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Laudato si’: una conversione all’ecologia umana  

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Laudato si'

L’OsservatorioLaudato si’” ritorna ad approfondire le questioni ambientali più impellenti. Partendo dall’enciclica di Papa Francesco, si rilancia il concetto di “ecologia integrale”.

Laudato si’ e la cura della “Casa Comune”

Roma 28 Novembre. Dopo la pandemia COVID-19, l’Osservatorio “Laudato si’”, nato per volere dell’ambasciata della Costa Rica, ha ripreso i suoi lavori in presenza, all’Univerità Pontificia, a Roma. I temi affrontati sono la questione ambientale e la sua evoluzione.

Fra i relatori, Padre Federico Lombardi, attuale presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, che ha assisto alla nascita dell’Osservatorio nel 2017.

L’indice Laudato sì dell’Osservatorio

La questione ambientale suscita oggi più che mai preoccupazioni. Per questo oltre ai capi di Stato, anche la Chiesa cattolica sta cercando di apportare il suo contributo. Da qui è nato L’Osservatorio della Costa Rica sulla Laudato si’.

Il simposio di “teologia pratica”, è chiamato a valutare lo stato di applicazione dell’enciclica e delle indicazioni di Papa Francesco nei vari Paesi del mondo.

Per farlo, gli esperti utilizzeranno l’Indice di Ecologia Integrale Umanista (IEIH), che dovrebbe rendere misurabile la situazione ambientale e il suo evolversi. 

L’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco

In nome dell’enciclica di Papa Francesco fa riferimento all’incipit del Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi “Laudato sii mì Signore, per Sora nostra madre Terra”. 

Pubblicata il 18 giugno 2015, essa sottolinea, infatti, l’importanza di un’ecologia integrale, in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, vadano di pari passo con un progresso attento alla sostenibilità.

La lettera apostolica è suddivisa in sei capitoli incentrati sulla tutela dell’ambiente, sulla lotta agli sprechi, sul diritto al lavoro, sul progresso responsabile e su un’altrettanto amministrazione responsabile del Creato. Tutti temi che sono stati ripresi e sintetizzati da Padre Federico Lombardi nel corso della conferenza.

Ecologia Integrale Umanista (IEIH) nel Laudato si’

Padre Lombardi, ha spiegato la differenza concettuale fra gli Indici meramente economici e quelli elaborati dall’Osservatorio. 

Esempio su tutti il Pil. Il Prodotto interno lordo, infatti, è pari alla somma dei beni e dei servizi finali prodotti da un Paese in un dato periodo di tempo. 

Ebbene, questo indice valuta esclusivamente la quantità dei beni e servizi. Nessuna menzione, invece, per la qualità della vita o per le questioni ecologiche, che dovrebbero rientrare a buon diritto, nella stessa valutazione.

Di contro, l’Indice dell’Osservatorio, cerca di proprio di portare la questione su un più equo rapporto qualitativo e quantitativo, quindi con un occhio di riguardo verso la materia ecologista e sul benessere degli esseri umani.

Bene Comune e Cura della Casa Comune 

L’Indice confronterà così lo sviluppo dei Paesi da una prospettiva socio-ambientale, ponendo quale condizione di base il Bene Comune e la Cura della Casa Comune (l’Amazzonia). Entriamo, allora, nel dettaglio.

Bene Comune si riferisce al benessere collettivo e all’efficacia nel trasformare la crescita economica in benessere collettiv.

Cura della Casa Comune, invece, è un focus sulla performance e sul bilancio ambientale.

Conclusioni: le parole di Papa Francesco 

Per il Papa «i problemi della distruzione dell’ambiente naturale sono sempre più gravi. Per affrontarli, dobbiamo avere una visione ampia delle cause, della natura della crisi e dei suoi vari aspetti. 

Nessun atteggiamento negazionista è lecito. C’è bisogno della collaborazione di scienziati, sociologi, economisti, politici, educatori e formatori delle coscienza. 

Senza una vera conversione dei nostri atteggiamenti e dei nostri comportamenti quotidiani, le soluzioni tecniche non basteranno per salvare la nostra casa comune.

C’è dunque bisogno di una ecologia umana che metta al centro lo sviluppo integrale della persona e faccia appello alla loro responsabilità per il bene comune, per il rispetto e la buona gestione delle creature che Dio ci ha affidato».

