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ONA. Expogenesis, nuova start up dell’oncologo Pasquale Montilla

Pasquale Montilla, ONA
L'oncologo Pasquale Montilla ha seguito tempestivamente il caso clinico di una paziente

La ricerca del dott. Pasquale Montilla, oncologo clinico e consulente scientifico ONA, porta alla nascita di una startup per la previsione del possibile rischio oncologico ambientale.

Il contesto territoriale e ambientale 

I Siti di Interesse Nazionale (SIN) sono aree individuate dallo Stato italiano per la presenza di criticità ambientali che richiedono interventi di bonifica. T
Le attività di ricerca svolte dal dott. Pasquale Montilla, oncologo clinico e parte del comitato scientifico ONA sono state sviluppate nell’ambito di un percorso di studio delle possibili esposizioni ambientali in alcune aree specifiche del SIN di Crotone.
Il processo di dismissione degli impianti industriali, avviato nei primi anni Duemila, ha comportato lo smantellamento delle strutture produttive, ma ha lasciato alcuni residui industriali storici.

la ricerca antecedente: attività di osservazione e biomonitoraggio SIN

Secondo Montilla “abbiamo portato avanti biomonitoraggi tossicologici che sono state promosse grazie al coinvolgimento del dott. Francesco Rocca (SPISAL).

Montilla afferma inoltre che “I risultati delle analisi hanno evidenziato la presenza di alcuni agenti chimici nei campioni esaminati.  Le attività di biomonitoraggio sono state effettuate esclusivamente su base volontaria, su pazienti che hanno aderito consapevolmente al percorso proposto.
Le procedure sono svolte nel rispetto delle norme tecnico-scientifiche, della normativa vigente e dei principi di tutela della persona. Acquisito il consenso informato al trattamento sanitario e al trattamento dei dati personali, secondo quanto previsto dalla legge, garantendo trasparenza, correttezza e rispetto dei diritti dei cittadini.”

“Nei territori caratterizzati da riconosciute criticità ambientali, come i Siti di Interesse Nazionale (SIN), l’approccio sanitario richiede particolare attenzione”.– aggiunge l’Avv. Ezio Bonanni, presidente di ONA, Osservatorio Nazionale Amianto.

Conoscenza scientifica e tutela della salute

La comunità scientifica evidenzia che la relazione tra esposizione a metalli pesanti e effetti sulla salute è oggetto di studio e dipende da molteplici fattori, tra cui durata dell’esposizione, concentrazione delle sostanze e caratteristiche individuali.  Nei territori interessati da criticità ambientali, la raccolta di dati scientificamente corretti e l’osservazione clinica prudente contribuiscono a rafforzare la tutela della salute pubblica, nel rispetto dell’autonomia professionale del medico e della centralità del rapporto con il paziente.

Secondo Montilla  il suo protocollo “indaga le cause biologiche profonde che legano l’inquinamento ai processi patologici. Introducendo strumenti che propongono di trasformare l’analisi ambientale in prevenzione attiva.

Expogenesis la start-up italo-europea fondata dall’oncologo Montilla

La start-up di Montilla nasce con l’obiettivo di spiegare l’insorgenza del cancro tramite l’analisi delle esposizioni ambientali. Il progetto Expogenesis integra oncologia, tossicologia, genomica e studi ambientali. Grazie alla collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), la start-up combina dati clinici, ambientali e storici per costruire un exposoma individuale o collettivo. Metalli pesanti, contaminanti industriali e radioattivi vengono studiati come sistema cumulativo, evidenziando traiettorie di malattia. Expogenesis fornisce strumenti pratici per clinici, ricercatori, agenzie ambientali e esperti medico-legali. La start-up applica i suoi modelli alla valutazione dei rischi nei siti contaminati e alla sorveglianza sanitaria delle popolazioni esposte. Montilla sottolinea l’importanza di una prevenzione oncologica misurabile, basata su indicatori biologici e ambientali concreti. L’approccio mira a ridurre l’incidenza dei tumori riconoscendo esposizioni ambientali precocemente. Pur nata in Italia, la vocazione è europea e compatibile con standard scientifici e normativi internazionali.

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Le informazioni contenute in questo sito/contenuto/articolo hanno finalità esclusivamente informative e divulgative. Non costituiscono consulenza, diagnosi o trattamento medico. Per qualsiasi problema di salute o sintomo, è necessario rivolgersi a un medico o a un operatore sanitario autorizzato.

