17.4 C
Rome
giovedì, Aprile 2, 2026
Home Blog Page 7

Capri, area sequestrata, roghi di rifiuti: possibile amianto

fuoco, Capri
Fuoco (Foto free di Hans da Pixabay)

Un’operazione della polizia municipale di Capri, coordinata dal comandante Daniele De Marini,  ha portato al sequestro di un’area sull’isola dove, secondo quanto emerso dagli accertamenti, venivano bruciati rifiuti speciali tra cui probabile amianto (possibili frammenti di eternit). Lasbesto, come più volte affermato anche dall’Osservatorio Nazionale Amianto presieduto dall’Avv. Ezio Bonanni, è una sostanza pericolosa che richiede procedure di smaltimento rigidamente regolamentate.

L’intervento è scattato nelle prime ore della mattinata, a seguito di controlli mirati sul territorio. Gli agenti sono giunti sul posto mentre era in corso un rogo e hanno colto sul fatto una persona ritenuta responsabile dell’accensione del fuoco. Nei suoi confronti è redatta un’informativa di reato trasmessa all’autorità giudiziaria, che ora valuterà le eventuali responsabilità penali.

Un’area trasformata in discarica abusiva

Secondo le prime ricostruzioni, lo spazio sequestrato sarebbe stato utilizzato come punto di smaltimento illecito. I rifiuti, anziché essere conferiti attraverso i canali autorizzati, venivano incendiati direttamente sul posto. Una pratica estremamente pericolosa, sia per l’impatto ambientale sia per i rischi sanitari legati alla combustione di materiali potenzialmente tossici.

L’area è delimitata e posta sotto sequestro per consentire ulteriori verifiche tecniche. I rilievi serviranno a stabilire con precisione la tipologia dei rifiuti bruciati, la loro provenienza e l’eventuale estensione dell’inquinamento del suolo o dell’aria circostante.

Se confermato dalle analisi, la combustione di elementi contenenti fibre di amianto potrebbe aver comportato la dispersione nell’ambiente di particelle pericolose. Come noto, l’amianto è una sostanza che, se inalata, può provocare gravi patologie anche a distanza di molti anni dall’esposizione.

Indagini in corso

Le autorità stanno ora lavorando per chiarire se l’episodio sia isolato o se l’area fosse già impiegata in passato per attività analoghe. Non si esclude che possano emergere ulteriori elementi utili a ricostruire un eventuale utilizzo sistematico del sito come discarica abusiva.

Gli investigatori dovranno inoltre accertare se vi siano altre persone coinvolte nella gestione o nel conferimento dei rifiuti. La documentazione raccolta sul posto e i campionamenti effettuati saranno determinanti per delineare il quadro complessivo della vicenda.

La posizione dell’amministrazione comunale

Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Capri, che ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto dagli agenti e ha ribadito la posizione dell’amministrazione in tema di tutela ambientale.

L’isola, meta turistica di rilievo internazionale e patrimonio paesaggistico di grande valore, è particolarmente sensibile alle tematiche ambientali. Episodi di smaltimento illecito rappresentano sia un potenziale danno alla salute pubblica, ma anche all’immagine e alla sostenibilità del territorio.

Un fenomeno da contrastare

Il rogo di rifiuti speciali costituisce un reato e comporta conseguenze significative sia sotto il profilo ambientale sia sotto quello penale. Le normative vigenti prevedono obblighi stringenti in materia di raccolta, trasporto e smaltimento.

Le indagini proseguiranno nei prossimi giorni per definire con esattezza le responsabilità e valutare eventuali misure aggiuntive a tutela dell’area sequestrata.

Nel frattempo, l’area resterà sotto controllo in attesa degli esiti delle analisi tecniche e delle decisioni dell’autorità giudiziaria. Ed il comandante De Marini ha invitato la cittadinanza a segnalare sempre illeciti sospetti.
Fonte: La Repubblica, Ansa, Virgilio, La Cronaca di Napoli.