Insomma, solo attraverso un dialogo aperto ed equilibrato tra i postulati enunciati da Papa Francesco nell’enciclica Laudato sì e le variabili socio-economiche comunemente utilizzate, sarà possibile misurare il progresso umano.

Ischia: dissesto idrogeologico, abusivismo ed eventi estremi

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Ischia

Mentre ancora si cercano i dispersi, le polemiche sul disastro di Ischia di sabato scorso (26 novembre 2022), non si placano. Quello che fa più male è la notizia che l’ex sindaco di Casamicciola, Giuseppe Conte, avesse avvertito le istituzioni e la protezione civile 4 giorni prima della frana, ma nessuno gli avrebbe risposto. Soltanto il mese prima in un’intervista a un giornalista ischiano aveva spiegato che i canali andavano ripuliti per permettere il defluire delle acque piovane. Aveva anche spiegato che serviva per evitare un’altra frana come quella avvenuta nel 1910 sull’isola, che aveva causato 15 morti.

Ischia, dramma annunciato

Un dramma annunciato, quindi, e questo rende tutto più difficile da accettare. “Sono morti di Stato. Anzi, per lo Stato (immobile). Che non ha saputo – ha scritto subito dopo l’evento l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto – e, a questo punto persino non ha voluto, gestire le emergenze e trasformarle in opportunità. Lo scrivo senza mezzi termini. Sono morti per lo ‘Stato immobile’, rappresentato da una istituzione incapace di dare risposte, di agire, che oggi perde il diritto di piangere i morti”.

Ischia, case abusive poi condonate

Di oggi, 29 novembre, l’ulteriore notizia che quelle abitazioni trascinate per decine di metri dal fango con all’interno i suoi residenti, non dovevano stare lì. Così riporta il Corriere della Sera che spiega come il Piano paesistico del ’95 aveva escluso in quella zona la possibilità di costruire. Quelle abitazioni, insieme ad altre mille, sarebbero state poi condonate una legge del governo Conte-Salvini nel 2018. Il provvedimento era stato osteggiato da Legambiente che, come l’ex sindaco Conte, sembra ora una nuova Cassandra. La sacerdotessa del tempio di Apollo con la dote della preveggenza, ma purtroppo da tutti inascoltata.

Sarà la Procura di Napoli ad accertare se vi siano eventuali responsabilità. È un fatto, però, che nella nostra Penisola, e in particolare in alcune aree l’abusivismo è un fenomeno quasi accettato e che anche l’abbattimento degli edifici non a norma cambia in percentuale tra nord e su. Se al nord vengono abbattute il 50-60% degli immobili abusivi, la percentuale scende vertiginosamente quando ci si sposta al sud.

Cambiamento climatico, aumentano gli eventi estremi

Questo legato al cambiamento climatico e all’aumento esponenziale dei fenomeni estremi, come quello di Ischia, registrato in Italia negli ultimi 3 anni (+ 27%), rendono pericolosi i luoghi in cui di più dovremmo sentirci al sicuro. Il dissesto idrogeologico e la mancanza di una manutenzione costante fanno il resto. È necessario cambiare la nostra mentalità per evitare che situazioni del genere si ripetano. Il rispetto dell’ambiente e la cura del nostro territorio deve diventare la priorità.

Ischia, chi sono le vittime

Oggi, 29 novembre, è stato ritrovato uno dei dispersi, il ragazzo di 15 anni Michele Monti. Accanto a lui anche il cagnolino dal quale non si separava mai, anche questo morto sotto il fango. Ieri erano stati recuperati i fratelli più piccoli: Maria Teresa e Francesco. I loro genitori, Gianluca e Valentina Castagna, sono ancora dispersi.

Le altre vittime sono Maurizio Scotto di Minico, 32 anni, pizzaiolo, e la moglie Giovanna Mazzella, negoziante. Purtroppo anche il loro bambino di sole 3 settimane, GiovanGiuseppe. Ritrovato anche il corpo di Nikolinka Gancheva Blangova, di nazionalità bulgara, di 58 anni.

