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Quel carteggio “riservatissimo” sulla Marina Militare

Pericolo Amianto Marina Militare
Pericolo Amianto

Un carteggio riservatissimo della Marina Militare

Una serie di atti della Marina Militare, tra i quali il c.d. carteggio “riservatissimo”. La messa al bando dell’amianto nel nostro Paese risale al 1992, ma gli effetti letali della fibra killer erano ben noti alle istituzioni dall’inizio del ‘900.

Tant’è vero che le lavorazioni dell’amianto erano state dichiarate insalubri e per questo motivo vietate alle donne e ai fanciulli, e l’asbestosi era stata tabellata tra le malattie professionali che dovevano essere indennizzate, in forza della Legge 455/43.

Risulta nel II Rapporto Mesoteliomi di ONA Onlus: “In Italia, nel solo periodo dal 1945 al bando nel 1992, sono state prodotte 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo.

Successivamente, sono state importate altre 1.900.885 tonnellate, che sono state utilizzate in oltre 3.000 applicazioni, determinando così più di 34.000.000 di tonnellate contenenti amianto.

Nel dettaglio, si tratta di amianto in matrice friabile compatta e alcuni milioni di tonnellate (si stima tra 5 e 6) in matrice friabile.

A 20 anni dalla messa al bando dell’amianto

In più di 20 anni dall’entrata in vigore della legge 257/1992, che ha fatto divieto di estrazione, importazione, lavorazione e commercializzazione dell’amianto, sono state bonificate soltanto 500.000 tonnellate di materiali che lo contenevano, e cioè meno del 2% del totale: con questo ritmo saranno necessari più di 1000 anni per la completa loro rimozione”.

“Com’è possibile che sia stato permesso l’utilizzo dell’amianto in maniera così esponenziale e, soprattutto, perché è stato utilizzato dalla Marina Militare nonostante si sapesse del danno che provocava alla salute?

Com’è possibile mettere al bando un minerale così dannoso per la salute umana solo con la Legge 257/92, dopo almeno 50 anni dall’entrata in vigore della Legge 455/43?”.

Questo si chiede l’Avv. Ezio Bonanni, Presidente Osservatorio Nazionale Amianto, legale di parte civile nel processo Marina Bis in corso a Padova e difensore di decine di ex militari e familiari dei deceduti.

Lo Stato, gli enti pubblici e le aziende di Stato sono stati i maggiori utilizzatori di amianto, una strage prevedibile e, al tempo stesso, evitabile. È la tesi da sempre sostenuta dall’Avv. Ezio Bonanni, il quale ha depositato agli atti del processo penale Marina Bis che si celebra innanzi il Tribunale Penale di Padova una serie di atti, tra i quali il c.d. carteggio “riservatissimo”. Una interlocuzione tra i vertici della Marina, con alcuni scienziati dell’epoca.

La testata online Inchiostro Verde è tornata sull’argomento per fornire ai propri lettori i dettagli di una vicenda che meritava ben altra considerazione da parte di tutti. Per saperne di più prova a consultare l’articolo.

I risultati dello studio, lo screening

Al centro del carteggio c’è il primo screening sanitario effettuato nel 1969. Su 269 arsenalotti, risultò che il 10% degli esaminati era già affetto dalla malattia (mesotelioma o asbestosi) e un altro 16% presentava sintomi sospetti.

Le due categorie più esposte alle fibre di amianto erano il saldatore e il carpentiere in ferro, mentre l’età media di rischio esposizione risultava di 28 anni.

“I primi risultati dello studio condotto su operai addetti a vari tipi di lavorazione in ordine al rischio di l’asbestosi. – Si legge in un documento della Direzione di Sanità della Marina Militare del 30 dicembre 1969. – Hanno delineato una situazione di effettivo pericolo nei confronti di diverse categorie di lavoratori direttamente addetti alla manipolazione dell’amianto e indirettamente esposti alla inalazione della relativa polvere“. 

Documento originale

Il dato sconcertante che emerge da questo carteggio, è che la Marina Militare, pur essendo a conoscenza della pericolosità dell’amianto ben ventidue anni prima della messa a bando della fibra killer, si limitò ad allontanare i 27 operai già colpiti da malattia.

Mentre i 42 casi classificati nel 1969 come probabilmente affetti, continuarono a respirare la polvere letale. Una storia di inquietante silenzio che ancora oggi chiede giustizia.