Iran: oltre alla guerra, pericoli nucleari e rischio amianto

Guerra in Iran e amianto (Foto free di Enrique da Pixabay)
Guerra in Iran e amianto (Foto free di Enrique da Pixabay)

Il Medio Oriente torna a bruciare sotto il peso di un conflitto dai contorni complessi, ma oggi ci soffermiamo nuovamente riguardo al pericolo amianto che caratterizza le guerre. Le operazioni militari degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran hanno segnato una nuova escalation. La morte della guida suprema Ali Khamenei ha accelerato una spirale di violenza. Con raid aerei, lanci missilistici e bombardamenti che colpiscono simultaneamente infrastrutture strategiche e centri urbani densamente popolati.

Ricordiamo che anche i palazzi contenenti amianto sono abbattuti dai bombardamenti e la dispersione di queste fibre rappresenta un pericolo per i soccorritori e i civili che cercano rifugio tra le macerie.

La dinamica della guerra

Storicamente, la guerra in Medio Oriente ha sempre intrecciato interessi geopolitici, strategici e religiosi. L’operazione congiunta Usa-Israele rappresenta una prosecuzione di questo schema. Con attacchi mirati a neutralizzare la leadership militare e politica iraniana, tra cui il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie e le principali unità navali della Marina. L’Iran, fedele alla tradizione di difesa territoriale, ha risposto con lancio di missili verso Israele e basi americane nel Golfo. Colpendo anche obiettivi civili, come ospedali e condomini, aumentando il bilancio di vittime innocenti.

Questa escalation, se osservata con occhio storico, richiama ale dinamiche dei conflitti urbani del XX secolo. Dove il bombardamento indiscriminato di aree abitate ha sempre prodotto un duplice effetto: il danno immediato e le conseguenze sanitarie a lungo termine.

Amianto e salute pubblica: un’ombra lunga

Come spesso ricordato in diversi articoli dall’Avv. Ezio Bonanni, presidente dellOsservatorio Nazionale Amianto, il pericolo asbesto durante le guerre è incrementato.

Infatti anche se dal 2000 in Iran l’amianto è stato bandito, prima di allora ampiamente impiegato, soprattutto negli anni ’70 e ’80 per isolamento termico e strutturale.

“Le fibre di amianto provocano malattie polmonari e tumori letali, spesso manifestandosi decenni dopo l’esposizione.” – continua Bonanni.

La dispersione di queste fibre, data dall’abbattimento delle strutture, rappresenta un serio rischio per i soccorritori e i civili che cercano rifugio tra le macerie. È un fenomeno che ricorda le conseguenze dei bombardamenti industriali durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la distruzione di fabbriche e abitazioni lasciò una scia di contaminazione chimica persistente.

Uranio arricchito: il nodo nucleare

Se il conflitto convenzionale è visibile nei cieli e nelle strade, quello nucleare è piuttosto inquietante.

Nel momento in cui scriviamo sono state registrate forti esplosioni vicino all’impianto nucleare e alla base aerea di Isfahan, nell’Iran centrale. A riportarlo le agenzie Reuters e Al Jazeera, citando media iraniani.  Già precedentemente l’ambasciatore iraniano presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite aveva affermato che nei giorni scorsi era stato colpito il sito nucleare di Natanz nella provincia centrale, sempre du Isfahan.

L’Iran detiene scorte di uranio arricchito fino al 60%, conservato nelle strutture sotterranee di Isfahan. Questo materiale, pur non essendo immediatamente utilizzabile per armi, si colloca vicino alla soglia tecnica per l’uso militare (ossia il 90% di arricchimento).

La possibilità tecnica di produrre materiale fissile ad alta concentrazione riduce i tempi e le barriere necessarie per sviluppare un’arma nucleare. L’attenzione degli osservatori internazionali si concentra oggi sulla gestione dei siti danneggiati dai raid, dove eventuali fughe di materiale radioattivo potrebbero aggiungere un ulteriore livello di catastrofe a un contesto già drammatico.

Conseguenze geopolitiche e umanitarie

La guerra in corso è destinata a ridisegnare equilibri regionali e internazionali. Gli Stati del Golfo, Mosca e Pechino hanno espresso condanna e preoccupazione, mentre la NATO risloca le proprie forze nel Mediterraneo orientale. Le rotte marittime critiche, come lo Stretto di Hormuz, restano congestionate, con centinaia di petroliere ferme, in un quadro che evoca le tensioni petrolifere del 1973 e le crisi del traffico marittimo durante la Guerra del Golfo.

