«Non esistono malattie irreversibili senza una diagnosi causale completa». È da questo presupposto, richiamato dall’avv. Ezio Bonanni, presidente nazionale dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), che prende forma il valore scientifico e civile del Protocollo Montilla in esposomica. Oggi riconosciuto come uno dei più avanzati strumenti di analisi delle patologie metallo-correlate da esposizioni ambientali complesse.
Il protocollo rappresenta un punto di svolta nel modo di intendere la prevenzione, la diagnosi e la tutela medico-legale del diritto alla salute. Infatti consente di superare i limiti degli approcci esclusivamente statistici e di riportare l’attenzione sulla persona, sulla sua storia espositiva reale e misurabile.
Dalle missioni militari alla ricerca scientifica
Il Protocollo Montilla nasce dall’osservazione clinica di militari italiani impiegati in missioni internazionali, in particolare nei Balcani, esposti a contaminanti multipli tra cui metalli tossici e uranio impoverito. In numerosi casi, questi soggetti presentavano patologie oncologiche e neurodegenerative considerate, secondo i criteri tradizionali, non più trattabili.
È proprio in questo contesto che l’intuizione scientifica del dott. Pasquale Montilla, oncologo clinico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha aperto una prospettiva nuova. L’attenzione si è spostata dalla semplice correlazione epidemiologica alla misurazione biologica diretta dell’esposizione, attraverso l’analisi dei contaminanti presenti nei tessuti e nelle matrici biologiche.
L’approccio esposomico e il riconoscimento accademico
Il termine “Protocollo Montilla” è stato formalmente definito dal prof. Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino e MIT Cambridge e dalla dott.ssa Rita Celli, medico legale, in qualità di componenti della Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito, a seguito di una divulgazione scientifica trasmessa dalla Rai nel programma Leonardo Scienza.
Nel percorso di consolidamento metodologico, un ruolo centrale è svolto anche dal prof. Medana, ordinario del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari del Politecnico di Torino, che ha riconosciuto il valore innovativo del metodo esposomico e ha avviato un confronto diretto con l’oncologo Montilla sul suo potenziale applicativo nell’analisi avanzata delle esposizioni complesse.
L’approccio esposomico consente di integrare dati ambientali, biologici e clinici in un quadro scientifico coerente, superando la frammentazione degli studi tradizionali e restituendo una lettura causale individuale della malattia.
Risultati clinici e responsabilità terapeutica
Uno degli aspetti più rilevanti del Protocollo Montilla riguarda i risultati clinici osservati. Alcuni militari, precedentemente considerati fuori trattamento, hanno mostrato risposte terapeutiche quando il percorso clinico è stato riorientato sulla base dell’identificazione causale dell’esposizione.
Questa evidenza rappresenta una concreta proof of concept dell’efficacia del modello esposomico clinico. Dimostra che l’irreversibilità non può essere dichiarata in assenza di una diagnosi completa e che la responsabilità scientifica e terapeutica impone di indagare fino in fondo le cause ambientali della patologia.
Dal Protocollo Mandelli ai SIN: una medicina che cambia
Il Protocollo Montilla si colloca come evoluzione scientifica dello storico Protocollo Mandelli, adottato dalle Commissioni parlamentari di inchiesta, superandone i limiti descrittivi. Oggi è in grado di offrire una dimostrazione biologica del nesso causale individuale e di aprire la strada a una reale tutela medico-legale del diritto alla salute.
Secondo l’avv. Ezio Bonanni, questo modello è destinato a trovare applicazione anche nei Siti di Interesse Nazionale (SIN), dove l’incidenza di patologie oncologiche a genesi ambientale è elevata e documentata da studi come il Progetto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità.



