Pianeta, (alla Coca-Cola Arena di Dubai, tanto per citare un evento). In Italia, patria del “Bel Canto“, non ci sono date. Difficile ascoltarlo in radio o vederlo in Tv.

Del resto, lavorare per un’etichetta indipendente è un limite e le multinazionali del settore non è che aiutino molto.

Chi sta dietro alla “macchina” Dimash? 

Dietro alla composizione, alla produzione, all’organizzazione, alla scelta delle splendide suggestioni visive degli eventi, non ci sono nomi altisonanti.

Il fenomeno Dimash è frutto di un lavoro “in famiglia”.

Kanat Kudaibergenuly Aitbayev e Svetlana Aitbayeva, cantanti molto famosi in patria, nonché genitori del giovane, sono gli artefici principali.

I genitori e la nonna Miua, sono tra l’altro sempre presenti durante i concerti.

Tutte le lingue di Dimash

Dimash canta in dodici lingue diverse. Oltre alla lingua madre, il kazako, canta in russo, mandarino, inglese, francese, ucraino, Italiano, dialetto siciliano (in “parla più piano”) , turco, kirghiso, tedesco e spagnolo.

L’artista parla inoltre kazako, russo e studia inglese e mandarino.  

Il paroliere giapponese Goro Matsui, ha ammesso di essersi emozionato dopo averlo sentito interpretare la sua composizione “Ikanaide” al Giubileo del Tokyo Jazz Festival, nel 2021. Come accennato, Dimash è anche polistrumentista. Suona il pianoforte, la batteria lo xilofono e il dombra (strumento musicale étnico kazako antico, un liuto tradizionale dal collo lungo con sole due corde).

I fans italiani, i “Dears” sempre in prima linea

I fan italiani, chiamati “Dears” lo seguono ovunque. La speranza è di poterlo portare in Italia. Ci riusciranno?

(foto Rop Music)

Bardo Thodol il libro dei morti documentato da Battiato

bardo thodol
bardo thodol libro dei morti

Il Bardo Thodol è un libro tibetano che risale all’ottavo secolo. Battiato lo descrive meravigliosamente nel documentario “Attraversando il Bardo: sguardi sull’aldilà”.

Origini controverse del Bardo Thodol

La tradizione attribuisce la stesura del libro al guru tantrico indiano Padmasambhava, che introdusse il buddismo in Tibet nel VII secolo.

C’è chi ritiene tuttavia che sia stato scritto probabilmente nel XIV secolo.
Tenuto segreto fino agli inizi del XX secolo, a riportarlo alla luce fu un viaggiatore inglese nel 1917. Fu poi tradotto nel 1927.

Esso contiene tutta una serie di “istruzioni” da sussurrare all’orecchio del moribondo prima del trapasso.

In Italia, a renderlo noto fu il docu-film “Attraversando il bardo: sguardi sull’aldilà”, realizzato da Franco Battiato nel 2014 a Kathmandu (Bompiani editore).

Bardo Thodol: le “istruzioni” per il moribondo 

Il Bardo Thodol è (in tibetano: “Liberazione nello stato intermedio attraverso l’udito”), chiamato anche “Libro tibetano dei morti”, è un testo funebre. A recitarlo è solitamente il Dalai lama, una sorta di psicopompo o traghettatore di anime.

Il testo contiene una serie di istruzioni che vengono recitate all’orecchio del morente nel momento del trapasso, quando la coscienza del defunto può ancora apprendere le parole e le preghiere pronunciate per la sua liberazione.

Il suo obiettivo è quello di far preferire al defunto l’illuminazione piuttosto che la rinascita o in alternativa, una rinascita ad un livello di coscienza superiore.

La trasmigrazione delle anime

Il testo, soprattutto per noi occidentali non è sicuramente di facile comprensione. 

Siamo spaccati in due fra la credenza nichilista di un vuoto totale dopo la nostra morte e la speranza religiosa di ritrovarci in un luogo di pace, come il Paradiso.

Le filosofie orientali invece, credendo nella trasmigrazione delle anime, ritengono che in base alle nostre azioni in questa vita (karma), possiamo reincarnarci in esseri superiori (se ci siamo comportati bene) o inferiori (se le nostre azioni sono state malvagie). 

L’illuminazione buddista

A parte questa specifica, dobbiamo sottolineare che per il Buddismo, lo scopo primario dell’uomo è raggiungere l’Illuminazione, cioè la piena coscienza dell’irrealtà del mondo sensibile e quindi anche del proprio Io.

