Amianto: il “danno da pericolo”, ovvero il danno psicologico da esposizione all’asbesto – Parte I

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di Alessandro Ruta*

L’accresciuta consapevolezza che anche le persone non direttamente esposte alle lavorazioni di amianto si possono ammalare di mesotelioma, ha lasciato a livello psicologico un’impronta allarmante e provocato reazioni di diverse intensità emotive (paura, ansia, angoscia, disperazione, rabbia, ecc.), primi fra tutti, su tutti quei cittadini che vivono in zone considerate ad alto rischio.

Da una parte, si osserva, che la percezione di una minaccia ambientale, non adeguatamente spiegata e affrontata pubblicamente da una certa classe politica, ha portano molte persone ad una totale mancanza di fiducia nelle istituzioni garanti della salute e a considerare ogni loro possibile azione inefficace ad eliminare il pericolo ambientale in cui si trovano a vivere. Dall’altra, molti di loro, una volta apprese le lacune del sistema, per una questione di giustizia, hanno costituito associazioni ed enti, per realizzare fini di solidarietà sociale, come strumento per perseguire insieme la piena realizzazione ed esplicazione dei valori e dei diritti della nostra Costituzione. Non è un caso che negli ultimi decenni sono in continuo aumento le richieste di risarcimento dei danni cd Toxic Tort, ossia gli illeciti nei quali il danno è causato dalla sola esposizione a sostanze tossiche, indipendentemente dall’insorgenza di patologia.

Non è difficile immaginare come la sola esposizione a materiale cancerogeno, porta la persona a vivere un forte disagio, tensione e preoccupazione che, normalmente, si sperimenta di fronte a situazioni ambientali considerate potenzialmente minacciose per la propria vita.

Solitamente l’individuo sano di fronte ad una minaccia ambientale risolve il problema eliminandolo ma se questo non è possibile, la costante esposizione diventa quel fattore responsabile di quell’affaticamento mentale che si considera produttore di stress; ed il quale, a certi livelli altera il funzionamento cognitivo ed emotivo dell’individuo, condizionando gravemente la qualità del modo di vivere nel suo ambiente, le relazioni affettive, sociali e ricreative. In base a quanto è stato rilevato sino ad oggi in letteratura scientifica e ricerca sul campo, si possono ipotizzare, e in molti casi confermare, diversi effetti dovuti allo stress ambientale sull’individuo che è costretto a subirlo: disturbi cognitivi, timore di ammalarsi, ipocondria, sintomatologie psicosomatiche, nevrosi e idee ossessive, depressione, riduzione delle ore di sonno, disturbi di attacchi di panico, abbassamento del sistema immunitario, problemi cardiocircolatori, ecc..
I disagi psichici possono presentarsi singolarmente e/o associati ad altri disturbi, e quando sono costanti ed eccessivi finiscono per costituire una vera e propria patologia psichica, non di rado si richiede anche l’intervento psicofarmacologico per contrastare i sintomi. In altre situazioni, invece, l’alterazione psicologiche non solo tali da produrre una psicopatologia (danno psichico), ma piuttosto, producono una modificazione peggiorativa dell’equilibrio psicologico e dello stile di vita nell’ambito dei rapporti sociali, della famiglia e degli affetti in un ottica relazionale ed emotiva; e ciò condiziona marcatamente la qualità della vita, la sua progettualità e le aspettative (danno esistenziale).

Ed è quello che già sta succedendo a quelle persone che una volta appresa la notizia di una minaccia ambientale nelle vicinanze delle loro abitazioni, per paura di ammalarsi di un tumore, si sono difese attivando comportanti, condotte, strategie non adattive a fronteggiare l’incombenza del danno.

Il cambiamento catastrofico del loro abituale modo di vivere la quotidianità, si evince dal fatto che vivono nelle loro case con le tapparelle sempre abbassate per non correre il pericolo di respirare fibre di amianto, evitano di andare a passeggiare o fare sport nei parchi di zona, o cominciano a fantasticare di vendere casa, o posticipano il progetto di mettere su famiglia, ecc. Ciò che, invece, andrebbe approfondito, sono gli studi sugli effetti di una minaccia ambientale nel sistema di attaccamento genitore/bambino. La letteratura internazionale si è ampiamente focalizzata sulla responsabilità del caregiver nel favorire uno stile di attaccamento sicuro nel bambino, sottolineando, l’importanza della qualità delle risposte del genitore nei confronti delle preoccupazioni del bambino alla separazione ed esplorazione dell’ambiente. Si evidenziano come i disturbi psicologici del genitore, ma anche periodi di ansia e /o depressione non patologica, possono modificare gli atteggiamenti genitoriali verso il bambino e diventare patogeni (ad esempio, una madre che per proteggere il proprio bambino dai pericoli ambientali, cambia improvvisamente il suo stile di educazione, diventa eccessivamente protettiva, severa, e non tollera più che il proprio bambino sia fuori dalla portata del suo controllo visivo quando esplora l’ambiente; tutto questo in un clima di tensione).

