Il Medio Oriente torna a bruciare sotto il peso di un conflitto dai contorni complessi, ma oggi ci soffermiamo nuovamente riguardo al pericolo amianto che caratterizza le guerre. Le operazioni militari degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran hanno segnato una nuova escalation. La morte della guida suprema Ali Khamenei ha accelerato una spirale di violenza. Con raid aerei, lanci missilistici e bombardamenti che colpiscono simultaneamente infrastrutture strategiche e centri urbani densamente popolati.
Ricordiamo che anche i palazzi contenenti amianto sono abbattuti dai bombardamenti e la dispersione di queste fibre rappresenta un pericolo per i soccorritori e i civili che cercano rifugio tra le macerie.
La dinamica della guerra
Storicamente, la guerra in Medio Oriente ha sempre intrecciato interessi geopolitici, strategici e religiosi. L’operazione congiunta Usa-Israele rappresenta una prosecuzione di questo schema. Con attacchi mirati a neutralizzare la leadership militare e politica iraniana, tra cui il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie e le principali unità navali della Marina. L’Iran, fedele alla tradizione di difesa territoriale, ha risposto con lancio di missili verso Israele e basi americane nel Golfo. Colpendo anche obiettivi civili, come ospedali e condomini, aumentando il bilancio di vittime innocenti.
Questa escalation, se osservata con occhio storico, richiama ale dinamiche dei conflitti urbani del XX secolo. Dove il bombardamento indiscriminato di aree abitate ha sempre prodotto un duplice effetto: il danno immediato e le conseguenze sanitarie a lungo termine.
Amianto e salute pubblica: un’ombra lunga
Come spesso ricordato in diversi articoli dall’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell‘Osservatorio Nazionale Amianto, il pericolo asbesto durante le guerre è incrementato.
Infatti anche se dal 2000 in Iran l’amianto è stato bandito, prima di allora ampiamente impiegato, soprattutto negli anni ’70 e ’80 per isolamento termico e strutturale.
“Le fibre di amianto provocano malattie polmonari e tumori letali, spesso manifestandosi decenni dopo l’esposizione.” – continua Bonanni.
La dispersione di queste fibre, data dall’abbattimento delle strutture, rappresenta un serio rischio per i soccorritori e i civili che cercano rifugio tra le macerie. È un fenomeno che ricorda le conseguenze dei bombardamenti industriali durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la distruzione di fabbriche e abitazioni lasciò una scia di contaminazione chimica persistente.
Uranio arricchito: il nodo nucleare
Se il conflitto convenzionale è visibile nei cieli e nelle strade, quello nucleare è piuttosto inquietante.
Nel momento in cui scriviamo sono state registrate forti esplosioni vicino all’impianto nucleare e alla base aerea di Isfahan, nell’Iran centrale. A riportarlo le agenzie Reuters e Al Jazeera, citando media iraniani. Già precedentemente l’ambasciatore iraniano presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite aveva affermato che nei giorni scorsi era stato colpito il sito nucleare di Natanz nella provincia centrale, sempre du Isfahan.
L’Iran detiene scorte di uranio arricchito fino al 60%, conservato nelle strutture sotterranee di Isfahan. Questo materiale, pur non essendo immediatamente utilizzabile per armi, si colloca vicino alla soglia tecnica per l’uso militare (ossia il 90% di arricchimento).
La possibilità tecnica di produrre materiale fissile ad alta concentrazione riduce i tempi e le barriere necessarie per sviluppare un’arma nucleare. L’attenzione degli osservatori internazionali si concentra oggi sulla gestione dei siti danneggiati dai raid, dove eventuali fughe di materiale radioattivo potrebbero aggiungere un ulteriore livello di catastrofe a un contesto già drammatico.
Conseguenze geopolitiche e umanitarie
La guerra in corso è destinata a ridisegnare equilibri regionali e internazionali. Gli Stati del Golfo, Mosca e Pechino hanno espresso condanna e preoccupazione, mentre la NATO risloca le proprie forze nel Mediterraneo orientale. Le rotte marittime critiche, come lo Stretto di Hormuz, restano congestionate, con centinaia di petroliere ferme, in un quadro che evoca le tensioni petrolifere del 1973 e le crisi del traffico marittimo durante la Guerra del Golfo.
Dal punto di vista storico e sanitario, la combinazione di conflitto urbano, dispersione di amianto e rischio nucleare rappresenta una catastrofe stratificata. La popolazione civile subisce sia i colpi immediati della guerra, ma anche le conseguenze future legate alla contaminazione ambientale e al pericolo radioattivo.
Il capo dell’agenzia per l’energia atomica Rafael Grossi ha lanciato l’allarme su una “possibile fuoriuscita radiologica con gravi conseguenze” in seguito agli attacchi Usa-Israele sui siti nucleari iraniani.
“Finora – ha aggiunto – non è stato rilevato alcun aumento dei livelli di radiazione al di sopra dei normali livelli di fondo nei paesi confinanti con l’Iran”. – Ansa
Riflessione storica
Come accadde nei grandi conflitti del XX secolo, la pianificazione strategica deve confrontarsi con effetti secondari che si riverberano sulla salute pubblica, sull’ambiente e sulla stabilità regionale.
Il tutto mentre il presidente Usa Donald Trump, secondo Ansa, ha dichiarato: “Stiamo massacrando l’Iran, presto arriverà una grande ondata.”
La gestione delle macerie, la sicurezza nucleare e la protezione contro l’amianto diventano parte integrante della strategia di emergenza, non solo un aspetto tecnico secondario. La storia insegna che trascurare questi fattori può trasformare una crisi militare in un disastro umano e ambientale duraturo.
Intanto lo spazio aereo chiuso, verso alcune rotte internazionali, diventa il paradigma di un mondo paralizzato tra motivazioni ufficiali e ufficiose
Diversi gli italiani al momento bloccati a Dubai. La chiusura totale dello spazio aereo ha infatti bloccato molti connazionali trovatosi nel territorio. Tra questi anche alcuni VIP come Big Mama, Roberto Mancini ed il ministro della Difesa Guido Crosetto rientrato nella notte. (La cui vicenda he apre ad una riflessione molto più ampia su come sia stato possibile per quest’ultimo).
Le motivazioni ufficiali di questa guerra da parte degli Stati Uniti parlano di un attacco volto a contenere il pericolo atomico. “Teheran ha tentato di ricostruire il suo programma nucleare e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio in grado di raggiungere gli Stati Uniti.” – afferma Trump.
“Non stiamo sviluppando missili a lungo raggio per minacciare il mondo, ma solo per difenderci”, aveva ribadito Araghchi solo pochi giorni fa. Una posizione inaccettabile per Trump, che vede in quei vettori una minaccia diretta al suolo americano.
Ma è lo stesso Gianandrea Gaiani, ex consigliere per le politiche di sicurezza del ministero dell’Interno e direttore di Analisi Difesa a ipotizzare che Trump, oltre a voler costringere l’Iran a rinunciare alla flotta di missili balistici, voglia imporre al Paese islamico l’esportazione di petrolio, vendendolo però in dollari. – Torino Cronaca
Senza contare al desiderio di controllo israeliano in Medio Oriente.
Insomma, difficile pensare che il conflitto possa davvero durare solo quattro settimane.