Gas radon, incontri informativi da Nord a Sud Italia

Radon
Radon

Eventi e convegni approfondiscono il monitoraggio e la prevenzione del gas radon.
E’ accaduto:

Cos’è il gas radon e perché se ne parla

Come spesso segnalato da ONA, il radon è un gas radioattivo di origine naturale, presente nel suolo e nelle rocce. È completamente impercettibile ai sensi umani perché non ha colore, odore né sapore. I prodotti del suo decadimento, che possono aderire alle particelle di polvere; l’esposizione è significativa solo in presenza di concentrazioni elevate o in ambienti poco ventilati.

Essendo un gas, il radon può in alcuni casi risalire dal terreno e accumularsi negli edifici, soprattutto ai piani più bassi. Una volta inalato, viene in gran parte eliminato dall’organismo. Tuttavia, una particolare attenzione è rivolta ai prodotti del suo decadimento, che possono aderire alle particelle di polvere e raggiungere i polmoni attraverso la respirazione.

Per questo motivo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica il radon come agente cancerogeno di gruppo 1 dall’IARC per il tumore polmonare dopo il fumo di sigaretta, sottolineando l’importanza della prevenzione e del controllo. Il rischio reale dipende dalla durata e dalla concentrazione dell’esposizione.

E’ infatti stato classificato come agente cancerogeno di gruppo 1 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. L’esposizione avviene prevalentemente per inalazione, ma anche l’ingestione attraverso l’acqua potabile contribuisce, seppur in misura minore, alla dose assorbita dall’organismo. In presenza di particolari materiali da costruzione o condizioni strutturali sfavorevoli, il rischio può risultare amplificato.

A tal proposito ricordiamo anche l’intervista dell’Avv. Ezio Bonanni rispetto al Gas Radon con Luigi Abbate

Il quadro normativo

Durante l’incontro a Cremona, Luca Bianchi, fisico del dipartimento di Cremona – Mantova di Arpa Lombardia, ha illustrato in modo chiaro la normativa attualmente in vigore. Le regole si concentrano su due ambiti principali. Ossia i luoghi di lavoro, compresi quelli aperti al pubblico e le abitazioni private.

La normativa disciplinata dal D.Lgs. 101/2020 e 152/2006 prevede controlli specifici e valutazioni dell’esposizione radiologica per i lavoratori e per la popolazione, soprattutto nelle aree classificate come a potenziale interesse radiologico. La gestione del rischio resta un tema centrale per la tutela della salute pubblica.

L’obiettivo della normativa è quello di individuare e gestire eventuali situazioni di esposizione prolungata, adottando misure proporzionate al livello di concentrazione riscontrato.

Inoltre la tutela della salute pubblica rispetto alla radioattività nelle acque destinate al consumo umano è disciplinata a livello europeo dalla direttiva 2013/51/EURATOM, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 28/2016. Stabilisce un valore di riferimento per la concentrazione di radon pari a 100 Bq/l e impone specifici obblighi di monitoraggio, frequenza dei campionamenti e caratteristiche prestazionali delle tecniche di misura.

Radon e luoghi di lavoro: cosa è previsto

Per alcune tipologie di ambienti lavorativi, la legge prevede la valutazione dell’esposizione al gas radon. Questa avviene tramite misurazioni specifiche, effettuate con dosimetri posizionati nei locali per un periodo definito.

I risultati delle misurazioni consentono di capire se i livelli rientrano nei limiti di riferimento e, solo se necessario, di programmare eventuali azioni correttive, sempre nel rispetto delle indicazioni tecniche.

Abitazioni private: prevenzione e raccomandazioni

Per le abitazioni non esiste un obbligo generalizzato di misurazione. Tuttavia, gli esperti consigliano di valutare questa possibilità, in particolare nei Comuni che rientrano nelle cosiddette Aree Prioritarie.

In Lombardia, la normativa regionale ha già introdotto specifici accorgimenti per le nuove costruzioni e per alcuni interventi di ristrutturazione, con l’obiettivo di ridurre il rischio di accumulo del gas negli ambienti interni.

Aree Prioritarie e informazione ai cittadini

A livello nazionale, la normativa ha richiesto a Regioni e Province Autonome di mappare il territorio in base al potenziale rischio radon. Da questa analisi derivano le Aree Prioritarie, zone nelle quali è consigliata una maggiore attenzione.

Sul sito ufficiale dell’Agenzia è disponibile il report sulle Aree Prioritarie della Lombardia per il rischio radon, uno strumento utile per cittadini, professionisti e amministrazioni interessati ad approfondire il tema.

Radioattività naturale in Calabria

Il fisico Salvatore Procopio (Arpacal), ha dedicato ampio studio alla presenza  di radioattività naturale in alcune zone della Calabria.