L’Io tuttavia non conosce questa totalità dei due corpi, ciò lo porta a vivere nella schiavitù dei suoi limiti.
Come fare per liberarci dai meccanismi dell’ego e dall’ignoranza che ci attira gravitazionalmente verso il basso, illusi come siamo che la nostra realtà materiale o la razionalità siano l’unica certezza della vita?

Le azioni in vita e l’attraversamento “corretto” del Bardo, sono la risposta al quesito.

Quando attraversiamo la grande soglia dobbiamo pertanto sapere come muoverci dal mondo del visibile a quello dell’invisibile e il rimedio a questa ignoranza consiste nel vedere al di là dell’illusione, nel riconoscere le proprie proiezioni del mondo e dissolvere il senso del sé nel vacuo e nel luminoso.

Bardo Thodol: cos’è esattamente?

La parola bardo significa transito, stato intermedio. È l’intervallo di tempo che precede una nuova rinascita, la fase premorte in cui il cadavere assume un corpo sottile.

Questo corpo è chiamato “mangiatore di odori”, perché si nutre appunto della sostanza sottile delle cose.

Recitare il Bardo, può far ottenere al morente una buona rinascita, come essere umano dotato di quelle qualità intellettuali che potrebbero consentirgli di raggiungere l’illuminazione nella nuova vita.

Il rituale del bardo

Nel momento in cui avviene il decesso, il corpo del morente non viene toccato per tre giorni. I familiari lo accompagnano con le formule e istruzioni del testo e mantengono sempre un atteggiamento positivo.

La recitazione, inizia solitamente poco prima della morte e continua per tutto il periodo di 49 giorni, in quello che viene definito “Bardo della Morte” (per gli individui comuni dai 7 ai 14 giorni), che porta alla successiva rinascita. 

Diversi stadi di Bardo Thodol

  1. Il Bardo della Vita: dalla vita alla morte.
    In questo stadio, la coscienza del morente diventa consapevole. Egli accetta la sua morte recente e riflette sulla sua vita passata;
  2. Il Bardo del Sogno: il defunto incontra spaventose apparizioni. Esse non sono altro che le proiezioni che altro delle emozioni passate. Ovviamente possono essere terribili o benefiche, a seconda del karma che ha accumulato durante la vita;
  3. Il Bardo della Meditazione: la transizione in un nuovo corpo. 

Per chi la sperimenta appieno, essa può introdurre agli stradi successivi:

1) Il Bardo della Morte;
2) Il Bardo della Verità;
3) Il Bardo del Divenire

La più importante istruzione del Bardo Thodol

L’istruzione fondamentale che il Bardo offre al morente è che tutte le visioni che gli appariranno sono solo proiezioni della sua mente e che quindi egli deve assolutamente evitare di esserne attirato.
In caso contrario, la coscienza diventa confusa e, a seconda del suo karma, può essere trascinata in una rinascita che gli impedisce la liberazione.
Per queste ragioni, quando si muore bisogna dire di sì e lasciarsi andare alle immagini che ben presto si formano nella nuova dimensione, altrimenti si cade nella fossa dell’inconsapevolezza che interrompe il ciclo vita/morte.

Cosa succede alla fine del viaggio?

A questo punto, la domanda sorge spontanea.

Ebbene, abbiamo parlato dei tre stadi del Bardo. Essi corrispondono a sei Regni (3 inferiori, 3 superiori).
Se in vita abbiamo prodotto sofferenze, saremo destinati a rinascere consecutivamente nei 3 mondi inferiori: come un sofferente all’inferno (sopportando orribili torture), come un fantasma errante (guidato da un desiderio insaziabile), come un animale (governato dall’istinto).
Se invece abbiamo prodotto gentilezza, altruismo o amore rinasceremo in uno dei 3 mondi superiori: come un semidio (assetato di potere), come un essere umano (equilibrato nell’istinto e nella ragione) o come un dio (illuso dalle loro lunghe vite).
Coloro che invece hanno raggiunto l’illuminazione (bodhi) vengono liberati da questo processo, ottenendo la liberazione (moksha).

Nessuna paura della morte

“Ogni giorno passato senza la consapevolezza della morte è un giorno sprecato”, dicono i maestri nel buddismo tibetano. Questa è la chiave della serenità buddista. 

Insomma, il libro dei morti ci insegna che il morente è l’altra metà di noi stessi. Un concetto che, se compreso appieno, ci potrebbe aiutare a capire il vero senso della nostra esistenza.