Teschio con le orecchie di Napoli: tra storia e leggenda 

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teschio

Nella Chiesa di Santa Luciella ai Librai di Napoli, un “teschio con le orecchie”, testimonia l’usanza delle preghiere rivolte alle “anime pezzentelle” del Purgatorio.

Teschio con le orecchie 

Teschio misterioso. Abbandonata da oltre trentacinque anni, la chiesa medievale di Santa Luciella ai Librai, nel cuore di Napoli, ha riaperto i battenti nell’aprile 2019. 

Il merito va all’associazione “Respiriamo arte”, fondata nel 2013, in piena “emergenza rifiuti”, da un gruppo di giovani napoletani appassionati d’arte. 

La struttura custodisce il leggendario “teschio con le orecchie”, una reliquia venerata dai napoletani del quartiere, che si riteneva ormai persa.

Una struttura in stato di abbandono 

I giovani dell’associazione avevano sentito parlare di Santa Luciella, grazie al libro di Paolo Barbuto Le chiese proibite di Napoli”.

Una volta identificato il luogo, si sono tuttavia trovati davanti a una discarica a cielo aperto. 

L’accesso era bloccato da un’auto, all’interno c’erano rifiuti di ogni genere ed epoca ed era stato costruito persino un solaio abusivo che conduceva all’ipogeo. 

Come non bastasse, le infiltrazioni avevano arrecato ingenti danni ovunque.

Per nulla scoraggiati, i giovani hanno deciso di investire ogni forza ed energia nel progetto di rivalutazione del piccolo tesoro. Con la tipica ironia partenopea, hanno inoltre costruito un “armadio del degrado“, in cui sono conservati alcuni rifiuti interessanti, tra cui bottiglie di Peroni e lattine di Coca Cola risalenti a qualche decennio fa. 

La storia di Santa Luciella e dei pipernai

La chiesa fu edificata nel 1327 per volere del nobile e giurista Bartolomeo di Capua, il quale dedicò la cappella a Santa Lucia, la protettrice degli occhi. 

A costruirla furono i“pipernai” o “pipernieri” una corporazione segreta di arti e mestieri, che vantava conoscenze esoteriche. I “maestri intagliatori” erano gli unici a saper lavorare il piperno (la durissima pietra lavica).

Essi la intagliavano con lo scalpello e con il martello e siccome esponevano i loro occhi al rischio di schegge, iniziarono a venerare Santa Lucia. 

A loro e ai “tagliamonti”, si deve praticamente la costruzione della città di Napoli, interamente realizzata in tufo e appunto in piperno.

Per distinguere la piccola chiesa dalla omonima e più grande Basilica di Santa Lucia a Mare, i pipernai la chiamarono Santa Luciella.

Nel 1748 divenne sede dell’Arciconfraternita della Immacolata Concezione S.S Gioacchino e San Carlo Borromeo. Fu quindi restaurata e ristrutturata in stile neogotico o barocco.

“Santa Luciella n’miezz’ a chiesella” 

Piccola curiosità: una fonte del settecento parla di una statua che i pipernai fecero costruire in onore di Santa Lucia. Quando l’opera arrivò a destinazione, i Mestri si resero conto che era troppo grande, cosi la misero al centro della chiesa. Da qui il detto napoletano “Santa Luciella n’miezz’ a chiesella”.

Il ritrovamento del “teschio con le orecchie” nell’ipogeo

Ma torniamo all’argomento principale: il “teschio con le orecchie”.

I giovani dell’associazione “Respiriamo arte”, hanno ritrovato il singolare reperto nei sotterranei della chiesa, insieme agli ex voto dei fedeli.

L’ipogeo ospita l’area cimiteriale dellla confraternita. Qui, i corpi venivano inizialmente messi in piedi dentro a degli scolatoi, per far fuoriuscire tutti gli umori. 

Successivamente venivano adagiati nelle terre sante e quando diventavano ossa bianche, cioè scheletri, andavano a finire nell’ossario, situato in un piano inferiore separato da una grata.

I teschi, che i napoletani identificavano con l’anima, venivano messi sopra i cornicioni.

Perchè il teschio ha le orecchie?

Cosa si nasconde dietro le strane protuberanze di quello che sembra un caso più unico che raro? 

Probabilmente le “orecchie” si devono a una calcificazione del tessuto cartilagineo. Ma sono solo ipotesi. 