Riportiamo quindi una rielaborazione del testo “Mappa di siti caratterizzati da radioattività naturale impropria della Calabria”, Ecoscienza n. 4/2021 – Arpa Calabria; documentazione tecnica Arpa Calabria, 2019, Procopio S., Aloisio R. ciò sarebbe strettamente legato alla storia industriale della città di Crotone.

A partire dal 1928, il territorio ha ospitato importanti impianti chimici dedicati alla produzione di fertilizzanti e composti a base di fosforo. Queste attività hanno comportato la lavorazione di materie prime naturalmente ricche di uranio e torio, generando residui con un contenuto radiologico significativo.

I materiali NORM e TENORM prodotti dall’industria chimica

Durante i processi industriali, in particolare nella produzione di acido fosforico e fosforo elementare, si sono formati materiali classificabili come NORM e TENORM.

I termini NORM (Naturally Occurring Radioactive Materials) e TENORM (Technologically Enhanced NORM) definiscono materiali contenenti radionuclidi naturali (uranio, torio, potassio, radio) la cui concentrazione o esposizione ambientale è aumentata da attività umane, come l’estrazione di petrolio/gas e l’industria mineraria.

Tra questi, i fosfogessi e i metasilicati hanno assunto un ruolo centrale per l’elevato contenuto di radioattività naturale. La quantità prodotta è stata rilevante e, nel tempo, una parte consistente di questi materiali non è stata conferita come rifiuto, ma riutilizzata.

Radioattività naturale e radioattività naturale impropria

In condizioni normali, la radioattività ambientale è determinata da componenti terrestri e cosmiche. Nel caso si aggiunga una componente artificiale di origine antropica, questa è definita radioattività naturale impropria. Ossia una radioattività non tipica della geologia locale, ma introdotta dall’uomo attraverso la trasformazione industriale di materiali naturalmente radioattivi.

Le attività di monitoraggio e la mappatura delle aree contaminate

L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria /ARPACAL) ha svolto un ruolo chiave nell’individuazione e nella caratterizzazione delle aree contaminate da TENORM. Le indagini hanno portato alla definizione di una mappa del rischio radiologico, individuando alcune aree critiche che rappresentano poco più dello 0,5% del territorio comunale, ma che concentrano livelli di radioattività  superiori al fondo ambientale.

Un contesto geologico favorevole alla presenza di radon

La Calabria presenta caratteristiche geologiche che favoriscono in modo naturale la presenza del gas radon nelle matrici ambientali. Gran parte del sottosuolo regionale è infatti costituita da rocce con contenuto uranifero, dalle quali il radon ha origine attraverso il decadimento dell’uranio-238.

La carta del rischio radon di catanzaro e Crotone

Nella CARTA DEL RISCHIO RADON DI CATANZARO E CROTONE (V. Fuoco, M. Fòlino Gallo, S. Procopio, C. Migliorino1 , 1 ArpaCal CZ), troviamo i risultati di una campagna di misurazione dei livelli di concentrazione di gas radon. Sia indoor che nel suolo, nelle provincie calabresi di Catanzaro e Crotone. Proposti attraverso la costruzione di una prima mappa del rischio radon supportata da misure sperimentali. Lo studio ha interessato un’area di circa 4150 km2 e una popolazione di poco inferiore a 420.000 abitanti, con il coinvolgimento di quasi tutti i comuni delle due provincie attraverso la stima dei livelli di concentrazione di radon nelle unità abitative e nei luoghi di lavoro.
i dati evidenziano la presenza di concentrazioni variabili e la radioattività rilevata riguarda zone circoscritte.

L’intervento di Procopio al convegno

Durante l’intervento al convegno ONA di Catanzaro, Salvatore Procipio ha dichiarato che ARPACAL, attraverso proprie attività di monitoraggio, ha individuato livelli di rischio radon in Calabria in contrasto con precedenti mappature nazionali autorevoli, che indicavano l’area come a basso rischio. Procopio ha sottolineato come il lavoro dell’Agenzia si traduca in relazioni tecniche basate su dati accurati, che talvolta non ricevono l’attenzione istituzionale necessaria, pur conducendo a risultati rilevanti, come quelli emersi recentemente a Crotone.

Nel suo intervento ha chiarito che quando si parla di radioattività ambientale “si tende a pensare a eventi lontani, come Chernobyl, mentre in realtà esistono situazioni concrete sul territorio”. Ha citato, a titolo di esempio, il ritrovamento di sorgenti radioattive sepolte sotto una strada a Vibo Valentia, emerse durante controlli ordinari svolti per la protezione dei lavoratori ARPACAL.

Procopio ha poi ricostruito il quadro normativo e storico del Sito di Interesse Nazionale di Crotone.

