Sopravvivono una limitata parte dei casi.
Perché la sentenza è stata annullata
La sentenza emessa in secondo grado non era notificata all’imprenditore svizzero in una lingua a lui comprensibile.
Infatti in base al diritto processuale italiano, la mancata traduzione della sentenza nella lingua nota all’imputato che non conosce l’italiano costituisce una grave violazione del diritto alla difesa e comporta la nullità della sentenza stessa. La garanzia di comprensione è essenziale.
La Corte Suprema di Cassazione ha quindi accolto il ricorso della difesa e i giudici dovranno tradurre la sentenza in tedesco per poi notificarla all’imputato e alla sua difesa. Le parti avranno poi nuovamente la possibilità di presentare ricorso nel merito davanti alla Corte Suprema.
L’omessa traduzione di atti fondamentali impedisce all’imputato di comprendere le ragioni della decisione e di esercitare il diritto all’impugnazione. Ciò ne determina la nullità.
Una tutela che si inserisce nell’area più ampia delle garanzie del giusto processo e del diritto del difensore di partecipare alla formazione della prova (violazione del contraddittorio), che se non rispettate rendono l’atto nullo.
Il rammarico della procrastinazione
In primo grado, a Schmidheiny addebitati 12 anni di carcere. Chiesta dalla Procura generale una condanna per omicidio volontario, ma in appello è ritenuto l’omicidio colposo.
Una complessa vicenda processuale, con assoluzioni, dichiarazioni di prescrizione e riqualificazioni di alcuni capi di imputazione.
“Si tratta di un ulteriore dilatazione al tempo per giungere a verità e giustizia prima di tutto per le vittime e i loro familiari. Il nostro impegno per la tutela delle vittime dell’amianto non si ferma e andremo avanti in nome del diritto alla salute a difesa della dignità della persona umana” – Ha affermato l‘Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, commentando la notizia.
Una vicenda giudiziaria lunga oltre vent’anni
Il Processo Eternit bis si inserisce in una storia giudiziaria iniziata nei primi anni Duemila con l’inchiesta della Procura di Torino sulle attività degli stabilimenti Eternit.
Nel primo maxiprocesso, concluso nel 2014, la Cassazione dichiarò prescritto il reato di disastro ambientale dopo una condanna in appello a 18 anni. Il secondo procedimento ha riguardato singoli casi di decesso per patologie asbesto correlate.
In primo grado inflitta una condanna a 12 anni di reclusione. In appello la qualificazione giuridica ricondotta all’omicidio colposo, con rideterminazione della pena a 9 anni e 6 mesi. Nel corso del procedimento il numero dei casi contestati si è progressivamente ridotto per intervenute prescrizioni e riqualificazioni.
Casale Monferrato e l’amianto
Casale Monferrato è uno dei territori simbolo dell’esposizione industriale all’amianto in Italia. Lo stabilimento Eternit ha operato per gran parte del Novecento. “Le malattie amianto correlate, come il mesotelioma pleurico, possono manifestarsi anche dopo decenni dall’esposizione.” – ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni.
L’inchiesta di Report
La vicenda giudiziaria legata al caso Eternit è stata oggetto, negli anni, anche di approfondimenti giornalistici di rilievo internazionale. In particolare, una puntata del programma televisivo Report, firmata dal giornalista Sacha Biazzo sono ricostruiti contatti e relazioni in tutto il mondo. Le informazioni diffuse dal programma fanno riferimento a comunicazioni e incontri che avrebbero avuto come oggetto valutazioni di carattere reputazionale e strategico.
Nella stessa trasmissione viene fatto riferimento storico di cui Bonanni parlò in un articolo: “l’8 settembre del 1943, fino ai primi di maggio del 1945, fu operativo lo stabilimento Eternit di Berlino. Nello Stalag III D di Berlino, nello stabilimento Eternit hanno lavorato gli italiani internati.
Furono circa 38mila i confinati italiani impiegati nelle fabbriche di Berlino, uccisi dagli stenti, dalla fame e dalle violenze. La capitale tedesca era sottoposta a continui bombardamenti anglo-americani. Oltre ad uccidere i berlinesi “ariani” le bombe uccidevano anche i prigionieri.” – scrive Bonanni.