L’impegno a non divulgare i dati delle indagini

Fu il dottor Luigi Ambrosi, direttore della Cattedra di medicina del lavoro dell’Università di Bari, a chiedere, nel giugno del 1968, all’allora direttore di Marisan di “poter condurre uno studio scientifico a carattere epidemiologico-statistico ed ambientale sull’Arsenale di Taranto”.

Tale studio sarebbe stato svolto in collaborazione con la Clinica del Lavoro di Milano, il cui direttore, prof. Vigliani, stava già conducendo analoghe indagini nell’Arsenale M.M. di La Spezia, con la collaborazione dell’Istituto di Medicina del Lavoro di Genova”.

Lo stesso prof. Ambrosi “dava ampie rassicurazioni circa il carattere squisitamente scientifico di tali indagini, i cui risultati sarebbero rimasti a disposizione esclusivamente della Direzione di Sanità M.M. e non sarebbero stati forniti ad alcun ente, di qualsiasi genere, estraneo ad essa”. 

In una lettera datata 17 gennaio 1970, si confermava“il carattere squisitamente scientifico di tali indagini i cui risultati non saranno forniti ad organizzazioni sindacali o politiche, ma resteranno a disposizione esclusivamente della Direzione di Sanità Militare Marittima”. 

Perché tenere segreti dati importanti?

E già questo impegno lascia sconcertati, visto che si trattava di dati che avrebbero interessato la salute e la vita di tanti uomini in carne ed ossa.

Primo argomento di tale studio fu l’asbestosi e quindi le lavorazioni che ad essa conducevano. L’indagine “fu condotta principalmente da

alcuni assistenti del prof. Ambrosi, talvolta con l’intervento del professore stesso. Quindicinalmente essi venivano a Taranto, muniti delle attrezzature necessarie e sottoponevano a visita specialistica gruppi di operai”.

Il 18 febbraio 1969, il prof. Ambrosi avanzò concrete proposte “per un intervento della sua equipe per una azione sistematica di controllo su tutti i dipendenti”.

Da parte sua, Marisan propose “al solo scopo di contenere la spesa entro i limiti dei fondi stanziati per l’assistenza sanitaria agli operai, di attuare inizialmente gli accertamenti specialistici per campione”.

Nel momento in cui venne fuori la gravità della situazione tra i lavoratori, la reazione della Marina Militare fu questa:

«E’ in corso, in collaborazione con la sala medica, azione intesa ad allontanare dal posto di lavoro gli elementi più colpiti, tale azione dovrà essere opportunamente differita nel tempo per evitare allarmi eccessivi ed ingiustificati». 

La sconcertante raccomandazione è contenuta in una lettera datata 14 febbraio 1970, anch’essa classificata come “riservatissima”.

Il mittente è la Direzione Generale dell’Arsenale della Marina Militare Direzione Lavori Generali; il destinatario Navalcostarmi di Roma.

La costituzione dell’ONA come parte civile

Documentazione originale

Su queste basi, l’Avv. Ezio Bonanni, Presidente ONA e legale di decine di vittime e loro familiari, si è costituito parte civile nel processo Marina Bis presso il Tribunale di Padova.

La cosa più eclatante è che ha chiesto ed ottenuto la chiamata del Ministero della Difesa come responsabile civile, per la condanna in solido con gli imputati, al risarcimento dei danni.

La cosa altrettanto eclatante è che tutti gli imputati, alti ufficiali, sono accusati di aver procurato la morte di decine di marinai eppure sono difesi dall’Avvocatura dello Stato, a spese dei contribuenti.

L’Osservatorio Nazionale Amianto, attraverso l’Avv. Ezio Bonanni, ha ottenuto dal Tribunale di Cagliari, in funzione di Magistratura del Lavoro, l’accoglimento di tale tesi giuridica (sentenza n. 917/16): una equiparazione alle vittime del terrorismo, che la dice lunga sulle responsabilità dello Stato.

È singolare che nel citato carteggio ci si preoccupi di “evitare allarmi eccessivi ed ingiustificati”. Non la pensa così l’Avv. Bonanni che preannuncia una serie di nuove azioni giudiziarie, anche in sede civile, e in sede amministrativa/previdenziale, in merito alla equiparazione alle vittime del terrorismo.