Nel 2001 il sito viene riconosciuto esclusivamente per la contaminazione chimica, senza includere la radioattività. Solo nel 2008, grazie alle misure preventive effettuate da ARPACAL, viene certificata la contaminazione da TENORM. I dati e le cartografie prodotte dimostrano che si tratta di un sito estremamente complesso, in cui materiali contenenti radioattività naturale, provenienti in particolare dal Marocco e dall’Algeria, sono stati utilizzati nei processi industriali per l’estrazione del fosforo.

“Negli anni Settanta, materiali come i metasilicati fosforici, caratterizzati da elevate proprietà meccaniche, sono stati riutilizzati per opere civili. Strade, massicciate ferroviarie, vespai di abitazioni, scuole e persino edifici storici, come il Castello Carlo V. Una parte dei materiali di scarto, come il fosfogesso, è stata invece scaricata direttamente in mare.” – Ha affermato Procopio.  il quale ha evidenziato che l’equazione del rischio radiologico a Crotone presenta una componente aggiuntiva legata alla fosforite, una radioattività “impropria” derivante dalle attività industriali.

Importanti puntualizzazioni

Ha inoltre precisato che non è corretto affermare che l’intera città sia contaminata. Le mappe disponibili derivano da caratterizzazioni puntuali, basate su perforazioni, analisi di laboratorio e misure accurate, condotte preferibilmente da strutture del territorio. Procopio ha ricordato che nel 2020 anche il quadro normativo ha chiarito definitivamente la questione, riconoscendo la presenza di questi materiali lungo infrastrutture come il tratto ferroviario verso Sibari, materiali che, pur superando livelli di radioattività significativi, sono classificati dalla legge come metasilicati naturali e non come rifiuti radioattivi.

Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato la messa in sicurezza. Secondo Procopio, prima ancora di discutere se rimuovere o delocalizzare i materiali, sarebbe fondamentale procedere con messe in sicurezza anche provvisorie, capaci di ridurre in modo significativo la dose da esposizione, in particolare quella da inalazione. I dati mostrano chiaramente che interventi di riduzione sono efficaci, come dimostrato dal confronto tra misure effettuate prima e dopo gli interventi.

Ampio spazio è stato dedicato al radon come indicatore ambientale

Procopio ha mostrato come il calcestruzzo sia sostanzialmente trasparente al radon e come l’utilizzo di materiali contaminati nei vespai possa portare ad aumenti della concentrazione anche di tre volte. Proprio grazie a studi sul radon, a Crotone è possibile individuare la presenza diffusa di metasilicati fosforici.

In conclusione, Procopio ha affrontato quello che ha definito un “mistero tutto calabrese”: ossia la Calabria è assimilabile geologicamente a un frammento delle Alpi, caratterizzato da graniti, uranio e faglie.

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Il presente contenuto è redatto nell’esercizio del diritto di cronaca e di informazione. Ciò è garantito dall’articolo 21 della Costituzione, ed è basato su fonti pubbliche, interventi istituzionali e contributi tecnico-scientifici qualificati. E sono riportati in modo fedele e contestualizzato. Le informazioni hanno finalità esclusivamente informative, divulgative e di interesse pubblico. Ogni riferimento a rischi ambientali o sanitari è da intendersi nell’ambito del monitoraggio, dello studio e della gestione previsti dalla normativa vigente, nel rispetto dei principi di continenza, verità e pertinenza.
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Wiltshire (UK): amianto abbandonato illegalmente in area naturale

Amianto e rifiuti abbandonati in UN (Foto free esclusivamente decorativa di Michael Bußmann da Pixabay)
Amianto e rifiuti abbandonati in UN (Foto free esclusivamente decorativa di Michael Bußmann da Pixabay)

Un nuovo episodio di abbandono illecito di rifiuti, emerso nel gennaio 2026 nel Regno Unito, ha riacceso l’attenzione sul problema dello smaltimento illegale dell’amianto.  A renderlo noto è la BCC, secondo la quale il ritrovamento è avvenuto in una zona di particolare valore paesaggistico, trasformata in discarica abusiva da ignoti.
“L’amianto è uno dei materiali più dannosi se non trattato correttamente” ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto  e Osservatorio Vittime del dovere in Italia.

Rifiuti pericolosi in una zona di pregio naturalistico

Una grande quantità di rifiuti contenenti amianto scoperta presso Monument Hill, nei pressi di Devizes, nella contea del Wiltshire. L’area si trova ai margini della North Wessex Downs Area of Outstanding Natural Beauty, una zona protetta e frequentata da escursionisti, ciclisti e residenti locali.

