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martedì, Settembre 15, 2026
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L’economia del caffè

Caffè
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Editoriale a cura del Dott. Ruggero Alcanterini editorialista per “Il Giornale Sull’Amianto” e direttore di “L’ECO DEL LITORALE”

Dopo il Covid, l’economia riparte dal caffé

Se tanto mi dà tanto, dopo lo shock COVID 19, l’economia riparte da un elemento di comparazione oggettivo, perché il caffè espresso è salito di 30/50 centesimi, raggiungendo quota di 1.30.

È pur vero che con i centesimi non sapevamo già cosa fare, specialmente senza occhiali. Ma l’aumento del costo nel “paniere” è da sempre un punto di partenza, come capitò con i biglietti del tram/bus/metro e le bollette, dopo la rivoluzione dell’Euro, che ne raddoppiò l’importo senza colpo ferire.

Vi ricordate la vecchia vituperata lira? Il caffè ne costava cinquecento. E adesso? Adesso superiamo l’equivalente di cinque volte quella somma, ma il salario…

I servizi di assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti ad amianto ed altre sostanze cancerogene. L’associazione assiste i cittadini per la bonifica e per la messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria).

L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. La prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive assicurano maggiori possibilità di guarigione, di maggiore sopravvivenza e migliori condizioni di salute.

L’ONA fornisce anche la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale, tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto.

Tutti i lavoratori esposti, anche coloro privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto. Inoltre possono richiedere, in caso di malattia di origine professionale, il risarcimento di tutti i danni.

Numero Verde Assistenza ONA

Karol Wojtyla, uno sportivo divenuto Papa e Beato

Karol Wojtyla
Karol Wojtyla

Editoriale a cura del Dott. Ruggero Alcanterini editorialista per “Il Giornale Sull’Amianto” e direttore di “L’Eco Del Litorale”

Da sportivo al Papa più amato di sempre

Pensare a Giovanni Paolo II come il Papa che ha segnato in modo determinante la storia dell’umanità nel XX Secolo è fatto scontato, tanto quanto la sua qualità di uomo inteso nella sua completezza, quindi anche come sportivo praticante. Le immagini private testimoniano la sua fisicità, il suo rapporto con tante e diverse discipline, la sua passione per la natura in cui amava immergere il proprio corpo e fondere il proprio spirito, vivendo sino all’ultimo con il piglio del campione, traendo e provocando in un costante confronto con se stesso e il mondo straordinarie emozioni, essenziali per trarre dal profondo gli incrollabili fondamenti, che hanno sempre sostenuto la sua ragione d’essere, operare, decidere.

Giovanni Paolo II, “Santo Subito”, venne beatificato a prescindere dal processo di canonizzazione, perché lui continuava a rappresentare la parte migliore di noi, quella che tutti teorizzano e quasi nessuno realizza, salvo gli eroi ed i santi.
La mostra fotografica “L’Emozione e la Ragione” realizzata a Verona , da cui provengono alcune delle immagini, è il fulcro di una grande attività di approfondimento, una serie articolata di eventi, che è passata per le conferenze internazionali “Etica e Sport nel XXI Secolo” e “Vivere da Campione, sino all’ultimo”, tra il 2010 e il 2011. Alla fine di maggio si sarebbe sviluppata la rassegna nel contesto di Sport Expo, sempre a Verona, quindi a Cracovia, tappa finale della Mostra e infine di nuovo a Verona, nell’ottobre 2012, quando Karol Wojtyla sarebbe stato il grande testimone del XVIII Congresso Europeo del Fair Play con la partecipazione corale dei rappresentanti di ventisette Paesi.

Numero Verde Assistenza ONADichiarazione agli atleti del “Papa Sportivo”

“Vi ringrazio, cari atleti, che fate dello sport una ragione di stile di vita, nonché un legittimo motivo di prestigio e di onorevoli affermazioni, In pari tempo, vorrei esortarvi a far si che codeste competizioni sportive siano contraddistinte non solo dalla virtù della lealtà e dalla probità, ma anche da un impegno costante per le conquiste più vere e durature, per le vittorie dello spirito, il quale deve avere sempre il primato nella scala dei valori umani, siano essi agonistici, siano sociali e civili.” Questo uno degli innumerevoli pensieri rivolti agli sportivi da Giovanni Paolo II durante i frequenti incontri dedicati, che hanno caratterizzato il suo Pontificato, ma non è né esemplificativo, né completamente rappresentativo del Personaggio, che a ragione viene definito non tanto e non solo come il Papa degli sportivi, quanto il “Papa Sportivo”.