Quel che è certo è che i napoletani sono particolarmente devoti alla reliquia. 

Nel sentire collettivo, avendo delle orecchie così grandi, il teschio sarebbe in grado di ascoltare maggiormente le preghiere e di veicolarle al Signore. Sarebbe un ponte fra il mondo dei vivi e quello dei morti.

L’adozione del teschio e le anime pezzentelle

L’adorazione del teschio, è legata a stretto giro all’antica tradizione partenopea del “rifresco”. In cosa consiste? Praticamente i fedeli adottano un’anima “pezzentella”, incarnata in un teschio o uno scheletro abbandonato.

Scelgono la reliquia, la custodiscono e la ripongono in apposite nicchie.

Rivolgono preghiere all’anima e fanno cantare messa in suo onore, affinché trovi “ristoro” (rifrisco in dialetto napoletano) e possa ascendere in Paradiso. In cambio chiedono delle grazie e, una volta ottenute, depongono un ex voto.

E’ da questa usanza che è nato il detto “rifrisco all’anima del Purgatorio”. 

L’adozione delle reliquie o meglio delle “anime pezzentelle” nacque nella seconda metà del Seicento, quando la peste, la rivolta di Masaniello, i terremoti e l’esplosione del Vesuvio, decimarono migliaia di persone. Molte di esse, non avendo ricevuto degna sepoltura, sarebbero confinate in Purgatorio, ma attraverso la preghiera di chi le adotta possono finalmente congiungersi con Dio.

Memento mori

Anche in età romana, precristiana, si credeva che il morto ascoltasse i vivi. Rappresentava il cosiddetto “memento mori”.

A capa e muort che ‘rrecchie

Rivolgersi al “teschio con le orecchie“, che a Napoli viene chiamato “a capa e muort che ’rrecchie” è stato possibile grazie al lavoro dell’associazione Respiriamo arte.

 «Anticamente, il teschio si trovava in basso, in una posizione accessibile, pertanto i fedeli si inginocchiavano e rivolgevano le preghiere sussurrandole direttamente nelle grandi orecchie»- affermano i giovani.

Le richieste al teschio

Chi visita la chiesa e adotta un’anima pezzentella o il teschio con le orecchie, lascia dei biglietti chiusi, contenenti le richieste di grazia più disparate.

Cosa chiedono? I giovani dell’associazione, nel pieno rispetto della privacy, non leggono i messaggi, ma…ammettono di aver commesso un piccolo peccato. 

Aprendone uno a casaccio, si sono trovati davanti a una singolare (ma non troppo) richiesta: la vittoria del Napoli!

Conclusioni 

Oggi la chiesa fa parte di un percorso culturale che mira a far conoscere i segreti di Napoli e le sue storie.

Il restauro e il recupero di facciata e campanile sono stati realizzati grazie ai fondi devoluti da diversi benefattori. 

Adesso tocca lavorare sulle infiltrazioni.

Vitriol: un viaggio nel mondo interiore

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Vitriol

Vitriol è un acronimo usato in ambito alchemico ed esoterico che indica la via da seguire per la propria crescita interiore.

Vitriol: significato dell’acronimo 

L’acronimo latino è “visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, che tradotto significa “visita il centro della terra e rettificando troverai la pietra occulta”.

La parola compare per la prima volta sul manoscritto Azoth”, scritto nel 1613 del monaco benedettino tedesco Basilio Valentino.

Essa indica la prima materia, il solvente universale con cui si può operare un processo di scioglimento e coagulazione.

Utile precisazione: nel seicento, il neoplatonismo auspicava il ricongiungimento tra microcosmo (l’uomo, il suo essere interiore) e il macrocosmo (Dio, l’Universo). 

In questo senso, Vitriol era di fatto un pensiero alchemico, una formula che richiamava appunto il “solve et coagula”, quale ricongiungimento dell’uomo con sé stesso e con Dio. 

Cosa possibile solo attraverso un cammino di purificazione, un processo trasmutativo (dal punto di vista simbolico), in cui bisogna dapprima sciogliere la “pesantezza” dell’anima per poi riunirla all’Essenza di tutte le cose.

Varie interpretazioni di Vitriol

Dal punto di vista alchemico, Vitriol si riferisce alla “pietra filosofale”, con cui si riteneva di poter trasformare il piombo in oro.