Il materiale abbandonato comprendeva lastre ondulate di eternit, pannelli di vetro e un vecchio impianto hi-fi. Secondo la fonte, i rifiuti sarebbero stati scaricati approfittando della scarsa sorveglianza dell’area.

Costi elevati e rischi per la salute soprattutto per l’amianto

Il Consiglio del Wiltshire ha confermato che la rimozione e la bonifica dell’area comporteranno costi significativi, poiché l’amianto richiede ovviamente procedure specifiche per essere gestito in sicurezza. L’intervento verrà affidato a ditte autorizzate, dotate di dispositivi di protezione e attrezzature specifiche, per evitare la dispersione delle fibre nell’aria.

Come ribadito da ONA, l’amianto, se danneggiato o frammentato, può rilasciare particelle invisibili che, se inalate, sono associate a gravi patologie asbesto correlate, tra cui asbestosi, mesotelioma e vari tipi di cancro.

La dura presa di posizione delle autorità locali

Secondo la BBC, il consigliere Martin Smith, membro dell’esecutivo del Consiglio del Wiltshire con delega alle infrastrutture, avrebbe definito l’accaduto “inaccettabile” e profondamente offensivo nei confronti del territorio. Ha sottolineato come sia “ripugnante” che qualcuno scelga deliberatamente di scaricare rifiuti tossici in un luogo di bellezza.

Le autorità locali hanno ribadito il loro impegno nella lotta contro il fly-tipping, ovvero l’abbandono illegale di rifiuti. Un fenomeno purtroppo diffuso in tutto il mondo, anche in aree rurali e protette.

Appello ai cittadini e ricompensa

Per individuare i responsabili hanno lanciato un appello pubblico invitando chiunque abbia informazioni utili a farsi avanti. In particolare, si chiede collaborazione a chi potrebbe aver notato movimenti sospetti lungo la strada sterrata o il sentiero equestre della zona. Oppure a chi è a conoscenza di recenti lavori di rimozione dell’asbesto in abitazioni private.

Per incentivare le segnalazioni, il Consiglio ha annunciato una ricompensa di 200 sterline in buoni acquisto.  Saranno destinati a chi fornirà informazioni utili che porteranno ad un’individuazione dei responsabili.

Tolleranza zero verso i reati ambientali e l’amianto

Le autorità hanno chiarito che, qualora i responsabili vengano identificati, verranno intraprese azioni legali senza esitazioni. L’obiettivo è punire i colpevoli e lanciare un messaggio chiaro contro chi danneggia l’ambiente e mette a rischio la salute collettiva.

Nel frattempo, la bonifica dell’area resta una priorità per evitare ulteriori pericoli e restituire il sito alla comunità.

La collaborazione tra cittadini e istituzioni è essenziale per prevenire crimini ambientali e proteggere territori di grande valore naturale.

Campania e Aquila, individuazione e decontaminazione amianto

Novità sull'amianto in Aquila e Campania (foto esclusivamente decorativa free di Salvatore Monetti da Pixabay)
Novità sull'amianto in Aquila e Campania (foto esclusivamente decorativa free di Salvatore Monetti da Pixabay)

Aquila: a Barisciano amianto in edifici inagibili

Segnalati nel territorio di Barisciano, e in particolare nella frazione di Picenze, la presenza di coperture in amianto su edifici dichiarati inagibili. Secondo la fonte, a riportare l’attenzione pubblica sul problema è stata l’indicazione di una cittadina. La donna ha posto l’attenzione su tetti in eternit di abitazioni e capannoni abbandonati.

Il contesto post-sisma e gli edifici

Dopo il terremoto che ha colpito l’Abruzzo nel 2009, numerosi edifici del centro storico di Picenze sono rimasti inagibili per lunghi periodi. In molti casi, le strutture danneggiate non sono state al momento demolite ed alcune, secondo quanto dichiarato, avrebbero coperture obsolete realizzate in cemento-amianto. Il passare del tempo, unito all’azione degli agenti atmosferici, potrebbe determinare l’accelerarsi del processo di degrado di questi materiali.

Campania: decontaminazione di aree ed edifici pubblici dall’amianto

Riportiamo la comunicazione della Regione Campania, relativa alle attività di interventi di bonifica di strutture e spazi caratterizzati dalla presenza di asbesto.

“Sono in corso le procedure per la definizione delle nuove modalità di presentazione degli avvisi relativi ai decreti dirigenziali n.277 del 22/07/2013 e n. 486 del 19/07/2013 ed i relativi allegati.
I quali riguardavano, rispettivamente, la programmazione, a valere sulle risorse dell’Obiettivo Operativo 1.2, delle attività di interventi di decontaminazione di aree/edifici pubblici caratterizzati dalla presenza di amianto.