Infatti, Karol Wojtyla era cresciuto a “pane e sport” nella sua Wadowice, poi a Cracovia , sui Monti Tatra, a Zakopane e nei fiumi, nei campetti di fortuna, temprandosi nel fisico e formandosi nel carattere e nello spirito, praticando lo sport nella sua più ampia accezione, come straordinaria opportunità per misurarsi con se stesso, con gli altri e con la natura, trovando in questi momenti la grazia, la condizione per elevare i valori etici ad un livello pressoché assoluto, probabilmente la via più diretta per sentirsi vicino a Dio. Infatti lui che amava le moltitudini, sentiva anche il bisogno di isolarsi per riflettere e pregare, guadagnandosi la condizione ideale a prezzo dell’ impegno fisico e in virtù del gesto sportivo, prima e dopo la sua ascesa al Trono di Pietro.

Racconti sulle abitudini sportive del Papa

Oltre alle sue “gite” ufficiali sulla Marmolada e all’Adamello con il Presidente, Sandro Pertini, stando alle informazioni, ai racconti e alle confidenze, Karol e Giovanni Paolo II hanno convissuto in un “Campione” dalla polivalenza straordinaria, posto che già vescovo e poi cardinale non si era mai privato della sua fisicità, sciando, nuotando, pagaiando, correndo, giocando il calcio e la pallavolo, pedalando e inerpicandosi su percorsi non privi di pericolo e difficoltà.

Una volta Papa, Karol non perse mai le sue abitudini, semplicemente le conciliò con il suo nuovo status e quindi, affrontando divertito il conformismo e la preoccupazione della corte e della sicurezza vaticana, spesso sfuggendo ai controlli vestito da semplice prete e senza scorta, per andare a sciare nei dintorni di Roma, sulle piste di Campo Staffi o a Monte Livata, in fila agli skilift come uno qualsiasi, salvo essere riconosciuto, perché fermo nella preghiera a metà discesa.
Il Cardinale, Monsignor Stanislao Dziwisz, oggi Arcivescovo di Cracovia e per 39 anni a Fianco di Giovanni Paolo II nella qualità di Segretario, ci ha raccontato che il più importante ricordo d’infanzia che serbava Karol Wojtyla era legato allo sport e all’immagine di se stesso su un campo di calcio, nel ruolo di portiere, cui il fratello maggiore lo aveva indirizzato. Sempre nell’incontro di Verona, nel 2010, il Cardinale Dziwisz ci aveva confermato che Giovanni Paolo II, dopo aver aperto la via tra Pisoniano e il Santuario della Mentorella, con seicento metri di dislivello (Via oggi a lui intitolata come “Sentiero Karol Wojtyla” e percorsa da escursionisti esperti) quando ancora era cardinale, aveva poi continuato a frequentare in incognito il grande e suggestivo altipiano dei Monti Prenestini, tra il Monte Guadagnolo e Capranica Prenestina, naturalmente all’insaputa di tutti e spesso degli stessi Padri Resurrezionisti Polacchi, custodi del Santuario “costantiniano”, più antico d’Italia.

Sport come miglior modo per dialogare

Il Monastero amato da Wojtyla fu fondato da Papa S. Silvestro I nel V Secolo, per onorare la memoria di S.Eustachio, che secondo la leggenda aveva inseguito un cervo albino dalla Villa dei Pisoni alla rupe della Mentorella, ove il nobile animale si rivelò Dio e il generale romano Placido si convertì appunto con il nome cristiano di Eustachio. Per quello che sappiamo, Karol come altri illustri educatori riteneva lo sport il mezzo principe per dialogare e condividere esperienze fondamentali con i giovani, creando anche in Vaticano nell’agosto 2004 il Dipartimento dello Sport, con lo scopo di promuoverlo come parte inscindibile della cultura. Lui aveva avuto modo di tirare anche con l’arco e giocare a bocce. Sempre il Cardinale Dziwisz ci confidava che Karol era un grande appassionato di calcio e seguiva con grande interesse il Campionato Italiano, al punto di chiedere notizia dei risultati, anche quando si trovava all’estero.

n conclusione, se le immagini originali ed esclusive – provenienti dagli effetti personali di Karol Wojtyla – testimoniano la sua grande fisicità, le foto successive al grave attentato subito in Piazza S. Pietro il 13 maggio del 1981, testimoniano progressivamente una decadenza aggravata da quel trauma che non lo avrebbe mai abbandonato, ma che lui continuò ad affrontare con determinazione e serenità “fino all’ultimo” da Campione insuperabile quale era.