Dal punto di vista storico e sanitario, la combinazione di conflitto urbano, dispersione di amianto e rischio nucleare rappresenta una catastrofe stratificata. La popolazione civile subisce sia i colpi immediati della guerra, ma anche le conseguenze future legate alla contaminazione ambientale e al pericolo radioattivo.

Il capo dell’agenzia per l’energia atomica Rafael Grossi ha lanciato l’allarme su una “possibile fuoriuscita radiologica con gravi conseguenze” in seguito agli attacchi Usa-Israele sui siti nucleari iraniani.

“Finora – ha aggiunto – non è stato rilevato alcun aumento dei livelli di radiazione al di sopra dei normali livelli di fondo nei paesi confinanti con l’Iran”. – Ansa

Riflessione storica

Come accadde nei grandi conflitti del XX secolo, la pianificazione strategica deve confrontarsi con effetti secondari che si riverberano sulla salute pubblica, sull’ambiente e sulla stabilità regionale.

Il tutto mentre il presidente Usa Donald Trump, secondo Ansa, ha dichiarato: “Stiamo massacrando l’Iran, presto arriverà una grande ondata.”

La gestione delle macerie, la sicurezza nucleare e la protezione contro l’amianto diventano parte integrante della strategia di emergenza, non solo un aspetto tecnico secondario. La storia insegna che trascurare questi fattori può trasformare una crisi militare in un disastro umano e ambientale duraturo.

Intanto lo spazio aereo chiuso, verso alcune rotte internazionali, diventa il paradigma di un mondo paralizzato tra motivazioni ufficiali e ufficiose

Diversi gli italiani al momento bloccati a Dubai. La chiusura totale dello spazio aereo  ha infatti bloccato molti connazionali trovatosi nel territorio. Tra questi anche alcuni VIP come Big Mama, Roberto Mancini ed il ministro della Difesa Guido Crosetto rientrato nella notte. (La cui vicenda he apre ad una riflessione molto più ampia su come sia stato possibile per quest’ultimo).

Le motivazioni ufficiali di questa guerra da parte degli Stati Uniti parlano di un attacco volto a contenere il pericolo atomico. “Teheran ha tentato di ricostruire il suo programma nucleare e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio in grado di raggiungere gli Stati Uniti.” – afferma Trump.

“Non stiamo sviluppando missili a lungo raggio per minacciare il mondo, ma solo per difenderci”, aveva ribadito Araghchi solo pochi giorni fa. Una posizione inaccettabile per Trump, che vede in quei vettori una minaccia diretta al suolo americano.

Ma è lo stesso Gianandrea Gaiani, ex consigliere per le politiche di sicurezza del ministero dell’Interno e direttore di Analisi Difesa a ipotizzare che Trump, oltre a voler costringere l’Iran a rinunciare alla flotta di missili balistici, voglia imporre al Paese islamico l’esportazione di petrolio, vendendolo però in dollari.  – Torino Cronaca

Senza contare al desiderio di controllo israeliano in Medio Oriente.

Insomma, difficile pensare che il conflitto possa davvero durare solo quattro settimane.

 

Amianto e aborigeni: causa da 1,5 miliardi di dollari

La città abbandonata per amianto di Wittenoom
La città abbandonata per amianto di Wittenoom

Gli indigeni della regione del Pilbara, nello Stato dell’Australia Occidentale, hanno avviato una causa da 1,5 miliardi di dollari contro il governo statale per la contaminazione da amianto legata all’ex città mineraria di Wittenoom.

La causa è stata presentata dalla Banjima Native Title Aboriginal Corporation presso la Corte Federale. Secondo l’accusa, lo Stato di non avrebbe bonificato per decenni enormi quantità di rifiuti di amianto presenti sulle loro terre ancestrali.

Il problema: amianto blu (crocidolite)

Wittenoom è considerata uno dei siti più contaminati da amianto dell’emisfero australe.

L’amianto blu, noto anche come crocidolite, è stato estratto nell’area tra la fine degli anni ’30 e la metà degli anni ’60. Le fibre microscopiche di asbesto potrebbero continuare a contaminare suolo, gole e corsi d’acqua.

Wittenoom è stata chiusa quindi ufficialmente nel 1978 ed è stata successivamente rimossa dalle mappe.

Tuttavia, milioni di tonnellate di residui contaminati rimangono ancora sul territorio.