In attuazione della delibera di Giunta regionale n.148/2013 e la programmazione, a valere sulle risorse dell’Obiettivo Operativo 1.4, attività  di interventi di realizzazione, potenziamento, adeguamento e rifunzionalizzazione di reti fognarie e di impianti di depurazione e di riutilizzo delle acque reflue.

Il Gruppo di Lavoro costituito ai sensi della delibera di Giunta n. 148 del 27/05/2013 e coordinato dall’Autorità di Gestione del POR Campania FESR 2007/13 ha avviato l’attività necessaria. Decreti dirigenziali e relativi avvisi pubblici in questione sono stati erroneamente pubblicati sul BURC del 29 luglio scorso e non vanno pertanto tenuti in considerazione. L’avviso di revoca sarà pubblicato sul prossimo Burc – Bollettino Ufficiale Regione Campania.”

Sono quindi attualmente in corso nuove procedure di revisione, necessarie per ridefinire correttamente le modalità di presentazione degli avvisi e dei relativi allegati.

Amianto e rischi per la salute

La pericolosità dell’amianto è scientificamente accertata da decenni e l’Osservatorio Nazionale Amianto ha da sempre dichiarato che l’inalazione delle sue fibre è associata a patologie asbesto correlate come asbestosi, mesotelioma e tumori. Il rischio aumenta in modo significativo quando il materiale è friabile o danneggiato, per questo è importante procedere, una volta individuato questo materiale, alla bonifica e alla messa in sicurezza.
“In Italia l’utilizzo dell’amianto è vietato dal 1992, e la normativa prevede obblighi precisi. Tuttavia nonostante i progressi normativi, la mappatura e la bonifica, in tutto il mondo, procedono spesso a rilento, ma la prevenzione costituisce una priorità assoluta.” Ha affermato lAvv. Ezio Bonanni, presidente ONA.

ONA Catanzaro, Ferro: allarme ecomafie nel Report 2025

Ecomafia 2025, il rapporto Legambiente (Foto free esclusivamente decorativa di PublicDomainPictures da Pixabay)
Ecomafia 2025, il rapporto Legambiente (Foto free esclusivamente decorativa di PublicDomainPictures da Pixabay)

Un intervento significativo sulle ecomafie dell’On. Wanda Ferro in occasione del convegno dell’Osservatorio Nazionale Amianto svoltasi a Catanzaro “Amianto e altri rischi cancerogeni, stato dell’arte e prospettive verso il futuro”

L’Onorevole ha infatti citato il rapporto Ecomafia 2025, documento che viene redatto annualmente da Legambiente in collaborazione con le forze dell’ordine e le Capitanerie di porto. Il quale fornisce il quadro dettagliato dei casi di criminalità ambientale in Italia, analizzando la progressiva trasformazione del fenomeno.
A cura di  Osservatorio nazionale ambiente e legalità.

Il contesto contemporaneo

Il termine ecomafia, sempre coniato negli anni ’90 da Legambiente, nasce per descrivere una delle forme più pervasive e meno visibili della criminalità organizzata contemporanea, capace di produrre danni profondi e spesso irreversibili all’ambiente, alla salute pubblica e all’economia legale. Il concetto di ecomafie identifica l’insieme delle attività illegali messe in atto da organizzazioni criminali, di tipo mafioso o para-mafioso, che traggono profitto dallo sfruttamento illecito delle risorse naturali e dalla gestione criminale dei rifiuti. Un vero e proprio sistema economico illegale, radicato nel territorio e spesso intrecciato con settori dell’imprenditoria e delle istituzioni.

I dati di Legambiente – Ecomafia 2025 per il 2024

Riportiamo alcuni dati dell’Associazione Ambientalista dal sito ufficiale.

L’edizione 2025 di Ecomafia, I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia” (Edizioni Ambiente) è dedicata quest’anno al 30ennale della scomparsa del Capitano di Fregata Natale De Grazia. Morto tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 mentre indagava sugli affondamenti sospetti nel Mediterraneo di navi con il loro carico di rifiuti.

Secondo il rapporto nel 2024 viene superato il muro dei 40mila reati ambientali, sono ben 40.590, +14,4% rispetto al 2023. Si tratta di una media di 111,2 reati al giorno, 4,6 ogni ora. Aumentano anche le persone denunciate, 37.186 (+7,8%), mentre il giro d’affari delle ecomafie vale 9,3 miliardi di euro (+0,5 miliardi rispetto al 2023) e cresce anche il numero dei clan coinvolti, 11 in più rispetto a quelli censiti nel precedente rapporto Ecomafia.