Sport come competenza e compagnanza

Sport
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Editoriale a cura del Dott. Ruggero Alcanterini editorialista per “Il Giornale Sull’Amianto” e direttore di “L’Eco Del Litorale”

Sport, salute e covid: questo è il 2020

Arriva un momento in cui non basta più correre, magari sempre più forte. Ma occorre fermarsi e riflettere. Mai come adesso ci capitò e forse in vita ci capiterà di cogliere una pausa utile per la riflessione, così lunga e motivata purtroppo da una grave emergenza sanitaria.

Per questo, ci possiamo permettere il lusso di interrogativi altrimenti inammissibili per una società civile, che riconosce lo sport come fruizione di spettacolo e come occasione di benessere tra gli interessi, che principalmente la connotano. Credo che, per chi come me e tutti coloro che di sport si occupano da molti decenni, sia giunto il momento di chiedersi quale sia il senso compiuto di un pendolo, che apparentemente oscilla senza suscitare trascendenza.

Sì, perché lo dobbiamo ammettere, che dopo lo squillare delle trombe della rinascenza italica con la realizzazione del miracolo, con i XVII Giochi Olimpici di Roma, nel 1960, non è poi più accaduto nulla di rilevante, almeno dalle nostre parti.

Non c’è dubbio, che il mancato inserimento del diritto allo sport nella Costituzione nel 1947 e la desertificazione motoria nelle scuole primarie abbiano creato un vulnus con ricadute negative di ogni genere, ingenerando la cultura dell’apparire, dell’agonismo, del business e della violenza per delega, piuttosto che la partecipazione aperta ed omogenea, consapevole, del ruolo primario che deve e può recitare lo sport, come attività partecipata, come opportunità formativa e di crescita in termini di qualità della collettività.

Salute per i cittadini attraverso la pratica sportiva

Chiaramente, questo rischierebbe di finire tra i rottami della retorica, tra il noioso filosofare, che si è pur fatto senza raggiungere il podio, dal conferimento dell’incarico di Commissario a Giulio Onesti in poi, prima bloccati nel ginepraio dei pregiudizi antifascisti sullo sport e poi prigionieri di un incantesimo, incatenati per oltre mezzo secolo ad un concetto autarchico, senza futuro plausibile, quello più volte brandito come strumento di difesa, de “Lo sport agli sportivi”, legato ad una Legge istitutiva e di delega nata come compromesso durante il Fascismo e poi mantenuta con vari rattoppi nella prima, seconda e terza Repubblica.

Da oltre settant’anni, cirioliamo tra andirivieni di Sottosegretari, Ministri pro forma e riassestamenti di una intervenuta sovrastruttura di supporto, ieri CONI Servizi ed oggi Sport e Salute, assolutamente in carattere con l’optimum del provvisorio, potenzialmente funzionale nell’ottica di una radicale riforma in funzione di uno Stato Moderno, che si dichiari veramente interessato alla salute dei propri cittadini, attraverso una generalizzata pratica sportivo motoria.

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Anche questo è un concetto ruminato e forse irrancidito da tante chiacchiere risultate inutili nel pratico della politica distratta e poco competente, afflitta da continue emergenze e tante legislature abortite prima del tempo.

Quanti disegni di legge, quante pulsioni trasformate in conferenze di ogni tipo hanno trattato la materia, senza poi arrivare a dama? Bene, credo che questo sia anche il prodotto di una insulsa competizione tra parti apparentemente avverse, ma di fatto unite nell’intento gattopardesco di non cambiare e di rinviare sine die, a tempi migliori e sulle spalle d’altri, il peso e la responsabilità di un passo sinora incompiuto.