Pensioni, al via le domande per Ape sociale e precoci

Prepensionamento
Prepensionamento

Ultimo giorno per la domanda per accedere a APE sociale

Termina oggi il conto alla rovescia partito per presentare le domande all’Inps di accesso all’Ape sociale o al pensionamento anticipato da parte dei lavoratori precoci, ovvero chi ha lavorato almeno un anno prima di compierne 19. Secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, con la pubblicazione dei decreti «viene data l’opportunità a lavoratori in condizioni di difficoltà, per quest’anno stimati in circa 60mila, di anticipare fino a tre anni e sette mesi l’età di pensionamento, con potenziali effetti positivi sul ricambio generazionale in azienda».

Con qualche mese di ritardo sulla tabella di marcia (i nuovi sono in vigore dal 1° maggio) si attiva dunque il nuovo ammortizzatore sociale riservato a chi ha compiuto almeno 63 anni, in condizione di bisogno e che non ha ancora l’età per la pensione di vecchiaia. Mentre per i precoci si apre una finestra di uscita alla pensione con 41 anni di contributi versati (contro i 41 anni e 10 mesi per gli uomini e i 42 e 10 mesi se donne) a patto di rientrare in una delle quattro categorie di disagio valide per l’Ape sociale: disoccupazione da almeno 3 mesi, familiari disabili a carico, una invalidità pari o superiore al 75%, aver svolto un lavoro usurante per almeno 6 anni negli ultimi 7.

Pensioni: assegno massimo di 1.500 euro lordi

L’Ape sociale è una vera e propria indennità ponte verso la pensione. Il suo importo è commisurato alla pensione attesa, con un massimo di 1.500 euro lordi mensili per 12 mensilità (circa 1.325 netti) fino a un massimo di 43 mesi, ma il termine potrebbe allungarsi di qualche mese se dal 2019 cambieranno i requisiti di pensionamento per l’adeguamento alla nuova aspettativa di vita (si parla di un allungamento possibile di 3 o 5 mesi).

L’Ape sociale è inoltre tassata come reddito da lavoro dipendente e gode quindi di tutte le detrazioni e i crediti d’imposta spettanti a tali redditi, compreso quindi il “bonus” 80 euro che i pensionati non hanno. È inoltre compatibile con redditi da lavoro dipendente o da collaborazione coordinata e continuativa, fino al limite di 8mila euro annui, e da lavoro autonomo fino al limite di 4.800 euro annui. Per accedere si terrà conto di tutta la contribuzione versata, compresi i contributi figurativi cumulati in caso di cassa integrazione, per esempio, principio attualmente non previsto per l’accesso alla pensione anticipata. «L’Ape sociale – ha spiegato Stefano Patriarca, uno dei consiglieri economici di palazzo Chigi che più ha lavorato a questa misura – è una rilevante innovazione nel nostro welfare».

Domande entro il 15 luglio 2017 e il 31 marzo 2018

I termini per la presentazione delle domande si chiudono il 15 luglio per chi matura i requisiti entro quest’anno ed entro il 31 marzo del 2018 per chi li matura l’anno venturo sia per l’Ape sociale sia per usufruire della finestra di anticipo precoci. Le due misure sono sperimentali e restano in vigore nella versione attuale per due anni. Dovrebbero intercettare domande per circa 35mila apisti e 20mila precoci nel primo anno di applicazione secondo stime governative e dell’Inps. Le domande di Ape sociale saranno accolte nel limite di spesa di 300 milioni di euro per quest’anno e fino a 609 milioni di euro per il 2018. Quelle per i precoci fino a 360 milioni quest’anno e 505 l’anno prossimo.

Per leggere l’articolo completo basta dare un’occhiata qui.

“L’amianto si è preso la mia famiglia”

Padre e figlio
Padre e figlio

La storia di una famiglia distrutta dall’amianto

Il Sig. A.T., assistito legalmente dall’Avv. Ezio Bonanni, presidente ONA, si è visto portare via padre, cugino, zii e zie, a causa dell’esposizione all’amianto durante l’attività lavorativa.

Tutti, infatti, sono stati lavoratori all’interno della stessa ditta, i cantieri S.A.I.T. SpA operativi tra Castellammare di Stabia e Napoli.

Adesso la preoccupazione è per se stesso, la sorella e per la mamma, in quanto anche loro hanno respirato le fibre di amianto che il padre inconsapevolmente riportava a casa, sui propri indumenti, al termine della giornata di lavoro.