Da un punto di vista strettamente esoterico, simbolico, il messaggio nascosto dietro alla parola è “guarda dentro te stesso e troverai la pietra nascosta”, vale a dire l’anima.

Vitriol è altresì l’acrostico della parola vetriolo, che in chimica indica l’acido solforico, un componente utile, ma anche tossico.

In questo caso, il significato “nascosto” è il seguente: se si raggiunge una certa levatura spirituale, si può usarla per il proprio miglioramento e per quello altrui, dando vita ai processi costruttivi del vetriolo. 

Se si decide di utilizzarla per danneggiare sé stesso e gli altri, essa sortisce gli effetti velenosi dell’acido. 

In buona sostanza: più il potere della conoscenza aumenta, più le responsabilità aumentano, dunque bisogna essere all’altezza delle scoperte interiori che si fanno. 

Vitriol nel “gabinetto delle riflessioni”

Trovare la propria anima è il punto di partenza di ogni disciplina esoterica e di ogni cammino iniziatico. Per tali ragioni, la scritta campeggia, insieme a molti altri simboli, all’interno del cosiddetto “gabinetto delle riflessioni” dei templi massonici. 

Parliamo di uno stanzino buio, in cui l’iniziando scrive il proprio “testamento spirituale” prima di essere ammesso in loggia.

Esaminiamo il significato simbolico, analizzando ogni singola parola dell’acronimo. 

Scopriremo che nelle lettere di vitriol ci sono tutte le fasi del processo alchemico di trasformazione interiore.

Visita interiora terrae: come si fa a visitare la terra interiore?

La prima parte della formula ci dice che dobbiamo visitare la terra interiore”.

Che vuoi dire? Quali sono i meccanismi che possono condurci a questo viaggio alchemico di trasformazione interiore?

Iniziamo col dire che “visita” è un termine legato etimologicamente a “vista” (dal sanscrito vid che vuol dire conoscere).

Si riferisce all’occhio, l’organo che vede la luce.

Ed è proprio la luce ciò che cerca l’iniziando all’ingresso nel tempio: la luce di Dio e della conoscenza.

La luce spirituale tuttavia è qualcosa che si piò ottenere solo se l’occhio (interiore) ha la volontà di riceverla. 

Che significa “terra interiore”?

La terra interiore è un concetto denso di significati.

  • E’ il nostro centro di gravità, la nostra essenza, il punto d’incontro di ogni esperienza periferica;
  • Per gli alchimisti, la terra interiore è l’humus, parola da cui deriva l’aggettivo umile (colui che proviene dalla terra, dal basso). E qui il significato subisce una biforcazione. Senza umiltà non si va da nessuna parte, dall’humus si ricava la materia prima della nostra terra interiore, il limo, da trasformare in oro attraverso il cammino;
  • Parlando di cammino, visitare la terra interiore vuol dire anche visitare il nostro inferno interiore, il lato oscuro. Ciò è possibile solo attraverso la catabasi, la discesa al mondo di sotto, la morte spirituale e la successiva risalita che porta a un nuovo ciclo di rinascita e di trasformazione.

Rectificando: come avviene la rettifica?

Il primo verso della Divina Commedia di Dante Alighieri (Inferno, primo canto) recita “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la dritta via era smarrita”.

Il Sommo Poeta parla della “dritta via”, la retta via smarrita.

La rettificazione di cui parla si riferisce al cammino iniziatico, compiuto dall’anima attraversando simbolicamente l’inferno, il suo lato oscuro, per poi raggiungere la luce, dopo aver rettificato (corretto, reso “retto”) il suo comportamento.

Dal punto di vista atomico, rettificare la materia vuol dire renderla in grado di trasformare, assorbire e riflettere la luce come cristallo, come sale (il nome Cristo è assimilato alla purezza del cristallo). 

Nel crogiolo alchemico, la rettifica avveniva attraverso il calore e gli acidi. 

In ambito massonico, la rettifica avviene attraverso l’uso della squadra (simbolo di rettitudine) e del compasso (l’abilità di mantenere perfetta la propria condotta) e che porta alla cosiddetta “quadratura del cerchio”.