Sport italiano come diritto primario

Quindi, oltre la competizione, tra le componenti in gioco occorrerebbe competenza, quella per intenderci che non può prescindere dalla onestà intellettuale degli attori, ma che poi si deve vestire di conoscenza ed esperienza, di capacità visionarie, di coraggio dell’intrapresa, almeno fintanto che la situazione di sofferenza – in cui lo sport italiano, come diritto primario, soggiace alla logica del posticcio, del provvisorio e in definitiva dell’effimero – va d’inerzia di progetto in progetto, di campagna in campagna, piuttosto che di Olimpiade in Olimpiade, senza una meta definita.

Infine, quella che ritengo la questione più importante, la capacità di generare ed utilizzare la giusta indispensabile energia positiva nel divenire, nella naturale viandanza del movimento sportivo, che è fatta di traguardi, appuntamenti ed anche celebrazioni, oggi anche individuali, ma in genere frutto di comunanza, anzi di fattiva compagnanza.

Il condividere le emozioni e gli stress di un cammino, dovrebbe esprimersi in altro ed alto modo, a cominciare dal coinvolgimento di chi di fatto promuove e dirige il movimento sportivo, ma che in realtà è prevalentemente escluso dalla possibilità di contribuire con la propria esperienza e competenza, salvo pagare in solido per l’impegno di base, di prossimità.

Necessaria una rivalutazione culturale

La riconoscibilità del ruolo fondamentale dei dirigenti e la loro gratificazione sostanziale in termini di tutela e riconoscenza, di riconoscimento del merito sociale dovrebbe essere un primo obiettivo da cogliere, una sorta di rivoluzione culturale da compiere.

Quante sono state e sono le comunità sportive di appartenenza settoriale e territoriale, che potrebbero rendersi partecipi, straordinariamente utili e di cui non c’è nemmeno la percezione, laddove insistono i livelli determinanti di una burocrazia inesorabilmente miope?

Quel che sopravvive di un’antica marginalizzata compagnanza è oggi preda della nostalgia ed avvitata nella rimembranza. Quel che potrebbe generare nuovi fermenti è nel naturale dell’humus, che si va manifestando in modo spontaneo, nelle case, nei cortili, nei parchi, sulle strade e sui social, per una crescente realtà di mezzo, che rimane lontana dai palazzi delle istituzioni e rifiuta astruse artefazioni, che va maturando gli anticorpi di una libertà che potrebbe, prima che poi, prevalere di fatto sull’algido Palazzo.

Ezio Bosso e l’apoteosi sul male

Ezio Bosso
Ezio Bosso

Editoriale a cura del Dott. Ruggero Alcanterini editorialista per “Il Giornale Sull’Amianto” e direttore di “L’ECO DEL LITORALE”

Abbiamo davvero accusato il colpo. Nonostante si viva un periodo di surreale tragedia collettiva, nonostante ci si sia assuefatti alle cattive notizie, il dolore che abbiamo provato per la morte di Ezio Bosso è stato intenso e profondo, istintivo tanto quanto improvvisa e dirompente la notizia.

Sentirci dire quello che, nell’algida essenzialità sanitaria, rappresenta la possibile evoluzione, l’inevitabile conclusione di una anamnesi negativa, ci ha stordito, quasi che la sua resilienza alla perversità del destino fosse un comune baluardo, una bandiera tricolore sfumata d’iride, da lui impugnata e mantenuta, oltre ogni più ragionevole umana capacità di resistere.

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Ezio Bosso: una perdita incolmabile

Ezio Bosso, prima ancora di essere uno straordinario interprete di quello spirito, che anima la nostra capacità di essere, di questa umanità così complessa e diversa in natura, era un simbolo eroico, un usbergo ed una sicumera per noi tutti: dalla normalità alla esaltazione del genio artistico, alla estrinsecazione dirompente di diversa energia positiva, generosa, senza limiti nel donarsi, come risposta diretta, determinata al male oscuro che lo aggrediva.

E questo per noi sino a ieri era un messaggio salvifico, di fondamentale conforto. Così, oggi, lo avvertiamo ancora come un monumento alla trascendenza delle virtù. Il suo straordinario talento, la sua naturalezza nel comunicare al contempo il dolore e la gioia, continua a rapirci nella memoria, a riproporre l’incantesimo della suprema emozione.

Adesso, rivedendolo in azione, riascoltando le arie vibranti di quel che è già testimonianza di un suo passato prossimo, ci sentiamo presi per mano nel passaggio in quel che è già nostro futuro.