Per quanto riguarda la giurisdizione nel nostro paese, si rileva che sta affrontando questo vasto problema e propende per la sua risarcibilità anche da parte di quei cittadini che abitando nelle vicinanze delle grandi imprese di estrazione o lavorazione di asbesto, abbiano vissuto con la preoccupazione costante di poter contrarre malattie polmonari gravi.
Avvicinandoci al nostro tema di interesse, purtroppo, c’è anche da dire, che molte domande di risarcimento per danno da esposizione sono state rigettate per mancanza di allegazione della documentazione medica/psicologica necessaria e che provasse l’effettiva sofferenza patita dalla vittima. Di fatto, il danno non patrimoniale costituisce un “danno conseguenza”, ossia un danno che deve essere provato dal danneggiato, di conseguenza dovrebbe essere di suo particolare interesse allegare tutte le prove necessarie per la verifica della risarcibilità del danno da pericolo, che consiste nelle conseguenze negative che la preoccupazione di subire un pregiudizio comporta, indipendentemente dallo sviluppo della patologia fisica, e come tale da classificarsi a seconda delle sfumature quale pregiudizio del danno psichico, esistenziale o morale.

E’ bene ricordare che la prima pronuncia dei giudici di Cassazione che aprì la strada a richieste risarcitorie, fu la sentenza 2515 del 21 febbraio 2002 intervenuta sulla vicenda del caso Seveso, che prevedeva che “in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo (art. 449 c.p.), il danno morale soggettivo lamentato dai soggetti che si trovano in una particolare situazione (in quanto abitano e/o lavorano in detto ambiente) e che provino in concreto di avere subito un turbamento psichico (sofferenze e patemi d’animo) di natura transitoria a causa dell’esposizione a sostanze inquinamenti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita, è risarcibile autonomamente anche in mancanza di una lesione all’integrità psico-fisica (danno biologico) o di altro evento produttivo di danno patrimoniale, trattandosi di reato plurioffensivo che comporta, oltre all’offesa all’ambiente ed alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli, pregiudicati nella loro sfera individuale”.

Ed ancora, facendo riferimento a fatti più recenti, anche a Torino all’interno del processo Eternit, veniva accolta la costituzione di parte civile delle persone fisiche residenti nei paesi in cui erano collocati vecchi stabilimenti Eternit o in zone limitrofe, che avanzano nei confronti degli imputati una pretesa risarcitoria fondata sulla presunta esistenza di un danno da “mera esposizione” all’amianto, dalla quale deriverebbe la sottoposizione ad uno stress psicologico da paura di ammalarsi. In quella sede i giudici hanno stabilito, da un lato, che “ il danno definito dalle difese quale “esistenziale” può attualmente farsi rientrare nella nozione di danno non patrimoniale (ovvero di danno biologico), eventualmente risarcibile, qualora provato” e, dall’altro, che “ lo stato di sofferenza o di turbamento della pretesa morale non potrà che essere provato caso per caso, ed essere valutato in sede di esame della fondatezza”. In ogni modo, la risarcibilità di un danno da esposizione dipende dall’assolvimento di precisi oneri probatori relativi: alla gravità dell’evento; all’effettivo turbamento psichico subito; al nesso causale fra turbamento ed evento dannoso.

L’Organizzazione Nazionale Amianto (ONA), ha istituito un Dipartimento di Psicodiagnostica Clinica e Psicopatologia, dove è possibile ricevere una consulenza gratuita alle problematiche che riscontrate. Coloro che desiderano avere delucidazioni a riguardo possono contattarmi alla seguente email: studio.psiruta@yahoo.it.

* Psicoterapeuta – Psicologo Giuridico
Membro del Comitato Tecnico scientifico ONA

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