Di seguito l’intervista rilasciata per il Notiziario ONA:

Ci parli di suo padre e della sua famiglia

Ancora faccio fatica a parlare di quanto è accaduto, il tempo passato è ancora troppo poco. E’ molto difficile parlare di una situazione che ha fatto, e continua a far soffrire, me e tutta la mia famiglia. O meglio quel che ne rimane.

Purtroppo l’amianto è entrato a far parte del nostro nucleo familiare già da tanto tempo, portandosi via, prima di mio padre, anche mio cugino, il cognato di mio padre, due dei miei zii con le rispettive mogli, tutti lavoratori all’interno della stessa ditta, la S.A.I.T. SpA. Una terribile coincidenza? Assolutamente no! L’amianto non è una coincidenza, non è una fatalità….L’amianto è morte, sempre, e noi ne siamo purtroppo la prova. Mio padre ha lavorato in quella ditta dal 1963 al 1991, come coibentatore, sa cosa significa? Che prendeva in mano l’amianto, a mani nude e senza alcun tipo di protezione.

Non gli veniva nemmeno lasciata la possibilità di lavare le tute li ma doveva portarle a casa, da noi. Mia madre ha passato anni, inconsapevolmente, a lavare queste tute piene di amianto, noi stessi lo abbiamo sicuramente respirato ogni qualvolta mio padre al rientro, dopo una giornata di lavoro, veniva incontro per abbracciarci. Un gesto d’amore per lui, come ogni padre per i propri figli, ma chi avrebbe mai immaginato che proprio questo gesto d’amore potrebbe, a distanza di anni, mettere a rischio anche la nostra salute? Io e mia sorella siamo terrorizzati all’idea che anche mia madre possa ammalarsi. Mio padre, che io ho sempre definito un “piccolo ma grande uomo”, era di corporatura piccola, e anche questo purtroppo, durante il periodo lavorativo, ha rappresentato un ulteriore problema in quanto era l’unico in grado di infilarsi all’interno delle tubature (in amianto).

Quando avete scoperto la malattia di vostro padre?

Nel 2015 mio padre ha cominciato a non stare bene, era dimagrito improvvisamente nonostante, ripeto, fosse sempre stato longilineo di costituzione ma, reduce anche dagli altri decessi che ci sono stati in famiglia e sapendo che aveva lavorato a contatto con l’amianto, non ci è stato difficile trarre la conclusione che è arrivata nell’ottobre dello stesso anno e che ha sentenziato un mesotelioma peritoneale.

Da lì il mondo ci è letteralmente caduto addosso tra ricoveri e cicli di chemioterapia con tutti gli effetti collaterali che ne sono derivati. Noi siamo sempre stati una famiglia molto unita e lui un padre e un nonno affettuoso. Mia nipote a dicembre di quell’anno ha compiuto 18 anni ma, con il suo adorato nonno ricoverato in ospedale con una sentenza di morte, non se l’è sentita di festeggiare e abbiamo passato quella giornata al suo capezzale intorno ad un lettino di ospedale e lui era totalmente consapevole di quanto stava accadendo. Non lo auguro a nessuno…Questo calvario terreno è terminato nel marzo del 2016 quando purtroppo, all’età di 72,  è venuto a mancare, gettando tutti nella disperazione più totale.

Cosa è cambiato? Come avete deciso di procedere?

Ora vogliamo solo giustizia per mio padre, se la merita, lo dobbiamo a lui. Nessuno ce lo ridarà indietro e il vuoto che ha lasciato è veramente incolmabile, ma almeno deve avere giustizia. Ora io e mia sorella, con il marito e mia nipote, viviamo a casa con mia mamma che ha perso il suo compagno di una vita, il suo amore e non è giusto perché non era questo il suo momento.

Devo ringraziare l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, per aver preso a cuore non solo la causa di mio padre ma di tutti coloro che non ci sono più o che si sono ammalati a causa della superficialità e dell’inadempienza delle istituzioni che dovrebbero tutelare i cittadini. Sempre grazie all’Avvocato, siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento di malattia professionale, un piccolo passo avvenuto proprio a ridosso del funerale di mio padre e mi piace pensare che lui, di fronte a questo primo piccolo passo, possa aver assistito e possa darci la forza per andare avanti.

