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Amianto, Ex Goodyear di Cisterna; morto Fernando Nazzari, l’ultimo operaio

ciminiere di una fabbrica, Ex Ilva
ciminiere con fumo di una fabbrica (foto free da Pixabay)

È morto Fernando Nazzari, ex operaio della Goodyear di Cisterna di Latina e, secondo quanto riferito dalla famiglia, l’ultimo lavoratore ancora in vita tra quelli costituiti parte civile nella vicenda giudiziaria legata allo stabilimento.

Aveva 84 anni. Aveva lavorato alla Goodyear dal 1969 al 29 dicembre 1993, prevalentemente nel reparto vulcanizzazione e presse, dove venivano lavorate e cotte le gomme.

Nazzari è morto il 27 settembre, dopo un improvviso peggioramento delle condizioni respiratorie. Nel 2005 gli era stato diagnosticato un tumore al polmone. Dopo l’intervento chirurgico al Policlinico Gemelli di Roma, aveva intrapreso il percorso per il riconoscimento dell’esposizione professionale e successivamente quello giudiziario per il risarcimento.

Per la sua posizione era stata avanzata una richiesta risarcitoria di circa 1,1 milioni di euro.

«Lavorava con i guanti che erano fatti di amianto»

A raccontare gli anni trascorsi dentro la fabbrica sono la moglie Anna e la figlia Maria Grazia.

La famiglia conserva una fotografia scattata all’interno dello stabilimento. È il ricordo di un lavoro che Fernando amava e che, secondo il racconto dei familiari, svolgeva senza lamentarsi.

«L’unica protezione che aveva erano i guanti, ma anche quelli erano fatti in amianto», raccontano.

La moglie ricorda soprattutto il momento del rientro a casa.

Fernando arrivava con gli abiti sporchi di polveri e fumo. Lei li lavava a mano ogni giorno perché, racconta, la lavatrice non riusciva a pulirli adeguatamente.

Una contaminazione che, nel racconto della famiglia, non rimaneva quindi confinata all’ambiente di lavoro, ma accompagnava l’operaio fino alla propria abitazione.

La diagnosi nel 2005 e la richiesta di riconoscimento

Per Fernando il rapporto con la tutela previdenziale e giudiziaria arrivò dopo molti anni.

La famiglia racconta che inizialmente l’operaio aveva rifiutato l’idea di chiedere un riconoscimento per l’esposizione all’amianto.

«Erano soldi maledetti», avrebbe detto, perché considerava il salario ricevuto come il compenso per il proprio lavoro.

Poi arrivò la diagnosi di tumore al polmone.

Dopo l’intervento al Gemelli, Fernando decise di intraprendere il percorso per il riconoscimento dell’esposizione e, successivamente, quello per ottenere il risarcimento dei danni.

«Adesso non c’è più, ma speriamo lo stesso di avere giustizia», è il messaggio della moglie.

Una vicenda che oggi prosegue attraverso gli eredi.

Goodyear Cisterna, una storia iniziata negli anni Sessanta

Per comprendere la vicenda Nazzari bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo.

Lo stabilimento Goodyear di Cisterna di Latina entrò in attività nel 1964. Per decenni rappresentò uno dei principali poli industriali della zona e diede lavoro a centinaia di persone.

La fabbrica produceva pneumatici e impiegava lavoratori in diversi reparti produttivi.

Nel corso degli anni, tuttavia, iniziarono ad emergere numerose patologie tra gli ex dipendenti.

Le indagini giudiziarie si concentrarono sulle condizioni di lavoro e sulla possibile esposizione degli operai a diverse sostanze pericolose, tra cui amianto, nerofumo, ammine aromatiche, idrocarburi, talco, silice, solventi, fumi e vapori. In un successivo procedimento relativo a un altro lavoratore, gli atti processuali richiamarono proprio la presenza di diversi di questi agenti nello stabilimento.

Il sito produttivo venne progressivamente dismesso fino alla chiusura tra il 2000 e il 2001. La vicenda sanitaria e giudiziaria, invece, è proseguita per molti anni.

