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venerdì, Marzo 27, 2026

Strage di Capaci, agente scorta di Falcone chiede riconoscimento come vittima indiretta della mafia

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Ci sono date che continuano a bruciare nel ricordo collettivo. Il 23 maggio 1992 è una di queste: il giorno in cui la violenza mafiosa squarciò l’autostrada di Capaci, portando via il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Un attentato che segnò la storia d’Italia, ma anche le vite di chi, quel giorno, sopravvisse per una coincidenza.

Tra loro, Luciano Tirindelli, agente della Polizia di Stato ed ex componente della scorta fissa del giudice Falcone. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, chiede allo Stato di riconoscere formalmente ciò che la storia urla: il suo essere vittima indiretta della criminalità organizzata mafiosa.

L’emozione oltre il filo

Quando oggi ho ricevuto la telefonata da Luciano Tirindelli l’emozione è stata intensa. La storia di Giovanni Falcone echeggia nel nostro ricordo come archetipo e paradigma della lotta alla mafia e ancora prima di principi etici universali che rendono oggettivo riconoscere ciò che giusto e da che parte stare. Scriverne quindi costituisce quindi un dovere morale accompagnato da un senso di debito umano, civile e storico nei confronti dell’immensità di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di tutti coloro che hanno perso la vita cercando la verità contro quel terribile “fatto umano” (come lo definiva lo stesso Falcone) che è la criminalità organizzata.

Il caso: vivere sotto scorta, vivere nel mirino

Tirindelli ha operato nella scorta di Falcone in uno dei periodi più critici della lotta alla mafia, svolgendo una missione quotidiana sospesa tra disciplina e pericolo.

Gli uomini della scorta erano, di fatto, obiettivi primari delle organizzazioni mafiose. Un pericolo concreto, costante, personale. Ogni spostamento, ogni turno, ogni giorno rappresentava un’esposizione diretta al rischio.

Il 23 maggio 1992, però, Tirindelli non era in servizio. Il suo turno si era concluso alle ore 14.00. Una circostanza fortuita, una di quelle coincidenze che separano la vita dalla morte. Una linea sottile che lo ha tenuto lontano dall’esplosione, ma non dalle sue conseguenze.

Quando il danno non è visibile, ma esiste

L’istanza, depositata il 23 febbraio 2026 al ministero dell’Interno, porta la firma dell’Avv. Ezio Bonanni, Presidente nazionale dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

Il cuore della richiesta si fonda su un principio: lo status di vittima della criminalità organizzata non si limita ai soli eventi lesivi diretti.

Può essere riconosciuto anche quando esistono effetti pregiudizievoli duraturi, fisici, psichici o relazionali, purché collegati causalmente alla minaccia o all’azione mafiosa.

Nel caso di Tirindelli, l’esposizione prolungata al rischio, la consapevolezza di essere un bersaglio e il contesto di massimo allarme che precedette le stragi del 1992 costituiscono elementi rilevanti, documentati da fonti storiche, investigative e processuali.

Una richiesta che interpella lo Stato

Secondo gli istanti, il mancato riconoscimento finora rappresenterebbe una lacuna istituzionale significativa. Una distanza tra il sacrificio vissuto e il riconoscimento formale.

La richiesta è chiara: valutare un caso unico, storicamente determinato, eccezionale e non replicabile. Un caso che richiede rigore, equilibrio e rispetto dei principi di legalità, ragionevolezza e proporzionalità.

Il valore della coerenza

La richiesta di Luciano Tirindelli si colloca all’incrocio tra memoria e diritto, una domanda di riconoscimento umano e istituzionale.

La speranza è che il ministero dell’Interno valuti l’istanza alla luce dei principi costituzionali di tutela della persona, eguaglianza sostanziale e protezione effettiva delle vittime.

Perché la storia non si cambia. Ma si può scegliere come riconoscerla. E, soprattutto, come onorare chi ne porta ancora il peso.

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