Impatto sanitario

La contaminazione ha avuto conseguenze gravi. Altissimi tassi di mesotelioma, un tumore raro e aggressivo quasi esclusivamente causato dall’esposizione all’amianto.

Un rapporto governativo del 2016 infatti ha rilevato che il popolo Banjima presenta la più alta incidenza pro capite di questa patologia al mondo. Secondo i leader della comunità, quasi ogni famiglia è stata colpita dalla malattia.

Chi sono

Gli aborigeni Banjima (noti anche come Banyjima o Panyjima) sono un popolo indigeno dell’Australia. Tradizionalmente stanziati nella regione centrale del Pilbara, nell’Australia Occidentale. Essi mantengono un profondo legame culturale e spirituale con il loro territorio. Il gruppo è attivamente coinvolto nella gestione e nella protezione dei siti sacri, in collaborazione con le iniziative governative per i parchi naturali.

Cosa chiede la causa

Le richieste della popolazioni sono la sigillatura di tre miniere di amianto abbandonate. Oltre alla rimozione di infrastrutture contaminate (come l’ex ippodromo e l’aeroporto).

La bonifica di gole e corsi d’acqua inquinati , oltre alla valanga di risarcimenti economici. Secondo la fonte i lavori di bonifica potrebbero costare circa 1,5 miliardi di dollari.

La posizione del governo

Il premier dell’Australia Occidentale, Roger Cook, ha dichiarato di voler rispettare il diritto del popolo Banjima di cercare giustizia, pur affermando che lo Stato preferirebbe una soluzione negoziata.

 

Eboli, amianto: ordinanza del Comune per rimozione immediata

Amianto abbandonato, Pomezia, Messina
copertura amianto eternit (foto free esclusivamente descrittiva)

Il Comune di Eboli, in Campania, ha disposto un’ordinanza urgente per la rimozione di una copertura contenente amianto situata in una via nel territorio. Il provvedimento nasce dall’esigenza di tutelare la salute pubblica e prevenire eventuali possibili rischi ambientali legati alla presenza di materiali in stato di degrado.

L’amianto o asbesto, infatti, è noto per la sua pericolosità: con il deterioramento delle superfici che lo contengono, le fibre possono disperdersi nell’aria e, se inalate, provocare gravi patologie asbesto correlate, incluse malattie tumorali. Proprio per questo motivo la normativa italiana impone controlli rigorosi e interventi tempestivi nei casi in cui venga accertato un potenziale pericolo.

Un iter amministrativo avviato nel 2016

La vicenda non è recente. L’iter amministrativo ha avuto inizio nel febbraio 2016. Secondo la fonte, all’epoca l’amministrazione comunale avrebbe inviato ai proprietari dell’immobile una comunicazione ufficiale. Nella quale si richiedeva la presentazione, entro 30 giorni, di una valutazione del rischio legata alla presenza di amianto nella copertura.

Nell’agosto dello stesso anno una perizia tecnica aveva accertato lo stato di degrado del materiale. La quale stabilì la necessità di procedere con la bonifica entro un termine massimo di tre anni. Una scadenza che, secondo quanto emerso, non è rispettata.

Nel settembre 2019 l’amministrazione condominiale aveva avviato la procedura di appalto per l’affidamento dei lavori di rimozione. Tuttavia, nonostante l’avvio formale dell’iter, gli interventi non sarebbero stati concretamente eseguiti. A fronte del mancato avvio della bonifica, nel 2021 il Comune aveva trasmesso una nuova diffida, concedendo un ulteriore termine per adempiere agli obblighi previsti.

La decisione del Comune: intervento entro 30 giorni

Secondo la fonte, non sarebbe prodotta documentazione attestante l’avvenuta rimozione dell’amianto e che i termini indicati dalle perizie risultano ormai superati. Quindi l’amministrazione comunale ha ritenuto necessario intervenire con un’ordinanza contingibile e urgente.

Il provvedimento impone ai proprietari dell’immobile di procedere, entro 30 giorni dalla notifica, alla rimozione e allo smaltimento dei materiali contenenti amianto. Le operazioni dovranno essere affidate esclusivamente a ditte specializzate e autorizzate, nel pieno rispetto della normativa vigente in materia di sicurezza, ambiente e tutela della salute.

