Ex Ilva, il futuro dello stabilimento di Taranto resta incerto

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Al 25 ottobre 2026, gli impianti dell’area a caldo dell’Ex Ilva non risultavano spenti, nonostante fosse scaduto il termine di 90 giorni previsto da un provvedimento della Corte d’Appello di Milano.

A incidere sulla situazione è intervenuto un successivo decreto del Governo, che ha prorogato fino al 15 dicembre il periodo di preriscaldo degli impianti. Nel frattempo, resta da conoscere l’esito del procedimento davanti alla Corte di Cassazione, mentre prosegue il percorso per individuare nuovi acquirenti per il gruppo siderurgico.

Amianto ed emissioni industriali: cosa prevedeva il provvedimento dei giudici

Il contenzioso sull’area a caldo nasce dal decreto emesso il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano. Il provvedimento aveva fissato 90 giorni per intervenire sulle criticità riguardanti l’amianto negli altiforni e le emissioni di polveri sottili.

La scadenza del termine, caduta il 25 ottobre, non ha coinciso con lo spegnimento degli impianti.

Le società coinvolte avevano contestato il provvedimento, sostenendo che gli interventi richiesti non fossero realizzabili nei tempi indicati. Tra le obiezioni sollevate figurava anche la mancata definizione di un obiettivo quantitativo preciso per la riduzione delle emissioni.

La Corte d’Appello aveva successivamente respinto, nelle udienze del 9 e del 30 settembre, le richieste di sospensione presentate da Ilva e Acciaierie d’Italia.

La situazione è stata poi interessata dall’intervento legislativo del Governo, che ha previsto il prolungamento del preriscaldo fino al 15 dicembre. Il quadro operativo resta quindi condizionato sia dalle disposizioni governative sia dall’evoluzione del contenzioso giudiziario.

Alla complessità ambientale e giudiziaria si aggiunge una situazione economica particolarmente difficile.

Il protrarsi di questa situazione introduce un ulteriore elemento di pressione sui conti aziendali, mentre rimangono aperte le questioni relative al futuro produttivo dello stabilimento.

Il ricorso in Cassazione: al centro anche la valutazione del rischio sanitario

Il 20 ottobre le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno esaminato il caso relativo al provvedimento della Corte d’Appello di Milano.

Le società Ilva e Acciaierie d’Italia hanno chiesto che il decreto venga annullato. Di segno opposto la posizione dei cittadini di Taranto costituitisi nel procedimento, che hanno sostenuto la conferma della decisione.

Nel corso dell’udienza, la Procura generale ha richiamato il tema dell’accertamento concreto del pericolo per la salute. Secondo le osservazioni riportate, la Corte d’Appello non avrebbe fondato l’ordine di sospensione su una verifica specifica di tale pericolo.

La Procura ha evidenziato che questo accertamento dovrebbe essere compiuto dal giudice eventualmente chiamato a riesaminare la vicenda.

Da un lato, occorre definire il futuro produttivo di uno dei principali poli siderurgici italiani, in un contesto segnato da perdite economiche e incertezze sulla proprietà. Dall’altro, restano centrali le questioni relative all’amianto, alle emissioni e alla necessità di verificare le condizioni di sicurezza degli impianti.

Il confronto non riguarda soltanto le società coinvolte e le istituzioni. Interessa anche i lavoratori e la comunità tarantina, per i quali le decisioni dei prossimi giorni possono avere conseguenze economiche, occupazionali e ambientali.

Le date del 27 ottobre e dell’8 novembre costituiscono due appuntamenti importanti sul fronte politico e industriale. A queste si aggiunge l’attesa per la pronuncia della Cassazione.

Il futuro dell’ex Ilva dipenderà dalla convergenza di questi diversi percorsi: la definizione del contenzioso, le scelte del Governo, le condizioni imposte per la tutela ambientale e le proposte dei potenziali acquirenti.

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