Oltre cento parti civili e una lunga battaglia giudiziaria

Già durante il primo processo il numero delle persone costituite parte civile era molto elevato.

Nel 2008 erano state indicate oltre cento parti civili. Le indagini avevano inoltre preso in esame un numero crescente di decessi tra gli ex lavoratori.

Negli anni successivi la vicenda ha continuato a produrre nuovi procedimenti.

Nel 2019, per esempio, il caso dell’ex lavoratore Antonio Trapella, morto nel 2011 per un carcinoma polmonare dopo 28 anni di lavoro alla Goodyear, portò il giudice a respingere la richiesta di archiviazione e a disporre l’imputazione. In quella vicenda l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA, assisteva i familiari.

Nel 2020 il Tribunale di Latina riconobbe inoltre alla vedova di un ex operaio Goodyear una rendita vitalizia INAIL, in relazione all’esposizione professionale maturata durante gli anni di lavoro nello stabilimento.

Bonanni: «La vicenda Goodyear dimostra quanto sia importante la prevenzione»

Nel 2019, proprio intervenendo sul caso Trapella, Bonanni aveva sottolineato la necessità di continuare a cercare giustizia per le vittime e aveva richiamato la presenza di amianto e di altri agenti cancerogeni nello stabilimento.

« Nel caso della Goodyear, come in tante altre vicende legate all’amianto, il tempo trascorso non cancella il diritto delle vittime e dei loro familiari alla tutela e all’accertamento delle responsabilità. Ogni morte in più è una sconfitta». 

Fernando Nazzari, l’ultima testimonianza di una generazione operaia

La morte di Fernando Nazzari aggiunge un’altra pagina alla storia della Goodyear di Cisterna.

Oggi la sua famiglia chiede che la vicenda giudiziaria possa proseguire anche dopo la sua morte.

«Speriamo di ottenere qualcosa. Lui sarebbe contento», raccontano Anna e Maria Grazia.

Il posto dell’anima e la memoria della Goodyear

La storia della fabbrica di Cisterna ha superato i confini delle cronache giudiziarie.

Nel 2003 il regista Riccardo Milani portò sul grande schermo Il posto dell’anima, film ambientato nel mondo operaio e ispirato anche alle vicende legate alla crisi industriale e alle conseguenze dell’esposizione alle sostanze cancerogene dei lavoratori.

Ex Ilva, confermato stop altiforni: rigettato anche secondo ricorso

Foto di Janusz Walczak da Pixabay, ex ilva
Foto di Janusz Walczak da Pixabay

Ex Ilva di Taranto, la Corte d’Appello di Milano non sospende il provvedimento che impone lo stop dell’area a caldo. La decisione della Cassazione è attesa per il 20 ottobre, mentre l’altoforno ancora operativo è stato mantenuto in una condizione di preriscaldo.

La vicenda giudiziaria che riguarda gli stabilimenti siderurgici di Taranto entra così in una fase decisiva. La Corte d’Appello di Milano ha infatti respinto la richiesta presentata da Ilva spa e Acciaierie d’Italia per sospendere gli effetti della precedente decisione relativa all’attività produttiva dell’area a caldo.

Ex Ilva Taranto, resta in vigore lo stop dell’area a caldo

Il provvedimento della Corte d’Appello si inserisce nel percorso giudiziario iniziato nei mesi scorsi. Il Tribunale civile di Milano, con un’ordinanza del 27 luglio, aveva disposto l’interruzione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni.

Il provvedimento era collegato, secondo quanto riportato negli atti giudiziari, alla necessità di intervenire sulla presenza di amianto negli impianti e sulle emissioni di polveri sottili, con l’obiettivo di ricondurle entro livelli ritenuti compatibili con la tutela della salute.

La successiva decisione della Corte d’Appello aveva mantenuto questo orientamento. Il nuovo collegio, chiamato a valutare la richiesta di sospensione, ha ora ritenuto che non sussistano, nel periodo immediatamente precedente all’udienza della Cassazione, i presupposti per sospendere il provvedimento.

La Cassazione deciderà il 20 ottobre

Il passaggio centrale della vicenda sarà ora l’udienza fissata davanti alla Corte di Cassazione il 20 ottobre.

