Il Tribunale di Roma ha riconosciuto il legame tra l’esposizione all’amianto durante il servizio nella Marina Militare e il mesotelioma che ha causato la morte del sergente Luigi Ricci. Alla figlia ed erede Benedetta sono stati riconosciuti oltre 410mila euro, oltre a interessi e rivalutazione. Il Ministero della Difesa ha però presentato appello e la vicenda giudiziaria non è ancora conclusa.
“Questa pronuncia riconosce un punto fondamentale: Luigi Ricci è stato esposto all’amianto mentre prestava servizio nella Marina Militare e quella esposizione è stata riconosciuta come causalmente collegata al mesotelioma che lo ha portato alla morte. Parliamo di un uomo che ha servito lo Stato e che ha pagato, molti anni dopo, le conseguenze di quelle condizioni di lavoro”, ha dichiarato l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della figlia.
La lotta legale
E’ l’Avv. Ezio Bonanni a ricostruire l’intera vicenda: dal settembre 1960 al giugno 1962 il sergente Luigi Ricci lavorò La Maddalena come meccanico elettricista, prima di continuare la propria attività a bordo di diverse unità navali. Nel 2019 Ricci si è ammalato di mesotelioma epitelioide, un tumore aggressivo correlato all’amianto, ed è deceduto all’età di 78 anni nel 2021.
Nel maggio 2022 il Comitato di Verifica per le Cause di Servizio riconosce la dipendenza dell’infermità da causa di servizio. Il 7 giugno 2022 il Ministero della Difesa formalizza il riconoscimento. Il Tribunale quindi riconosce l’esposizione durante il servizio nella Marina Militare e la responsabilità del Ministero della Difesa. Alla figlia ed erede vengono quindi riconosciuti oltre 410mila euro, oltre a interessi e rivalutazione.
A fine luglio, però, il Ministero della Difesa presenta appello contro la sentenza chiedendo una riduzione delle somme liquidate. La figlia decide quindi a sua volta di fare ricorso, chiedendo il pieno riconoscimento del danno provocato dalla perdita del padre.
Una vicenda non ancora conclusa
Secondo quanto dichiarato da ONA, a Benedetta vengono riconosciuti circa 410.000 euro, oltre interessi e rivalutazione. Di questa cifra, 280.000 euro riguardano i danni subiti direttamente dal padre durante la malattia ed ereditati trasmessi dalla figlia. Per la morte del genitore il Tribunale aveva invece quantificato il danno alla figlia in 259.857 euro, decidendo poi di dimezzarlo a 129.928 euro per mancata prova della convivenza.
“Il risarcimento è un riconoscimento importante, ma nessuna somma può restituire un padre a una figlia. Continueremo quindi a tutelare Benedetta anche nel giudizio di appello”, continua Bonanni.
Amore di figlia
“Per me non è mai stata una questione di cifre. Volevo che fosse riconosciuto ciò che è accaduto a mio papà”, racconta Benedetta Ricci
Ricci ricorda un padre profondamente legato alla Marina, nella quale aveva servito dai 17 ai 23 anni, e grato per le esperienze vissute durante quegli anni.
“La scoperta della malattia a distanza di decenni e della sua genesi professionale lo ha sconvolto profondamente. Questo riconoscimento restituisce dignità alla sua storia e dà un senso al percorso che ho deciso di portare avanti per lui”, afferma.
“È difficile spiegare il valore del rapporto tra un padre e una figlia così come il dolore per la sua perdita. Il lungo percorso di supporto alle cure si è trasformato progressivamente in un accompagnamento verso il fine vita”, spiega.
Per questo la decisione del Ministero della Difesa di appellare la sentenza ha riaperto una ferita.
“Scoprire che il Ministero ha impugnato la sentenza negando la convivenza mi ha colpita duramente. Ho quindi scelto anch’io di andare avanti e chiedere il pieno riconoscimento del danno che ho subito”. Conclude Benedetta.