L’obiettivo dell’ordinanza è prevenire qualsiasi rischio per i residenti e per l’area circostante, evitando che il deterioramento della copertura possa determinare la dispersione di fibre nocive. In caso di inadempienza, il Comune potrà procedere con ulteriori azioni previste dalla legge.

La vicenda è un esempio di come le amministrazioni locali siano chiamate a vigilare con attenzione sul rispetto delle norme in materia ambientale, intervenendo con determinazione quando emergono situazioni potenzialmente pericolose per la collettività.
Fonte: La voce di strada

Ex Ilva: richiesta sospensione temporanea di alcune attività

ciminiere di una fabbrica, Ex Ilva
ciminiere con fumo di una fabbrica (foto free da Pixabay)

Il Tribunale di Milano (sezione XV civile specializzata in materia di impresa) ha disposto, a partire dal 24 agosto 2026, la sospensione temporanea di alcune attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva. La decisione arriva a seguito di un procedimento legale avviato da un gruppo di cittadini di Taranto e intende accelerare l’implementazione di alcune prescrizioni ambientali previste dall’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del 2025.

Secondo quanto riportato nella nota ufficiale del Tribunale, l’obiettivo della sospensione è  dare impulso alla realizzazione di misure e interventi previsti dalle normative ambientali e sanitarie vigenti. La decisione si inserisce anche nel rispetto dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2024, che richiamano l’importanza di ridurre i rischi associati alle attività industriali.

Va precisato che il decreto non è ancora esecutivo: diventerà tale solo se non verrà impugnato entro i termini previsti dalla legge. Il ricorso era stato presentato dall’associazione Genitori Tarantini, a tutela dei cittadini, tra cui anche un minore.

L’Avv. Ezio Bonanni, presidente dellOsservatorio Nazionale Amianto, aveva espresso recentemente cordoglio per la morte di un lavoratore dell’Ex-Ilva in un’intervista con il giornalista tarantino Luigi Abbate. 

Ricordiamo anche l’interessante tesi del Dott. Francesco Fumarola sul tema.

Contesto

Il procedimento riconosce che alcune prescrizioni dell’AIA 2025, che autorizza la produzione a carbone per 12 anni vincolata a 472 obblighi ambientali, non hanno ancora tempi certi di attuazione. In particolare, il Tribunale ha richiamato l’attenzione su misure come il monitoraggio delle polveri sottili, il controllo della temperatura nelle torce di affinazione dell’acciaio, la gestione dei serbatoi contenenti sostanze pericolose e l’intercettazione delle emissioni diffuse durante le operazioni con il coke.

La sospensione ordinata dal Tribunale prevede che, qualora le parti coinvolte — tra cui Acciaierie d’Italia S.p.A. e le società correlate in amministrazione straordinaria — non completino entro il termine stabilito gli adempimenti necessari, dovranno avviare le operazioni tecniche e amministrative per sospendere temporaneamente le attività dell’area a caldo, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e ambientali.

Obiettivi e sicurezza

In particolare, il provvedimento evidenzia la necessità di ridurre le possibili emissioni incontrollate e di assicurare che gli interventi siano realizzati entro tempi ragionevoli.

L’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) rimane lo strumento principale per definire limiti, obblighi tecnici e modalità operative, bilanciando tutela della salute, continuità produttiva e sostenibilità ambientale.

Reazioni e prospettive

Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha commentato che la decisione  va nella direzione di accelerare la transizione verso processi produttivi più sostenibili. Il primo cittadino ha ricordato che il percorso verso una graduale decarbonizzazione dell’acciaio è un obiettivo condiviso.

Bitetti ha sottolineato l’importanza di progetti innovativi, come il forum nazionale sull’idrogeno recentemente organizzato a Taranto. Per sostenere la transizione ecologica e la modernizzazione industriale, con benefici potenziali per il Paese.

Situazione sindacale

Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm hanno annunciato una autoconvocazione a Palazzo Chigi il 9 marzo. Sottolineando alla ricerca di risposte definitive sul futuro dello stabilimento e sul destino dei circa 20.000 lavoratori coinvolti, tra diretti e indotto. I sindacati hanno ricordato che, fino ad oggi, le uniche comunicazioni ricevute riguardano la proroga della cassa integrazione. Misura obbligatoria per legge, ma che non risolve le questioni strutturali relative all’occupazione e alla continuità produttiva.

Fonte: Ansa