La prossimità della data ha avuto un peso nella valutazione della Corte d’Appello. I giudici hanno infatti considerato anche il breve intervallo temporale che separa il provvedimento dall’esame della questione da parte della Suprema Corte.

Secondo quanto emerso durante l’udienza, inoltre, non sarebbe stato ancora completato lo spegnimento dell’altoforno 2, indicato come l’unico impianto di questo tipo ancora in funzione.

Altoforno 2 in preriscaldo: possibile riavvio?

Uno degli elementi più rilevanti riguarda proprio le modalità con cui l’impianto viene mantenuto in questa fase.

Acciaierie d’Italia ha riferito in udienza di avere predisposto il preriscaldo dell’altoforno 2, invece di procedere nell’immediato a uno spegnimento totale.

Si tratta di una condizione tecnica che, secondo quanto rappresentato dalla società, dovrebbe consentire di evitare conseguenze tali da rendere particolarmente complessa una eventuale ripresa della produzione.

La Corte d’Appello ha preso atto di questa circostanza, distinguendo però il piano tecnico da quello giudiziario. La questione relativa alle modalità di esecuzione del provvedimento non coincide infatti con la richiesta di sospenderne gli effetti.

Per questo motivo, il preriscaldo non equivale a una nuova autorizzazione alla produzione. La valutazione della Corte riguarda invece l’eventuale esistenza di un danno grave e irreparabile tale da giustificare la sospensione del provvedimento in attesa della Cassazione.

Ex Ilva e diritto alla salute

Al centro del procedimento rimane il rapporto tra attività industriale e tutela della salute.

Le precedenti decisioni giudiziarie hanno richiamato il principio secondo cui l’esercizio dell’attività economica deve essere compatibile con la protezione della salute e dell’ambiente.

Il tema assume particolare rilievo nel caso dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, dove da anni si confrontano esigenze industriali, occupazionali e ambientali.

La Corte d’Appello, nel provvedimento più recente, ha ribadito che la fase cautelare non coincide con la decisione definitiva sul merito della controversia. Le valutazioni di merito restano quindi affidate agli ulteriori passaggi del procedimento.

Cassa integrazione per i lavoratori

Lo scenario giudiziario ha già prodotto conseguenze sul piano industriale e occupazionale.

Nei giorni precedenti, Acciaierie d’Italia aveva comunicato l’avvio delle prime procedure di cassa integrazione. La società ha collegato il provvedimento alla necessità di riorganizzare le attività produttive in conseguenza dello stop dell’area a caldo.

Il possibile arresto del ciclo produttivo principale avrebbe infatti ripercussioni anche sulle attività collegate e sulle lavorazioni a valle, oltre che sulle strutture di supporto.

Il tema occupazionale rappresenta quindi uno degli aspetti più delicati della vicenda, insieme alla tutela della salute e alla continuità industriale dello stabilimento.

Ex Ilva Taranto, ora la parola passa alla Cassazione

La situazione resta dunque in attesa del prossimo passaggio giudiziario. Lo stop all’area a caldo rimane per ora efficace, mentre il preriscaldo dell’altoforno 2 rappresenta una soluzione tecnica temporanea indicata dall’azienda in vista dell’evoluzione del procedimento.

Il 20 ottobre 2026 sarà la Cassazione a esaminare il ricorso presentato contro la decisione della Corte d’Appello di Milano.

La pronuncia sarà quindi determinante per capire quale sarà il futuro degli impianti dell’ex Ilva di Taranto, in un confronto nel quale restano strettamente intrecciati produzione siderurgica, occupazione, ambiente e diritto alla salute.

Mentre prosegue il confronto l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto ribadisce la propria posizione: “l’importanza della tutela della salute pubblica deve costituire il punto di partenza di ogni futura decisione.”

Cesare Salvo, TAR Sardegna riconosce risarcimento per tumore

Cesare Salvo
Cesare Salvo

Tre missioni all’estero, una diagnosi di tumore arrivata a 34 anni e una lunga battaglia durata circa vent’anni. È la vicenda di Cesare Salvo, militare dell’Arma dei Carabinieri originario di Cagliari, che ha prestato servizio in Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania.