Aumentano anche le inchieste sui fenomeni corruttivi negli appalti di carattere ambientale

88 sono le inchieste censite da Legambiente dal 1° maggio 2024 al 30 aprile 2025, (+17,3% rispetto al 2023), 862 le persone denunciate, +72,4%. Si tratta di inchieste che vanno dalla realizzazione di opere pubbliche alla gestione di servizi. come quelli dei rifiuti urbani e la depurazione, passando per la concessione di autorizzazioni ambientali alle imprese.

Le regioni maggiormente colpite

Sempre secondo il rapporto, in Italia il 42,6% dei reati ambientali si concentra nelle 4 regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Il maggior numero di reati si riscontra, a livello nazionale, nella filiera del cemento. (Dall’abusivismo edilizio alla cave illegali fino ai reati connessi agli appalti per opere pubbliche). Con 13.621 illeciti accertati nel 2024, +4,7% rispetto al 2023, pari al 33,6% del totale. Seguiti dai reati nel ciclo dei rifiuti ben 11.166, +19,9%, e quelli contro gli animali con 7.222 illeciti penali (+9,7%).

La classifica regionale

La Campania è posizionata al primo posto con 6.104 illeciti penali. Pari al 15% del totale nazionale, con un aumento delle persone denunciate (5.580), dei sequestri effettuati (1.431) e un totale di 50 arresti.
La Puglia sorpassa la Sicilia e ritorna al secondo posto. Con 4.146 reati, pari al 10,2% del totale nazionale, facendo registrare il maggior numero di arresti (69).
Al terzo posto ritroviamo la Sicilia, con il 9,4% di illeciti penali.
Stabile al quarto posto la Calabria che, tuttavia, incrementa il numero di reati (3.215) e più che raddoppia il dato sugli arresti (41).
Quinto posto per il Lazio, con 2.654 reati, in crescita del 20,6% rispetto al 2023, che supera la Toscana, dove si registra comunque un aumento degli illeciti penali dell’11,6%.
La Sardegna si conferma anche quest’anno al settimo posto con 2.364 reati.
Al primo posto come regione del Nord la Lombardia (ottava nella classifica nazionale, con 2.324 reati ambientali nel 2024, pari al +17.7%). La segue il Veneto, nono con 1.823 illeciti penali (+3,5%).

Crescita di reati contro il patrimonio culturale

Il rapporto segnalata un’impennata dei reati contro il patrimonio culturale. Ossia dalla ricettazione ai reati in danno del paesaggio, dagli scavi clandestini alle contraffazioni di opere). sono 2.956, + 23,4% rispetto al 2023.

I delitti più gravi, previsti dal titolo VI-bis del Codice penale

Sempre nel testo leggiamo che nel 2024 al primo posto abbiamo l’inquinamento ambientale con 299 illeciti contestati. Quelli complessivi sono stati 971, con un +61,3% rispetto al 2023 e 1.707 persone denunciate (+18,9%).

Origini storiche e contesto normativo

Le prime evidenze strutturate delle attività ecomafiose emergono in Italia a partire dagli anni Ottanta, in coincidenza con l’introduzione di una normativa più stringente sul trattamento dei rifiuti speciali e pericolosi. L’emanazione del D.P.R. 915 del 1982, che recepiva direttive europee in materia di rifiuti tossici e nocivi, ha rappresentato uno spartiacque: da un lato ha tentato di regolamentare un settore fino ad allora poco controllato, dall’altro ha reso lo smaltimento legale più costoso e complesso. Questo ha creato un terreno fertile per l’ingresso della criminalità organizzata, pronta a offrire soluzioni “alternative” a basso costo per aziende e produttori di rifiuti.

Negli anni Novanta il fenomeno assume dimensioni sistemiche. Le prime grandi inchieste giudiziarie rivelano l’esistenza di reti criminali capaci di gestire l’intero ciclo dei rifiuti, dalla produzione allo smaltimento finale, spesso con la complicità di amministratori pubblici, tecnici e imprenditori. È in questo contesto che Legambiente pubblica, nel 1994, il primo documento ufficiale in cui compare il termine ecomafia, seguito nel 1997 dal primo Rapporto Ecomafia, destinato a diventare un appuntamento annuale di monitoraggio e denuncia.