Tutte le nostre ansie e le nostre paure più profonde scaturiscono infatti dalla non consapevolezza della morte. La vita e la morte invece sono simultanee e inscindibili: quando nasciamo iniziamo già a morire.

Inutile negarlo. 

La morte è uno dei grandi tabù dell’occidente

Nel libro “Al di là del principio di piacere” (1920) Freud sosteneva che il conflitto psichico degli uomini sia determinato dalla tensione originaria di due principi opposti “Eros e Thanatos”. Egli li definiva dei “tabù”.

Effettivamente, nella nostra civiltà desacralizzata, la morte è la sola vera “morta e sepolta”, il più grande tabù occidentale. 

Questo ci porta ad avere costantemente paura (la paura della morte è inconciliabile con la libertà), a non azzardare, ad accettare qualsiasi cosa. Ci porta altresì ad essere sempre vittime, a soffrire proprio a causa della nostra relazione perturbata con la morte e soprattutto a fuggirne. L’unico modo per riscattarci da ogni attaccamento consiste proprio nel “resuscitare” la morte.

Portaerei carica di amianto affondata in mare aperto

portaerei
portaerei

Una portaerei carica di amianto è stata affondata in mare, a 350 chilometri dalla costa del Brasile. La scelta scellerata è stata presa dalla marina brasiliana che ha spiegato, con una nota stampa, come non ci fosse un’alternativa.

Un disastro ambientale per le associazioni animaliste. Pensiero condiviso in pieno dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, “soprattutto – ha detto – se, come dicono le notizie che stanno arrivando sulla vicenda, lo scafo è danneggiato. La polvere di asbesto e gli altri cancerogeni a bordo si diffonderanno nell’acqua causando enormi danni all’ambiente”.

Il pubblico ministero federale si era opposto

La portaerei brasiliana “San Paolo”, natante lungo 266 metri, porta 30mila tonnellate di materiali tossici, tra cui anche vernici. Era altamente degradata e continuare a trasportarla avrebbe fatto correre più rischi, secondo la marina brasiliana, che l’ha così abbandonata “in modo controllato”.

All’interno dello stesso Paese ci sono state polemiche per la decisione. Il pubblico ministero federale ha presentato diversi ricorsi per bloccare lo scempio, sottolineando i rischi ambientali. Sulla portaerei ci sono, infatti, 9,6 tonnellate di amianto, 644 tonnellate di inchiostri e altri materiali pericolosi.

Portaerei affondata: “Violati 3 trattati internazionali”

Secondo le organizzazioni non governative ambientaliste Greenpeace, Sea Shepherd e Basel Action Network hanno denunciato “una violazione di 3 trattati internazionali“. Sia l’ambiente marino e gli animali che vi abitano, sia quello costiero subiranno gravissimi danni.

La storia della portaerei Foch

La nave costruita in Francia negli anni ’50. Con il nome Foch, per 37 anni ha navigato per la marina francese. Nel 2000 è stata acquistata dal Brasile, ma 5 anni dopo, anche a causa di un incendio, Brasilia ha deciso di venderla.

Acquistata da un cantiere turco, per utilizzarne il metallo, nel 2021. Il Brasile l’aveva trasportata fino al Mediterraneo. La Turchia a quel punto, però, non l’ha più voluta e la nave è costretta a tornare indietro, nonostante nel frattempo i danni allo scafo fossero peggiorati. Lo scorso 19 gennaio, il rimorchiatore olandese ALP Guard, ingaggiato dal cantiere turco, ha abbandonato le coste brasiliane dopo diversi mesi al largo della regione del Pernambouc. La marina ha quindi deciso di affondarla.

Amianto ancora in uso in tanti Paesi del mondo

L’amianto è altamente cancerogeno. Provoca il mesotelioma e il tumore del polmone, ma anche altri tipi di tumore: della faringe, della laringe, delle ovaie e del colon. Smaltito secondo criteri ben precisi per evitare danni all’ambiente e gettarlo in mare non è certo uno di questi. In Italia è stato ultilizzato per molteplici usi fino al 1992, anno della messa al bando. È, però, ancora utilizzato in diversi Paesi del mondo, per questo il presidente Ona auspica una cooperazione internazionale per eliminarlo definitivamente dagli edifici.

Le caratteristiche del minerale e il numero delle vittime aggiornato si può trovare ne: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. L’avvocato Bonanni, infatti, partendo dai dati del VII Rapporto ReNaM che riporta i casi di mesotelioma nella Penisola, ha stimato ogni anni circa 7mila vittime. Una vera strage che può essere fermata soltanto con le bonifiche dei siti contaminati. Per segnalarli è possibile utilizzare la App realizzata dall’Ona per aggiornare la mappatura.