Invenies occultum

Rettificando il tuo comportamento, invenies troverai” l’occulto, ciò che è “nascosto”. Il termine occulto merita un piccolo approfondimento. In realtà, si parla di occulto non perché si voglia nascondere qualcosa, ma perché se non siamo in grado di guardare dentro di noi, non siamo in grado di percepire la nostra essenza “nascosta”

Ritornaniamo alla prima parte della formula: la nostra vista deve cambiare per poter vedere quello che abbiamo sotto gli occhi.

Occultum lapidem: la pietra occulta

E qui arriviamo all’ultima frase sibillina. 

Dobbiamo trovare la pietra occulta o ciò che è occultato nella pietra? Di quale pietra si parla?

Michelangelo diceva «ogni blocco di pietra contiene un numero infinito di forme umane, spetta allo scultore materializzare la propria visualizzazione».

La pietra è dunque qualcosa che nasconde in sé forme che per emergere devono essere sgrezzate. 

In un passo della Genesi si legge che Giacobbefece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. Durante il sonno, utilizzò come cuscino la dura pietra, mentre parlava con Dio.

Concettualmente, l’immagine rappresenta il massimo della smaterializzione: grazie al massimamente materiale (la pietra) si può raggiungere il massimo dell’immateriale. Questo è il senso dell’occultum lapidem. Ma c’è dell’altro. Giacobbe prese la pietra, la consacrò con l’olio e da essa trasse l’acqua che abbeverò il suo popolo nel deserto.

La pietra occulta è un simbolo importante anche in massoneria. 

La pietra scartata (si è staccata dal trono di Dio ed è precipitata nell’abisso) dai costruttori (e cioè dalle Sefirot dell’edificio cosmico) è diventata pietra d’angolo (cioè fondamento del mondo).

Tutto il lavoro degli iniziati si focalizza sull’opera di cesellamento della pietra grezza, da cui appunto si ottiene una pietra levigata.

Vitriol: l’emblema di tutta l’opera alchemica. 

Riassumendo l’acronimo arriveremo alla soluzione: se guardando la nostra parte interiore, riusciremo a liberare lo spirito dalla materia, a ripulirlo, alleggerirlo, dal punto di vista morale ed etico, otterremo la pietra filosofale. 

Tutto deve partire da noi, dalla nostra volontà, dal nostro cammino incrociato, in cui sacro e profano non devono essere separati ma convivere per il progresso nostro e del genere umano.

Solo così passeremo dalla fisica alla metafisica.

Riferimenti 

Azoth- Basilio Valentino

L’esoterismo islamico- René-Jean-Marie-Joseph Guénon 

Santa Croce in Gerusalemme e le reliquie Passione di Cristo

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Santa

La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, custodisce da oltre diciassette secoli le reliquie della Passione di Gesù.

Santa Croce in Gerusalemme

La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme fu edificata nel luogo in cui sorgeva il Palatium Sessorianum, costruito agli inizi del IV sec. a.C. per volere dell’Imperatore Settimio Severo (Leptis Magna, 11 aprile 146 – Eboracum, 4 febbraio 211).

Nel 313 d.C., i due imperatori Licinio e Flavio Valerio Aurelio Costantino promulgarono l’editto di Milano, con cui si consentiva la libertà di culto ai cristiani.

Successivamente, nel 324 d.C., quest’ultimo spostò la capitale dell’Impero Romano d’Oriente a Costantinopoli. 

Da quel momento, la madre Flavia Giulia Elena (Sant’Elena), si stabilì nell’edificio.

Nei racconti di Sant’Ambrogio (340-397) si legge che nel 326 d.C., Elena partì per la Terrasanta, nei luoghi della Passione del Signore. A Gerusalemme, “ispirata” dallo Spirito Santo, fece scavare i siti. 

La loro individuazione non era difficile, dal momento che l’Imperatore Adriano, nel II sec d.C., per cancellare ogni memoria della cristianità, aveva eretto due templi.

Uno dedicato a Giove, sorgeva sopra al Santo Sepolcro, l’altro dedicato a Venere, si trovava sul luogo della crocifissione di Cristo. 

L’identificazione della vera croce di Cristo

Durante gli scavi si rinvennero tre croci. Capire quale appartenesse al Signore non era tuttavia così semplice.