Ferroviere muore per mesotelioma e viene risarcita la vedova

Stazione Termini, ferrovie
Stazione Termini

Risarcita la vedova di ex ferroviere deceduto per amianto

L’INAIL, dopo 9 anni, liquida a Morelli Lorenza, vedova del Sig. D’Angelo Bruno, la rendita di reversibilità, dopo aver negato per anni il riconoscimento del diritto. Fino a quando il Tribunale di Roma ha condannato l’INAIL, accogliendo le richieste dell’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’ONA e legale dei famigliari.

“L’INAIL ha per anni negato il diritto di Morelli Lorenza a vedersi liquidata la rendita. Dopo 9 anni il Tribunale di Roma le ha reso giustizia. La sentenza è ormai passata in giudicato, per cui ora dovrà essere rivalutata anche la pensione INPS e le Ferrovie dovranno risarcire i danni.

Purtroppo, giorno dopo giorno, abbiamo sempre nuove segnalazioni di casi di patologie asbesto correlate tra gli ex ferrovieri. Occorrerebbe la costituzione di un fondo per l’automatico risarcimento delle vittime, senza che sia necessario ogni volta dover agire in giudizio” così dichiara l’Avv. Ezio Bonanni.

Il caso del ferroviere Bruno D’Angelo

Bruno D’Angelo ha lavorato nelle Ferrovie dello Stato, scalo di San Lorenzo e stazione Termini, e poi presso la FATME, ed è morto di mesotelioma il 26.10.2008. Bruno era un uomo pieno di vita e voleva continuare a vivere.

Così lo descrivono gli amici e conoscenti, anche quando era sul letto con la bombola di ossigeno di 8kg e faticava a respirare per via dell’asbestosi e del mesotelioma.

Triste sorte quella di Bruno, identica quella di Vincenzo e di Franco, pure loro in servizio presso lo scalo di San Lorenzo e la stazione Termini delle Ferrovie dello Stato. Morti per amianto, la fibra killer che ha creato una strage tra i ferrovieri.

Sono state le stesse Ferrovie dello Stato a confessare che l’amianto era stato da loro utilizzato nelle installazioni, nelle vetture ferroviarie, nelle locomotive e perfino nelle stazioni. L’amianto presente nella stazione Termini di Roma è stato rimosso soltanto nel 2004.

L’INAIL ha costituito la rendita e ha pagato gli arretrati alla vedova, ma questo non è sufficiente secondo l’Avv. Ezio Bonanni, che quindi si avvia a proporre un’azione legale di

mesotelioma

risarcimento danni a carico delle società che si sono succedute in seguito alla privatizzazione delle Ferrovie dello Stato.

Un dolore vivo che prende forma nelle parole e nei ricordi. Una ferita che non conosce consolazione e una battaglia dignitosa e coraggiosa quella della signora Daniela D’angelo. Che ha perso il padre, un’altra sfortunata, incolpevole vittima dell’amianto che come un killer silenzioso, beffardo e nascosto si insinua e colpisce, spesso senza pietà.

Signora Daniela, ci racconta la storia di suo papà?

“Si chiamava Bruno, era nato Roma nel 1923, i suoi genitori hanno vissuto più di novant’anni, lui purtroppo invece non ha avuto la stessa fortuna. Fu suo zio, capostazione, a “introdurlo” nel mondo delle Ferrovie dello Stato, dove fu assunto agli inizi degli anni ’60, attraverso una delle tante cooperative che forniva mano d’opera.

Mi ricordo quando da bambina andavo a prendere la befana organizzata per i dipendenti con mio padre ancora nella sua polverosa tuta da lavoro, lo abbracciavo, in quel periodo non ci si cambiava sul posto, gli indumenti venivano lavati in casa da mia madre, nessuno pensava all’ amianto.

Anche quando molto tempo dopo sono iniziati i problemi ai polmoni, la difficoltà a respirare, durante i numerosi ricoveri le diagnosi sono state di bronchite, polmonite, tanto che spesso in famiglia lo abbiamo rimproverato di essere stato un fumatore, invece, ora che conosco l’origine del suo male provo persino rimorso.

L’estate il momento peggiore, per cercare di alleviare i sintomi. Portavo mio padre nella casa fuori in collina. Poi a seguito di una crisi respiratoria più acuta delle altre nell’agosto del 2008 lo hanno ricoverato a Tivoli.