(foto ShipMag.it)

Operaio morto per amianto, risarcimento di 1 mln alla famiglia

porto vecchio di Trieste
porto vecchio di Trieste

Nuova condanna per l’Autorità portuale di Trieste al risarcimento danni nei confronti dei familiari di un operaio morto per amianto.

Amianto al porto di Trieste, maxi risarcimento

Il giudice del lavoro del tribunale di Trieste, Paolo Ancora, ha disposto – come riporta Rainews.it – il maxi risarcimento per la famiglia dell’uomo, di 1 milione 30mila euro. Sono ormai più di venti, dal 2020, le sentenze di condanna dell’Autità portuale che risponde per l’ex ente autonomo porto di Trieste, che ora non esiste più. E nei prossimi anni sono destinate ad aumentare.

Operaio morto, l’asbesto nei sacchi di iuta

Da tempo è stato dimostrato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e diverse malattie. Quelle più gravi sono sicuramente il mesotelioma e il tumore del polmone. Al porto di Trieste arrivavano in carichi di amianto in sacchi di iuta attraverso i quali la polvere killer usciva facilmente. Le fibre erano nell’aria senza che nessuno se ne preoccupasse, nonostante già dagli inizi del ‘900 si conoscesse la pericolosità del minerale.

Chi lavorava nelle aziende che utilizzavano amianto sapeva bene come i dipendenti si ammalassero di patologie respiratorie con un incidenza molto più alta della media.  Negli anni ’40 arrivò il primo studio scientifico e poi negli anni ’60 ne seguirono altri.

Chi sapeva e chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei lavoratori, però, chiuse gli occhi per non compromettere i profitti, nonostante esistessero anche materiali che potevano essere utilizzati in alternativa all’asbesto.

Quest’ultimo, però, era economico, facile da lavorare, resistente e flessibile allo stesso tempo e aveva un costo contenuto. A pagare il prezzo di tanta indifferenza furono le famiglie degli operai, colpite dal lutto. A volte anche le mogli di questi lavoratori si ammalavano, perché si occupavano del lavaggio delle tute riportate sporche dal lavoro dai loro mariti. Fu, e non è ancora finita, una vera strage.

Operaio morto, vietato l’uso di amianto dal 1992

L’amianto è stato messo al bando soltanto nel 1992, la legge è diventata esecutiva nel 1993, ma gli operai, a distanza di 30 anni, continuano ad ammalarsi. Qui entra in gioco il problema del tempo di latenza delle malattie, dall’esposizione all’amianto, alla manifestazione delle patologie asbesto correlate. Il picco dei pazienti è previsto tra il 2025 e il 2030.

Non è solo questo a far registrare nuovi casi: c’è anche il ritardo estremo delle bonifiche. L’Osservatorio nazionale amianto conta ancora in Italia un milione di siti e micrositi contaminati. Il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, ha illustrato bene il fenomeno ne “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”.

La Corte di Appello di Trieste riconosce danno psichico

Anch’egli ha seguito diversi casi di operai che si sono ammalati dopo un’esposizione al cancerogeno al porto di Trieste. Grazie a un suo ricorso nel gennaio di quest’anno (2023), la Corte di Appello di Trieste ha riconosciuto il danno psichico subito un altro operaio che aveva contratto una patologia legata all’amianto. “Questa sentenza apre le porte ad una nuova frontiera del danno – ha detto Bonanni – e riconosce che anche il danno psichico, oltre al danno morale, deve essere risarcito”.

Il caso è quello di C.V., che aveva scoperto le placche pleuriche dopo anni di lavoro per la Compagnia portuale di Trieste. A 71 anni ha, per questo, subito una lesione psicobiologica e un disturbo dell’adattamento con umore depresso ad andamento cronico.

L’Inail nel 2015 aveva accertato la malattia professionale di ispessimenti pleurici con una menomazione all’integrità psicofisica del 3%, spiegando così che l’operaio non avesse diritto ad alcun indennizzo. Per ottenerlo, infatti, per legge, sono necessari postumi invalidanti del 6%.

La sua vita, però, era notevolmente peggiorata. Ad accompagnarlo non solo la stanchezza cronica e la difficoltà respiratoria, ma anche la paura per aver visto i suo colleghi ammalarsi e molti di loro morire. Sa perfettamente che le placche pleuriche potrebbero un giorno mutarsi in mesotelioma e il pensiero lo lascia mai. L’uomo ha anche tentato il suicidio.