Elena allora decise di fermare un corteo funebre e ordinò di adagiare la salma su ognuno dei tre legni.

La “legenda aurea” di Jacopo Da Varrazze narra che, non appena il defunto venne a contatto con la croce del Redentore, risuscitò miracolosamente. 

Elena la fece allora dividere in tre parti. Una sarebbe rimasta a Gerusalemme, un’altra andò a Costantinopoli, dal figlio. Portò invece la terza parte con sé a Roma, insieme con della terra prelevata sul Monte Calvario. 

Sparsa sul suo oratorio privato, la terra divenne il fondamento di un luogo in cui conservare le reliquie della Passione di Cristo.

Perché la Basilica di chiama Santa Croce “in” Gerusalemme? 

Dalla morte di Sant’Elena il palazzo è aperto al culto e trasformato nell’odierna Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Si chiama “in Gerusalemme”, perché è come trovarsi effettivamente nella città giudaica, visto che è costruita con la terra consacrata del Calvario.

Nel Medioevo era nota come “a Jerusalem” o “Gerusalemme romana

A partire dal III sec d.C, ogni Venerdì Santo, per diversi secoli, i Papi onorarono le reliquie, andando a piedi nudi dal Laterano fino alla Basilica.

Da questa tradizione ha preso vita l’attuale liturgia del Venerdì Santo, nel corso della quale viene mostrata la preziosa reliquia ai fedeli per l’adorazione.

Durante la celebrazione, si canta l’antifona “Ecco il legno della croce su quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo”.

Chi ha edificato Santa Croce in Gerusalemme?

L’edificio ha subito diversi ritocchi nel corso dei secoli (almeno sei). 

L’ultimo restyling risale alla metà del XVIII sec e si deve a Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua. I due architetti realizzarono le superfici concave e convesse della facciata e incorniciarono la chiesa con le statue degli evangelisti Costantino e Sant’Elena. Le fondazione e le mura sono rimaste sempre quelle delle origini.

Nel 1930, l’architetto Florestano Di Fausto 1890-1965), progettò la cappella delle reliquie.

Il reliquiario testimonia la passione di Gesù

Ma esaminiamo le tre preziose reliquie: le più antiche di cui si abbia traccia! 

Si tratta di tre frammenti della croce, parti della corona di spine, un sacro chiodo e il Titulus crucis. Quest’ultimo venne alla luce nel 1492 durante i lavori di conservazione condotti nella chiesa. 

Le altre reliquie, conservate ininterrottamente dal IV secolo d.C. si trovano all’interno di una teca di cristallo. 

Le spine lunghe e acuminate sono nella parte superiore. Al centro della teca, c’è un reliquiario a forma di croce, contenente tre frammenti della croce: due nel braccio orizzontale, uno nel braccio verticale in basso. 

Nel corso di secoli, il Pontificato romano ha donato molte schegge di croce alle Chiese di tutto il mondo, per creare alleanze e stabilità politica fra Imperi e culti religiosi. Il chiodo è lungo circa undici centimetri ed è privo di punta.

Il Titulus crucis: scritta su una tavola di legno di noce 

Si tratta del cartiglio originario affisso sopra la croce di Cristo, che riportava il motivo della condanna: “INRIIesus Nazarenus Rex Iudaeorum (letteralmente, «Gesù il Nazareno, Re dei Giudei»).

La triplice iscrizione è in ebraico, greco e latino. Quella in latino si può leggere al rovescio, come la scrittura orientale (una consuetudine delle province romane orientali). 

Piccola curiosità: il quarto Vangelo (Giovanni 19, 21, 22) afferma anche che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiederne la correzione.

Secondo loro, il titulus non doveva affermare che Gesù fosse il Re dei Giudei, ma che si fosse autoproclamato tale. Pilato rispose “Quod scripsi, scripsi” (ciò che è scritto è scritto) e si rifiutò di apportare ulteriori modifiche.

Il valore delle reliquie

Oggi la Basilica è una delle sette Chiese di Roma, meta del pellegrinaggio dei fedeli di tutto il mondo. Per via del reliquiario, essa rappresenta non tanto un luogo in cui si celebra messa, ma un’angolo sacro che custodisce e testimonia la memoria della sofferenza del Cristo Redentore.