A distanza di anni dalla diagnosi, il TAR Sardegna ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Difesa in relazione alla patologia tumorale contratta dal militare e ha disposto il risarcimento dei danni.

La decisione prende in esame, in particolare, le condizioni ambientali e operative nelle quali Salvo ha svolto le proprie missioni all’estero.

Cesare Salvo e le missioni all’estero

Come anticipato, prima del tumore, Cesare Salvo aveva già maturato esperienza in tre missioni internazionali: Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania.

Secondo la ricostruzione contenuta nel procedimento davanti al TAR, il militare sarebbe stato impiegato anche in aree nelle quali erano presenti fattori di rischio legati all’impiego di armamenti con uranio impoverito e alla presenza di ordigni bellici pesanti.

I giudici hanno inoltre rilevato che, sulla base della documentazione esaminata, non sarebbe stata dimostrata l’effettiva adozione di specifici dispositivi e misure di protezione ritenuti necessari per prevenire i rischi connessi alle attività svolte.

Il quadro analizzato nel giudizio comprende quindi diversi possibili fattori di esposizione.

I fattori di rischio esaminati nel procedimento

La consulenza tecnica acquisita nel corso del giudizio richiama la possibile presenza di diversi agenti e condizioni di rischio.

Tra gli elementi presi in considerazione figurano metalli pesanti, radiazioni ionizzanti e non,
e amianto. Oltre ad altre sostanze considerate tossiche e condizioni operative particolarmente gravose.

La consulenza fa riferimento anche agli aspetti psicologici legati alle missioni, caratterizzate da stress prolungato, ipervigilanza e rischio costante per la propria incolumità.

Il consulente nominato dal Tribunale ha ritenuto che il servizio svolto nell’Arma abbia avuto un ruolo determinante nella manifestazione della patologia.

La diagnosi nel luglio 2006

La vicenda personale di Salvo comincia nel luglio 2006, quando, all’età di 34 anni, arriva la diagnosi di tumore.

Da quel momento inizia un percorso medico complesso, caratterizzato da interventi chirurgici e da cinque cicli di chemioterapia.

La consulenza tecnica acquisita nel procedimento descrive le conseguenze della malattia e la significativa sofferenza affrontata dal militare. Viene inoltre ricordato il timore per la propria sopravvivenza vissuto durante quella fase.

La patologia viene successivamente riconosciuta come dipendente da causa di servizio nel 2011.

Nel 2015, inoltre, Cesare Salvo ottiene il riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.

Il giudizio davanti al TAR Sardegna

Nel procedimento amministrativo il Ministero della Difesa ha contestato sia l’esposizione ai fattori di rischio sia il collegamento tra le condizioni ambientali e la patologia.

Il TAR Sardegna, sulla base degli elementi acquisiti durante il giudizio, ha però ritenuto sussistenti i presupposti per riconoscere la responsabilità dell’Amministrazione.

Risarcimento superiore a 262mila euro

Sulla base dei criteri stabiliti nella decisione, il risarcimento riconosciuto a Cesare Salvo supera i 262mila euro.

Il provvedimento del TAR costituisce così un ulteriore passaggio nella lunga vicenda giudiziaria legata al riconoscimento dei danni subiti dal militare ammalatosi di tumore.

L’avvocato Ezio Bonanni: «La sicurezza deve precedere la missione»

Sulla decisione è intervenuto l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell‘Osservatorio Nazionale Amianto e legale di Cesare Salvo.

«Un militare sa che una missione può comportare pericoli e li affronta perché ha scelto di servire lo Stato», afferma Bonanni, sottolineando però che questo, a suo giudizio, non dovrebbe comportare l’accettazione di rischi che possono essere prevenuti.

Per il legale, la sentenza assume quindi un significato che va oltre la singola vicenda e richiama il tema della conoscenza dei rischi e della disponibilità di adeguate misure di protezione per il personale impegnato nelle missioni.

Bonanni evidenzia inoltre le difficoltà che, secondo la sua esperienza professionale, molti militari si trovano ad affrontare dopo il rientro dalle missioni, tra problemi di salute e procedure necessarie per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.