Il traffico illecito di rifiuti come cuore del sistema

Il traffico e lo smaltimento illegale dei rifiuti rappresentano il fulcro delle attività ecomafiose. Tra queste rientra anche l’abbandono dell’amianto. Si tratta di un business estremamente redditizio, perché consente di abbattere i costi legati al trattamento dei rifiuti pericolosi e di aggirare normative ambientali complesse. I rifiuti industriali, chimici, ospedalieri e persino radioattivi vengono movimentati lungo vere e proprie rotte nazionali e internazionali, che collegano le aree industriali del Nord Italia con regioni del Sud storicamente più fragili dal punto di vista economico e istituzionale.

In molte aree del Mezzogiorno, ma non solo, i rifiuti vengono interrati illegalmente in cave dismesse, terreni agricoli, zone boschive o inglobati nelle fondamenta di edifici in costruzione. In altri casi vengono bruciati all’aperto, generando emissioni altamente tossiche, o scaricati in mare attraverso affondamenti deliberati di imbarcazioni cariche di materiali pericolosi. Questo sistema ha trasformato interi territori in discariche occulte, spesso senza che le comunità locali ne siano pienamente consapevoli fino alla comparsa di gravi conseguenze sanitarie.

Territori colpiti e dimensione nazionale del fenomeno

Sebbene l’immaginario collettivo associ l’ecomafia principalmente alla Campania e alla cosiddetta Terra dei Fuochi, il fenomeno ha una dimensione nazionale. Come abbiamo visto, le regioni con il maggior numero di reati ambientali risultano essere Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, ma anche aree del Nord Italia sono state coinvolte in maniera significativa. In Lombardia e Veneto, ad esempio, sono emersi casi di utilizzo illecito di fanghi industriali spacciati per fertilizzanti agricoli, con contaminazione delle falde acquifere e dei suoli.

Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento del Nord nei traffici di rifiuti radioattivi e metallici contaminati, fusi illegalmente in acciaierie e fonderie. Questi episodi dimostrano come l’ecomafia non sia un problema confinato a specifiche aree geografiche, ma un sistema diffuso che sfrutta le debolezze dei controlli e la ricerca del massimo profitto su scala nazionale ed europea.

Le modalità criminali lungo il ciclo dei rifiuti

Le attività ecomafiose possono manifestarsi in ogni fase del ciclo dei rifiuti. Nella fase di produzione, le aziende possono dichiarare il falso sulla quantità o sulla pericolosità dei materiali da smaltire, oppure affidarsi consapevolmente a operatori illegali. Durante il trasporto, i documenti vengono falsificati o manomessi per far “sparire” carichi interi. È però nella fase di smaltimento che si concentrano le pratiche più gravi, come le finte operazioni di trattamento, le bancarotte pilotate di impianti di recupero e l’abbandono sistematico di rifiuti in siti non autorizzati.

Questo sistema non potrebbe funzionare senza una rete di complicità che spesso coinvolge organi di controllo corrotti. In molti casi non sono solo le mafie tradizionali a gestire il business, ma consorzi criminali ibridi, in cui interessi economici legali e illegali si sovrappongono.

Evoluzione legislativa e introduzione degli ecoreati

Una svolta significativa arriva solo nel 2015 con l’approvazione della Legge n. 68, che introduce nel codice penale i delitti contro l’ambiente. Per la prima volta vengono tipizzati reati come l’inquinamento ambientale, il disastro ambientale, il traffico di materiale ad alta radioattività e l’omessa bonifica.

Questa riforma ha ampliato in modo sostanziale gli strumenti a disposizione della magistratura, prevedendo pene più severe, la confisca dei beni, l’obbligo di ripristino dei luoghi contaminati e incentivi al ravvedimento operoso. Pur rappresentando un passo avanti decisivo, l’efficacia della normativa dipende in larga misura dalla capacità di applicazione concreta e dalla continuità delle attività di controllo e repressione.

Operazioni di polizia e contrasto sul territorio

Nel corso degli anni, numerose operazioni di polizia hanno portato alla luce traffici illeciti di rifiuti su larga scala, coinvolgendo intere filiere criminali. Queste indagini hanno dimostrato come l’ecomafia sia in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti normativi e tecnologici, spostando rotte, metodi e settori di intervento. Nonostante arresti, sequestri e condanne, il fenomeno continua a riprodursi, alimentato da enormi margini di profitto e da una domanda costante di smaltimento a basso costo.

Un problema ambientale, sanitario e democratico

L’ecomafia è una questione che tocca direttamente la salute dei cittadini, la sicurezza alimentare e la qualità della democrazia. I territori contaminati registrano spesso tassi più elevati di patologie oncologiche e croniche, mentre le comunità locali subiscono una progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni.
“Contrastare efficacemente le ecomafie significa  investire in prevenzione, trasparenza amministrativa, educazione ambientale e partecipazione civica.” Ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.