E per questo, non possiamo che commuoverci nel profondo, calarci nel pathos della sua onirica estasi e farlo nostro, condividerlo, per beneficiare della mirabolante capacità di trasmutare il male in bene, di ricavare con parole, crome, biscrome, semicrome e suprema gestualità, la forza per trasformare la sofferenza in un finale apoteotico, dopo una lunga overture impreziosita da sereni abbandoni e guizzanti iperboli.

Infine, noi, aspiranti orchestrali, fissiamo l’inerte bacchetta, impietriti nel silenzio ottundente, dopo l’esaltazione melodica. Siamo in pedi, a capo chino, per l’estremo saluto ad Ezio Bosso.

Fase due, la ripartenza

Fase due - Giudizio universale
Giudizio Universale

Editoriale a cura del Dott. Ruggero Alcanterini editorialista per “Il Giornale Sull’Amianto” e direttore di “L’Eco Del Litorale”

Fase due: paura, desiderio o rassegnazione?

Per chi come me ha conoscenza del mondo atletico, la ripartenza rappresenta una incognita angosciosa, perché è l’unica alternativa possibile, dopo una prima partenza falsa. Diciamo che alla terza si viene buttati fuori dalla competizione e questo rappresenta poi il buio, senza se e senza ma.

Adesso, che stiamo di nuovo sui blocchi e pronti al via per il prossimo lunedì 18 maggio, ci stiamo caricando di adrenalina, con un mix di sentimenti tra la rabbia e il dubbio, il desiderio e la rassegnazione, pronti alla sfida, ma nella consapevolezza globalizzata di un rischio relativamente calcolato.

Infatti questi sono i motivi dell’algoritmo incostante che regola decisioni e comportamenti tra amministratori ed amministrati, nel dubbio circa la distanza da percorrere e sugli ostacoli da superare.

Se non fosse per gli aggiornamenti continui, che ci tempestano le meningi e che ci mettono di condizione di valutare lo stato reale delle cose, parametrandolo con il pregresso storico, con quello che capitò per pestilenze e spagnola, noi non avremmo nemmeno adottato con la necessaria determinatezza il rigore della Fase Uno, ma avremmo manifestato scetticismo e usato la prudenza riservata alle affezioni stagionali, affrontando riottosamente la catastrofe, giustificando le evidenze e mitigando i dati, come del resto è un po’ capitato in giro per il mondo, con leader che hanno rimosso e continuano a rifiutare l’evidenza.

Numero Verde Assistenza ONA

Il timore della catastrofe economica e i rischi della ripresa

La catastrofe economica non è meno temuta del male oscuro, ne siamo minacciati e le scadenze della politica, i lati scomodi della democrazia o quelli comodi dei regimi anti, tendono a rifiutare la subalternità alla natura, anzi insistono senza mezzi termini a violentare stupidamente l’ecosistema che, prima che poi, restituisce con gli interessi gli sgarbi subiti.

Volete sapere cosa mi lascia stupito? Beh il fatto che nessuno si chieda cosa capiterà con la fase tre e quattro dell’economia globale, basata su meccanismi che presuppongono di base una componente cui stentiamo a dare un valore monetario, ma che è fondamentale, quella della salute.

Diversamente, tutto si complicherà sino alla esplosione del sistema, basato sin qui su numeri in crescita e riduzione di spazi vitali, quindi sino alla conseguente implosione per quello che finirà per essere regolato con numeri in decrescita e ampliamento geometrico dei contesti . E allora? Allora ne consegue che i sette miliardi di umani finiranno per saturare nel breve termine le risorse del Pianeta e se ne devono sin d’ora immaginare le conseguenze, anche le peggiori, da Giudizio Universale.

Altro che preoccuparci della ripresa di questo o quel Campionato, qui gli umani si giocano la partita della sopravvivenza e forse è venuto davvero il momento di riflettere, di riconsiderare i valori reali e mettere da parte gli effimeri, come potrebbe capitare per un soprassalto di saggezza anche per lo sport italico, quello che dovrà aumentare sempre di più il suo strabismo, con un occhio al pesce della prevenzione salute e l’altro al gatto del business e del professionismo, quello che adesso soffia tutta la propria insofferenza per la fase due, con i rischi della ripartenza.