«La sicurezza non può arrivare dopo, quando il danno si è già verificato», sostiene il presidente dell’ONA. «Deve precedere la missione, accompagnarla e continuare anche al rientro».

Amianto e Ucraina, dalle macerie della guerra al problema della ricostruzione

macerie di guerra. Ucraina: paura per l'amianto
macerie di guerra. Ucraina: paura per l'amianto - dichiarazione di Bonanni

La ricostruzione dell’Ucraina si trova ad affrontare anche un problema ambientale e sanitario legato alla presenza di amianto nelle macerie degli edifici danneggiati dalla guerra. Secondo le informazioni raccolte da organismi internazionali e studi condotti sul territorio, il Paese deve ancora rafforzare in modo significativo le strutture e i servizi necessari per gestire correttamente questo tipo di rifiuti.

Il problema potrebbe assumere dimensioni rilevanti. Gran parte del patrimonio edilizio ucraino contiene infatti materiali a base di amianto, mentre il conflitto ha provocato danni estesi a edifici residenziali, pubblici e infrastrutture.

Tetti contenenti cemento-amianto

Un elemento centrale della questione riguarda la diffusione delle lastre ondulate in cemento-amianto.

In un articolo pubblicato il 7 maggio 2025, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha indicato che “oltre il 70% delle coperture degli edifici residenziali e pubblici in Ucraina è costituito da lastre ondulate in cemento-amianto”.

L’utilizzo del materiale non riguarda soltanto i tetti. L’amianto è stato impiegato anche per recinzioni e in alcune tubazioni e componenti delle infrastrutture utilizzate per l’approvvigionamento idrico e la gestione del calore.

“La presenza di questi materiali assume particolare importanza durante le demolizioni. Quando vengono rotti, tagliati o movimentati senza le necessarie precauzioni, i materiali contenenti amianto possono liberare fibre nell’ambiente. L’esposizione alle fibre di amianto è associata a gravi malattie asbesto correlate, alcune delle quali possono manifestarsi anche molti anni dopo il contatto. In Europa l’utilizzo dell’amianto è stato vietato a livello comunitario dal 2005, mentre in Italia il divieto risale al 1992”. Ha tuonato l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, il quale ha sempre segnalato il problema amianto sprigionato in guerra in diversi articoli e pubblicazioni.

La dimensione delle distruzioni rende più complessa la gestione delle macerie

Alla presenza storica dell’amianto si aggiunge la quantità enorme di edifici colpiti dal conflitto.

Secondo la valutazione del KSE Institute, pubblicata il 17 agosto 2026, a febbraio 2026 risultavano quasi 416.000 edifici residenziali danneggiati o distrutti. Il dato comprende circa 352.000 abitazioni private, 63.000 edifici condominiali e circa 1.000 dormitori.

È importante precisare che questo numero non stabilisce quanti degli edifici danneggiati contenessero amianto. Il dato permette tuttavia di comprendere l’ordine di grandezza delle operazioni di demolizione, rimozione e ricostruzione che l’Ucraina deve affrontare.

La valutazione del KSE Institute riguarda inoltre i danni diretti agli asset fisici e segnala che, a causa delle difficoltà di accesso ai territori temporaneamente occupati e alle zone di combattimento, l’entità effettiva delle distruzioni potrebbe essere superiore.

Rischi per suolo, acqua e aria

Lo studio richiama anche le conseguenze di una gestione non corretta dei rifiuti provenienti dalle demolizioni.

Una movimentazione inadeguata può contribuire alla dispersione di materiali contaminanti e creare problemi per suolo, aria e acqua.

Allo stesso tempo, la gestione delle macerie non riguarda soltanto ciò che deve essere eliminato. Una parte consistente dei materiali può avere un valore nel processo di recupero.

Calcestruzzo, mattoni, legno e metalli possono infatti essere selezionati per il recupero o il riciclo. La difficoltà consiste nel separare questi materiali dalle componenti che richiedono invece procedure specifiche di gestione e smaltimento.

È una delle questioni centrali della ricostruzione ucraina: recuperare la maggiore quantità possibile di materiali utili senza compromettere la sicurezza degli operatori e delle comunità.