Gli accertamenti hanno dato come esito mesotelioma, ci hanno spiegato la natura e la gravità della situazione e hanno attivato gli interventi terapeutici possibili, come aspirare l’acqua dai polmoni e fornire ossigeno. Dopo la dimissione dall’ ospedale, però, non ci sono stati miglioramenti, anzi il declino fisico di mio papà inizia ad essere

Mesoteliomacostante ma la cosa più straziante è che è rimasto lucido fino agli ultimi giorni, giorni di sofferenza per lui, per noi, per tutta la nostra famiglia.

I ricordi della Signora Daniela

Ricordo ancora la sua scrivania piena di medicinali da somministrare a intervalli sempre più brevi, i tanti assistenti a domicilio, le bombole dell’ossigeno e i tanti altri presidi medici in giro per casa. Sopra ogni cosa quell’uomo intelligente, appassionato di enigmistica, spigliato e bravo in matematica, attento ai bisogni della famiglia con cui ha avuto un rapporto di complicità, ha condiviso passioni e passatempi quasi un amico che mi domanda: “Dimmi la verità, sto morendo?”.

Io negavo e continuavo a pregare per lui, non lo abbiamo mai lasciato solo. Ho solo un rimorso: l’ultima notte mi sono allontanata per pochi secondi dalla stanza, era già in coma e comunque c’era mia madre ma è proprio in quel momento che è successo, è morto.

Avrei voluto che l’infermiere che appena poche ore prima gli aveva inserito l’ago addominale per la morfina mi avesse detto più chiaramente che mancavano poche ore, avrei continuato a parlargli ogni secondo sperando mi sentisse. Forse non mi crederà, io continuo a sentirlo vicino, nell’ affrontare ogni difficoltà della mia vita e perfino i tanti piccoli intoppi del quotidiano, se chiedo, sento che lui mi ascolta e mi aiuta a trovare una soluzione”.

Quando avete conosciuto l’Avv. Bonanni?

“Quando in famiglia abbiamo deciso di intraprendere un’azione legale per fare luce sulla morte di mio papà, abbiamo scoperto l’attività dell’ avvocato Bonanni e della sua associazione. Abbiamo sempre avuto fiducia massima in lui e nel suo operato e non ci siamo sbagliati, non solo per l’altissima professionalità e competenza ma anche per il cuore che in oltre 9 anni di lunghe udienze non è mai venuto meno e ha fatto la differenza fino a che siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento di vittima per mesotelioma da parte dell’Inail”.

L’ONA al Ministero della Salute

Ministero della salute
Ministero della salute

L’ONA incontra il sottosegretario di Stato Davide Faraone

Lo aveva detto l’On.le Davide Faraone, sottosegretario al Ministero della Salute e renziano di ferro, “Riceverò le vittime dell’amianto”. Non avrebbe potuto fare altro perché era in visita ad Augusta che fa parte del c.d. triangolo della morte: Gela, Ragusa e Siracusa/Augusta, così lo ha definito l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, di fronte ai dati epidemiologici e anche alla statica ignavia degli organi della Regione Siciliana, ancora al palo nell’applicazione della Legge n. 10/2014.

“Non possiamo più tollerare questo stato di assenza di bonifiche dei luoghi di vita e di lavoro, così come la staticità delle istituzioni, in particolare della Regione Sicilia e l’assenza di sorveglianza sanitaria e di istituzione del polo di riferimento per le patologie asbesto correlate presso l’ospedale di Augusta. Spero che la politica nazionale intervenga, altrimenti ci vedremo nostro malgrado costretti ad altre azioni giudiziarie, quando invece vorremmo navigare e remare tutti insieme per tutelare l’ambiente e la salute con le bonifiche, con un migliore sistema sanitario e con degli enti previdenziali come l’INPS e l’INAIL non ostili con i lavoratori esposti e vittime dell’amianto, che ancora da tempo attendono il giusto prepensionamento e il giusto risarcimento, in Sicilia come nel resto d’Italia”, dichiara il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, Avv. Ezio Bonanni.