Il programma dell’UNEP finanziato dal Giappone

Il problema è stato affrontato anche attraverso un programma specifico delle Nazioni Unite.

L’UNEP – Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha avviato un’iniziativa sostenuta finanziariamente dal Giappone per migliorare la gestione dei rifiuti pericolosi prodotti in Ucraina.

Il progetto, annunciato nel 2025, comprende la valutazione delle modalità di gestione dei materiali, dei costi, degli spazi necessari allo smaltimento e degli aspetti connessi alla salute pubblica.

Tra le attività previste rientrano anche l’analisi dei materiali, la sicurezza dei lavoratori e prove operative sul campo.

Nel 2026 il sostegno giapponese all’UNEP comprende inoltre lo sviluppo di discariche sicure per rifiuti pericolosi in Ucraina.

Parallelamente, l’UNEP continua a coordinare attività specifiche sulla gestione dei materiali contenenti amianto, con l’obiettivo di migliorare le procedure nazionali di individuazione, movimentazione e smaltimento dei detriti.

 La dichiarazione di Pier Carlo Sandei a Odesa

La questione della capacità di smaltimento è tornata al centro dell’attenzione il 24 settembre 2026, durante la Odesa Region Recovery Conference.

In quell’occasione, Pier Carlo Sandei, Senior Programme Officer dell’UNEP a Kyiv, ha dichiarato che in Ucraina non sarebbero disponibili servizi e discariche adeguati per gestire i detriti contaminati da amianto e altri rifiuti pericolosi.

La normativa ucraina e gli edifici più vecchi

Un altro elemento della questione riguarda la normativa.

La legge ucraina sulla salute pubblica del 2022 ha vietato l’utilizzo dell’amianto nella costruzione di nuovi edifici. Il problema, però, riguarda anche il patrimonio edilizio realizzato negli anni precedenti.

Il divieto di utilizzare nuovo amianto non elimina infatti automaticamente quello già presente negli edifici esistenti.

Durante una demolizione o una ristrutturazione, i materiali contenenti amianto devono quindi essere individuati e gestiti secondo procedure che riducano il rischio di dispersione delle fibre.

È proprio questo passaggio a rappresentare una delle difficoltà della ricostruzione: rimuovere rapidamente gli edifici danneggiati, separare i materiali recuperabili e trattare correttamente le componenti pericolose.

Un mercato potenziale per le aziende specializzate

La gestione dei rifiuti contenenti amianto potrebbe inoltre rappresentare un nuovo settore per le aziende internazionali specializzate nella raccolta, nel trattamento e nello stoccaggio dei rifiuti pericolosi.

L’entità dei finanziamenti destinati alla ricostruzione e i programmi internazionali sulla gestione dei rifiuti potrebbero creare una domanda crescente di servizi specializzati.

Il settore richiederebbe tuttavia strutture adeguate, personale formato, sistemi di identificazione dei materiali e procedure rigorose per trasporto, stoccaggio e smaltimento.

Non si tratta quindi soltanto di un’opportunità economica. La capacità di gestire correttamente i rifiuti pericolosi sarà una componente importante della sicurezza ambientale della ricostruzione.

 

Conferenza WHWB 2026, omaggio a Jonckheere nella lotta globale contro l’amianto

Amianto, microcantieri - immagine generata con CANVA
Amianto, microcantieri - immagine generata con CANVA

Amianto, salute dei lavoratori e giustizia per le vittime sono stati i temi rilevanti della Conferenza WHWB Saeed Awan 2026, appuntamento internazionale dedicato alla prevenzione dei rischi professionali e alla tutela della salute.

L’edizione di quest’anno, avvenuta martedì 29 settembre 2026, è stata dedicata alla memoria di Éric Jonckheere. Ossia un attivista belga che per molti anni si è impegnato nella lotta contro l’amianto e per il riconoscimento dei diritti delle persone colpite dalle malattie correlate all’esposizione.

 Éric Jonckheere, una vita contro l’amianto

La storia di Éric Jonckheere è profondamente legata alle conseguenze dell’esposizione all’amianto.

La sua famiglia viveva a Kapelle-op-den-Bos, in Belgio, dove il padre lavorava come direttore di uno stabilimento Eternit per la produzione di cemento-amianto. Una parte dell’amianto utilizzato nell’impianto proveniva dal Canada.

Nel corso degli anni, diversi membri della famiglia Jonckheere si sono ammalati di mesotelioma,tra le patologie asbesto correlate. Il padre, la madre e due fratelli di Éric sono poi morti a causa della malattia.

Anche Éric ha ricevuto la stessa diagnosi e dopo una lunga battaglia contro la malattia, morì nel 2024.

Questa esperienza personale ha avuto un ruolo determinante nel suo impegno pubblico.

Dalla tragedia familiare all’attivismo internazionale

Éric Jonckheere aveva trasformato la propria esperienza in una battaglia per la tutela delle vittime dell’amianto.

Nel corso della sua attività ha collaborato con associazioni e organizzazioni di diversi Paesi. Costante la sua attività nell’ABEVA, associazione belga che riunisce le vittime dell’amianto e le loro famiglie.

Il ruolo di Éric nella battaglia internazionale

Nel corso degli anni Jonckheere ha partecipato a iniziative negli Stati Uniti, in Giappone, India, Francia, Regno Unito e Canada.

Uno dei temi sui quali si è concentrato è stato l’inserimento dell’amianto tra le sostanze sottoposte a procedure di controllo internazionale.

Il suo attivismo è stato accompagnato da un’intensa attività di sensibilizzazione. Jonckheere ha raccontato la vicenda della propria famiglia anche attraverso un libro e ha collaborato con il regista Daniel Lambo alla realizzazione di un documentario dedicato all’industria mondiale dell’amianto.

Éric Jonckheere e il rapporto con il Canada

Il Canada ha rappresentato una parte importante della storia di Jonckheere e della sua attività. Ha partecipato a iniziative organizzate dagli attivisti, ha presentato il film Breathless, che racconta la dimensione internazionale dell’industria dell’amianto e prende spunto anche dalla storia della famiglia Jonckheere.

Nel 2023, nonostante la diagnosi di mesotelioma, ha partecipato a Toronto alla conferenza della Canadian Mesothelioma Foundation.

Durante quel viaggio ha visitato anche le ex aree minerarie dell’amianto in Québec, nella località oggi chiamata Val-des-Sources, precedentemente nota in passato con il nome Asbestos.

Si trattò di un momento particolarmente significativo, considerando il legame tra quelle miniere e l’amianto che aveva segnato la sua storia personale.

La Conferenza WHWB Saeed Awan 2026

Rappresentata anche l’Italia, con la partecipazione di diverse Associazioni, tra cui AFEVA.

La conferenza porta il nome di Saeed Awan, professionista pakistano impegnato per molti anni nella promozione della salute e della sicurezza sul lavoro.

Nel suo lavoro si è occupato di lavoratori appartenenti a numerosi comparti, dalle cave alla produzione di mattoni, dalla lavorazione della pelle alla produzione di strumenti chirurgici, fino alla raccolta dei rifiuti e all’agricoltura.

Il suo approccio puntava su soluzioni semplici e accessibili. Tra queste vi erano modifiche a basso costo degli strumenti di lavoro e materiali informativi facilmente comprensibili.

La sua esperienza lo portò anche a partecipare a discussioni nazionali e internazionali sulla salute occupazionale e sulla tutela dei lavoratori.

Particolare attenzione è dedicata alla prevenzione del lavoro minorile in attività pericolose.

Chi parteciperà alla conferenza WHWB 2026

L’incontro prevede la partecipazione dei familiari di Éric Jonckheere, rappresentanti delle associazioni delle vittime e attivisti impegnati nella prevenzione dell’amianto in diversi Paesi del mondo.

Il commento dell’Avv. Ezio Bonanni, ONA

“Ogni iniziativa volta alla lotta dell’amianto è estremamente preziosa per mantenere aperto il confronto internazionale sull’asbesto, sul mesotelioma e sulla tutela della salute nei luoghi di lavoro”. Ha commentato la notizia l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.