Il prossimo martedì 18 luglio, alle ore 17, la delegazione dell’ONA sarà composta dal presidente, Avv. Ezio Bonanni, dal Sig. Calogero Vicario, coordinatore ONA Sicilia, dal Dott. On.le Pippo Gianni, del coordinamento del Comitato Tecnico-scientifico dell’ONA Nazionale, dal Sig. Calogero Frisenda, ONA Sicilia, dal prof. Pietro Sartorelli, Responsabile Medicina del Lavoro Università di Siena e dalla coordinatrice dei rapporti con la stampa, Dott.ssa Fabrizia Nardecchia.

L’impegno dell’ONA per tutelare le vittime amianto.

L’Osservatorio Nazionale sull’Amianto – ONA ONLUS – è un’associazione di utilità sociale, iscritta all’Anagrafe delle ONLUS dell’Agenzia delle Entrate con prot. 79949 del 6 Dicembre 2010; accreditata dal Ministero della Salute nell’Elenco in rete del volontariato della salute; iscritta al n. 852 dell’Albo delle Associazioni della Provincia di Roma con determina n. 1849 del 22.04.2013 e ha sede legale in Roma, Via Crescenzio, n.2 – 00193 (Codice Fiscale: 97521310587). L’ONA assiste tutti coloro che hanno subito danni per esposizione ad amianto e ad altri cancerogeni. Grazie all’assistenza dell’ONA e dell’Avvocato Ezio Bonanni è possibile ottenere la tutela dei tuoi diritti e il risarcimento di tutti i danni provocati dalla fibra killer. 

Piattaforma propositiva dell’ONA:

Istituzione della sorveglianza sanitaria su tutto il territorio nazionale;

Immediata applicazione delle norme sul prepensionamento immediato dei lavoratori malati per effetto dell’art. 1, comma 250, L. 232/16;

Immediata applicazione, in via amministrativa, delle norme sull’aumento delle contribuzioni per i lavoratori esposti in base all’art. 13 comma 8 L. 257/92, senza che sia necessaria l’azione giudiziaria;

Riconoscimento immediato delle rendite in favore dei lavoratori ammalati per amianto, senza la necessità di lunghe e costose azioni giudiziarie;

Punizione di tutti coloro che hanno esposto i lavoratori all’amianto e agli altri cancerogeni provocando le patologie, con l’abolizione della prescrizione dei reati commessi con violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro;

Incremento del Fondo Vittime Amianto.

I numeri della strage in Italia.

Seimila decessi per patologie asbesto correlate. Infatti ai più 1500 decessi a causa del mesotelioma, vanno aggiunti almeno 3000 decessi in seguito a tumori polmonari causati dall’amianto, e a questa drammatica contabilità debbono essere poi aggiunte tutte le altre patologie, che portano l’Associazione a tale stima.

I numeri della strage in Sicilia.

La Sicilia ha pagato un altissimo tributo in termini di vite umane in quanto l’ONA ha censito 947 mesoteliomi, per il periodo che va dal 2000 al 2011, per una media che nell’ultimo periodo sfiora i 100 casi per ogni anno.

Poiché il mesotelioma è il “tumore sentinella” e poiché i decessi per tumore polmonare sono almeno il doppio – quindi 200 decessi solo per tale patologia –  si stima che questa macabra contabilità porti già a 300 vite umane spezzate a cui vanno ad aggiungersi tutti gli ulteriori decessi causati dalle altre patologie asbesto correlate come tumore alla laringe, faringe, esofago, fegato, colon e ovaio, per non parlare dell’asbestosi, placche pleuriche ed ispessimenti pleurici e le complicazioni cardio-vascolari (art. 145 DPR 1124 del 1965, modificato con l’art.4 della Legge n.780 del 1975).

Per cui l’Osservatorio Nazionale Amianto calcola in più di 600 i decessi per patologie asbesto correlate alla sola Sicilia nel 2016.

Il ReNaM, per quanto riguarda i mesoteliomi, stabilisce che la Sicilia ha un’incidenza del 5,3% su base nazionale (dati aggiornati nel VII Rapporto Mesoteliomi).

Si tratta di dati sottostimati, in quanto in molti casi i cittadini siciliani debbono emigrare in Nord Italia per poter ottenere la diagnosi e per veri e proprio viaggi della speranza, per cui molti casi non vengono censiti.

Per ulteriori fonti:

– Registro Mesoteliomi 1998 – 2014 – decessi certi n. 1286 (pag. 5);

– Registro mesoteliomi 1998 – 2009 – decessi certi n. 850 (pag 4) + 436. Dai dati spicca tra tutte Siracusa